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“Meridionali, ma gente bravissima, per carità”

 “Era ieri quando i meridionali invasero il Nord con le valigie di cartone, piene di sogni” eh già chissà quanti sogni in quelle valigie di cartone, di questi meridionali che invasero il Nord nell’immaginario della nuova fiction di Canale 5 (sic!). Si chiama Furore.

I liguri hanno già preso le distanze lamentando il fatto che loro non erano razzisti come preannuncerebbe il contenuto della fiction. E ci mancherebbe, generalizzare è sempre sbagliato,  (lontana la eco delle parole di Villaggio “I liguri hanno la presunzione di essere una cultura anglosassone diversa dalla cultura sudista borbonica, che è la piaga di tutta l’Italia”. Ma questa è un’altra storia.)

Sul Secolo XIX di oggi c’è una interessante testimonianza di Nicola Stella, che cerca di raccontare la sua esperienza, una sorta di fenomenologia dell’emigrante che vive la condizione del terrone.

Confesso che ho mentito; qualche volta e sulle mie origini pugliesi, intendo. Mi chiedevano “di dove sei?” e io rispondevo “di Savona” (ci abito da quando avevo 2 mesi), “ah, è vero: il tuo cognome è Stella, come il paese di Pertini”.

Così riuscivo a svicolare e meno male che a un certo punto il nome traditore – Nicola – è venuto di moda, come altri nomi maschili che finiscono in “a” e nomi femminili che finiscono in “o”. Oppure, se l’interlocutore era ligure e voleva sapere dove fossi nato, mi capitava di rispondere “a Livorno”: è la verità, ma in quella città ho vissuto solo i primi 2 mesi di vita.

Perché l’ho fatto? E perché a un certo punto ho smesso, rivendicando con orgoglio oltre al mio (e di mio nonno e del trisavolo e così via a generazioni alterne…), i nomi dei miei zii e prozii Vito, Ciccillo, Salvatore, Rocchino, Biagio?

Ed ancora, al racconto di quando i genitori lasciavano loro bambini da una dirimpettaia:

Quella volta la signora, costretta ad assentarsi non so bene per quale urgenza, accompagnò i suoi due figli, mia sorella e me in casa di un’altra dirimpettaia che aveva altri due figli. Era un po’ imbarazzata, ben sapendo che badare a sei diavoletti tra i cinque e i dieci anni tutti insieme è un bell’impegno. Così, per rassicurare la sventurata, presentò me e mia sorella con una frase che ricordo perfettamente, 45 anni dopo: “Sono i figli degli Stella: meridionali, ma gente bravissima, per carità”. Quel “meridionali ma bravi” era la formula contraria al pregiudizio “meridionali cattivi”

 

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