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Nella terra d’Aglianico e Falanghina quegli Autogrill senza vino campano

Pino Aprile racconta una esperienza di “acquisto obbligato” non a chilometro zero… in Autogrill.

Imbarazzo del personale al banco: comunque sia, loro ci lavorano lì. E quegli autogrill servono a smerciare solo prodotti del Nord, tant’è che mi fanno subito un elenco: «Ma la mozzarella è di qua…» e qualche altra cosetta. «Ok, replico, vado a mangiare altrove» e lascio il vassoio. Poi chiedo se è possibile lasciare un messaggio. Certo: mi porgono un foglietto, su cui posso vergare i “suggerimenti” del cliente. A dire il vero, in mente non è che avessi proprio un suggerimento; qualcosa di più veloce e più esplicito, ecco. Ma scrivo che avrei evitato di rimettere piede lì, perché ero considerato un estraneo e la lista dei vini e parte del menu erano fatti da Zaia (come minimo).

Accadeva più di tre anni fa. Segnalai la cosa ai miei amici che percorrono spesso quell’autostrada e agli altri, la catena di autogrill (non ricordo quale). Anche loro “mandarono”… i loro suggerimenti scritti. La cosa prese un andamento quasi virale. Qualche tempo dopo ripassai da quell’autogrill e volli andare a vedere se fosse cambiato qualcosa: c’era pure un vino del Sud, proprio Aglianico, se non ricordo male. Allora mi fermai, mangiai e bevvi meridionale (perché i vini del Nord mi fanno schifo? No, ma voglio poter scegliere, se no, non mi piace manco il miglior vino del Nord e sarei capace di privarmi persino di un Amarone o uno Sfurzat della Valtellina, cosa che è quasi al limite della mia capacità di sacrificio).

Perché racconto adesso questa vicenda? Per una piccola riflessione, di cui credo che abbiamo già imparato a tener conto, visto che iniziative di questo tipo, e su ben più ampia scala, sono state fatte dal mondo meridionalista e pure vinte: non ci vogliono come connazionali alla pari, non ci vogliono come cittadini, gli andiamo bene solo come consumatori. Bene, allora la reazione deve essere da consumatori, che hanno in mano un potere enorme, di cui fanno poco uso: discriminare, concentrare l’acquisto tutto su un bene, penalizzandone altri simili, in modo da dividere il fronte, squilibrando gl’interessi che lo rendono forte.

La Germania Ovest si impadronì della rete di distribuzione alimentare della Germania Est, dopo la riunificazione, ed eliminò tutti i fornitori locali, mandandoli in rovina, perché fa arrivare ogni merce dall’Ovest. È quello che avviene (con qualche eccezione) anche da noi, dove le catene di supermercati sono quasi tutte in mano francese, ormai.

Non basta scegliere, per imporre politiche diverse, serve farlo sapere, divulgarlo, spiegarlo a chi non fa molto caso alla provenienza di quel che compra. Il che va a beneficio del consumatore (che senso ha che acquistare un’insalata che viene dall’Olanda o non so dove, mentre potrei averne fresca dal mio territorio?) e del produttore locale.

Piccoli gesti, ma che diventano un’imbattibile arma di pressione, se sommati, moltiplicati. Ci vedono solo come compratori? Ok, compratori, ma consapevoli. Si fa politica anche così. Anzi: non c’è politica più efficace. Gli ritorci contro lo strumento con cui ti colonizzano. Non voglio dire che ogni cosa dev’essere prodotta nel territorio in cui la si consuma (sarebbe una stupidata da Lega Nord), ma che la circolazione dev’essere equa, ovvero nei due sensi: dare, ricevere, scambiare, alla pari.

Aggiungo che, al contrario, nelle aree di servizio gestite dalla Pugliese Sarni è quasi sempre possibile trovare una vasta scelta di tipicità locali della regione che ospita l’area.

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