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Noi, quarantenni sfigati che siamo rimasti in Italia

I toni trionfalistici sui dati della disoccupazione pubblicati ieri dall’Istat, mi hanno fatto ricordare di quando il Ministro Poletti invitò i giovani a restare in Italia, cercando lavoro tra una partita di calcetto e l’altra. Aveva ragione lui : tra prof terroni emigranti e centraliniste laureate, infatti, si svuota. Nessuno gioca più a calcetto.

La prima storia è di Valentina, laureata con lode in Scienze della Comunicazione, master, stage, cocopro, cococo, coccodè, esperienza pluriennale, no perditempo, tel ore pasti, max 30 anni. Si è mossa dal natìo borgo selvaggio per cercare fortuna altrove, come tanti suoi coetanei. Raggiunta la Capitale, si dà da fare e fa pure carrriera nell’ufficio comunicazione e marketing di una piccola azienda marchigiana che opera nel settore delle calzature ed esporta in tutto il mondo. Per nove anni. Valentina ci crede eccome, poi arriva la crisi ed inizia a mordere. A Settembre l’azienda chiude e Valentina inizia a passare gran parte delle notti insonni a cercare un’alternativa che le consenta quanto meno di pagare l’affitto, in nero, della propria stanza umida sulla Tuscolana.

Il 70% degli annunci ti confondono con manager, account, inbound, outbound, benefits, senior, junior e alla fine è solo un modo un pò british per di dire che cercano un povero Cristo laureato, magari pure col master, quasi sicuramente terrone, che deve stare 4 ore a convincere la gente a cambiare il proprio operatore telefonico, energetico, assicurativo, bancario, razzi, mazzi e compagnia bella. Se poi ci riesce e manda un collega a far firmare il contratto guadagna 5 euro lordi. Che si aggiungono ai trecento lordi mensili di stipendio. Trecento euro che poi diventano duecento e rotti netti. In alternativa c’è interpretare il ruolo del rompiscatole porta a porta, offerto sempre dalle agenzie di cui sopra (spuntano come funghi), che va a vendere aspirapolvere (“con brevetto Nasa”, ve lo giuro dicono proprio così) o a proporre contratti. Per il primo mese ti danno 900 euro. Poi ti pagano a provvigioni solo se sei riuscito ad intortare il poveretto di turno a cambiare il fornitore del gas o della luce. Porta a porta o negozio negozio (come rispose un selezionatore serafico all’aspirante di turno che gli obiettò “ma al telefono mi avevate detto che non era un porta a porta altrimenti non ci sarei proprio venuto!”). Per NOVE ore, però c’è la pausa pranzo e la benzina pagata (azz!!).

Ci sono anche quelli più fortunati. Come Concetta, della provincia di Caserta. Di cui vi ho già parlato da qualche parte.

Concetta l’ho incontrata in un giorno qualunque dalle 04.00 alle 08.00 di una maledetta mattina di provincia, alla stazione FS di Villa Literno, dove, tra i fumi della notte della Terra dei Fuochi e qualche discarica abusiva , una ciurma di nuovi insegnanti, meridionali e precari (per lo più donne) si “imbarca” su uno dei pochi diretti per Roma Termini.

Lerci e sporchi ( nella maggior parte dei casi da quanto si evince dagli adesivi sui vagoni, “donati” dalle regioni a Nord del Garigliano, tipo la Toscana), stipati come sardine, in perenne ritardo, sovente soppressi (ma non è colpa di TrenItalia eh), questi vagoni conducono le insegnanti meridionali a Roma.

Sedute dove capita, Concetta e le altre si fermano in stazione ad attendere le telefonate di qualche scuola in cui, un insegnante chissà se pure lui o lei meridionali o di altre regioni, non può tenere lezione perchè assente. Sceneggiatura più da “Deserto dei Tartari” che da “Odissea”. O da perfetto ibrido metropolitano della mia generazione.

La prof. emigrante, che ho conosciuto io, nella fattispecie Concetta, che poi si fa chiamare Titti per non far sentire che è proprio terrona, terrona, altrimenti va a finire pure che i genitori di qualche bambino storcano il naso per l’accento dell’agro aversano, insegna alla scuola dell’infanzia. Come le altre, aspetta la telefonata che, se arriva, la condurrà in una scuola di Roma Nord, o di Casal Palocco, in media una 50ina di chilometri di distanza da Roma Termini, ed avrà un’oretta di tempo per evitare il traffico, sperare che non ci siano manifestazioni e scioperi dell’Atac, per raggiungere l’istituto.

Fatta la sostituzione, trascorse 4 o 5 ore, di un collega magari in regime di part time, quindi per un 700 euro al mese, percorrerà il cammino a ritroso, ritornando a casa dopo 15 o 16 ore. Ad attenderla l’odore inconfondibile dei copertoni bruciati.

Altri Telemaco, insegnanti dai 25 ai 40 anni di una esistenza precaria, con cui viaggio spesso, in attesa ogni giorno del caporale italiano che dia loro qualche euro per vivere in una terra con stipendi da paesi post sovietici. Ma tutto questo il Renzi non lo sa e non sa neppure che se la telefonata non arriva, per Concetta, sarà stata l’ennesima giornata a bruciare denaro e speranze, lontano da casa, nell’attesa dei Tartari.

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