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Pino Aprile : Michele di gomma contro il Jobs Act di Renzi

  
Giusto un anno fa riportavo quanto andava scrivendo il giornalista e scrittore Marco Esposito dalle colonne de Il Mattino: il Jobs Act di Renzi lo finanzia il Sud. Silenzio dei politici meridionali fino a quando proprio oggi, se ne è accorto anche Michele Emiliano, governatore pugliese.
Cosi commenta la notizia Pino Aprile:

Michele Emiliano dice che, per ora, «tiene la palla bassa»; ma tira in porta! Dai e dai, alla fine comincia a dire al governo quello che un presidente di Regione meridionale deve dire. Per carità, cose che in altro Paese e in regime democratico, sarebbero normalissime. Ma qui, la normalità è sovversiva. 
Nientemeno, il presidente della Puglia dice che il governo fotte i soldi ai disoccupati meridionali, per incrementare l’occupazione al Nord, dove è già massima. E arriva (oddio!!! La terra tremò, gli angeli piansero), arriva a dire che, riducendo il cofinanziamento dei progetti europei al Sud, il governo esclude il Sud dai progetti europei. Nooo!! Chiamate la Protezione civile. 

Queste osservazioni sarebbero più che ovvie in un Paese normale (esistono: e lì, pensate un po’, il capo del governo lo votano gli elettori e non lo nomina un presidente della Repubblica, dopo aver buttato nel cesso la Costituzione). Ma qui, di normale non c’è niente. 
Non è ovvio che i presidenti di Regioni meridionali con gli stessi problemi (infrastrutture, collegamenti, sanità…) si riuniscano per cercare soluzioni comuni? E allora, perché il capo del governo teme come la morte che questo avvenga, sino al punto di minacciare quelli che accettassero di recarsi alla Fiera del Levante, dove deve già andare lui? (Salvo non andarci, dopo aver ottenuto l’assenza dei presidenti meridionali). 
Il Sud serve perdente e diviso, diviso e perdente e ricattabile; ma i presidenti di Regione che non devono la loro elezione al partito e al suo capo, ma alla gente che li vota, sono poco ricattabili da quel punto di vista (e sì che ci avevano pure provato Renzi e i suoi a piciernizzare le candidature).
Questa uscita di Emiliano sui soldi rubati al Sud da Graziano Renzi e Matteo Delrio, per creare più lavoro al Nord e sui progetti europei solo per il Nord, sembra l’irruzione della parata del gay-pride alla processione del santo patrono. Eppure, per un presidente meridionale, dovrebbe essere il minimo sindacale. Se appare così provocatorio, è perché la regola vuole il terrone muto, mentre gliene fanno di tutti i colori. 
E adesso, vediamo cosa succederà. È chiaro che Emiliano sta misurando la capacità di reazione dell’avversario e quella di coesione dei suoi naturali, ma riluttanti alleati (i suoi colleghi delle Regioni del Sud). E calibrerà su queste le prossime mosse. 
Se dovessi usare una metafora per raccontare il rapporto fra Matteo Renzi (ma meglio dire: la coppia Renzi/Delrio) e Michele Emiliano, ricorrerei a un ring. Nelle prime riprese, Emiliano le ha prese di brutto, sin dallo schifosissimo modo in cui la banda rottamatrice (dell’Italia) lo escluse dalla presidenza dell’Associazione dei Comuni italiani: l’allora sindaco di Bari era candidato unico del Pd; al momento del voto, si fece avanti Delrio, con i sindaci della Lega Nord pronti a votare per lui, in caso di confronto con il terrone. 
Così, ancora una volta, pure quella rappresentanza fu negata (come accade da più di un secolo, salvo tre eccezioni) ai meridionali e l’Associazione rimase dei Comuni del Nord, con quelli del Sud a portare il caffè e scuotere la tovaglia a banchetto finito, per litigare sulle briciole.
Emiliano è grande e grosso, e se mena fa male; però la sua qualità maggiore, mi vado convincendo, non è darle, ma prenderle: ogni volta che sembra gli abbiano dato il colpo del kappaò, lui va nell’angolino, sputa nel secchio, si fa spremere una spugna bagnata in faccia e torna a centro del ring (l’ex capitano della squadra di basket in cui giocava è uno dei miei e dei suoi migliori amici. Mi conferma che ci ho azzeccato. «Non lo scrivere», mi dice, «ma è proprio così: incassava, non reagiva, alla fine la spuntava. Lo chiamavamo “Michele di gomma”». E ora speriamo che Egidio mi perdoni per averlo scritto). 
Avevi voglia a dirgli: Miche’, sono dei farabutti, vogliono solo distruggerti, perché non sei Michele Picierno. Lui andava lì a parlare come se niente fosse. Quelli lo invitavano a centro-ring: ti facciamo ministro. E stunk!, mazzata che lo stende. Sputtanata nazionale galattica, escluso. 
E allora sottosegretario, ma importante, alla Coesione. Lui torna a centro-ring e stunk!, altra mazzata sul volto e stramazzata a terra: non è veeeero, non è veeeero. E lui, niente: si rialza, lo richiamano a centro: devi essere il nostro grande capolista del Pd alle europee. Gli fanno fare due mesi di campagna elettorale, poi stunk! Testata nell’occhio, gomitata nel fianco, senza che l’arbitro veda: no, non lui, ma Pina Picierno. Chi? Pina Picierno. Chi? Pina Picierno. E chi è? Pina Picierno! Ah…, Tina Ticierno. No, non “T”, “P”: Pina Picierno. 
E poi cercano di sabotargli la campagna elettorale per la presidenza della Regione, di far passare, ma senza esporsi troppo…, un altro candidato (la Picierno non ha cugine pugliesi, pare). Il capo del partito che stravince in Puglia ignora il campione del suo partito che ha stravinto in Puglia. Stunk!
Ma ora cominciano ad aver paura: se dai e dai, quello che le prende non va kappaò, il rischio è che vinca ai punti. E il senso della partita, ora, si è capovolto: al centro del ring c’è Emiliano e quello che scappa, intorno intorno, è Renzi: evita la Puglia, deve intervenire perché Emiliano non divenga punto di riferimento per gli altri; fugge dalla Fiera del Levante… 
È in difesa e si tiene a distanza. E adesso, deve stare anche attento, perché Emiliano allunga dei pugni di assaggio: più per far sapere che può tirarli veri, se vuole, che per fare già male. 
Diciamo la verità: quando lo facesse, ci sembrerebbe comunque troppo poco, troppo tardi. Ma è il solo che, per ora, dà l’idea di volerci provare. Il politico accorto è quello che combatte le battaglie vinte, per rischiare il meno possibile, magari niente, ricavandone il massimo, magari tutto. 
Il Pd, con Renzi, ha perso il Sud; il Nord già lo aveva perso. Se si andasse alle elezioni, il Pd sarebbe nei guai: l’unico che potrebbe far vincere il Pd a Sud è Emiliano, in cordata con gli altri governatori; l’unico che potrebbe (forse) recuperare De Magistris è Emiliano; l’unico che ha cercato di tenere la porta aperta ai 5stelle (nonostante gliela continuino a chiudere sulle dita) è Emiliano. 
Questo non garantisce niente, se non una possibilità che nessun altro può offrire. L’alternativa è un Pd che scompare sotto l’avanzata delle 5stelle e le sorprese De Magistris.
A me, con queste premesse, pare di capire che la partita che Emiliano sta giocando è nazionale (guida del partito, del governo: lui negherà, ma io continuo a pensarlo e lo dico. Lui negherà perché politico, io lo dico, perché giornalista). 
Una partita nazionale, ma da Sud: da quanto tempo non accadeva? È quasi voler andare a piedi sulla luna. Ma nel naufragio di un Pd berlusconiano-alfaniano-verdiniano, l’unica cosa che potrebbe contare sarebbe potersi aggrappare a un salvagente. 
Ed Emiliano, quanto a superficie d’appoggio…

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