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Polito, i “suddisti bobbonici meridionalisti” e la pastiera

E’ una simpatica crociata quella che sta portando avanti il direttore del Corriere del Mezzogiorno. Costui, anche oggi, ha trovato una ragione per contrapporsi ai meridionalisti sudisti bobbonici: l’indignazione per la pastiera prodotta e scippata da una azienda dolciaria veronese.

Scrive Polito:

Adesso protestano i puristi, si scatenano i corsivisti, si indignano i sudisti, si preoccupano i meridionalisti, inorridiscono i tradizionalisti. E, ovviamente, insorge il web. Ma la storia della Melegatti che confeziona una «deliziosa torta con grano saraceno» e la battezza pastiera, non è la storia di uno scippo. Certo, avvocati, ricorsi e carte bollate potranno tentare di eccepire che «pastiera» è un nome registrato e di origine controllata, e che se è protetto il parmigiano reggiano lo stesso dovrebbe valere per la pastiera, e magari faranno causa alla ditta veronese dei pandori, la stessa che aveva osato mettere in commercio perfino i babà. La verità è che questa storia è piuttosto una esemplificazione perfetta del problema del Mezzogiorno. Che consiste in questo: non basta avere le cose più belle del mondo, il mare, il sole, la pizza, il pomodoro, per vendere con successo le cose più belle del mondo, trasformarle in reddito e in prodotto. Per riuscirci, oltre alla cose più belle del mondo, ci vogliono imprenditori, capitali, know how, marketing. Lo si potrebbe chiamare, parafrasando il titolo di un libro di qualche anno fa di Giuliano da Empoli, il complesso di Meucci.

E conclude che:

E voi pensate che, in un mondo così, si possa conservare per noi la pastiera, come una ricetta della nonna, un’invenzione locale protetta, impedendo a chi ne ha la capacità di farci un po’ di soldi? Se indignazione deve provocare questa storia, è perché mai nessuno qui da noi, con capitale del Mezzogiorno, con lavoratori napoletani, producendo reddito che resta al Sud, abbia avuto la stessa semplicissima idea della Melegatti o abbia trovato i mezzi per metterla in pratica: trasformando cioè l’artigianato in industria e la tradizione in marketing. Perché questo solo conta, in economia. Poi, ovviamente, a Pasqua ci mangeremo la pastiera di mammà, l’unica veramente degna del nome, e malediremo le sue imitazioni in scatola. Inutilmente

Su alcune cose concordo con Polito. Non serve avere delle cose belle per vantarsene.Uno dei problemi dell’intraprendere meridionale, come scrivevo in altre occasioni, è il non riuscire a fare rete, a valorizzare quello che si ha e a contrastare così le sfide della globalizzazione. Ed ha ragione pure sul fatto che probabilmente se il procedimento fosse stato registrato, così come il nome, si sarebbe potuto tutelare meglio questa eccellenza unica della produzione meridionale.

Ma Polito trascura anche un altro problema del Mezzogiorno. Il marketing, il valore di un brand non si fondano soltanto sulla bravura e la capacità di network del tessuto imprenditoriale. Nel mondo globalizzato occorre un’altra cosa dal valore inestimabile, la reputation, la reputazione, la credibilità. Sul piano nazionale ed internazionale.

E questa non dipende solo da chi intraprende ma anche da chi, come gli operatori della comunicazione, quella reputation costruisce a seconda di esigenze editoriali , geografiche, elettorali ed industriali. Lo diceva anche l’illustre Paolo Mieli in un video che gira su youtube: Napoli ha torto viene sempre chiamata in causa come l’inferno in terra, un posto popolato perennemente da làzzari festanti (E lo sa bene anche la criminalità organizzata,basta ascoltare alcune intercettazioni per la quale un giornalista, oggi, può essere più pericoloso di un magistrato). Insomma la reputation è come il coraggio, non sempre uno se la può dare da solo, anzi raramente e fino ad un certo punto.

Caro Polito ricorda il caso della presunta acqua letale a Napoli? La famigerata inchiesta dell’Espresso che traeva spunto da un vecchio dossier, non elaborato correttamente (per usare un eufemismo), dei militari Nato? Che effetti ha condotto sulla reputation di Napoli? Hotel presi d’assalto da telefonate di disdetta e richieste, al limite del parossismo, sulla salubrità delle fonti.

Vogliamo parlare del caso del presunto caffè rancido del Gambrinus, da cui perfino la Scae, la Speciality Coffee Association of Europe, arbitro delle degustazioni, ha preso le distanze? Vogliamo parlare della Campagna del Gambero Rosso che assegnava stelle e valore aggiunto, prima di fare marcia indietro, ad un prodotto che intendeva fregiarsi del nome di pizza, quello si registrato con tanto di denominazione di origine protetta, a discapito di pizzerie e prodotti napoletani che neanche figuravano nelle classifiche stilate?

Vogliamo parlare delle campagne mediatiche isteriche contro l’agroalimentare campano, avvelenato e pericoloso, evocate perfino dal magistrato Ceglie il quale ammise una strategia volta a rosicchiare fette di mercato consistenti, in una selvaggia competizione entro i confini nazionali? Anche in questo caso ipotesi ed allarmi smentiti perfino da agenzie internazionali chiamate in causa per analizzare il prodotto.

Vogliamo parlare della campagna pubblicitaria delle pummarole sane coltivate nei territori più inquinati d’Europa in cui nessun giornalista osò metter bocca, nonostante i danni alla salute anche per i cittadini che in quei territori vivono?

Casi in cui rarissime levate di scudi, tra l’altro giustificate dai fatti, della comunicazione campana e meridionale, ebbero luogo.

Ecco Polito, questa è la reputation che valorizza un prodotto. Come quello della pastiera. Se manca la reputation, che attiene anche agli operatori della comunicazione, insieme al marketing e al networking imprenditoriale, crolla il castello che tutti insieme vorremmo costruire. Sarà per questo che i “suddisti bobbonici meridionalisti” stanno prendendo a cuore la questione. Perchè la reputazione viaggia di pari passo con l’identità. Ed un popolo svuotato dell’identità, scende a compromessi con qualsiasi cosa. E di certo nè lei nè io lo vogliamo.

Fare sistema, non è una esortazione che coinvolge solo chi intraprende, nell’era della comunicazione, lei me lo insegna, rende gli operatori della medesima gli attori principali per determinare gli esiti di una campagna. Tanto più se la contesa prende le mosse dalla rete. Oggi non si dice più “lo ha detto la televisione” per chiamare in causa gli dei a dare garanzia per quello che si afferma. Si dice “era scritto su internet”, l’ho letto su Facebook. Stia pur certo che se tutti gli attori fanno rete, nessuno abuserà più delle rendite di posizione di un nome che ha un valore commerciale elevato, oltre che una cultura sua propria ed una identità. Così si conserva la ricetta della nonna, perchè su questo spero almeno sia d’accordo, sudisti o nordisti, la pastiera fa parte dell’ethos e della cultura napoletana. O no?

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