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Il valore dei bond preunitari ovvero di quando il Sud era la Germania di oggi

E’ di oggi la notizia che in, quanto a competitività, Spagna e Grecia (già, proprio quella umiliata dalla crisi e dalle ipotesi di default) hanno superato l’Italia.

Già all’indomani del 1861, data dell’Unità, gli investitori europei mostrarono scetticismo verso la neonata nazione. Ed il valore dei bond degli stati preunitari, scese clamorosamente.

Sapete quale era lo stato preunitario con maggiore credibilità economica internazionale?

Vi allego un estratto del Il Sole 24 ore del Giugno 2012:

[…] Grazie al fatto che anche dopo l’unificazione i titoli del Regno d’Italia conservarono fino al 1876 l’indicazione della loro origine (per esempio, ad Anversa le emissioni del Regno delle Due Sicilie erano indicate come “Italy-Neapolitean”) la Collet è riuscita a ricostruire le serie storiche dei prezzi settimanali tra il 1847 e il 1873.

Un lavoro certosino di raccolta manuale dei dati dagli archivi e dai database originali per capire come si sono mosse le quotazioni, prima e dopo l’unità, politica ed economica. 25 emissioni suddivise in quattro gruppi: Regno di Piemonte e Sardegna, Lombardo-Veneto, Due Sicilie e Stato Pontificio.

La prima cosa che balza agli occhi è lo spread (anche allora!) tra i rendimenti dei diversi gruppi di bond prima e dopo l’Unità. Quelli del Regno delle Due Sicilie (che erano un quarto del totale) prima del 1861 pagavano i tassi più bassi: 4,3%, 140 punti base in meno delle emissioni papali e di quelle piemontesi (che rappresentavano rispettivamente il 29% e il 44% del debito unitario dopo la conversione) e 160 in meno rispetto a quelle Lombardo-Venete (che però erano solo il 2%).
Insomma, a voler utilizzare le categorie di oggi, il Regno di Napoli economicamente era per l’Italia quello che oggi la Germania è per l’Eurozona. «Come il Regno di Napoli prima dell’integrazione del debito sovrano, la Germania di oggi è l’economia più forte dell’eurozona e beneficia del costo del debito più basso in assoluto» scrive Collet. Considerazioni, queste, che faranno storcere il naso a molti, ma sicuramente non di parte. Del resto, come ricorda Collet, Napoli era di gran lunga la città più importante del neonato Regno d’Italia. E le regioni del Sud avevano una discreta struttura industriale, un’agricoltura fiorente sia pure basata sul latifondismo, e importanti porti commerciali.

Insomma un’analisi storica ed economica che dovrebbe far riflettere sul come sia stato, ab origine, sperperato un patrimonio di credibilità, portato in dote da taluni stati, con politiche di programmazione economica completamente sbagliate. Dismettendo progressivamente i distretti industriali dell’epoca, snaturando le identità locali, abbandonando in alcune aree del paese, quelle allora più floride, ogni scelta di investimento logistico ed infrastrutturale. Scelte che, gli investitori dell’epoca, in realtà aspettavano.

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