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“Quando partirono le prime note di Napul’è ci alzammo in piedi come si fa con gli inni nazionali veri”

La voce di Giuseppe Daniele mi ricorda mio padre, ed i lunghi viaggi in macchina, da emigranti, tra gli anni 80 e 90, piazzato lì, tra Fausto Papetti e Tony Esposito in una cassetta trasparente registrata da un amico.
Io non lo sapevo chi era questo che voleva fare il “nero a metá” e mischiava il napoletano ai ritmi dei neri d’America, che poi noi e loro eravamo e siamo la stessa cosa, allora avvertivi quella assonanza che ci univa nella discriminazione e nella pelle, proprio mentre dai cessi degli autogrill ci ricordavano che noi napoletani siamo africani, ci davano il benvenuto in Italia ed invocavano il Vesuvio.

Forse pure Giuseppe Daniele sapeva quello che leggevamo sulle pareti e infatti scrisse “questa lega è una vergogna, noi crediamo alla cicogna e corriamo da mammà”. In una strofa condensava la visione del mondo partenopea e l’incolmabile distanza umana.

La voce di Giuseppe Daniele, mentre ero seduto sul sedile posteriore di una Renault 11 che attraversava Chiasso, mi ricorda le voci stonate di mio fratello e la mia che usavamo le strofe per pronunciare impunemente le prime “male parole” della nostra vita, altrimenti vietate, i primi aneliti di ribellione…”nun c’ scassat ‘o cazz..”.

La voce di Giuseppe Daniele è il sollievo di notti trascorse ad attaccare i manifesti, dall’autoradio scassato di una cinquecento blu. “Notte che se ne va”…una speranza. Adda passá a nuttata, un invito al sole a sbrigarsi e tornare a fugare le nebbie di notti che avvolgevano cuore e mente. Jesce, juorno!

Mi ricorda di un concerto a Bruxelles, laddove tutti attendevano Eros Ramazzotti, misero  Giuseppe Daniele ad aprire l’evento nel primo pomeriggio, come si fa con i gruppetti di ragazzini semisconosciuti. Quando partirono le note di Terra Mia, ci fu uno sguardo veloce tra tutti noi figli di Napoli “in trasferta”, ci riconoscemmo da un velo davanti agli occhi. Ci facemmo largo tra visi pallidi ed occhi azzurri, ci stringemmo con le braccia come fanno i giocatori di rugby. Eravamo a due passi dal palco. Pino alzò la testa dalla chitarra, ci guardò e ci sorrise, come si fa tra chi si riconosce figlio della stessa madre.

La voce di Giuseppe Daniele mi ricorda una serata di San Valentino, di qualche anno fa, tra gli spalti dello Stadio San Paolo. Si giocava Napoli-Inter. Per la prima volta, e forse credo unica, prima di una partita del nuovo Napoli di De Laurentiis, poco prima del match, qualcuno decise di diffondere le note di “Napul’ è”.

Alle prime strofe, ci fu un silenzio surreale, inaspettato. Pure le curve misero da parte i cori duri e puri e presero le sciarpe in mano. Si zittirono anche gli ultras. Quindi, come succede per gli inni veri, quelli che ti scorrono nelle vene e ti parlano di identità ed appartenenza, ci alzammo tutti insieme in piedi e seguimmo la voce di Pino. Quasi ci dimenticammo dei giocatori che stavano scendendo in campo, forse pure per questo non la misero più come sottofondo.

Statt bbuon, Pino, voce dè criature.

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