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Quel mio Napoli Juve dell’89

Quel Napoli – Juve, il 15 di Marzo dell’89, lo avevamo giocato almeno tre volte, Antonio Scaraglia ed io, mentre arrivava la nostra adolescenza tra i banchi delle scuole medie. Non era la prima volta che lo facevamo, prima di ogni partita di campionato e coppa (talvolta anche per i campionati esteri, quando la pay tv non esisteva ancora e le immagini sgranate arrivavano da Telemontecarlo). La giocavamo coi bussolotti dei Kinder. Erano 20 bussolotti. Ne tiravamo a sorte 5 e a seconda dei calciatori estratti calcolavamo il punteggio finale e decretavamo la vincente. In caso di pareggio, seguivano i supplementari e i rigori.

Questo rito, era, per noi, un momento di estrema livella sociale, perchè l’unico, in cui, il primo e l’ultimo banco si incontravano. Quello in cui il secchione e il ripetente scendevano a compromessi. Ovviamente, campo neutro, terza fila a sinistra.

Quel Napoli-Juve, ripeto, lo abbiamo giocato tre volte e per ben tre volte il Napoli usciva inesorabilmente sconfitto. Del resto venivamo dal 2 a 0 dell’andata a Torino. La terza volta, Antonio, ha accompagnato l’uscita del Napoli, con la propria, dall’aula. Colpa mia. Al 4 a 2 per la Juve, mentre Mosè apriva le acque, durante l’ora di religione, un fragoroso “mavafangulova!” insegnava ad entrambi che la giustizia umana colpisce inesorabilmente solo i recidivi ed criminali abituali. Io, incensurato, nonostante colpevole, rimasi in classe. La prof di religione, salvò Barabba.

Per quelli della mia generazione, il Napoli era una certezza, voglio dire, siamo cresciuti con Maradona e tutto il timore reverenziale di chi è nato prima di noi, nei confronti della squadra di Agnelli, non era neanche completamente giustificato. In quegli anni la bestia nera erano il Milan di Berlusconi, l’Inter del Trap e le squadre tedesche nelle coppe europee.
Quello, però,  in famiglia, sarà ricordato come un pomeriggio di attesa consumato in una azione scellerata. Mia madre non era in casa ed un paracarro è molto più bravo di me a disegnare. Nonostante ciò, ispirato da non so quale divinità pagana, presi l’intero kit dei colori a tempera (quelli degli anni 80 avevano la consistenza dello stucco), li mescolai in un unico grosso impasto, dal colore indefinito, ma molto vicino ad un antracite screziato, e, poi, con un pennello di tipo “Cinghiale” mi divertii a comporre dei murales, orrendi, sui mobili bianchi della mia camera. Diciamo un modo per smaltire l’adrenalina pre gara.

Quando mia madre rincasò, saranno state le 7 e mezza passate, non si accorse di nulla, presa come era a preparare la cena. Le chiesi di mangiare anzitempo, proprio per poter ascoltare la partita in diretta radio. Tutti i nati negli anni 90 non sapranno mai che quando il Napoli giocava in casa, ai residenti in Campania era preclusa la diretta televisiva, per spingere la gente ad andare allo stadio. Nel frattempo, in onda, in una sorta di discriminazione territoriale dell’etere, il classico Totò in bianco e nero.

Mangiai e poi una fuga in poltrona con una radiocuffia (un cult degli 80’s). La voce della buonanima di Antonio Fontana, dalle frequenze di Radio Kiss Kiss, era miele per le orecchie dei tifosi: garbo, competenza, urla di gioia composte. Esordiva con la formazione che suonava un po’ come gli accordi iniziali di A Stairway to Heaven: Giulianiferrarafrancinifusialemaorenicacrippadenapolicarecamaradonaecarnevale.

Credo sia stato sul primo gol di Maradona, calcio di rigore magistrale, che mi madre mi abbia chiesto qualcosa. Ma nella concitazione e nel volume alto non l’ho sentita. Ecco, in quel momento si è consumato il dramma, poichè, raggiunta la stanza dove mi trovavo, si è accorta della nuova versione sciatto underground che avevo dato ai mobili, ereditati da chissà quale ex giovane parente che li aveva dismessi. Diciamo che forse avremmo anche potuto comprarne di nuovi. E invece no. Pareva brutto.

La mia partita è finita lì. O, forse, iniziata, perchè dal gol di Maradona in poi, ho trascorso tutti i 90 e passa minuti del match a ripulire i mobili con spugna e detersivo. Dio benedica chi ha inventato le tempere lavabili.

Non fosse stato per Luigi, che viveva al piano sopra al mio, avrei avuto un completo buio informativo sull’andamento dell’incontro. Ma un “vafammoccalota” ad un minuto imprecisato, accompagnato da un ululato, mi avevano anticipato il 2 a 0 di Careca. Soverchio precisare che la radio mi era stata sequestrata, come pena accessoria.

Ora non so se avete presente il procedimento di rinascita dovuto alla catarsi, voglio dire, tipo quando vi raccontano che l’espiazione della pena porta alla santità. Ecco, per intercessione di non so quale Padreterno, distrutto fisicamente e moralmente, terminata la reclusione, mentre cercavo una qualche fonte informativa in televisione, scoprivo che la Rai aveva deciso di trasmettere i tempi supplementari di Napoli-Juventus in televisione (mi è sempre piaciuto immaginare che sia stata la manina benevola di qualche tecnico di viale Marconi). La sensazione che si prova è la stessa che un malato del Napoli può assaporare, oggi, quando trova uno streaming gratuito e perfettamente funzionante per guardare una partita dei partenopei da un sobborgo di Caracas, dove il concetto di “adsl” diventa pura metafisica.

Non chiedetemi come, non chiedetemi dove, non ricordo nient’altro se non questo (la telecronaca era di Giorgio Martino e, amici miei, quella si che era professionalità altro che “mucchio selvaggio” “bomba, non va”, parlavano le voci del campo e quelle degli ultras) : uno con la maglia azzurra, Carnevale, si invola sulla fascia destra, crossa al centro e poi, come in un platform game del Commodore 64, dal terreno di gioco, una testa piena di riccioli, prende il pallone e lo sbatte nella rezza alle spalle di uno sconsolato Tacconi che, dalla faccia che aveva, se fosse stato napoletano, avrebbe elevato al cielo uno di quei “allanemaechivestramuort” capace di muovere le fondamenta del San Paolo. Queste, comunque, furono scosse da un boato fragoroso, che da Fuorigrotta arrivò fino a Pozzuoli (l’osservatorio Vesuviano lo registrò come fenomeno sismico) e da gente che, sullo schermo, appariva, dal terreno di gioco, come una colonia di formiche impazzite. Chi correva a destra, chi a sinistra, Renica, l’autore del 3 a 0 fu nominato seduta stante, con un rito apotropaico, sindaco di Napoli.

Quella notte non chiusi occhio. E ,l’indomani, per 5 ore, con Antonio Scaraglia, giocammo ai bussolotti, semifinali e finali. Per tre volte consecutive. Vinse la Dinamo Dresda, con la bandiera della DDR, la Germania comunista. Il muro di Berlino non era ancora caduto. Ma, per fortuna, si trattava di un’altra storia, perchè di tedesco, in quella primavera, ci fu solo il cielo azzurro sopra a Stoccarda. La Coppa Uefa tornò a Napoli ed il mio sogno nel cassetto rimase quello di condurre la Domenica Sportiva con Sandro Ciotti.

Contributo scritto per Il Napulegno

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