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Quel razzismo da caserma nell’Italia post unitaria

Anche questa è una di quelle storie nascoste nei rivoli di un passato scomodo o da seppellire.

Una storia di razzismo tra settentrionali e meridionali avvenuto in una caserma dell’Italia nei primi 20 anni della sua esistenza.

Così Vincenzo Santoro narra la vicenda sul sito “Calabria in Armi”:

Nella caserma partenopea, sede del 19° Brescia, intorno alle 20 del 13 aprile 1884, scoppiò un alterco tra alcuni soldati calabresi e graduati di altre regioni. Probabilmente ultimo di una serie di episodi che avevano visto coinvolti calabresi e soldati meridionali da una parte e militari di altre regioni dall’altra, in contrapposizione proprio per le differenti provenienze geografiche. In primis il caporale Zanoletti offese la Calabria ed i calabresi e successivamente, a causa del litigio scoppiato tra militari, il caporale Cordara diede uno schiaffo al Misdea, il quale reagì minacciandolo di morte. Fu riportata parzialmente la calma ma, durante la notte, in camerata, il Misdea, preso da sconforto e da rancore, covati forse da tempo, e colto da raptus, si impossessò del suo fucile col quale iniziò a fare fuoco su chiunque gli si parasse davanti. I soldati presenti nella camerata si diedero alla fuga o si nascosero, ma per quelli che si trovarono sotto tiro non ci fu scampo. Vennero da lui graziati solo i soldati calabresi. Sparò una cinquantina di colpi fin quando venne immobilizzato e portato in cella.

Dopo circa un mese, presso il Tribunale Militare di Napoli, iniziò il processo a suo carico. Il Misdea venne accusato di “insubordinazione con vie di fatto, mediante omicidio consumato in persona di caporale, ed omicidio mancato sulla persona di sottufficiali e caporali,commessa per motivi non estranei alla milizia ed aggravata da omicidi consumati e mancati di altri militari di grado uguale”.

Vennero sentiti tanti testimoni per l’accusa e pochi per la difesa. Perito di parte il professor Lombroso.

Durante il processo si preferì spostare l’attenzione, anziché sui reali motivi che potevano  aver provocato la follia omicida del fante calabrese (provocazioni, umiliazioni, angoscia,  pregiudizi antimeridionali, angherie, insofferenza alla disciplina, disadattamento), con la sua propensione a delinquere scaturita dalla famiglia d’origine e dal contesto sociale ed ambientale di nascita (Girifalco venne definita “tana di briganti”).

Vennero individuati i parenti e collaterali del Misdea malati di mente ed etilisti; furono sentiti i testi anche su avvenimenti estranei al processo e si rimarcò l’attenzione sui suoi specifici precedenti penali.

Il Lombroso sostenne la tesi della correlazione tra epilessia (di cui Misdea era sofferente) con la devianza criminale, affermando che la follia morale, l’epilessia, l’ereditarietà, la barbarie del paese d’origine e della famiglia, i traumi e l’alcoolismo, erano alla base del fatto criminoso commesso, perorando la condanna a morte come unico mezzo per emendare la società da un individuo nocivo e biologicamente incline alla violenza, più che approfondire le vere cause del raptus e punire le effettive colpe e le responsabilità personali. D’altronde il criminologo ribadì sempre il concetto dell’uomo delinquente nato, cioè di colui che per questioni genetiche e fisiche era propenso a delinquere, in virtù di una stretta correlazione tra struttura anatomica del cervello ed i suoi comportamenti. A questo si unì il concetto del pazzo selvaggio, cioè di colui che commetteva il male solo per il male senza trarne alcun beneficio, respingendo quindi l’idea che il crimine potesse essere l’effetto dei problemi della società.

Gli elementi scatenanti il plurimo omicidio nell’ambito del 19° reggimento di fanteria, furono per il Lombroso: la sete di vendetta, l’odio, la vanità del Misdea, ma anche le sue caratteristiche anatomiche, affermando che “molte delle sue facciali deformazioni sono frequenti nei calabresi; ma ciò poco conta. Invece è di somma importanza la forma della fronte e degli zigomi. Il lobo destro, che lavora meno del sinistro, è più sviluppato. C’è un appiattimento strano delle tempie; c’è un profondo infossamento ai lati del frontale. Ricordo che gli idioti microcefali presentano appunto questa forma. In Misdea la quantità di cervello è normale, ma la disposizione è di microcefalo. In quanto allo strabismo, si sa che di per sé non rileva molto: deriva da malattie celebrali o dalla vita intrauterina. Ma il fatto diviene grave, quando è messo d’accordo con tutti gli altri segni. Gli zigomi, vari di grandezza, sono distanti l’uno dall’altro come nei giapponesi. Chi vede un giapponese vede Misdea. La nota dei due incisivi segna anche una degenerazione. La follia morale è un fatto atavistico, che su su va fino ai selvaggi, all’uomo primitivo, agli orsi…Quello che in Misdea è sembrato un sorriso, non è che la naturale sporgenza dei denti. Per trovare consimili difetti bisogna retrocedere fino ai conigli…”.

Come aggravanti della sua personalità vennero rimarcate anche le tare ereditarie (padre etilista, madre isterica e fratelli dementi), nonché la presenza a Girifalco del manicomio provinciale.

La difesa cercò in maniera blanda di spostare l’attenzione sulle provocazioni che potevano aver causato la strage da parte del soldato calabrese e sui fenomeni di antimeridionalismo presenti in quello come in altri reggimenti del regio esercito, e lo stesso Misdea tra molti “non ricordo” affermò di aver voluto difendere l’onore della Calabria da continue umiliazioni e vessazioni subite in caserma.

In virtù principalmente dell’esito della perizia psichiatrica del Lombroso, il Misdea fu però condannato a morte con degradazione, a seguito del respingimento della domanda di grazia, e fucilato alla schiena a Bagnoli all’alba del 20 giugno 1884.  Affrontò comunque la morte con coraggio e dignità ed al soldato che si apprestava a bendargli gli occhi, prima dell’esecuzione, disse “ora vedrai come muore un calabrese”.

A seguito del clamore suscitato dal caso, Cesare Lombroso pubblicò un opuscolo dal titolo “Misdea e la nuova scuola penale”, cercando di spiegare scientificamente le sue teorie, mentre Edoardo Scarfoglio pubblicò a puntate “Il romanzo di Misdea” (ristampato come unicum nel 2003 con una ricca appendice a cura della professoressa Manola Fausti) infarcito di tante informazioni biografiche sul fante calabrese, con l’obiettivo finale di scardinare le teorie del professore veronese ed i suoi pregiudizi antimeridionali, per arrivare ad ipotizzare una riforma delle giovani istituzioni nazionali, la leva obbligatoria e l’esercito innanzitutto, per suggellare nei fatti l’unità tra gli italiani.

Nel 1978 la Rai ha trasmesso uno sceneggiato dal titolo “Il povero soldato” sulle tragiche vicende di Napoli.

Oggi, col termine “misdeismo”, si intendono i comportamenti psicologici e le devianze causate dallo stress e dalle tensioni presenti negli ambienti militari e dalla mancata assuefazione alla stessa vita militare (fenomeni ovviamente molto più frequenti quando era vigente il servizio obbligatorio di leva), mentre le teorie lombrosiane esercitarono per svariati anni un’influenza negativa e, sviluppate da scienziati, filosofi ed intellettuali, fecero purtroppo breccia nelle politiche razziste ed eugenetiche  di varie nazioni nei primi decenni del XX° secolo.

Dalla vicenda ne è nato anche uno sceneggiato trasmesso dalla Rao ed uno spettacolo teatrale. Ecco un estratto:

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