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Quello scandalo a macchia di petrolio che parte dalla Campania e arriva in Basilicata

di Rosario dello Iacovo

Renzi può dire quanto vuole che il problema è la telefonata e che il provvedimento è «sacrosanto», ma lo scandalo petrolio che si allarga a macchia d’olio, dopo le dimissioni della ministra Guidi, svela ancora una volta con l’enorme distanza fra il suo metodo di governo e l’esercizio anche più blando e formale della democrazia. Perché è evidente che la Guidi è solo la punta visibile di un iceberg, di un sistema consolidato che oggi è integralmente sotto accusa: dallo stesso Renzi, alle compagnie petrolifere, ai faccendieri come Gianluca Gemelli, al capo di Stato maggiore della Marina, l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, passando per la potentissima ministra Maria Elena Boschi, fino alla base della piramide istituzionale sui territori.

C’è di tutto in questa storia, secondo un copione che qui in Campania abbiamo già visto in scena tragicamente nel corso degli anni. Profitto, disprezzo per la salute dei cittadini, dati ambientali falsificati, corruzione, collusione fra poteri economici e classe politica. «None, a noi la sicurezza non ce ne fotte niente» dice candidamente nelle intercettazioni Rosaria Vicino, 62 anni, ex sindaco PD di Corleto Perticara. Un paesino di sole 2500 anime ma adagiato su un giacimento petrolifero. Una posizione di forza che, secondo l’accusa, avrebbe permesso alla Vicino di dettare condizioni, stralciare finanche i disoccupati dalle liste del collocamento pur di far assumere i suoi.

Ma c’è dell’altro. Il petrolio estratto in Basilicata è raffinato a Taranto, in un impianto di proprietà dell’Eni. La città pugliese vanta già il triste primato insieme alla Terra dei Fuochi dei malati di tumore, tra i quali moltissimi bambini. L’Arpa Puglia nel 2011 scriveva che: «L’esercizio di questi impianti comporterà un aumento delle emissioni diffuse pari a 10 tonnellate/anno che si aggiungeranno alle 85 tonnellate/anno già prodotte (con un incremento del 12%)». Ma cosa gliene fotte alle lobby e a questa classe politica dei bambini tarantini che muoiono di cancro? Evidentemente nulla, se un emendamento allo Sblocca Italia che rende strategiche pure tutte le opere connesse all’attività estrattiva: gasdotti, porti, siti di stoccaggio – già dichiarato inammissibile dalle commissioni Ambiente e Attività produttive di Montecitorio – rientra dalla finestra attraverso la legge di Stabilità.

Del resto Renzi è lì per questo, per affermare il potere dispotico delle lobby nazionali e internazionali che stanno letteralmente spogliando il nostro paese delle sue ricchezze e i cittadini di potere d’acquisto, salute e diritti. Renzi è peggio di Berlusconi. Faremo bene a ricordarcene noi napoletani, soprattutto dopo la sfida sul’area di Bagnoli lanciata dal primo ministro che, pur appartenendo allo stesso partito che nelle sue diverse denominazioni ha governato la città e la Regione, oggi prova a escludere le istituzioni locali e la cittadinanza dalle decisioni cruciali su un pezzo del nostro territorio, attraverso il ricorso allo strumento del commissariamento che l’antitesi di ogni dialettica democratica.

Ma non è una questione che riguarda solo noi napoletani, riguarda qualunque italiano non si senta complice di un partito della nazione che è ormai oltre il grado di corruzione e dispotismo dei governi della prima Repubblica, articolati intorno alla vecchia DC. Renzi deve andarsene e se gli italiani lo vogliono davvero devono scendere in piazza. Devono metterci il cuore e la faccia, perché nulla accadrà nelle aule del palazzo, dove si annuncia la solita pantomima delle mozioni di sfiducia, nessuna delle quali raccoglierà il consenso necessario per mandare a casa questo governo, che non viene fuori dalle urne ma da un inciucio di potere. È questa l’occasione che gli italiani hanno per dimostrare che sono migliori della loro classe politica. Altrimenti saremo tutti complici.

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