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Sales: così con l’Italia unita le mafie divennero centrali

Così Gigi di Fiore presenta il nuovo libro di Isaia Sales:

Isaia Sales mette a punto la sua collaudata e corposa cassetta degli attrezzi di studioso e docente e pubblica il suo libro più maturo, più coraggioso, sulla storia delle mafie italiane. Storia dell’Italia mafiosa (Rubbettino editore, p. 444, euro 19,50), che si presenta oggi alle 17,30 al Circolo artistico di piazza Trieste e Trento a Napoli, è la sistemazione di una storia delle mafie inquadrata nella più ampia storia nazionale, nella convinzione che la prima ne è parte integrante. Nonostante, ricorda Sales, molti storici famosi considerino la mafia «come accidente della storia nazionale, non come una delle protagoniste». Croce per primo.

Il saggio, da leggere con attenzione senza indugiare in pigrizie interessate, sgombra il campo da luoghi comuni sulla materia. Le mafie sono un potere socio-criminale, si sviluppano all’interno dei rapporti statuali e non in contrasto. Non potrebbero consolidare il loro potere senza un’accettazione e legittimazione interclassista, che supera limiti geografici e culturali.
Scrive Sales, senza equivoci: «Attribuire il successo delle mafie alla mentalità meridionale è un’offesa della storia». E aggiunge: «Le mafie hanno avuto bisogno che si formasse lo Stato unitario per assumere un ruolo centrale che prima non erano riuscite a svolgere completamente sotto i Borbone». La tesi è condivisibile: le strutture mafiose storiche nacquero nel periodo borbonico, ereditando attività di gruppi delinquenziali preesistenti nel vicereame spagnolo come i «compagnoni». Ma, in quel momento, erano ancora e solo gruppi di criminali organizzati. Con l’unità d’Italia divennero invece anche altro: un potere sociale, legittimato da quello statale. Sales lo afferma in maniera esplicita: «Il consolidamento e la vera legittimazione le mafie le ottengono dopo l’Unità d’Italia, in particolare successivamente all’estensione del voto a una platea più ampia di elettori».

Gli esempi degli appoggi di gruppi mafiosi in Sicilia a Garibaldi, o dell’accordo tra Liborio Romano e il capo della camorra napoletana per agevolare l’ingresso dei garibaldini a Napoli chiariscono cosa abbia significato e significa, nella storia nazionale, occuparsi di mafie non come tessera isolata dalle altre vicende. «Non si sostiene, certo, che senza la mafia Garibaldi non avrebbe potuto compiere la sua impresa, ma perché tacere sul ruolo che essa svolse?» È il «guardare al presente come storia», la conferma della necessità di nuove metodologie per comprendere a fondo 154 anni di vicende italiane.

Quando fenomeni violenti e contro legge, come il brigantaggio, o il terrorismo brigatista, si posero contro lo Stato, la storia ha dimostrato che erano destinati alla sconfitta. Non così è avvenuto per le mafie che, ricorda Sales, fecero da fondamentale cesura all’alleanza post-unitaria tra i grandi ceti imprenditoriali del Nord e quelli agrari del Sud. Una questione nazionale, se dal 1861 la grande politica dei governi centrali è passata anche per vicende di collusioni mafiose. Una tesi sviluppata, in modo convincente, utilizzando l’analisi storica che alterna le prospettive di lettura tra Sud e Nord del Paese, con incursioni sul ruolo delle maggioranze politiche nazionali e sulla loro tolleranza alle mafie.

Se l’origine delle mafie è popolare e plebea (e nel periodo borbonico si diceva che la camorra faceva uscire «l’oro dai pidocchi», taglieggiando gente del suo stesso ceto sociale), dopo l’unificazione l’accettazione mafia – sa, da interessi economici, si estende a tutte le classi sociali. La «economia del vizio» soddisfa una domanda del mercato, gli affari mafiosi ottengono tolleranze storiche, per guadagni illegali. Molti gli esempi di periodi diversi: il contrabbando di sigarette, la prostituzione, il gioco d’azzardo.
Scrive Sales: «Il nuovo Stato italiano e le sue classi dirigenti sentono come una necessità governare il Sud servendosi e riconoscendo ufficialmente la mafia». E allora il lavoro dello storico deve arricchirsi, finalmente, per capire il nostro Paese. Quando il Sud non è stato trattato come una mano stesa da soddisfare con clientele e assistenzialismo, ma è invece diventato destinatario di investimenti e politiche centrali che hanno fatto nascere una estesa cultura operaia, allargando l’argine al crimine, le mafie hanno dovuto arretrare. Dove c’è corruzione, c’è invece pane per le mafie. Vanno letti non a spicchi gli otto capitoli di questo libro, che supera e amplia le prospettive dello storico delle mafie. È davvero una «biografia della nazione» che si racconta, perché dall’unità si è sviluppata la «nazionalizzazione delle mafie» in una «legittimazione di necessità». Già, perché, e questo libro riesce a spiegarlo, poteri diversi e squilibri socio-economici oltre che geografici hanno trovato alleato essenziale in un contrasto assai tiepido alle mafie. Un «potere di stabilizzazione, che ha a che fare con le modalità con cui si è arrivati a diventare nazione e alle alleanze necessarie per continuare ad esserlo». E poi dicono che ristudiare anche il Risorgimento, utilizzando nuovi strumenti e diverse visioni, è oggi un esercizio inutile. Sales lo smentisce. (fonti: Rubettino editore, Il Mattino)

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