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Si, è stata una tipica tragedia del Sud.

A Pozzuoli , che pure conta quasi ottantacinquemila abitanti, e almeno  quattro popolose frazioni,  non esiste periferia. Anche quella che a rigor di logica, tale sarebbe nella valutazione urbanistica, nella mente e nella considerazione dei puteolani, non lo è.

Perchè, nel capoluogo flegreo, ogni quartiere, ogni frazione, ogni “periferia” ha in sé un nucleo di abitanti che sicuramente proviene dal centro storico, da quel Rione Terra, centro originario e primigenio di Pozzuoli, fondato da coloni della greca Samo.

Una cittadinanza condotta in quelle che oggi qualcuno chiamerebbe “new town”, a seguito dei frequenti “sfollamenti indotti”,  provocati dai fenomeni bradisismici che, per l’ultima volta all’inizio degli anni 80, hanno disperso il popolo puteolano del centro storico, “ncopp a terra”. E il ricordo di questa diaspora torna spesso, nei racconti degli anziani e di chi l’ha vissuta, come un demone.

Questo sentimento di “popolo spartuto”, diviso, unisce i puteolani ovunque si trovino in un senso di appartenenza e solidarietà unici.

Basta scorrere la lista dei morti della strage di Monteforte Irpino, per riconoscere, in buona parte di essi, un nome ed un cognome che rimandano “ncopp a terra”. Perchè quella di Monteforte è sì la “Spoon River” di Pozzuoli, come ha titolato il Mattino, ma lo è soprattutto di quartieri come il Rione Toiano e Monterusciello, epicentro di anime provenienti dal Rione Terra. Dallo Spirito di Pozzuoli.

Persone semplici, che portano nel cuore e nei comportamenti il senso di condivisione proprio di chi ha vissuto tra i vicoli dell’ antico Rione. Di chi, cioè, è depositario della lingua e del mos maiorum di questa città adagiata sui Campi Flegrei.

E’ in questo angolo di Sud, che la Parrocchia, i piccoli negozi di prossimità, i vicini di casa, costituiscono la rete sociale, il welfare, l’educazione e l’intrattenimento che lo Stato non garantisce (“perchè nun ce stann e sord”…). Ed allora, molto prima che altrove nascesse la Banca del Tempo, qui il senso di appartenenza e di identità si è fatto condivisione e solidarietà. Mancano, ad esempio, gli asili? Ci pensano i vicini di casa a turno ad accudire i figli di chi non può permettersi quello privato. E così “nonno” o “zio” si diventa anche per acquisizione successiva, non solo per consanguineità o affinità.

Una consanguineità acquisita che è diventata protezione  e che ha probabilmente salvato, col proprio corpo, la vita di Francesca, Cristoforo ed Arianna. Per loro, su stessa confessione di un medico del Santobono, ci sarebbe stata altrimenti morte certa.

Una consanguineità di origine ed acquisita che unisce buona parte delle vittime di Monteforte Irpino, dove il lutto ha travalicato i confini del nucleo familiare ed è diventato non soltanto retoricamente, il lutto di tutti, dell’intera comunità. Tra i palazzoni in cemento costruiti a ridosso degli anni del bradisismo e che ti rendono periferia, volente o nolente, ognuno conosce l’altro e non stupisce che il salumiere, con la chiesa, diventino il motore dello svago e dell’intrattenimento. Dell’organizzazione, anche per soli due o tre giorni, di quella dignità che si chiama vacanza.

Purtroppo, anche in questa tragedia, non sono mancate le allusioni alle “questioni meridionali”. “Una tipica tragedia del Sud” ha twittato qualcuno, alludendo al presunto dolo nell’incuria per la manutenzione del mezzo.

Oggi tante testate online pubblicano “i trucchi” su come barare per passare un collaudo (alludendo al fatto che il mezzo dell’incidente, il collaudo lo avesse superato a Marzo).

Eppure nessuno fa menzione alla tenuta e alla cura che le Autostrade per l’Italia, fanno della rete stradale nel Mezzogiorno e soprattutto su quella arteria, la A 16, dove non molto tempo fa un giovane è rimasto in bilico sul viadotto evitando (per fortuna) la sorte dell’autobus.

Quell’arteria autostradale tra l’altro dovrebbe mettere in comunicazione i due centri più importanti del Sud continentale. Napoli e Bari. Così chi percorre la A16: ” nel tratto appenninico è stata costruita “a mezzacosta”, ovvero come una strada comune e non come le altre autostrade del nord che valicano le montagne. L’A16 è piena di curve pericolose e di pendenze improvvise che comportano continue limitazioni di velocità.”

Pur nella oggettività del guasto meccanico, possibile che guardrail e new jersey, siano così sensibili alle conseguenze che dovrebbero evitare?

Siamo sicuri che quelle barriere (su quel viadotto come su qualsiasi punto della rete autostradale italiana) siano state costruite e montate tenendo conto dell’efficienza dello scopo della loro realizzazione?

Ed allora si, da membro di questa comunità colpita profondamente dal lutto, credo che questa sia una tipica tragedia del Sud, per la fatalità, cioè, con cui si accetta la precarietà e la scarsa cura con cui si trattano le nostre vite. Dalla terra dei fuochi all’Ilva di Taranto, passando per tragedie come questa.

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