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“Sono napoletano, non italiano” e l’identità partenopea arriva in curva

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Quando questo blog nacque quattro anni fa, mi prefissi tra i vari fini quello della difesa dell’identità napoletana oltre lo stereotipo e la semantica nazional popolare, diversamente leghista, italiana.

Lo feci perchè, da emigrante, mi accorgevo del peso di quell’aggettivo, “napoletano”, usato come offesa, come presunzione di colpevolezza e di condanna alla  minorità

Nonostante tanti personaggi noti, figli di Partenope, del presente e del passato, da Sofia Loren a Bud Spencer, avessero da sempre affermato un senso di appartenenza ed identità primigenia, napoletana, soprattutto all’estero.

In barba a tutti coloro che, proprio da emigranti, mistificavano l’accento e rendevano latenti le proprie origini, per non incorrere nel giudizio di valore, preventivo e negativo, dell’interlocutore.

Dopo 4 anni, tale senso di appartenenza popolare, fortemente identitario, sostenuto anche dal sindaco De Magistris, di cittadino del mondo e napoletano, ha fatto breccia anche nella curva dei tifosi della squadra della città di Partenope. Irrompendo proprio in quel mondo dove l’insulto verso il napoletano (“coleroso”, “benvenuto in Italia”, “la vergogna dell’Italia siete voi”) era un clichè imprescindibile, sostenuto anche dal fior fiore della stampa italiana per compiacere e blandire il tifosotto ( sovente metaforicamente apolide) della squadra del proprio editore.

E così, dopo l’inno di Valerio Jovine all’appartenenza partenopea come presupposto alla cittadinanza del mondo intero, come sentimento fortemente meticcio ed antirazzista, come elemento di inclusione nell’alveo dei cittadini del sud del mondo, nel corso delle celebrazioni per i 90 anni della fondazione del club, si è ascoltato questo:

 

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