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18
Apr 16

Per l’Italia, la Basilicata è ufficialmente un distretto minerario

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La Basilicata è l’unica regione d’Italia ad aver superato il quorum al Referendum [vedi i dati ufficiali] sulle trivelle in mare del 17 aprile, con il 50,16 % dei votanti e con il 96,40 % di Sì (in prevalenza in Provincia di Matera). Al di là delle ragioni del ‘Sì’ e del ‘No’, appare del tutto evidente che agli occhi degli italiani la Basilicata è il “distretto minerario d’Italia”, quantunque la pensino la maggioranza dei lucani.

Da oggi inizieranno le “conte” circa i motivi di questi numeri, che sono in gran parte spiegate dalle stesse ragioni in tutte quelle aree del mondo dove si estrae petrolio, oltre le ragioni dell’ambiente e della salute che “eminenti” esperti filo-petroliferi tenteranno di confutare con i loro numeri ed i loro dati.

Auspichiamo che questo piccolo seme prezioso della Lucania – condannata ad essere “hub energetico d’Italia” – possa germogliare nelle coscienze di tutti gli italiani ed Europei, circa la necessità che il “civile” occidente sappia superare lo sviluppo fossile.

Fonte: Organizzazione Ambientalista Lucana


17
Apr 16

I sindacati lucani snobbati da Trenitalia

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Pino Aprile sulla propria pagina Facebook da conto di una vicenda tutta italiana:

È passata quasi come una non-notizia una faccenda che avrebbe dovuto suscitare indignazione, proteste, imbarazzi in Parlamento e nel governo, prese di posizione dure e ufficiali da parte di ministri.

Di cosa parlo? Della trasferta di un centinaio di sindaci lucani che si sono recati a Roma, per chiedere a TrenitaliaDellaLegaNord di rendere i collegamenti con la loro regione meno da Terzo Mondo (ops, chiedo scusa, non si può più dire: quello che fa TrenitaliaDellaLegaNord nel Mezzogiorno non è consentito nel Terzo Mondo). I dirigenti dell’azienda non si sono nemmeno degnati di riceverli i sindaci, di ascoltarli. Manco fare finta. Dinanzi alle insistenze, hanno mandato da loro qualcuno con funzione di usciere a liberare il passaggio dai disturbatori.

Se la maledetta TrenitaliaDellaLegaNord ha potuto sbattere in faccia a cento rappresentanti delle istituzioni e dei cittadini, lì con la fascia tricolore, tutto il disprezzo, il fastidio, il razzismo che contraddistingue questa azienda che mangia a sbafo con i soldi nostri e ci sputa in faccia i noccioli, è solo perché si sente al sicuro e spalleggiata dai governi anti-meridionali che si sono succeduti, con particolare virulenza, negli ultimi vent’anni e passa.

Se questo accade, è solo (inutile nascondersi dietro un dito) perché sia quei governi che TreniItaliaDellaLegaNord sono gestiti dagli stessi poteri, di cui si intravede presenza e identità nella distribuzione degli appalti e delle tangenti, oltre che nella imposizione del dove investire e come.

I personaggini messi a far finta di governare, gestire ministeri e ferrovie sono meri esecutori di strategie e spartizioni decise altrove, con il silenzio e la nutrita connivenza dei rappresentanti politici meridionali, di qualunque colore (dominante, di fatto, è quello dei soldi). Poche e ininfluenti le eccezioni.

Per questo ci si può permettere di sbeffeggiare pubblicamente e impunemente i meridionali (dicendo che, per fare le ferrovie al Sud, dopo un secolo e mezzo, i geologi devono prima analizzare le rocce), come fa, con foreste di peli sullo stomaco, quel Graziano Delrio che in dieci anni sindaco a Reggio Emilia non si è mai accorto che la sua città diventava “il bancomat della ‘ndrangheta”, nonostante avesse persino affrontato, per la prima volta in vita sua, nientemeno che il superamento della latitudine terrona, in gita istituzionale con fascia tricolore a Cutro, nel Crotonese, per arruffianamento-voti, si presume (foltissima e potente la colonia cutrese a Reggio Emilia), per la festa del santo patrono: nel feudo del boss Grande Arachi, imprenditore a Reggio Emilia.

Per questo è così importante l’iniziativa, finalmente, dei cento sindaci lucani (complimenti; bravi), guidati dall’assessore regionale ai trasporti, Aldo Berlinguer, dal presidente dell’Associazione dei sindaci lucani, Salvatore Adduce (il sindaco che ottenne per Matera la nomina a capitale della cultura 2019 e che il Pd trombò immediatamente dopo, alle elezioni successive, per rispettare, a occhio, la regola che nessuno deve emergere oltre la nota troika al servizio di ogni governo e il cui silenzio è stato molto istruttivo, in occasione del recente scandalo petrolifero), e dai presidenti delle Province di Potenza, Giuseppe Valuzzi e di Matera, Francesco De Giacomo.

La colleganza, in politica, e soprattutto all’interno dello stesso partito o allo stesso livello di carriera (sindaci) è normalmente “odio vigilante”. Quindi essere stati capaci di agire insieme, per un obiettivo sacrosanto e comune, va a tutto merito e onore dei sindaci e degli altri esponenti delle istituzioni lucane che hanno dato vita a questa civilissima protesta. Il che fa risaltare ancora di più l’immondo comportamento dei dirigenti di TrenitaliaDellaLegaNord: una vergogna che andrebbe punita come merita, se chi dovrebbe farlo non fosse legato mani e piedi alle stesse logiche. Chiamiamole così.

Verrebbe da pensare che i sindaci, considerato l’andazzo di questo governo e dei precedenti, e dei criteri trenitalioti, non dovevano rivolgersi ai dirigenti dell’azienda, che conteranno come il due di coppe con briscola a denari, nelle scelte, ma, come il papà della ministra Boschi, chiedere consiglio a Flavio Carboni, di comprovata autorevolezza massonica “deviata” (da che?), dalla P2 in poi, sino a oggi, debitamente munito, come si conviene per essere importanti, in Italia, di una condanna definitiva; o rivolgersi a Denis Verdini, guardiano di Renzi e grande ammiratore del condannato definitivo per mafia Marcello Dell’Utri. Sono questi quelli che contano (di cui si sa; poi ci sono quegli altri…).

Soltanto questo genere di logiche depravate e degradate può spiegare la “regionalizzazione” del traffico ferroviario, per rendere “federale”, ovvero razzista, persino il treno. Per legge. Il che comporta che solo le regioni più ricche (con sistematica sottrazione di risorse alle altre) possono permettersi un trasporto ferroviario meno indegno.

E non se la passano meglio le zone interne del Nord, diciamo le linee che interessano i lavoratori meno facoltosi, i pendolari. Le ferrovie decenti sono per il Nord e per i ricchi. Ai molti è concesso di pagare il privilegio ai pochi. Persino lo sciopero penalizza, come nel caso del più recente (e non solo), i pendolari, ma lascia correre i treni ad alta velocità. Vorremo mica infastidire lorsignori? Quindi, la difficoltà, a opera dei sindacati, è stata creata per i meno abbienti.

Ma questa iniziativa dei sindaci lucani è un segnale importante; da sostenere, coltivare, far crescere. Se si adoperassero per estendere la loro protesta, tutti dovremmo aiutarli. Questa mossa può essere l’inizio di qualcosa, a cui ognuno dovrebbe contribuire, senza badare a colore politico, simpatie e antipatie.

I lucani sono quattro gatti (ottimi generali, ma senza esercito); sono lenti a muoversi, ma quando lo fanno, fermarli è dura (Tutt ‘e paise da Baselecat, se so’ scetat e vonn luttà). Chiedete a Carmine Crocco, a Ninco Nanco.

Il nemico è lo stesso per tutti: TrenitaliaDellaLegaNord e quel pungo di affaristi che usa governo e azienda per i propri comodi (non crederete mica che quando l’immondo governo Renzi-Delrio ha destinato 4560 milioni di euro per le ferrovie, 4500 da Firenze in su e 60 da Firenze in giù, lo abbia fatto perché “hanno deciso”, eh? Qualcuno ha deciso, certo; ma non loro). Di questo passo faranno, non rimpianti da nessuno, la fine dell’Alitalia: il Sud non perderebbe niente, avrebbe solo da guadagnarci.

Ma queste logiche che paiono imbattibili temono una cosa sola: la gente che si muove. Intanto, potremmo far sapere a TrenitaliaDellaLegaNord cosa pensiamo del loro modo di agire. Poi non sarebbe male, a partire dalle volontà che cominciano a manifestarsi, costruire una opposizione ferroviaria meridionale.
Scanniamoci pure fra di noi, ma tutti insieme contro di loro.


05
Apr 16

L’omicidio Matteotti e il petrolio lucano

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Un filo rosso, secondo lo scrittore Pino Aprile, unirebbe il petrolio lucano all’omicidio di Giacomo Matteotti.

In un interessante post pubblicato oggi sulla propria pagina, “Terroni di Pino Aprile”, riprende quanto già uscito sulle pagine del proprio libro del 2013 ” Il Sud Puzza”.

In particolare, lo scrittore pugliese scrive:

Matteotti sapeva dell’esistenza di due scritture private “in un certo ufficio” della Sinclair Oil. «Dalla prima risultava che Vittorio Emanuele III, dal 1921, era entrato nel “register” degli azionisti, senza sborsare nemmeno una lira; dalla seconda risultava l’impegno del re a mantenere il più possibile ignorati (“covered”) i giacimenti del Fezzan tripolino e in altre zone del retroterra libico (…) in modo da consentire alla Sinclair anche la vendita del proprio petrolio all’Italia.»

Al punto, che, con lodevole tempismo, i pozzi lucani di Tramutola si rinsecchiscono e le ricerche di un petrolio che tutti sanno dov’è sono cedute, per niente, a una multinazionale straniera.

Secondo questa ricostruzione, fu il re, d’accordo con Emilio De Bono, capo della polizia (che con lui e altri dirigenti fascisti sarebbero stati a libro-paga della Sinclair Oil), a decidere che la lezione da dare a Matteotti si trasformasse in esecuzione.
(…)
E perché, nonostante la fame di energia, l’Italia non ha mai sfruttato il petrolio lucano, al punto che, ogni tanto, lo si doveva “riscoprire”, pur sapendo benissimo e da sem­pre dov’è (ci sono luoghi in cui addirittura affiora in superficie)? Solo nel 1939, nell’imminenza della guerra e co­stretta dall’embargo internazionale a cui è stata sottoposta l’Italia, l’Agip scava 47 pozzi in Lucania.

È esagerato pensare che mentre gli interlocutori italiani di quegli antichi patti cambiano, la sostanza dei patti resti, suggellata da altri? (Quell’accordo garantiva l’esclusiva per mezzo secolo; quindi fino agli anni Settanta inoltrati.) Ed è troppo mali­zioso chiedersi come mai i furbi italiani abbiano il record del peggiore affare petrolifero del mondo, con le royalties (le percentuali) più basse del pianeta (4 per cento in Sicilia, 7 in Lucania: da un ventesimo a meno di un decimo di quello che si riconosce a Paesi del Terzo Mondo)?

Il carbonaio ubriaco che si risveglia marchese del Grillo non ci andrebbe delicato e, come per il vino, che apprende essere frutto delle sue vigne, chiederebbe al suo massaro petrolifero: «Dici che er petrolio è mio? Bono… E dimme: oltre che a casa tua, ’ste royalties, ’ndo stanno?». Ma un conto è il vino, uno il petrolio, di cui i carbonai non capiscono niente, se non che gli ha distrutto il business, da quando la gente, invece della carbonella per il braciere, per scaldarsi compra gasolio e metano per l’impianto centralizzato o autonomo.

Ma, nel dopoguerra, qualcosa cambia: Enrico Mattei decide che l’Italia deve avere la sua società petrolifera, stabilire i suoi bisogni ed essere in grado di soddisfarli (se il rubinetto della tua fonte di energia è nelle mani di un altro, è quell’altro a regolare le tue possibilità di sviluppo, di futuro). È una sfida che non richiede solo genio, ma anche tanto coraggio.

Mattei, cui non difettano né l’uno né l’altro, salta le sette sorelle, con particolare irritazione degli inglesi (che ritengono l’Italia una sorta di proprio protettorato energetico), tratta direttamente con i Paesi produttori e offre percentuali maggiorate, rispetto a quelle delle altre compagnie (75, invece che 50). A rendere ancora più intollerabile la cosa ai petrolieri di sua maestà, è il fatto che questo avviene soprattutto nelle aree del Nord Africa e del Medio Oriente, in cui la presenza britannica è dominante.

Non solo: «Mattei era al corrente dell’entità dei giacimenti lucani e, nonostante quei vecchi patti non lo consentissero, era intenzionato a sfruttarli a beneficio del Paese» dice Nicola Piccenna. Per gli inglesi, Mattei era diventato «un’escrescenza», ormai, riferisce Fasanella «secondo una definizione ricorrente nei documenti». In quelli «del ministero dell’Energia viene definito una “verruca” da estirpare in ogni modo». E quando tutti i tentativi di farlo ragionare falliscono, il governo britannico «decide di passare la pratica all’intelligence». Sei mesi dopo, Mattei muore, «in un incidente aereo provocato da un sabotaggio». È il 1962.

Per la Gran Bretagna, però, il vantaggio è quasi zero, perché Aldo Moro diviene «il continuatore della politica mediterranea, terzomondista e petrolifera di Enrico Mattei»; al punto che l’Eni sbarca persino in Iraq e in Libia, a fine anni Sessanta. Proprio mentre si riscopre (ma quante volte?…) il petrolio lucano. La stima del giacimento è paz­zesca: 15 miliardi di barili! Moro è leader di una corrente di minoranza nella Dc, il partito che governa l’Italia, ma per la sua autorevolezza, può imporre la propria visione politica.

Sino all’idea del compromesso storico con il Pci di Enrico Berlinguer (per il Vaticano «la crescita dell’influenza dell’Eni e quindi dell’Italia nel Terzo mondo», apriva «possibilità per la Chiesa cattolica di diffondersi in quell’area»). È allora che nasce il progetto del “Golpe inglese”, di cui Fasanella e Cereghino hanno ritrovato documenti inediti: per la Gran Bretagna, l’avessero vinta il compromesso storico e Aldo Moro, sarebbero a rischio non solo i suoi interessi petroliferi, ma addirittura gli equilibri mondiali stabiliti fra Est e Ovest a Yalta, a fine della Seconda guerra mondiale. «Quindi,» riporto la sintesi che lo stesso Fasanella fa del suo libro «per mesi e mesi, gli inglesi prepararono un colpo di stato militare da attuare in Italia, nel 1976.»

Un anno prima è stato ammazzato Pier Paolo Pasolini. Alla versione ufficiale su ragioni e modi del delitto, piena di contraddizioni, si crede sempre meno, ormai; mentre guadagna terreno l’ipotesi di omicidio legato al nuovo romanzo della voce più critica e libera d’Italia di quegli anni, Petrolio, i cui protagonisti, pur con altri nomi, son facilmente riconoscibili: Mattei e Cefis (suo successore, sul cui ruolo restano molti interrogativi).

A uccidere Pasolini sarebbe stato un gruppo di fascisti; mentre la bomba sull’aereo di Mattei l’avrebbero messa uomini di Cosa nostra. Sulla morte del poeta e scrittore grava ancora il mistero del capitolo mancante del suo libro. Che sarebbe adesso, a quanto dice lui stesso, nelle mani di Marcello Dell’Utri condannato per mafia (sentenza non definitiva), braccio destro di Berlusconi e fondatore di Forza Italia.

Dell’Utri, scrive in Porto franco, l’ex presidente della Commissione parlamentare antimafia, Francesco Forgione, ha interessi nel campo degli idrocarburi e, con il superlatitante Aldo Miccichè, poi arrestato dall’antimafia di Reggio Calabria, acquistava gas e petrolio “per conto di società legate alla Gazprom” russa.

Il progetto del golpe in Italia è preparato da «un comitato ristretto del ministero degli Esteri e di quello della Difesa britannici» (vengono reclutati l’ex comandante fascista Valerio Borghese e l’ex partigiano Edgardo Sogno). Ed è poi «sottoposto al giudizio degli Stati Uniti, della Francia e della Germania». «La Francia si dimostra entusiasta», gli inglesi, però, «davanti alle resistenze americane e tedesche e soprattutto facendo un calcolo realistico dei rischi, abbandonano il progetto, ma optano per una subordinata.»

Ovvero: l’«Appoggio a una diversa azione sovversiva», rivela il titolo di un memorandum «secretato a francesi, tedeschi e americani» e che «non esiste più nella sua versione originale negli archivi britannici di Kew Gardens, ma è custodito in quelli supersegreti della Marina». Fasanella conclude: «Sarebbe bello che Londra lo mettesse a disposizio­ne dell’opinione pubblica italiana»; forse sapremmo, infine, per cosa è morto Aldo Moro, nel 1978.

Il dossier de «L’indipendente lucano» (il giornale ha meritato una citazione in prima pagina del «Washington Post») e il libro di Fasanella e Cereghino sul Golpe inglese, fanno intendere la vastità di interessi politici ed economici (ma, a quel livello, economia e politica sono una cosa sola) in cui, per il suo petrolio, si trova coinvolta la piccola Lucania.

Che sia o no in questa regione nascosta la chiave di alcuni dei più oscuri misteri d’Italia, ai primi anni Ottanta (non ancora svanito l’odore d’incenso della messa funebre per Aldo Moro, si direbbe), il mondo apprende della scoperta (di nuovo!), in Lucania, del più grande giacimento petrolifero del continente europeo. E indovinate dove? Ma non s’erano rinsecchiti, quei pozzi?

Saranno state le nuove tec­nologie, messe a punto nel frattempo, a svelare che non erano aridi, anzi. La cosa fa poca impressione, in Lucania, loro lo sanno che fra Tramutola e Grumento Nova, per dire, ci sono posti in cui il petrolio non devi cercarlo, ma scansarlo, sennò ci finisci dentro con le scarpe. E chi sfrut­terà il giacimento, insieme all’Eni? Gli inglesi (ma poi arriverà tutto il mondo).
Nicola Piccenna, però, a proposito della scoperta degli anni Ottanta, cita un rapporto dell’Agip, in cui si parla del petrolio lucano e lo si quantifica in 15 miliardi di barili (ogni barile, 160 litri).

Una quantità enorme: ai prezzi attuali, poco meno di un migliaio di miliardi di euro; l’equivalente, ai livelli di consumo del 2010 (1,5 milioni di barili al giorno, poco più di 500 milioni all’anno) di quasi trent’anni di fabbisogno nazionale! Ma ci sono almeno un altro paio di cose sorprendenti: «Quel rapporto è stato pubblicato nei primi anni Sessanta, dunque precede di due decenni la dichiarata scoperta del giacimento; gli studi per compilarlo, considerati i tempi necessari, dovrebbero risalire, nella peggiore delle ipotesi, agli ultimi anni della gestione di Enrico Mattei, o a molto prima» dice Piccenna. «Quando l’Eni, però, nel 1998, con più moderne tecnologie, torna a stimarne la capacità, i 15 miliardi di barili si riducono a 900 milioni. Strano, perché, di solito, avviene il contrario; anzi, è sempre così, tranne qui in Lucania…»

Per capirci meglio: se fai le radiografie alla ricerca di un tumore e le macchine hanno la capacità di “vedere” di trent’anni fa, il tumore lo scopri soltanto se ha già una certa dimensione; se usi le più sofisticate possibilità di indagine di oggi, riesci a individuare persino la singola cellula cancerosa.

Per questo, quando vai a stimare l’entità di un giacimento petrolifero, con i mezzi più moderni, vedi pure quello che prima sfuggiva. Che fa, a questo punto, uno sospettoso? Pensa: se devo estrarre petrolio e pagare a qualcuno le percentuali che gli spettano, un conto è farlo su 900 milioni di barili e un conto su 15 miliardi. Insomma… convenire, conviene.

Ma, pur ammettendo che un’idea tale possa aver sfiorato la coscienza di enti e persone insospettabili (la coscienza degli enti? E com’è fatta? Di sicuro hanno degl’interessi; a volte un’etica; la coscienza, in effetti, non so…), come diavolo fai a nascondere circa duemila miliardi di litri di petrolio!


02
Apr 16

Quello scandalo a macchia di petrolio che parte dalla Campania e arriva in Basilicata

di Rosario dello Iacovo

Renzi può dire quanto vuole che il problema è la telefonata e che il provvedimento è «sacrosanto», ma lo scandalo petrolio che si allarga a macchia d’olio, dopo le dimissioni della ministra Guidi, svela ancora una volta con l’enorme distanza fra il suo metodo di governo e l’esercizio anche più blando e formale della democrazia. Perché è evidente che la Guidi è solo la punta visibile di un iceberg, di un sistema consolidato che oggi è integralmente sotto accusa: dallo stesso Renzi, alle compagnie petrolifere, ai faccendieri come Gianluca Gemelli, al capo di Stato maggiore della Marina, l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, passando per la potentissima ministra Maria Elena Boschi, fino alla base della piramide istituzionale sui territori.

C’è di tutto in questa storia, secondo un copione che qui in Campania abbiamo già visto in scena tragicamente nel corso degli anni. Profitto, disprezzo per la salute dei cittadini, dati ambientali falsificati, corruzione, collusione fra poteri economici e classe politica. «None, a noi la sicurezza non ce ne fotte niente» dice candidamente nelle intercettazioni Rosaria Vicino, 62 anni, ex sindaco PD di Corleto Perticara. Un paesino di sole 2500 anime ma adagiato su un giacimento petrolifero. Una posizione di forza che, secondo l’accusa, avrebbe permesso alla Vicino di dettare condizioni, stralciare finanche i disoccupati dalle liste del collocamento pur di far assumere i suoi.

Ma c’è dell’altro. Il petrolio estratto in Basilicata è raffinato a Taranto, in un impianto di proprietà dell’Eni. La città pugliese vanta già il triste primato insieme alla Terra dei Fuochi dei malati di tumore, tra i quali moltissimi bambini. L’Arpa Puglia nel 2011 scriveva che: «L’esercizio di questi impianti comporterà un aumento delle emissioni diffuse pari a 10 tonnellate/anno che si aggiungeranno alle 85 tonnellate/anno già prodotte (con un incremento del 12%)». Ma cosa gliene fotte alle lobby e a questa classe politica dei bambini tarantini che muoiono di cancro? Evidentemente nulla, se un emendamento allo Sblocca Italia che rende strategiche pure tutte le opere connesse all’attività estrattiva: gasdotti, porti, siti di stoccaggio – già dichiarato inammissibile dalle commissioni Ambiente e Attività produttive di Montecitorio – rientra dalla finestra attraverso la legge di Stabilità.

Del resto Renzi è lì per questo, per affermare il potere dispotico delle lobby nazionali e internazionali che stanno letteralmente spogliando il nostro paese delle sue ricchezze e i cittadini di potere d’acquisto, salute e diritti. Renzi è peggio di Berlusconi. Faremo bene a ricordarcene noi napoletani, soprattutto dopo la sfida sul’area di Bagnoli lanciata dal primo ministro che, pur appartenendo allo stesso partito che nelle sue diverse denominazioni ha governato la città e la Regione, oggi prova a escludere le istituzioni locali e la cittadinanza dalle decisioni cruciali su un pezzo del nostro territorio, attraverso il ricorso allo strumento del commissariamento che l’antitesi di ogni dialettica democratica.

Ma non è una questione che riguarda solo noi napoletani, riguarda qualunque italiano non si senta complice di un partito della nazione che è ormai oltre il grado di corruzione e dispotismo dei governi della prima Repubblica, articolati intorno alla vecchia DC. Renzi deve andarsene e se gli italiani lo vogliono davvero devono scendere in piazza. Devono metterci il cuore e la faccia, perché nulla accadrà nelle aule del palazzo, dove si annuncia la solita pantomima delle mozioni di sfiducia, nessuna delle quali raccoglierà il consenso necessario per mandare a casa questo governo, che non viene fuori dalle urne ma da un inciucio di potere. È questa l’occasione che gli italiani hanno per dimostrare che sono migliori della loro classe politica. Altrimenti saremo tutti complici.


04
Ott 15

Basilicata: la guerra segreta sulle royalty del gas in Val d’Agri

di Organizzazione Lucana Ambientalista:

Mentre ENI annuncia un incremento di produzione del gas estratto e la lavorato presso la V linea presso il centro olio di Viggiano, che consentirà il raggiungimento dei 104 mila barili di olio al giorno e l’incremento della produzione di gas dagli attuali 3,6 milioni di Sm3/g a 4,6 milioni di Sm3/g (con trattamento  e stoccaggio di ingenti quantitativi di gas acido, il micidiale gas flaring),  è in atto una vera e propria guerra sotterranea, a colpi di carta bollata, tra le compagnie ENI e Shell, titolari della concessione Val d’Agri da un lato, e MISE, Autorità Energie Elettrica e Gas, Regione Basilicata e Comune di Viggiano dall’altro. 

Il TAR lombardia nel mese di luglio 2015 con due ordinanze in un primo grado di giudizio ha dato ragione al MISE, all’Autorità Energie Elettrica e Gas, alla Regione Basilicata e al Comune di Viggiano contro il ricorso presentato da ENI e Shell al TAR Lombardia il 18 giugno 2015.

Le due Ordinanze, la n. 883 e la n. 882 del 3/7/2015, hanno respinto infatti le istanze cautelari rispettivamente richieste dai ricorsi di Eni e Shell, che probabilmente ricorreranno ora presso il Consiglio di Stato contro le ordinanze del TAR Lombardia.

Oggetto del contendere sono le aliquote QE relative al gas del giacimento Val d’Agri. Ovvero la tassazione imposta dal governo che in soldoni, per il solo 2014,  imporrebbe un taglio netto nelle casse dei comuni e della Regione Basilicata di 21 milioni di euro.

Il Comune di Viggiano e la Regione Basilicata si erano costituite davanti al TAR Lombardia nel mese di giugno 2015.

Dal sottosuolo della Basilicata – ricorda la Ola – si estraggono all’anno quasi la totalità dei metri cubi di gas estratto in Italia in terra ferma ed 1/4 della produzione nazionale di gas, se si includono anche le quatità estratte in mare (dati UNMIG 2015).

Ma per le royalty sul gas l’apprezzamento non può essere inferiore a quello definito dall’Autorità per l’energia elettrica e il gas per mezzo dell’indice QE (quota energetica costo materia prima gas) espresso in euro/GJ e calcolato per ciascun trimestre dell’anno di produzione con un complesso sistema che deve tener conto della vendita sul mercato del gas e delle franchigie, ovvero le quote esenti di tassazione per produzione di olio e gas

Un sistema che già avvantaggia le compagnie minerarie e penalizzano i territori, con le compagnie minerarie che oggi puntano ad estrarre e fare affari sul gas oggi che il prezzo del barile crollato ai minimi storici.

Ma sull’accordo segreto le istituzioni regionali e locali non parlano, preferendo muoversi ancora una volta con accordi sotterranei con il governo centrale e le compagnie minerarie.

Quali saranno le nuove emissioni dei gas serra delle fonti fossili in Basilicata? Quale saranno i nuovi costi per i danni che provocheranno all’ambiente e alla salute dei cittadini le emissioni inquinanti in Val d’Agri?


08
Ago 15

Organizzazione Lucana Ambientalista: caro Renzi le trivelle selvagge sono realtà

Renzi ieri all’incontro del PD sul Sud ha affermato : «non si può fare un racconto macchiettistico dello Sblocca Italia per cui sembra una trivella selvaggia ovunque. Non c’è nessuna trivella autorizzata dallo Sblocca Italia. Stiamo chiedendo di verificare se ci sono spazi per la ricerca e l’esplorazione».

Questa affermazione di Renzi è stata fatta durante l’incontro di ieri, con gli stati maggiori del PD del sud Italia difendendo lo “Sblocca Italia”, proprio mentre i comitati No Triv incontravano l’ANCI – Basilicata a Policoro per cercare di fermare l’assalto delle trivelle in terra e in mare in Basilicata.

Peccato che il premier Renzi non conosca la Basilicata e, chi avrebbe potuto illustrargliela intervenendo ieri al summit dei segretari e dei governatori del PD del sud, è stato ancora una volta “silente” e non ha descritto cosa stia davvero accadendo in una regione che non è quella di alice nel paese delle meraviglie raccontata da Matteo Renzi, ma dove le “trivelle selvagge” sono purtroppo una triste realtà.

Renzi ha poi aggiunto: «che nell’Adriatico si intervenga nella parte croata e balcanica e da noi non si possa fare ricerca è una contraddizione in termini».

Ovviamente non sappiano se il governatore pugliese Emiliano abbia intonato le note di “bella ciao”, ripetendo la perfomance canora durante la manifestazione del 15 Luglio scorso a Policoro, questa volta però nei confronti del suo segretario di partito (fonte: Organizzazione Lucana Ambientalista)


26
Giu 15

Continua la “mungitura” del petrolio in Basilicata: messa in produzione per tre pozzi petroliferi

pozziMA6_7_L’ Organizzazione Lucana Ambientalista  rende noto che sul sito istituzionale del Comune di Grumento Novaè stato pubblicato in albo on line, in data 23 Giugno 2015, l’avviso per l’ottenimento del nulla osta idrogeologico per i lavori di work over dei pozzi “Monte Alli 6, Monte Alpi 7  e  Monte Alpi 6 “, ricadenti nel Comune di Grumento Nova ( PZ). La richiesta dell’Eni, oltre al Comune di Grumento è stata inoltrata anche alla Regione Basilicata, ufficio foreste del dipartimento ambiente, ai sensi del R.D. 3267/23 e della L.R. 42/98  s.m.i..

La richiesta di nulla osta al vincolo idrogeologico – si legge nella nota dell’ENI – “consiste in attività di manutenzione in area pozzo, al fine ai ripristinarne la capacità produttiva, in quanto gli stessi da tempo presentano problemi di variazione di pressione rispetto a quella della condotta di collegamento al Centro Olio Val d’Agri , con conseguenti perdite di produzione”.

A valle delle suddette operazioni, si procederà allo smontaggio e al ripristino parziale della configurazione preesistente di allestimento a produzione.

Sul sito dell’UNMIG il pozzo Alpi 7 risulta “non erogante“, mentre il pozzo Alpi 8 risulta “produttivo” assieme ai 27 totali nella concessione Val d’Agri, mentre il pozzo Alli 6 non risulta addirittura censito, pur essendo ubicato sulla stessa postazione, a poche centinaia di metri dall’invaso del Pertusillo (vedi mappa in alto). (Fonte: Organizzazione Lucana Ambientalista

 


10
Apr 15

Trivellare in Italia? Dieci buone ragioni per non farlo

MI è stato segnalato questo interessantissimo articolo di Giuliano Garavini pubblicato sul sito dell’associazione “Paolo Sylos Labini”.

L’autore espone 10 motivi su cui riflettere e per i quali varrebbe la pena non investire nelle trivellazioni petrolifere:

Estrarre in Italia in questo momento è fortemente antieconomico e danneggia fortemente l’ambiente:

1. Oggi l’offerta mondiale di petrolio è maggiore della domanda. Il prezzo del Brent si aggira sui 55 dollari al barile, meno della metà della sua quotazione a giugno del 2014. In queste circostanze lasciare il petrolio sottoterra è il modo migliore per valorizzarlo. Estrarlo è invece il modo migliore per sperperare una ricchezza non rinnovabile che in futuro varrà di più.

2. Non solo non si dovrebbe procedere a nuove trivellazioni, ma lo Stato dovrebbe imporre ai pozzi in funzione di ridurre la produzione. Se c’è troppo petrolio e i prezzi calano in modo abnorme, bisogna produrne di meno in previsione di tempi migliori. Si può fare e si deve fare: la regolazione statale della produzione l’hanno inventata e imposta per primi negli anni ’30 quel paradiso dei petrolieri che sono gli Stati Uniti, attribuendo il potere di controllo ad un’istituzione chiamata Texas Railroad Commission.

3. Le royalty pagate in Italia sulla produzione di greggio sono oltraggiosamente basse: tra il 7 e il 10 per cento per il petrolio su terra e il 4 per cento per quello in mare. A questo si aggiunge loscandalo che le prime 20mila tonnellate di petrolio prodotto su terraferma e 50mila prodotte in mare sono del tutto esenti royalties! Le royalties non hanno nulla a che vedere con le tasse (quelle che le società pagano sui loro profitti). Esse rappresentano il corrispettivo che gli operatori (società petrolifere) pagano al proprietario del terreno per sfruttare una risorsa naturale esauribile. In tutto il mondo (tranne negli Stati Uniti) il proprietario del terreno è lo Stato. l voler seguire l’esempio della Germania le royalty pagate in Bassa Sassonia sono oggi del 37 per cento! La prima cosa da fare è raddoppiare le royalties al 20 per cento. Ogni punto di royalty meno del 20 per cento è un furto ai danni dei cittadini italiani. La produzione del tutto esente da royalty è un furto con scasso.

 4. Gli italiani non traggono alcun beneficio diretto dal consumare petrolio prodotto sul territorio nazionale. Al consumatore italiano non cambia nulla, una volta che fa il pieno dal benzinaio, che il petrolio venga dalla Basilicata o dal Golfo Persico. Tanto vale comprarlo nei Paesi dove esso può essere prodotto con minori danni per l’ambiente e a costi molto più bassi.Quelli che parlarono di “sicurezza energetica” in relazione al gas e al petrolio prodotto in Italia sono comici involontari. L’Italia potrebbe garantirsi la “sicurezza energetica” solo in due modi: smettendo di utilizzare del tutto le energie fossili o tornando a colonizzare la Libia.

5. Secondo gli studi di Nomisma, gli unici effettuati (Prodi è tra i grandi sponsor delle trivellazioni), lo Stato incasserebbe da un raddoppio della produzione di idrocarburi circa 1,2 miliardi di euro l’anno per i prossimi dieci anni. Ma lo studio era del 2014, prima del tracollo dei prezzi del petrolio! Oggi queste stime andrebbero per lo meno dimezzate a 600 milioni di euro l’anno. Dunque si tratterebbe di un introito, certo interessante in tempo di vacche magre, ma assolutamente irrisorio se comparato alla liquidazione delle riserve italiane: un patrimonio per le generazioni future cui finora abbiamo lasciato in eredità solo un bel cumulo di debito pubblico.

6. Nessuno ci ruba il nostro petrolio. Questo lo dicono i gran maestri delle trivellazioni con in testa (scusate il gioco di parole) Chicco Testa. Testa e sodali affermano che in Adriatico, se non lo fanno gli italiani, saranno i Croati ad estrarre il nostro gas e il nostro petrolio ciucciandocelo via da sotto il naso. Cito il Presente di Federpetroli Marsiglia che di idrocarburi dovrebbe intendersene: “Un giacimento è molto vasto, formato da vari pozzi. Sono stupidaggini di persone non competenti quando si legge che la Croazia ci ruberà il nostro petrolio. Non perdiamo idrocarburo”.

7. Argomento ricorrente dei trivellatori è che gas e petrolio italiani ridurrebbero la bolletta energetica degli italiani. A parte che questo sarebbe vero solo se a produrre idrocarbuti fosse unicamente l’ENI (cosa che non è). Bisogna poi capire quanti dei soldi intascati dall’ENI restino effettivamente nel nostro Paese reinvestiti per creare occupazione e nella ricerca, quanti finiscano nella casse di società controllate di ENI, magari in Olanda, o peggio vengano utilizzati per pagare tangenti in Algeria o in Nigeria.

8. Il patrimonio paesaggistico, storico e artistico dell’Italia è, oltre che un bene comune da preservare, anche una fonte di reddito indiscutibilmente superiore a qualsiasi possibile incasso dalle vendita di idrocarburi. Visitando una piattaforma ENI in Adriatico posso testimoniare che l’azienda presta la massima attenzione alla sicurezza e che il personale tecnico della società è degno della massima fiducia. Ma si riuscisse pure a scongiurare ogni possibile fuoriuscita di gas o di olio, si riuscisse a mitigare l’impatto sull’ambiente marino delle trivellazioni, come si fa a non tenere in considerazione l’impatto di centinaia di piattaforme in mezzo al piccolo mare Adriatico? E cosa resterà di questo cimitero di ferro arrugginito una volta terminato il proprio lavoro di suzione? Difficile non ritenere questo scenario una terribile pubblicità negativa per il turismo.

9. L’Italia è un Paese densamente popolato, a forte rischio idrogeologico, soggetto a terremoti. Ogni volta che la terra si scuote riprendono i dibattiti scientifici sul ruolo delle estrazioni di petrolio e di gas e delle “reiniezioni” nei pozzi nello stimolare i terremoti. Ancora una volta: perché non comprare petrolio da Paesi che sono semidesertici e che dai proventi della vendita degli idrocarburi, pagati il loro giusto prezzo, possono ricavare le risorse che servono sia per sostentare al meglio la propria popolazione che per approfittare della manifattura e delle competenze italiane? Anche in Paesi come l’Algeria, che dipendono in tutto dagli introiti degli idrocarburi, vi sono vivaci e coraggiosissime proteste contro il fracking in pieno deserto. Non dovremo dare l’esempio anche noi prendendoci cura del nostro territorio?

10. La vera fonte energetica del futuro, prima ancora delle rinnovabili, è il “risparmio energetico”. Questa è una frontiera che ha praterie davanti a sé e nella quale dovrebbero investire le imprese energetiche italiane, diversificando opportunamente la propria attività. A me, per esempio, fa piacere vedere ENI associata al car-sharing. Solo dal risparmio energetico può nascere un vero beneficio per la bolletta energetica dell’Italia, accoppiata ad miglioramento della qualità della vita dei cittadini. Il binomio perfetto. Occorre permettere alle società energetiche di guadagnare sul risparmio energetico, sulle nuove tecnologie e sull’efficienza delle infrastrutture. Regalare loro petrolio va nella direzione opposta.


05
Apr 15

Basilicata: i petrolieri nelle scuole regalano gadget

gadget distribuiti a Pergola (Marsico Nuovo)

La denuncia è dell’Organizzazione Lucana Ambientalista:

Accade in Val d’Agri, nella frazione “Pergola” di Marsico Nuovo, dove fervono i lavori per la realizzazione del pozzo petrolifero omonimo che ha già procurato una contaminazione nell’area.Ne abbiamo dato notizia nei giorni scorsi, mentre le istituzioni regionali e locali tacciono, ivi compreso l’Osservatorio Ambientale della Val d’Agri, divenuto Fondazione, con sede proprio a Marsico Nuovo. Alcuni genitori e cittadini ci segnalano come nelle locali scuole elementari la compagnia mineraria,attiva nel comune valdagrino, sta attuando un progetto chiamato “piccole scuole di eniScuola“, sulla scia di analoghi progetti nazionali.

La compagnia petrolifera ha distribuito ai bambini delle scuole gadget con loghi e simboli del petrolio (vedi foto in alto) promettendo “computer ed attrezzature varie” alle scuole coinvolte nel progetto.

Gli amministratori locali, con in testa il sindaco di Marsico Nuovo, hanno manifestato “entusiasmo” per questa iniziativa.

Ma quanto accade è, a nostro giudizio, non solo una tangibile colonizzazione da parte degli interessi petroliferi, ma costituisce anche un lavaggio del cervello di minori inconsapevoli, così come di gran parte dei loro genitori.

Questo uso strumentale della scuola pubblica (vorremmo conoscere cosa ne pensano il Collegio dei Docenti, il Dirigente Scolastico ed i genitori degli alunni) non solo evidenzia una una arretratezza culturale, ma costituisce una pratica prepotente ed arrogante che fa riemergere una sottocultura che dovrebbe far parte del passato.

Gli alunni della frazione Pergola di Marsico Nuovo, considerati cavie, non potranno mai, con tablets, lavagne interattive e computers, risanare per magia le sorgenti ed i boschi nell’area dove si sta trivellando il pozzo Pergola 1.


26
Mar 15

Indagine europea sui danni del petrolio in Basilicata

foto Ansa

Rispondendo ad una interrogazione del portavoce eurodeputato Piernicola Pedicini, la Commissione Europea ha comunicato che “ha avviato una procedura d’indagine e sta valutando ora le risposte fornite dalle autorità italiane” per verificare la situazione ambientale e sanitaria provocata dalle estrazioni petrolifere che si stanno effettuando in Val d’Agri (Basilicata), dov’è ubicato il più grande giacimento su terraferma d’Europa.
“Una volta terminata questa valutazione, – ha scritto nella risposta a Pedicini il commissario europeo per l’Ambiente Karmenu ‪#‎Vella‬ – sarà stabilito il seguito appropriato”.

Nell’interrogazione veniva evidenziato che “l’area interessata é attraversata da un parco nazionale ed é ricca di sorgenti sotterranee e bacini idrici, che forniscono acqua potabile e d’irrigazione in Basilicata e Puglia. L’attivitá estrattiva coinvolge un sito di interesse comunitario Sic (ILago del ‪#‎Pertusillo‬). Analisi e studi dimostrano il forte inquinamento sia delle falde acquifere che degli invasi idrici, con la presenza di metalli pesanti in concentrazione superiore ai limiti europei, nonché un’anomala distribuzione di tumori e malattie cardiorespiratorie nell’area.
I fatti riguardano la concessione petrolifera ‪#‎Eni‬/‪#‎Shell‬, denominata “Val d’Agri”, come da decreto del Ministero dello Sviluppo Economico del 28/12/2005. Le direttive europee non rispettate sono sei: la direttiva 92/43/Cee; la 98/83/CE; la 2000/60/Ce; la 2004/35/Ce; la 2006/118/Ce; la 2008/1/Ce”.
“La procedura d’indagine avviata dalla Commissione europea, a seguito delle numerose denunce del ‪#‎M5s‬, – ha sottolineato Pedicini – è un importante risultato per le popolazioni che risiedono nell’area interessata dalle estrazioni petrolifere e per i cittadini della Puglia e della Basilicata che, ogni giorno, utilizzano l’acqua del Lago del Pertusillo per uso potabile. Con questa indagine, – ha concluso il portavoce del M5s – le autorità italiane dovranno spiegare con estrema chiarezza e precisione qual è l’impatto sull’ambiente e sulla salute pubblica che viene provocato dalle estrazioni petrolifere che da circa venti anni vengono effettuate in Basilicata. Nessuno potrà continuare a sottovalutare l’inquinamento dell’acqua e dell’aria, con gravi ripercussioni sull’‪#‎agricoltura‬ e sul‪#‎turismo‬ locale, e sul drammatico aumento delle malattie respiratorie e tumorali”.