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21
Nov 14

La surreale “Trattativa” per fermare Setola

Secondo alcuni quotidiani (Corriere del Mezzogiorno, La Repubblica), tra il 2008 e il 2009 ci sarebbe stata una trattativa tra servizi segreti ed emissari del boss Iovine (allora latitante ed oggi collaboratore di giustizia), uno degli artefici della fondazione della Terra dei Fuochi ricordiamolo per inciso, per fermare Giuseppe Setola capo dell’ala stragista del clan.

Lo scenario è quello di un periodo in cui si susseguivano attentati, intimidazioni, omicidi, che ponevano nel nel mirino del gruppo di Setola, dopo il 2006, parenti di commercianti, dissociati, pentiti. Ed anche esponenti della società civile. La circostanza sarebbe stata confermata da alcuni pentiti.

La trattativa, avvenuta in Versilia, non va in porto perchè le richieste presentate dal boss latitante vengono ritenute “irricevibili” dagli 007.

Questa la serena e tranquillizzante premessa. Semplifichiamo: per fermare Setola, secondo alcuni pentiti, un pezzo dello Stato incontra gli “emissari” (un pò come si faceva nell’antichità tra diplomatici di nazioni in guerra fra loro) di un boss LATITANTE (con un bel curriculum sul groppone e capo di uno dei clan cammorristici più influenti e ricchi) per trovare un accordo. Però poi l’accordo non si fa perchè le richieste, presentate da un criminale, allo Stato, vengono ritenute leggermente oscene e irricevibili (vedi che immagine idiota e visionaria mi passa per la testa, questi, cioè, che prima di incontrarsi giurano su Garibaldi e Lamarmora).

Incontro per trattare? Ma non vi sembra grottesco e surreale tutto ciò? Nel mio Iperuranio (vi sembrerà pure da far west, ma molto meglio che di quello da Gattopardo) gli 007 incontrano gli ambasciatori e li torchiano fino a quando non rivelano dove si nascondono i due latitanti. Ma siamo in Italia.

Giusto per capire di chi parliamo, guardate questo video:

Voi “trattereste” con costoro?


18
Nov 14

Lecco: la ‘ndrangheta giura su Garibaldi e Mazzini (video)

«Nel nome di Garibaldi, Mazzini e La Marmora, con parole di umiltà, formo la santa società»: per la prima volta gli inquirenti sono riusciti a filmare l’atto di ingresso nella ‘ndrangheta.

Un documento fondamentale nelle ricostruzioni anche storiche di certi fenomeni.

E mi sovvengono le parole del dottor Nicola Gratteri, (pronunciate durante un convegno) a proposito di certe organizzazioni e della loro epifania nell’Italia immediatamente post unitaria.

Significativo il giuramento compiuto dai criminali: i nuovi adepti della ‘ndragheta giurano di agire nel nome di Garibaldi, Mazzini e La Marmora, figure del Risorgimento. Al nuovo affiliato, nel corso della cerimonia, vengono consegnate  una pastiglia di cianuro e una pistola: da impiegare «se nella vita commettete una trascuranza grave».

Solo eruditi riferimenti storici privi di senso? O l’esegesi aiuterebbe a comprendere meglio la genesi (e lo sviluppo nei secoli) dei fenomeni mafiosi strutturati come “sistema” (per i magistrati i riti di affiliazione sarebbero rimasti cristallizzati dall’origine)?

Così affermava Rocco Chinnici, giudice e martire della mafia, negli anni 80, proprio a proposito del fenomeno mafioso:

“prima di occuparci della mafia del periodo che va dall’unificazione del Regno d’Italia alla prima guerra mondiale e all’avvento del fascismo, dobbiamo brevemente, ma necessariamente, premettere che essa come associazione e con tale denominazione, prima dell’unificazione non era mai esistita, in Sicilia. La mafia nasce e si sviluppa subito dopo l’unificazione del Regno d’Italia”.

 

La testata online calabrese “Info Oggi” aggiunge:

E’ nota l’alleanza tra Garibaldi e i picciotti siciliani, l’eccidio di Bronte ne è l’esempio più lampante, e lo stesso “eroe dei due mondi” scrive nel suo diario: “E Francesco Crispi arruola chiunque: ladri, assassini, e criminali di ogni sorta, 11 maggio 1860″, ma anche la decisione dei piemontesi di “istituzionalizzare” la Camorra a Napoli dandogli la gestione dell’ordine pubblico. L’artefice di tale scelleratezza fu il Prefetto Liborio Romano che scrisse a Salvatore de Crescenzo, esponente della camorra: “redimersi per diventare guardia cittadina, con quanti compagni avesse voluto, col fine di assicurare l’ordine. In cambio, i camorristi irregimentati avrebbero goduto di amnistia incondizionata e stipendio governativo”. Famose poi furono le parole del deputato repubblicano, Napoleone Colajanni, che nel 1900 affermò al Parlamento: “Per combattere e distruggere la mafia, è necessario che il Governo Italiano cessi di essere il re della mafia”.

Parole che, per chi è nato e cresciuto in quelle terre, servono poco a lenire il senso di frustrazione e di umiliazione costante, prodotto soprattutto da quella parte del paese per il quale il meridionale è ontologicamente mafioso.

E non è così, storicamente. Furono, come si legge da più fonti, le istituzioni sabaude a legittimarlo, per un calcolo di comodo. A Napoli, ad esempio,delegando, grazie a Liborio Romano, il controllo dell’ordine pubblico.

E già nei primi anni dell’Unità ne veniva chiesto conto a Palazzo Madama.

Ecco quanto si legge in Regia commissione d’Inchiesta per Napoli, Relazione sull’amministrazione comunale, di cui era relatore il senatore Saredo.

“Il male più grave, a nostro avviso, fu quello di aver fatto ingigantire la Camorra, lasciandola infiltrare in tutti gli strati della vita pubblica e per tutta la compagine sociale, invece di distruggerla, come dovevano consigliare le libere istituzioni, o per lo meno di tenerla circoscritta, là donde proveniva, cioè negli infimi gradini sociali.

 

In corrispondenza quindi alla bassa camorra originaria, esercitata sulla povera plebe in tempi di abiezione e di servaggio, (come tra l’altro avveniva anche ad altre latitudini, così come ci narrano le vicende manzioniane, ndr) con diverse forme di prepotenza si vide sorgere un’alta camorra, costituita dai più scaltri e audaci borghesi.

 

Costoro, profittando della ignavia della loro classe e della mancanza in essa di forza di reazione, in gran parte derivante dal disagio economico, ed imponendole la moltitudine prepotente ed ignorante, riuscirono a trarre alimento nei commerci e negli appalti, nelle adunanze politiche e nelle pubbliche amministrazioni, nei circoli, nella stampa. È quest’alta camorra, che patteggia e mercanteggia colla bassa, e promette per ottenere, e ottiene promettendo, che considera campo da mietere e da sfruttare tutta la pubblica amministrazione, come strumenti la scaltrezza, la audacia e la violenza, come forza la piazza, ben a ragione è da considerare come fenomeno più pericoloso, perché ha ristabilito il peggiore dei nepotismi, elevando a regime la prepotenza, sostituendo l’imposizione alla volontà, annullando l’individualità e la libertà e frodando le leggi e la pubblica fede”. (Brano tratto dalla Regia commissione d’Inchiesta per Napoli)

 

Il video dell’affiliazione:

La citazione dei tre eroi risorgimentali, secondo alcuni, in realtà farebbe riferimento a dei ruoli propri interni dell’organizzazione che al Sud, presero la forma di associazioni segrete iniziatiche sul modello della massoneria di cui avrebbero mutuato certe formalità.

Non è la prima volta che il nome di Garibaldi viene usato come codice. Secondo la biblioteca digitale sulla camorra,i camorristi colsero le opportunità offerte da Liborio Romano, per incrementare i propri introiti col contrabbando. Sapete come evitavano i controlli doganali? Dicevano “è roba d’o’ zi Peppe” è roba di zio Giuseppe che, secondo gli storici e gli studiosi di fenomeni camorristici sarebbe Giuseppe Garibaldi.


17
Ott 14

Napoli: i commercianti parte civile nel processo alla faida di Pianura

La Napoli che non si piega al bieco e infame ricatto della camorra risponde con i fatti. I commercianti e gli imprenditori di Pianura, quartiere del capoluogo campano, si costituiscono parte civile contro il sistema parassita che piaga il già devastato tessuto produttivo napoletano.

Sono 6 gli imprenditori e i commercianti che si costituiranno come parte offesa al processo e rinsalderanno le ragioni dell’accusa. Il Comune di Napoli e le Associazioni Sos Impresa e Pianura per la Legalità saranno parte civile in causa. Presentate, dagli avvocati Alfredo Nello e Alessandro Motta, anche le richieste di risarcimento in vista della prima udienza che si terrà il 22 ottobre presso il tribunale di Napoli. Gli episodi al centro delle indagini sono in tutto 35, tra cui l’incredibile irruzione che i protagonisti della faida fecero in un ristorante di via Manzoni a Posillipo una sera del 2010. Chiaro atto intimidatorio, dove a farne le spese fu un turista americano da poche ore arrivato dall’Arizona, che fu costretto a cedere il suo Rolex Daytona da 55mila euro ( fonte Enrico Nocera, Campania su web).

 

“Si tratta diuna operazione molto importante, soprattutto in un momento come questo che vede nel quartiere una paura diffusa. Dobbiamo rilevare – ha spiegato Luigi Cuomo di Sos Impresa – che la presenza delle forze dell’ordine con quotidiani interventi di prevenzione e repressione dei reati, non ultima l’operazione ‘Alto Impatto’, ha contribuito a risollevare le sorti di un quartiere che sembrava essere ripiombato negli anni bui delle guerre di camorra. Certo – aggiunge – è necessario che tali attività proseguano affinché si possa porre fine al clima di paura e si possano rimuovere tutte le ragioni di preoccupazione”

Alzare la testa contro questo sistema vuol dire guadagnare in libertà e dignità. Contro chi mangia risorse e territorio.


10
Set 14

Chiaiano 2008: quando la gente manifestava contro la camorra e per la stampa era camorrista

Non smetterò mai di dirlo. Le manifestazioni contro la camorra sono sempre troppo poche e silenziose. Occorrerebbero atti quotidiani di ribellione verso “o’sistema” di Gomorra. Anche se, a onor del vero, manifestazioni al Sud se ne vedono. Altrove, ad altre latitudini dove i comuni vengono sciolti per infiltrazioni mafiose, ancora no. A voi ogni ulteriore commento. Nella provincia di Napoli c’è anche una squadra di calcio, caso unico in Italia, la nuova Quarto, sponsorizzata interamente dalla lotta anticamorra.

In ogni caso,a titolo di esempio per la dimostrazione delle distorsioni di un circuito mediatico che crea falsi miti e stereotipi, vi porto un esempio lampante di quanto i cittadini, a Napoli, si fossero battuti contro la camorra ricevendo in cambio manganellate e l’etichetta di camorristi.

Correva l’anno 2008. Così la Reuters decriveva quelle manifestazioni contro la discarica di Chiaiano che, nel 2014, si è scoperto essere gestita dalla camorra:

Le intercettazioni disposte dalla procura di Napoli nell’ambito dell’inchiesta sugli scontri tra polizia e manifestanti che si oppongono all’apertura di una discarica a Chiaiano, a Napoli, mostrano che esponenti di un clan camorristico hanno soffiato sul fuoco della protesta.

Lo hanno riferito stamani fonti investigative, dopo che ieri è stato raggiunto un accordo tra il sottosegretario Guido Bertolaso e gli enti locali coinvolti a Chiaiano, per iniziare i rilievi tecnici nella cava di tufo individuata come sito per i rifiuti, con la partecipazione di periti nominati dal “fronte del no”.

L’accesso dei tecnici alla cava è previsto per domani mattina, e ancora non è chiaro quale sarà l’atteggiamento dei manifestanti di Chiaiano, Mugnano e Marano che si oppongono all’apertura della discarica.

Per tutta la giornata, oggi, e ancora questa sera, circa trecento persone sono rimaste nelle vicinanze del sito, mentre in serata, i responsabili dei tre enti locali campani hanno avuto in prefettura nuovi colloqui con il prefetto di Napoli, Alessandro Pansa.

Da Bertolaso è giunto un appello ai dimostranti perché domani sia permesso ai tecnici di entrare nella cava senza problemi. “Siate diffidenti, ma lasciateci lavorare”, ha detto il sottosegretario parlando a “Porta a Porta”, ricordando che solo fra venti giorni si saprà se Chiaiano è idonea o meno a ricevere la discarica.

“MANDIAMO I RAGAZZI A FARE BORDELLO”

Intanto, in conversazioni telefoniche intercettate dagli investigatori, persone vicine al clan camorristico Lo Russo dicono che “bisogna mandare i ragazzi a picchiare le guardie e fare bordello” a Chiaiano, ha riferito una fonte investigativa.

I violenti scontri dei giorni scorsi nella zona periferica di Napoli hanno visto le forze dell’ordine opposte a manifestanti organizzati in comitati di quartiere contro l’apertura della discarica, e dopo l’intesa raggiunta ieri vige una tregua precaria.

Le analisi della cava, così come quelle degli altri siti indicati dal decreto legge del governo della scorsa settimana, dovranno terminare entro 20 giorni, dopodiché le parti saranno convocate “per riprendere la discussione sulla decisione finale”, come dice una nota congiunta dei partecipanti al vertice di ieri.

Nel 2014 il colpo di scena, quei cittadini avevano ragione. Così il 5 marzo 2014 Il Fatto Quotidiano scriveva:

A Chiaiano, quartiere a nord di Napoli, la mega discarica è stata realizzata e gestita dall’imprenditoria criminale. Emerge dall’operazione congiunta dei carabinieri del Noe e del comando provinciale di Caserta che ha portato all’esecuzione di 17 misure cautelari, in otto sono finiti in carcere e nove ai domiciliari. Coinvolti i titolari delle imprese, i componenti della commissione di collaudo, professionisti e imprenditori indagati a vario titolo per associazione di stampo mafioso, traffico illecito di rifiuti, falso. I titolari delle ditte, dimostrano le intercettazioni, conoscevano già prima dell’assegnazione dell’appalto che si sarebbero aggiudicati la gara e dove sarebbe sorta la discarica. Un’operazione quella della Procura di Napoli, guidata dal procuratore capo Giovanni Colangelo, pm Marco Del Gaudio e Antonello Ardituro, che, a distanza di anni, svela modalità di aggiudicazione, realizzazione e messa in opera dell’enorme invaso.

Insomma un granchio clamoroso. Il 28 maggio 2014 FanPage.it spiega anche le ragioni dell’errore:

Nel rapporto che Fanpage.it ha potuto visionare dopo una richiesta alla Camera dei Deputati, composto di 20 pagine di cui ben 16 riguardano le attività dei comitati, gli uomini dell’AISI segnalano come la “mappatura dei fronti di protesta” contro le discariche in Campania è nei limiti dei livelli fisiologici “fatta eccezione per il quartiere di Chiaiano” dove le mobilitazioni hanno portato al blocco di tutta la periferia nord di Napoli. Secondo i servizi segreti a guidare la protesta ci sarebbero stati “soggetti di estrazione malavitosa” insieme agli attivisti del Laboratorio Insurgencia ed alcuni gruppi ultras tra cui “Fossato Flegreo, Teste Matte, Mastiffs e Masseria Cardone“. Nello specifico gli 007 sostenevano che i clan camorristici della zona sarebbero stati danneggiati dall’apertura della discarica e pertanto alimentavano le proteste, tanto da considerare Chiaiano, “l’unica eccezione in cui la camorra ha cavalcato le proteste contro la discarica”. Peccato però che nessuna inchiesta giudiziaria abbia portato alla luce un eventuale protagonismo di elementi dei clan della zona. Anzi. L’inchiesta condotta dai pm Del Gaudio ed Ardituro, conclusasi lo scorso mese di marzo con 17 misure cautelari, ha portato alla luce come le ditte Ibi ed Edil Car, che hanno costruito e gestito la discarica, fossero legate ai clan Polverino e Mallardo ed al cartello del clan dei Casalesi. Insomma esattamente l’opposto di quello che sosteneva l’intelligence nel 2008. Ma non solo, l’inchiesta sulla discarica di Chiaiano rivela come proprio i cartelli camorristici abbiano tratto vantaggio dalla costruzione della discarica gestendo direttamente i lavori e sapendo con largo anticipo che avrebbero avuto un ruolo sugli appalti.

 

La morale della vicenda è che si stanno aggiungendo etichette con troppa superficialità, confondendo campi, ambienti, intenzioni e facendo finire nel calderone una intera città con tutta la sequela di stereotipi che ne consegue. Ciò soprattutto per mano di chi racconta il capoluogo partenopeo da lontano, dall’esterno.

Questi il video dei manifestanti etichettati come camorristi a Chiaiano nel 2011:

 

 

Un video degli scontri tra manifestanti “camorristi” e le forze dell’ordine:


29
Lug 14

154 anni di Legge Pica, quando eravamo tutti presunti “camorristi”

Era il 15 agosto del 1863, quando il neonato Parlamento di Torino approvò quei nove articoli scritti per reprimere, con le maniere forti, la rivolta del brigantaggio nelle regioni meridionali.

La famigerata legge Pica. Presentata come “mezzo eccezionale e temporaneo di difesa”, la legge fu più volte prorogata ed integrata da successive modificazioni, rimanendo in vigore fino al 31 dicembre 1865. Sua finalità primaria era debellare il brigantaggio postunitario nel Mezzogiorno, attraverso la repressione dello stesso colpendo chi lo praticava e chi lo favoriva.

Il Paese unito due anni prima veniva diviso sulla Costituzione: nel centro-nord osservanza delle garanzie costituzionali, al Sud lo Statuto albertino diventava carta straccia. A vantaggio del potere militare, che calpestava il principio del giudice naturale e mortificava il diritto alla difesa. A proporre la legge fu un deputato abruzzese: Giuseppe Pica. (Gigi di Fiore)

Fu introdotto, per la prima volta, anche il termine di camorrista in una norma. Bastava un sospetto, una soffiata e si poteva essere esaminati da una commissione provinciale che poteva inviare il presunto camorrista al domicilio coatto. Camorristi in città, briganti nelle campagne.

Aurelio Saffi scriveva: “La natura del brigantaggio è essenzialmente sociale e, per accidente, politica. La causa radicale e permanente è la misera condizione de’ braccianti lavoratori delle campagne e de’ pastori”.

Nella seduta parlamentare del 29 aprile 1862, il senatore Giuseppe Ferrari affermava: « Non potete negare che intere famiglie vengono arrestate senza il minimo pretesto; che vi sono, in quelle province, degli uomini assolti dai giudici e che sono ancora in carcere. Si è introdotta una nuova legge in base alla quale ogni uomo preso con le armi in pugno viene fucilato. Questa si chiama guerra barbarica, guerra senza quartiere. Se la vostra coscienza non vi dice che state sguazzando nel sangue, non so più come esprimermi. »

La legge veniva inizialmente applicata nelle seguenti aree:

Abruzzo Citeriore, Abruzzo Ulteriore II, Basilicata, Benevento, Calabria Citeriore, Calabria Ulteriore II, Capitanata, Molise, Principato Citeriore, Principato Ulteriore e Terra di Lavoro

Peccato che a Napoli i camorristi veri, come Salvatore de Crescenzo, nel frattempo, ricevevano pieno mandato di gestione dell’ordine pubblico. A dimostrazione che la storia, così come iniziata, prosegue. Coerentemente. Nonostante esercito, leggi speciali e migliaia di morti innocenti.

E pensate che qualcosa sia cambiato o siamo ancora, per l’opinione pubblica, anche negli innumerevoli esempi luttuosi di cui siamo vittime, camorristi fino a prova contraria?

 


17
Lug 14

Gomorra chiede il pizzo a Gomorra. E la “mission” educativa?

Ricordo qualche tempo fa le forti perplessità che proprio dalle pagine di questo blog esprimevo a proposito della fiction “Gomorra”.

Non ho mai creduto che la mitizzazione del fenomeno criminale avesse qualcosa di educativo ed ho sempre creduto, al contrario, all’effetto emulazione, più che di condanna.

Tanto che ascoltavo in treno, tra passeggeri non napoletani, commenti sui personaggi della fiction, col capoclan in galera elevato a misericordioso benefattore.

Il direttore del Corriere del Mezzogiorno, sostenne che la fiction era un prodotto napoletano e glocal e andava difeso. Iinutile far finta di non vedere il marcio che c’era a Scampia (sic!).

Insomma w la fiction di denuncia che diventava addirittura di inchiesta.

Se non fosse che oggi si scopre che i rappresentanti della produzione di Gomorra avrebbero pagato, secondo quanto scrive Il Fatto Quotidiano: una somma ulteriore rispetto a quella pattuita da contratto per girare alcune scene a Torre Annunziata (Napoli), in un’abitazione di proprietà di uno dei parenti del boss (Gallo, ndr). Per le riprese avvenute lo scorso anno, infatti, la società di produzione Cattleya aveva individuato come location l’abitazione di Francesco Gallo a parco Penniniello a Torre Annunziata, usata come casa della ‘famiglia Savastano’, protagonista della serie.

Arrestati gli estorsori.

Traduciamo la vicenda in maniera dozzinale e superficiale, stando ovviamente al racconto effettuato dalla stampa. La produzione decide di girare la fiction a Napoli ed in provincia. Ora, quante case ci saranno tra Napoli e provincia che avrebbero potuto fungere da set? In ogni caso sceglie di rivolgersi al parente di un boss per chiedergli in prestito l’abitazione come scenario di “casa Savastano”.

Ora volete dirmi che era l’unica in grado di svolgere questa funzione? Mi risponderete che non vi aspettavate proprio che si trattasse della casa di un parente del boss. Risposta accettabile. Ma non ve ne siete neanche accorti quando è stato chiesto un surplus sul pattuito (pagato, secondo gli inquirenti)?

Mi direte che si tratta di business. Ma per favore non venitemi più a parlare di funzione sociale ed educativa, o peggio ancora di denuncia di Gomorra, che ha solo gettato una cortina di fumo di clichè e pregiudizi su un quartiere che ha tante storie virtuose ed oneste da raccontare.

La lotta alla mafia non è nè spettacolo nè business. E’ impegno e passione. Come quella di Giancarlo Siani, o Peppino Impastato che hanno rappresentato un esempio virtuoso di appartenenza alla propria terra.

 

 


07
Lug 14

I preti uomini e i preti quaquaraqua’

Saranno stati più di venti anni fa. Dopo aver preso a calci il Super Santos contro i muri dei palazzi, si andava in oratorio da Don Raffaele, don Rafè come lo chiamavamo nel codice convenzionale della semplicita’.
Don  Rafè, aveva da poco comprato con una colletta, un grande tavolo da ping pong dove noi consumavamo interi pomeriggi d’inverno. Lo teneva in una sala, nella sagrestia umida. Si poteva giocare solo se la domenica avevamo partecipato alla messa.

Ogni tanto pure don  Rafè prendeva la racchetta in mano e raccontava di un improbabile passato che, da giovane, lo avrebbe coinvolto sulla soglia della convocazione per le olimpiadi, nella specialità del tennis tavolo. Noi facevamo finta di credergli.

Un giorno, uno di quelli che ricordi nitidamente anche nel mezzo del cammin di nostra vita, proprio mentre don  Rafè sfidava Luigi, sulla soglia della stanza del ping pong, si materializza uno di quei figuri che al mio paese chiamiamo aspirante guappo di cartone. L’ultimo anello di una catena infame, quello che deve accreditarsi presso le alte sfere della malavita.  Faccia consumata dall’eroina e sguardo assente.

“ue uagliò, ti si venut a fa ná partita “, sei venuto a giocare?- esordi il sacerdote invitandolo a giocare con noi.
Ma l’aspirante guappo di cartone, per risposta, afferro’ la pallina che rimbalzava davanti al muso di Luigi. Il suono a vuoto della racchetta che schiaffeggiava l’aria ed andava a colpire il nulla, anticipò l’esordio : “don Rafè, m’avita fa nu regalo…”, dovete farmi un regalo. La voce grave e decisa di chi non e’ li per contrattare ma per pretendere, in virtu’ di non si sa quale diritto acquisito. Con l’altra mano mimava il gesto della banconota.

A quel punto il sacerdote lasciò la racchetta sul tavolo e si mosse dalla posizione con la schiena piegata e flessa, tipica del giocatore di tennis tavolo. Si tolse il colletto bianco inamidato e lo poso’ sulla superficie verde scuro.

“Ragazzi andate a spegnere le candele sull’altare” ci disse, invitandoci ad uscire. Il più grande tra noi avrá avuto non più di 14 anni.
Mestamente lasciammo la stanza che era circondata da grossi e spessi vetri. Come un acquario. Sentimmo la porta chiudersi alle nostre spalle e poi “uagliò non tengo niente…” si giustifico’ il prete.

Non sapemmo mai cosa altro si dissero. Sentimmo solo dei forti tonfi,
prima di voltarci, per la curiosita’ e vedere, senza arrivare mai a spegnere le candele sull’altare, don Raffaele in completa balia del’aspirante guappo di cartone, che gli afferrava la testa e la batteva forte sul nostro tavolo da ping pong.
Restammo li. Impietriti. Con la certezza che don Raffaele non era don Abbondio ed il coraggio ce l’aveva, perché non gli diede neanche cento lire.
“Mi dovevo comprare un paio di scarpe” disse ad uno dei primi giornalisti che si occupavano di anti camorra per la televisione.

Da allora capimmo perché ogni tanto, aveva il naso e gli occhi gonfi. Ci stava insegnando il prezzo della libertà.

L’aspirante guappo di cartone fece carriera, nonostante qualche mese trascorso nella patrei galere  fino a finire, a non più di quaranta anni, in una cassa di zinco.

Don Raffaele non è stato l’unico in trincea, al mio paese. Anche un altro sacerdote, andava spesso in giro con gli zigomi e gli occhi lividi. Qualche volta gli hanno anche sfasciato la chiesa. Anche lui rispondeva che non aveva soldi perchè doveva comprarsi delle scarpe nuove, tanto che immaginavo questi preti  disposti a fare chilometri a piedi pur di non dare soldi ai guappi di cartone.

Noi no, siamo ancora vivi, figli di una provincia piena di episodi di coraggio come questi, che fanno notizia solo se, a perdere, sono “i buoni”.  Nessuno di noi ha mai pagato a’ tangente.

E alle deliranti richieste di inviare l’esercito al Sud per controllare capillarmente il territorio, suggerisco di mandarci tavoli da ping pong, piuttosto…


19
Giu 14

Signori miei, con 200mila euro vi comprate pure l’innocenza

Quanto sono omertosi questi terroni. Quanto intimamente legati a sentimenti di mafia e rapina, come sosteneva Gianfranco Miglio, uno degli ideologi della lega, tanto da auspicare un Sud consegnato interamente al governo delle mafie.
Quanto conniventi i cittadini di Casale, dell’agro aversano, della Terra dei Fuochi che hanno liberamente lasciato che la mondezza tossica proveniente da tutta Italia gli finisse sotto alle natiche e li decimasse, e ci decimasse coi tumori. Giusto per impedire il collasso dell’economia nazionale.

In una delle sue prime interviste, l’icona pop dei pentiti, Carmine Schiavone, che si concede alla stampa come un santone dimenticandosi che è uno degli artefici dei nostri mali,  ammetteva le profonde connivenze tra stato e mafie riconoscendo candidamente la mancanza di volontà nel risolvere il problema.
O’ sistema nasce quando viene delegato a Tore e Criscienzo l’ordine pubblico a Napoli. Quando uno Stato fragile e impotente, si consegna mani e piedi ai signorotti locali che, non gli par vero, da bande di strada che erano, riescono ad organizzarsi e a giustificare pure nuove entrate illecite, le prime forme di pizzo, col nome di Garibaldi, “è roba e zi Peppe” , (quel Peppe agevolato al suo ingresso a Napoli dalla camorra stessa) dicevano quando la merce di contrabbando transitava senza pagare dazio. E i soldi finivano nelle tasche della camorra.

Nel mosaico di trattative, di scambi tra industria nazionale e camorre, di patti tra colletti bianchi e uomini con coppola e lupara, di politica e clientele, oggi si aggiunge una nuova tessera. Di quella che tutti immaginano e sussurrano ma…mancano sempre le prove per dimostrarlo.

E chissà che questa volta non si riesca a dimostrarlo. La camorra pagava per farsi assolvere ai processi. Secondo quanto rivela Jovine, il pentito, con un tariffario ben definito che arrivava fino a 200 mila euro, pagabili anche a rate, (la pratica, detto così, incidentalmente, pare abbia pure precedenti illustri in Italia, vi ricordate di quel noto imprenditore brianzolo che sistemò, pagando, per un lodo arbitrale favorevole?) per corrompere giudici ed uscire puliti.

E allora ti spieghi tante cose. Ti spieghi gli intoccabili notabili del luogo, così chiacchierati, sempre al loro posto. Elementi funzionali al controllo di tipo coloniale di un territorio che non deve alzare la testa. Deve restare così, supino e funzionale agli interessi della ricchezza altrui che non arreca alcun beneficio al territorio. Anzi serve per aumentare il Pil nazionale.

Ti spieghi il viso impotente ed il sospiro dei carabinieri delle piccole stazioni di provincia con cui scambi qualche chiacchiera al bar ed allargano le braccia quando ti chiedi perchè tizio e caio siano ancora lì a farsi i fatti loro. Ti spieghi il “ma chi te lo fa fare” alla volontà di denuncia, quando scopri che dei camion,  hanno trasformato un campo di periferia, piuttosto nascosto, in una discarica abusiva.

Ti spieghi pure perchè, in una paradossale inversione dei ruoli, nei rapporti dell’intelligence,  i manifestanti che protestano contro la gestione di una discarica diventano camorristi, ed i camorristi veri in realtà fanno affari proprio coi rifiuti di quella discarica.

Il male non è nei quartieri dimenticari da Dio e dagli uomini, dove “ha origini antiche quanto la Bibbia”. Lo spauracchio che fa piacere osservare, quello su cui spostare l’attenzione. La gente di strada, i disperati, la base di una piramide che ha nei vertici l’innocenza che si paga con gli euro della droga e delle armi. Col welfare state di una camorra che arriva proprio là dove non se ne frega nulla di arrivare lo stato.

Gomorra nun è a Scampia, nun è a Casale, ma a vuie che ve ne fotte… Gomorra è pure nelle stanze che, se vero ed accertato, generavano sentenze che partorivano colpevoli innocenti pagati a peso d’oro.

Come dice pure Padre Zanotelli, è inutile parlare di legalità quando la giustizia sociale non esiste. Quando diventa solo un bel discorso esibito in pubblico per prendere voti e fare bella figura sulle poltroncine di alcantara della tv.

La lotta alla mafia senza giustizia sociale, avallando discriminazioni che si riverberano nella vita dei cittadini, che svuotano territori di menti e braccia,  senza ostegno reale alla economia “pulita” (sostegno fatto di parità di condizioni, infrastrutture e quanto altro occorra epr essere al pari delle altre aree del paese), è una volontà velleitaria. Un modo come un altro per fare business e spostare equilibri di potere.


30
Mag 14

Iovine: anche le aziende del Nord nel “sistema”

Un bello schiaffo ai teoreti delle mafie come fenomeno regionalizzato. Agli alfieri della civilità e dell’onestà d’origine territoriale. Alle narrazioni cinematografiche che vogliono il male localizzato in determinati quartieri.

Iovine confessa : a mostrarsi a proprio agio nel tessuto dominato dalla violenza della camorra, anche gruppi imprenditoriali del nord.  «le aziende del Nord si adeguano senza fare problemi» (fonte Il Mattino).
La giacca e la cravatta, e l’accento d’altre latitudini non rendono meno omertosi e conniventi di chi quella mafia ce l’ha sul territorio, imposta con una forza militare da antistato.

«Potevano denunciare, non scendere a patti con la camorra o addirittura rinunciare all’appalto, ma non l’hanno fatto» . Una accusa pesantissima dell’ex primula rossa.

Pecunia non olet, gli affari giravano drogando la competitività ed il mercato.

Chissà quante sorprese riserverà ancora, o’Ninno che sta spostando il castello degli orrori ben oltre il limite, imposto dagli ipocriti, del Garigliano. Perchè le “infiltrazioni” senza connivenza autoctona e locale non potrebbero mai avvenire.


29
Mag 14

“Lo Stato non esiste, è connivente”

Così o’ninno, o’ boss Antonio Iovine, uno degli artefici della distruzione di un territorio, della sua gente e della umiliazione costante dei suoi abitanti:

«Anche la parte politica che dovrebbe rappresentare la parte buona dello Stato in effetti non esiste:è connivente, se non complice». Quanto basta ad inculcare la «mentalità casalese»,specie nelle giovani generazioni.Vede è quella che definisco la regola del 5 per cento (tangenti degli appalti), della raccomandazione, dei favoritismi, la cultura delle mazzette e delle bustarelle che, prima ancora che i camorristi, ha diffuso sul nostro territoriolo Stato, del tutto assente nell’offrire possibilità alternative e legali alla nostra popolazione»

Ora al netto di tutte le considerazioni su un personaggio che la propria credibilità deve ancora dimostrarla e chissà per quali fini, quello che fa male rilevare è la conferma di uno Stato che in Campania e nel Sud, dai tempi della polizia affidata ai camorristi di Salvatore de Crescenzo, ha sempre scelto di delegare controllo del territorio e welfare state alla criminalità organizzata. Avallando, secondo anche quanto l’ex primula rossa sostiene, comportamenti disdicevoli e illegali. Se non altro quei settori dello Stato interessati ai voti dei clan, agli interessi e alle logiche di una industria nazionale che perdeva competitività sui mercati internazionali e che trovava nello smaltimento illegale dei rifiuti (al Sud ed in Africa), negli appalti truccati, un modo per abbattere radicalmente i costi da sostenere e per drogare il mercato.

Un complesso ramificato che raccoglieva voti e clientele e li trasformava in un sistema di potere trasversale, in cui luci ed ombre finivano per lambirsi e confondersi senza soluzione di continuità.

Un sistema che da una parte strizzava l’occhio fingendo di non sapere e dall’altra si offendeva quando qualcuno “osava” spostare i confini delle mafie e del malaffare oltre le latitudini meridionali dove, secondo vulgata, avrebbe voluto facilmente relegarli.

Il territorio moriva. Le denunce cadevano nel vuoto. Le informative dei servizi segreti (vedi il caso della discarica di Chiaiano) trasformavano le vittime (i manifestanti ed i comitati civici) nei carnefici.

l risultato? Un armageddon ecologico, antropologico ed imprenditoriale che ha svuotato e continua a svuotare la Campania ed il Sud, secondo quella che a volte appare una logica precisa, condita da campagne mediatiche ad hoc, e da una letteratura cinematografica che mitizza certi ambienti e personaggi, riducendo questa piaga ad un male circostanziato a quartieri e classi sociali, senza commistione alcuna con i colletti bianchi che siedono nelle stanze dei bottoni.

E quando qualcuno ha provato a restiture estetica e bellezza ai cittadini, tipo la Reggia di Carditello, s’è pure trovato di fronte i soliti intellettualoidi radical chic che “e sai quanti milioni di euro adesso per ristrutturarla”. Logico. Il bello rende liberi e pensanti. Ma i cittadini di certe aree devono rimanere silenti spettatori delle infiltrazioni liquamose delle manifestazioni di potere altrui. A Casale come a Scampia. Aree dove “o post” ha un prezzo. E se sei disperato e onesto o vendi calzini o, ti vendi l’anima al diavolo, paghi 50mila euro, e quel posto te lo compri.

Alle ultime elezioni europee, più di un meridionale su due non ha scelto alcun partito. Astenendosi, lasciando bianca la scheda o annullandola. E buona parte di chi ha votato, più che altrove, ha scelto comunque quella che viene definita “antipolitica”.

Mentre l’emigrazione continua, proseguono i roghi tossici,non si costruiscono asili, non si riparano le scuole e vengono tagliati i trasporti. Come se le mafie si colpissero solo con le leggi e non anche con la formazione.

E poi senti la Gelmini che “bisogna ripartire dal Nord”.

Fatelo per favore, anzi, jatevenne, andatevene proprio, lasciateci ufficialmente “soli”. Perchè la speranza come gli anticorpi non possono che venire dal territorio. Lo dimostrano tutti gli eroi dell’antimafia.