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20
Apr 17

Foglio di via per Cialdini

Una buona notizia, che riporta un minimo di giustizia alle migliaia di anime di meridionali trucidate durante gli anni successivi al 1861: è stata approvata in Giunta, su proposta del Sindaco de Magistris, la delibera con la quale viene revocata la Cittadinanza Onoraria di Napoli ad Enrico Cialdini, Generale dell’esercito piemontese e, successivamente dal luglio 1861, Luogotenente Regio delle province meridionali.

Le revoca è stata decisa come atto di riconoscimento della memoria storica delle vittime delle stragi che il Generale Cialdini ha perpetrato nel nostro territorio e nel Mezzogiorno d’Italia.

Una notizia importantissima che va nella direzione di una nuova memoria storica condivisa che, va riconosciuto, finalmente compie i primi passi grazie all’amministrazione de Magistris.

Lucilla Parlato per Identità Insorgenti


04
Giu 15

Lamezia Terme: via la strada intitolata a Cialdini

Prosegue la “rivisitazione storica” in chiave toponomastica di molte strade dei comuni del Sud.

Secondo quanto riferisce Lamezia Informa, a Lamezia Terme, la strada intitolata al generale piemontese verrà sostituita col nome della piccola Angelina Romano bambina di 9 anni uccisa dalla repressione dell’esercito piemontese comandato proprio dal generale Cialdini dopo l’unificazione d’Italia, nell’ ambito della cosiddetta “repressione del brigantaggio”.

Cialdini, personaggio molto discusso, noto per la terribile rappresaglia contro i cittadini civili inermi di Pontelandolfo e Casalduni, nel beneventano, viene così descritto da Vittorio Messori:

« Enrico Cialdini, nel 1861 plenipotenziario a Napoli del re Vittorio II. In quel suo rapporto ufficiale sulla cosiddetta “guerra al brigantaggio”, Cialdini dava queste cifre per i primi mesi e per il solo Napoletano: 8 968 fucilati, tra i quali 64 preti e 22 frati; 10 604 feriti; 7 112 prigionieri; 918 case bruciate; 6 paesi interamente arsi; 2 905 famiglie perquisite; 12 chiese saccheggiate; 13 629 deportati; 1 428 comuni posti in stato d’assedio. E ne traevo una conclusione oggettiva: ben più sanguinosa che quella con gli stranieri, fu la guerra civile tra italiani »
(Vittorio Messori, Le cifre del generale Cialdini)

L’iniziativa di Lamezia Terme segue quelle di Casamassima, Catania e Mestre e segue alcune proposte avanzate per far riconoscere il generale come “criminale di guerra”.


28
Apr 15

Catania come Napoli: via le strade coi nomi di Cialdini e Vittorio Emanuele III

Così come accaduto a Napoli, la storia la riscrivono i sindaci con lodevoli iniziative. Così comein quel di Partenope, infatti,  dove la toponomastica intitolata a Vittorio Emanuele III (firmatario delle vergognose leggi razziali) è stata sostituita con quella di Salvatore Morelli (e nuovi siti, anche altrove in Campania come nel resto del Sud sono stati intitolati agli operai martiri del real opificio di Pietrarsa) anche a Catania il sindaco Enzo Bianco annuncia analoga iniziativa.

La piazza Vittorio Emanuele III, nota a tutti come “piazza Umberto” o “piazza dei chioschi”, sarà intitolata al grande scienziato catanese Ettore Majorana, nato a Catania nel 1906 e del quale si sconoscono data e luogo della morte”.

Inoltre:

La via Enrico Cialdini – luogotenente di Vittorio Emanuele II che ordinò nel 1861 a Pontelandolfo e Casalduni, quel terribile massacro di uomini, donne e bambini di cui l’Italia si scusò nel centocinquantenario dell’Unità d’Italia – sarà adesso intitolata a Giorgio Ambrosoli, l’avvocato milanese assassinato a 46 anni, nel 1979, da un sicario del banchiere Michele Sindona. Sul proprietario della “Banca Privata Italiana” Ambrosoli stava infatti indagando come commissario liquidatore dell’Istituto di credito.(fonti: Sicilia Web, Catania Today)

Che sia l’inizio di un cambiamento radicale e della sostituzione di toponimi che al Sud hanno condotto violenza e sangue e spazio a quegli eroi civili che siano d’esempio per i cittadini.


07
Gen 14

Anche a Mestre, via Cialdini dalla toponomastica

Così come già accaduto a Casamassima, anche a Mestre la decisione di cancellare dalla toponomastica una piazza intitolata ad Enrico Cialdini.

Il vento del buon senso e della vertità storica sferza la retorica da Nord a Sud.

Ed è proprio la prossima rivoluzione legata al tram ad aver dato l’occasione al consiglio comunale veneziano per decidere di cambiare nome al piazzale, togliendo dalla toponomastica mestrina ogni riferimento al generale Cialdini. L’intitolazione del piazzale a questo personaggio del Risorgimento ( nato nel 1811 e morto nel 1892 a Livorno) risale al 1966 quando sindaco era il democristiano Giovanni Favaretto Fisca. La delibera conteneva 18 intitolazioni di strade per la Mestre che allora cresceva in fretta, senza motivazioni.

Ora il nome di Cialdini sparirà, come chiede la mozione approvata dal consiglio lo scorso 17 dicembre (25 voti favorevoli, un solo non votante, per la cronaca il leghista Giovanni Giusto) su proposta di Sebastiano Bonzio (Federazione della sinistra)che ha chiesto di togliere dallo stradario mestrino ogni riferimento al generale che non sarebbe solo un militare e uomo politico, come riportano i libri di storia, ma fu personaggio controverso, protagonista della durissima repressione tra Benevento e Gaeta, nel 1861, della campagna contro il brigantaggio. Azioni militari per conto del regno di Torino fatte di eccidi, come quello di Casalduni e Pontelandolfo, case incendiata e centinaia di persone uccise. Oggi in internet ci sono video di gruppi meridionalisti che parlano di Cialdini come di un “massacratore”. (lanuovavenezia.it)


03
Gen 14

Casamassima cancella Cialdini dalla toponomastica

Nel giorno in cui si ricorda la morte di Angelina Romano, una bimba di soli 9 anni fucilata nel 1862, dopo un processo sommario, perchè sospettata di essere familiare di indipendentisti siciliani (sic!), fa piacere leggere che dalla toponomastica di Casamassima, in provincia di Bari, viene cancellato un personaggio che secondo le cifre di morti riportate da Vittorio Messori, sarebbe in qualsiasi paese civile considerato un criminale di guerra: Enrico Cialdini.

« Enrico Cialdini, plenipotenziario a Napoli, nel 1861, del re Vittorio. In quel suo rapporto ufficiale sulla cosiddetta “guerra al brigantaggio”, Cialdini dava queste cifre per i primi mesi e

per il solo Napoletano: 8 968 fucilati, tra i quali 64 preti e 22 frati; 10 604 feriti; 7 112 prigionieri; 918 case bruciate; 6 paesi interamente arsi; 2 905 famiglie perquisite; 12 chiese saccheggiate; 13 629 deportati; 1 428 comuni posti in stato d’assedio. E ne traevo una conclusione oggettiva: ben più sanguinosa che quella con gli stranieri, fu la guerra civile tra italiani » (Vittorio Messori, Le cifre del generale Cialdini[1])

 

Sue anche le responsabilità della strage di civili nei comuni di Casalduni e Pontelandolfo.

Il comune di Casamassima, ha così operato una damnatio memoriae nei confronti del Cialdini, intitolando la strada a Fabio Massimo.

Personalmente avrei preferito l’intitolazione alle vittime meridionali del generale, ma tant’è, meglio di niente. Sempre che si voglia realmente creare un paese unito su una storia comune e condivisa, ovviamente.


04
Nov 13

“Gli abitanti sono gli esseri più sudici che io abbia mai visto” da “abbruciare vivi”

Tterminando proprio oggi, manco a farlo a posta, “Gli ultimi giorni di Gaeta” di Gigi di Fiore, m’è venuto in mente di riprendere dei dispacci di ufficiali e sottufficiali dell’esercito sabaudo, giù al Sud.

Ne ho trovata una buona selezione proprio su una pagina de La Repubblica, a firma di Giancarlo de Cataldo.

«Tolta la dolcezza del clima e le bellezze naturali, questi paesi sono orrendi in tutto e per tutto: gli abitanti sono gli esseri più sudici che io abbia mai visto; fiacchi, stupidi e per di più con un dialetto che muove a nausea tanto è sdolcinato…». Così Carlo Nievo, fratello del più celebre Ippolito, scrive al padre nell’ inverno del 1860. Lo stesso Nievo che, da Sessa Aurunca, si augurava: «Dal Tronto a qui ove sono, io farei abbruciare vivi tutti gli abitanti; che razza di briganti!». Soltanto un paio d’ anni dopo, alcuni brillanti alti ufficiali piemontesi si incaricheranno di tradurre in opera il suo auspicio. Spiccheranno, fra costoro, il generale Pinelli, specialista in esecuzioni di massa di briganti o sedicenti tali; Pietro Fumel, particolarmente appassionato di finte fucilazioni; Gustavo Mazé de la Roche, uso a trucidare i prigionieri e a considerare «uno smacco» le (rare) scarcerazioni di evidenti vittime di arresti arbitrari. A rileggere le “imprese”, se così si può dire, dei militari dell’ esercito neounitario si viene colti da una crisi di rigetto per lo stereotipo degli “italiani brava gente”.

A Pontelandolfo e a Casalduni, come notava acutamente lo storico Roberto Martucci nel suo fondamentale L’ invenzione dell’ Italia unita, si stava dalle parti del genocidio degli indiani d’ America, fra un film di Sergio Leone e un’ elegia di Tex Willer/Aquila della Notte. Il fatto è che Fumel e compagnia agiscono, militarmente, su un terreno che, nei primissimi mesi dall’ Unità, è stato arato, sul piano, per così dire, culturale, dall’ intellighenzia nordista. I Nievo (anche Ippolito, nel suo diario al seguito dei Mille, è tutt’ altro che tenero coi «terroni»), i Farini, i Visconti-Venosta reputano da subito il Sud, e le sue genti, un’ Africa popolata da barbari irredimibili. Gente da colonizzare. L’ argomento legato al malgoverno borbonico, in realtà responsabile primo del degrado delle campagne, viene presto abbandonato a favore di una lettura in chiave di inferiorità etnica. È, in presa diretta, la nascita della teoria delle due Italie: l’ operosa, europea celtica gente che s’ attesta sin sul Tronto contrapposta ai barbari del meridione. Sarà il sociologo lombrosiano Alfredo Niceforo a conferire dignità scientifica a questa teoria. Così come si può collocarea quel tempo la prima delle ricorrenti “guerre” fra potere politicoe magistratura: coni proconsoli di Rattazzi a invocare pene esemplari e i giudici a spaccare il capello in quattro nell’ assurda – agli occhi di Torino – pretesa di dividere gli innocenti dai colpevoli. È in questo clima che Ottaviano Vimercati, il quale da esule aveva combattuto in Algeria, scrive a un amico: «Gli Arabi, che combattevo quindici anni fa, erano un modello di civiltàe di progresso in confrontoa queste popolazioni <…& non potresti farti un’ idea delle barbarie e del vero abbrutimento dei paesani di qui». Per poi concludere, pragmaticamente, che l’ annessione del Sud sarebbe bene considerarla un’ eredità da accettare col beneficio dell’ inventario,e cioè tenendosi la terrae buttando a mare i terroni

Oltre le belle favole risorgimentali degli eroi puri e degli eserciti lindi e pinti contro tiranni e rustici villici.