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17
Dic 13

Napoli,1492: quando lombardi e veneti emigravano al Sud

Napoli, Sant’Anna dei Lombardi. Una delle aree di Napoli dove la storia trasuda dagli edifici di chiese e strade. E racconta di una storia, quella che nel corso dei secoli passati, avveniva a correnti inverse.L’emigrazione dal Nord verso il Sud.

Ed ecco spiegato il nome di una delle chiese più antiche di Napoli che diventa simbolo tangibile di questi spostamenti.

Napoli tra il XV e il XVIIIsecolo divenne la meta di correnti immigratorie provenienti dalle zone della Lombardia e del Veneto, attirate dalla possibilità di intraprendere lucrose attività mercantili o di trovare posti di lavoro ben remunerato. Incredibile ma vero. I confratelli lombardi, che a Napoli si unirono in confraternita, non provenivano solo dal Ducato di Milano, ma soprattutto da quell’area geografica che oggi viene denominata, in maniera spesso folkloristica, ‘Padania’.
La Confraternita, il 24 aprile 1493, fu ufficialmente denominata ‘Confraternita di Sant’Anna de’ Nationali Lombardi’.
La chiesa deriva la propria denominazione da un più antico edificio di culto edificato nel 1581 dalla colonia dei mercanti lombardi presenti a Napoli nel luogo dove si estendeva parte del giardino di Carogioiello, molto decantato dalle fonti, in cui già nel 1411 era stata fondata una chiesa olivetana dal protonotario di re Ladislao di Durazzo, Garello Oniglia.

La fabbrica fu sottoposta a radicali lavori di ampliamento da parte di Alfonso I di Aragona, a quest’epoca risale infatti l’arco ribassato del portico esterno, tuttora esistente, e ben presto divenne tra le favorite della corte Aragonese.
In particolare fu cara ad Alfonso II e a due personaggi strettamente legati a lui, Marino Curiale, maggiordomo della casa reale, e Antonio Piccolomini, duca di Amalfi, ai quali si deve la costruzione delle due cappelle poste all’inizio della navata della Chiesa, tra le più interessanti per struttura architettonica e per le opere d’arte che vi sono conservate. Grazie agli Aragonesi e ai buoni rapporti politici che intrattennero con i Medici e con gli Estensi cominciarono ad arrivare a Napoli e a lavorare proprio in questa chiesa celebri artisti ‘forestieri’ All’interno sono degni di nota in controfacciata l’organo barocco di Cesare Catinorozzi del 1697 e alle pareti laterali una gloria di Putti a fresco di Battistello Caracciolo, dipinta nei primi anni del Seicento. (incontrinapoletani.it)

Corsi e ricorsi storici…


10
Dic 13

«Meglio zitella che sposa a un terrone»

La Stampa oggi pubblica un interessante reportage su “come eravamo”, ovvero la storia e le condizioni degli emigranti meridionali al Nord.

Corredato da una ricca serie di immagini dell’epoca che mostrano istantanee precise su una pagina non sempre piacevole della storia di questo paese.

Che è stato di ciascuna di quelle esistenze ancorate al passato e tese al domani, colte dai fotografi in un presente che conteneva entrambi, ai binari, ai finestrini dei convogli, nelle roulotte fatte abitazione, nei cortili di ballatoio, all’uscita dalla fabbrica, nei condomini delle periferie e tra le mura fatiscenti di antichi borghi, a caccia di lavoro in metropoli spaventate dall’onda dei «napoli» (tutti i meridionali erano «napoli», che in piemontese si pronuncia «napuli»).

La città dei Santi sociali era percorsa dalla diffidenza e questa tracimava nel razzismo. Negli annunci matrimoniali si cercava «giovane settentrionale». Nella rubrica «Posta NORD/SUD», creata dalla Stampa negli Anni 60, l’operaio di Foggia piangeva l’umiliazione per il rifiuto del suo amore: «Meglio zitella che sposa a un terrone». Quella pagina di giornale cuciva un epistolario pubblico – in luogo della lettera privata – con i parenti rimasti giù: «Si guadagna per il necessario, ma i bambini crescono con mentalità più aperta e disinvolta».

Sui portoni apparivano gli impietosi cartelli «non si affitta a meridionali», colpevoli di entrare in due e poi ospitare parenti e altri parenti ancora, in cerca d’un lavoro nell’industria, nell’indotto, nei cantieri edili dove corregionali mettevano in piedi il racket delle braccia.

Gli immigrati dal Sud erano imprigionati nel racconto beffardo di chi giurava d’aver visto vasche da bagno trasformate in orti di ceramica, terra al posto dei saponi: i «napoli» puzzano, si diceva, perché per ricreare un frammento di radici non hanno dove lavarsi tutti interi.

Verità è che tanti – meno fortunati di chi accedeva alle case popolari create dalla Fiat già negli Anni 50 – nemmeno avevano una vasca e una doccia, stretti, come oggi gli extracomunitari, nelle brande affiancate in soffitte marce da voraci razzisti che guadagnavano e disprezzavano, guadagnavano e umiliavano.

Eppure l’integrazione maturava. La donnetta torinese con stupore ai cronisti diceva dei vicini: «Vengono da giù, ma sono brave persone».

In un corredo di pregiudizi che non s’è mai attenuato anzi s’è amplificato. Magari proprio ad opera dei nipoti e dei figli di quegli emigranti che da vittime si sono trasformati in carnefici di se stessi e di tutti i migranti. Votando in maniera convinta, ad esempio, per la Lega e rinnegando con un taglio netto le proprie radici.

In 60 e passa anni quella emorragia non s’è fermata. Non ho mai creduto all’emigrazione come un virtuoso spostamento di menti ed ideali. Poichè quasi sempre è mosso da uno stato necessità e di bisogno, non dalla volontà di conoscere il mondo. E di certo costituisce una delle cause di arretratezza di una terra.


11
Ott 13

Guardare in alto per non morire abbracciati a Lampedusa

Hundreds Of African Migrants Feared Dead Off The Coastline Of Lampedusa

di Rosario Dello Iacovo

A leggere un po’ di dichiarazioni di miei concittadini sui fatti di Lampedusa mi verrebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Guardate che voi mica siete lombardi, siete emigranti. Non maneggiate i cocktail della Milano da bere, ma il trolley che ha sostituito la valigia di cartone. I vostri profili dicono che buona parte di voi risiede al nord e qualcuno all’estero, e a quel punto non posso fare altro che constatare quanto siete imbecilli.

Voi perché siete emigrati? Voglia di vedere il mondo o necessità? E quando vi hanno accolto male nel posto dove siete arrivati, vi ha fatto piacere? Parlate di inasprimento delle leggi, ma quale legge può fungere da deterrente nei confronti di persone così disperate che per arrivare in Europa rischiano di crepare o crepano come a Lampedusa? Quale legge fungeva da deterrente quando gli italiani attraversavano, spinti dalla fame, clandestinamente la frontiera con la Svizzera per andare a vivere nei pollai?

Guardatevi le scarpe. Con buone probabilità sono prodotte in Cina. I pantaloni, la maglietta, la camicia? Nove su dieci, da qualche parte dove il lavoro non costa un cazzo, dove diritti è una parola vuota di senso. E perché vi stupite se le merci circolano liberamente e la merce per eccellenza, la forza-lavoro, fa la stessa cosa? Quale stupore se il capitalismo delocalizza dove paga di meno i lavoratori, e per la stessa legge di mercato i lavoratori vengono a vendere le proprie braccia a un prezzo più alto in occidente? Se è legittimo che la Fiat, dopo decenni di sostegno pubblico, sposti le fabbriche all’estero per pagare 300, 400 euro al mese un operaio serbo o uno polacco, mi dite per quale astrusa ragione, lo stesso operaio serbo e quello polacco non dovrebbero provare a venire qua per guadagnarne 1000?

Io ho vissuto a Napoli, ma anche altrove. A Londra, a Milano, a Berlino. Sempre per scelta e per una personale inquietudine, ma quando in una sola occasione sono stato costretto davvero a emigrare l’ho vissuta malissimo. Eppure non mi serviva nessun permesso di soggiorno, avevo il cellulare e internet per restare in contatto con la sfera dei miei affetti, avevo una splendida casa, a tre ore di treno da Napoli. Nessuno mi ha ritrovato abbracciato a un altro, come nelle acque di Lampedusa, nel disperato gesto di non morire da solo. Pensate come possa viverla chi in mezzo a questo mare cerca una speranza nella notte.

Chiedete leggi più severe, ma vi siete mai chiesti a cosa servono o chi colpiscono? In Italia esiste già il reato di clandestinità: è servito forse a fermare i flussi migratori? No, e nemmeno avrebbe potuto, in un pianeta a una dimensione sottoposto alla dittatura dell’economia globale. Quelle leggi servono per creare individui giuridicamente più deboli e perciò più ricattabili. Questi stessi individui servono per ridurre anche i nostri diritti, le nostre aspettative salariali. Si chiama guerra fra poveri, quella che ho visto esplodere in tutta la sua veemenza quando ho scritto un post sui migranti che raccolgono i pomodori a venti euro al giorno nel foggiano, su una pagina con quasi 300mila iscritti, e tanti dicevano: vorrei poterlo fare io.

Io lo so che il pensiero critico è in stato comatoso, lo so che in certi territori la convivenza è difficile e il bulletto è magrebino, come ieri era napoletano o catanese, non sono malato di buonismo cattocomunista. Ma quando vedo che il primo partito nei sondaggi per le europee in Francia è il Front National, mi si accappona comunque la pelle. Perché penso che non è solo un problema dei miei concittadini che fanno finta di essere leghisti, ma un contagio mondiale. E penso pure che aveva ragione Gramsci quando diceva che la storia insegna, ma non ha scolari. Le dittature del Novecento, i milioni di morti della seconda guerra mondiale, sono un ricordo ormai così sbiadito da non essere, stavolta nel senso letterale del termine, un deterrente sufficientemente valido perché non si commettano gli stessi errori?

Oggi la ricchezza si concentra sempre più in poche mani. Il lavoro è un miraggio. Quando c’è non basta a fronteggiare il costo della vita. Per una casa ti chiedono più della metà di quanto guadagni. Il resto se lo portano via bollette, cibo e un paio di altre indispensabili cazzate. Possibile, continuo a chiedermi con la rabbia di un leone nelle notti di febbre, che a nessuno venga in mente che dobbiamo guardare in alto? Dobbiamo guardare in alto, combattere i privilegi di quella ricchezza così grande da risultare immorale.

Solo lì c’è una via d’uscita, perché in basso ci aspettano gli abissi di Lampedusa.

E la speranza di un corpo da abbracciare per non crepare soli.


04
Set 13

Quando gli svizzeri emigravano…al Sud

Quando gli svizzeri emigravano...al Sud

C’è stato un tempo in cui l’eldorado dell’emigrazione aveva invertito le comuni e stereotipate coordinate geografiche.

La notizia, riportata da Il Denaro, è venuta alla luce in occasione del numero speciale della rivista di cultura “Arte & Storia di Lugano”, dedicata al capoluogo partenopeo e presentata a Napoli, lo scorso inverno, presso il Maschio Angioino, con il patrocinio del Comune di Napoli e del consolato generale di Svizzera a Napoli, guidato da Claude Duvoisin.

Ecco quanto ancora si legge:

Luogo di principale attrazione: Napoli, verso cui, ad ondate, tanti Svizzeri, soprattutto Svizzeri tedeschi di tutte le estrazioni sociali emigrarono con diversi obiettivi personali. Verso la metà dell’Ottocento, nella capitale del Regno delle due Sicilie quella svizzera era tra le più numerose comunità estere”. Ripercorrere la storia di questa presenza significa analizzare parti importanti della storia partenopea, ma anche di storia svizzera, che si intrecciano intimamente con le vicende personali e familiari di coloro che lasciarono la loro patria nordica per recarsi, in cerca di fortuna, a Napoli. “La prima ondata migratoria — spiega il console svizzero – avviene nella seconda metà del Settecento, quando alcuni mercenari elvetici si misero al soldo dei Borboni. Contemporaneamente e parallelamente iniziava un’altra ‘filiera migratoria’, quella di tipo puramente economico, che portò intere famiglie svizzere a occupare — in qualità di imprenditori, ma anche come forza lavoro – interi comparti economici della zona, dalle industrie (soprattutto tessili) alle banche, dall’hotellerie al commercio. E, insieme a questi, non si può dimenticare la schiera di intellettuali, artisti e scrittori svizzeri, che, al seguito dei loro connazionali, si recarono a Napoli e ne fecero fonte di ispirazione della loro opera, al punto che tre edifici simbolo della città, come il Palazzo Reale, il Maschio Angioino e la chiesa di San Francesco da Paola, sono opera di architetti della Svizzera italiana. Ancora oggi a Napoli vive un’ampia comunità svizzera, in parte discendente degli emigranti ottocenteschi”.


03
Set 13

“I treni della (in)Felicità”: un’altra storia poco conosciuta del Sud

Il recupero di frammenti poco conosciuti della storia del Sud, non riguarda solo le vicende preunitarie. Ma anche tante, che hanno avuto luogo nel dopoguerra.

Celebrate, da diverse prospettive, anche dal cinema e dalla stampa. Come, ad esempio, nel film “Pane Nero”. Si tratta dei cosiddetti “treni della felicità”.

Lo scorso Marzo, dal proprio profilo Facebook, il professor Gennaro de Crescenzo ha riportato alla luce una di queste vicende, per stimolare la riflessione sui processi di emigrazione dal Mezzogiorno, da una prospettiva diversa:

Tra il 1945 e il 1952 oltre settantamila bambini meridionali furono deportati presso le famiglie del Centro-Nord dell’Italia in un progetto denominato, con una buona dose di cinismo e di retorica, “i treni della felicità”. La guerra era finita da pochi mesi e le condizioni dell’Italia erano pietose ed in particolare lo erano ancora di più nel nostro meridione. Le “forze antifasciste” al governo, con ex partigiani ed ex partigiane (tra esse Miriam Mafai e Luciana Viviani) e con l’appoggio del Partito Comunista, dei Comitati di Liberazione Nazionale e dell’Unione Donne Italiane, diedero vita a questo “movimento nazionale di solidarietà che affondava le sue radici nei valori della resistenza: uno degli esempi più fulgidi di come il nostro Paese ha saputo essere unito”…  E fu così che centinaia di treni nella solita direzione Sud/Nord furono riempiti con quei bambini “laceri e denutriti” e spediti nell’Italia centro-settentrionale (in particolare in Emilia Romagna), dove “vennero rivestiti, mandati a scuola e curati. Con questa storia “commovente ed esaltante” e con queste premesse, tra l’altro, è stato realizzato un film (“Pane nero”) passato anche alla mostra di Venezia lo scorso anno e ancora in giro, accompagnato da conferenze e seminari con i suoi realizzatori.

Un centinaio di questi bambini (è utile sottolinearlo) proveniva da San Severo in provincia di Foggia: nel 1950, dopo un duro (e giustificato) sciopero, furono incarcerati  circa 200 manifestanti e tra essi anche mogli e mariti che lasciarono soli i loro figli che, invece di essere restituiti ai genitori (magari dopo un giusto e rapido processo), furono “deportati” al Nord. In realtà, seguendo il copione delle ideologie più esasperate del tempo (da quella nazista a quella comunista), qualcuno era davvero convinto che chi governava doveva e poteva assicurare la felicità ai propri popoli magari anche a prescindere dai propri popoli o da quello che quei popoli pensavano e sentivano magari perché “incapaci” di apprezzare.

E prosegue,il Professor De Crescenzo, ponendosi domande lecite,a cui oggi, in un Sud svuotato della sua popolazione in gran parte emigrante:

Nessuno si è chiesto se quei bambini erano e furono davvero felici con un piatto di pasta in più ma senza la loro famiglia e la loro casa.  E se è vero che si trattò di un “movimento di solidarietà nazionale”, possibile che allora o oggi a nessuno sia passato per la mente che quei bambini potevano e dovevano essere aiutati a casa loro?  E che cosa doveva passare per la mente di un bambino di cinque anni (penso a mia figlia) mentre salutava, di notte, i genitori, mentre saliva su un treno circondato da infermiere e da altri bambini in lacrime e, dopo molte ore, si ritrovava al centro di una casa che non era la sua e di una famiglia che non era la sua?  Sconcerta anche l’assenza di approfondimento della questione: che fine fecero tutti questi bambini? Risulta che molti restarono al Nord ma con quali danni e conseguenze per loro e per le povere famiglie d’origine? E quali furono i costi e le conseguenze in termini di lacerazioni sociali e culturali, invece, per quelli che tornarono nei loro paesi? Come quantizzare, poi, i danni oltre che umani anche economici di questa diaspora? Quei bambini erano e potevano essere il cuore della ricostruzione del futuro del Sud dell’Italia.

Un modo rapido e veloce per risolvere la questione meridionale: svuotare il sud di meridionali.

Il trailer di Pane Nero:


27
Ago 13

I Calabresi se li porta via il vento…

 

Un bell’articolo di Gioacchino Criaco per “In Aspromonte”, racconta il fenomeno, che sa di transumanza, dei calabresi (ma dei meridionali tutti) che a fine agosto rientrano al nord.

E’ melodramma, retorica, letteratura sorpassata e consolatoria. Ma è un pianto a ogni estate per i tanti che vanno e i pochi che restano e prima o dopo andranno o sono già andati in una vita precedente.  E’ la Calabria delle valige sempre pronte, dei treni di terza classe, delle macchine stipate, che anche senza i bastimenti di un tempo è una umanità in travaglio e transumanza. La personificazione di Odisseo. Avremo peccato tanto in passato e ora peniamo in un viaggio che appare infinito.  I calabresi di agosto, tanti, sono quelli non riusciti, che ci riempiono la testa di cose mirabolanti che esistono solo nella loro testa. I calabresi riusciti, pochi, arriveranno in settembre, o ci sono stati a giugno, evitano la calca e quasi non si fanno vedere, per loro non esiste l’autunno. I calabresi partiti per forza e che rientrano non avendo altra scelta sono come le foglie d’autunno, se li porta via il vento. 

In Aspromonte I CALABRESI SE LI PORTA IL VENTO » In Aspromonte.


28
Giu 13

L’Istat: in Calabria è record di migrazioni Si torna a partire verso le regioni del Nord

Una emorragia che dura da 150 anni. Territori che perdono le proprie intelligenze e la capacità di “risorgere”.

E’ la Calabria la regione italiana da cui si emigra di più: il tasso migratorio interno è, infatti, del -4,2 per mille, il più alto delle regioni. Il dato emerge dal “Bilancio demografico nazionale” dell’Istat, presentato oggi, nel quale si evidenzia che cresce la popolazione, visto che il 31 dicembre 2012 risiedevano in Italia 59.685.227 persone, di cui più di 4milioni e 300mila (7,4%) di cittadinanza straniera. Nel corso del 2012 la popolazione è cresciuta di 291.020 unità (+0,5%). Il movimento naturale della popolazione ha fatto registrare un saldo negativo di circa 79 mila unità. In particolare, sono stati registrati più di 12 mila nati in meno rispetto all’anno precedente e circa 19 mila morti in più.

Il movimento migratorio con l’estero nel 2012 ha segnato invece un saldo positivo pari a circa 245 mila unità. Il movimento migratorio, sia interno sia dall’estero, è indirizzato prevalentemente – spiega l’Istat – – verso le regioni del Nord e del Centro.

L’articolo completo:

L’Istat: in Calabria è record di migrazioni Si torna a partire verso le regioni del Nord – IlQuotidianodellaCalabria.


09
Mar 13

“I treni della (in)Felicità”: un’altra storia sconosciuta del sud

Il recupero della storia del Sud, non riguarda solo le vicende preunitarie. Ma molte, taciute, che hanno avuto luogo anche nel dopoguerra.

Celebrate, da diverse prospettive, dal cinema e dalla stampa.

E’ il professor Gennaro de Crescenzo che riporta alla luce una vicenda:

Tra il 1945 e il 1952 oltre settantamila bambini meridionali furono deportati presso le famiglie del Centro-Nord dell’Italia in un progetto denominato, con una buona dose di cinismo e di retorica, “i treni della felicità”. La guerra era finita da pochi mesi e le condizioni dell’Italia erano pietose ed in particolare lo erano ancora di più nel nostro meridione. Le “forze antifasciste” al governo, con ex partigiani ed ex partigiane (tra esse Miriam Mafai e Luciana Viviani) e con l’appoggio del Partito Comunista, dei Comitati di Liberazione Nazionale e dell’Unione Donne Italiane, diedero vita a questo “movimento nazionale di solidarietà che affondava le sue radici nei valori della resistenza: uno degli esempi più fulgidi di come il nostro Paese ha saputo essere unito”…  E fu così che centinaia di treni nella solita direzione Sud/Nord furono riempiti con quei bambini “laceri e denutriti” e spediti nell’Italia centro-settentrionale (in particolare in Emilia Romagna), dove “vennero rivestiti, mandati a scuola e curati. Con questa storia “commovente ed esaltante” e con queste premesse, tra l’altro, è stato realizzato un film (“Pane nero”) passato anche alla mostra di Venezia lo scorso anno e ancora in giro, accompagnato da conferenze e seminari con i suoi realizzatori. Un centinaio di questi bambini (è utile sottolinearlo) proveniva da San Severo in provincia di Foggia: nel 1950, dopo un duro (e giustificato) sciopero, furono incarcerati  circa 200 manifestanti e tra essi anche mogli e mariti che lasciarono soli i loro figli che, invece di essere restituiti ai genitori (magari dopo un giusto e rapido processo), furono “deportati” al Nord. In realtà, seguendo il copione delle ideologie più esasperate del tempo (da quella nazista a quella comunista), qualcuno era davvero convinto che chi governava doveva e poteva assicurare la felicità ai propri popoli magari anche a prescindere dai propri popoli o da quello che quei popoli pensavano e sentivano magari perché “incapaci” di apprezzare.

E prosegue,il Professor De Crescenzo, ponendosi domande lecite,a cui oggi, in un Sud svuotato della sua popolazione in gran parte emigrante:

Nessuno si è chiesto se quei bambini erano e furono davvero felici con un piatto di pasta in più ma senza la loro famiglia e la loro casa.  E se è vero che si trattò di un “movimento di solidarietà nazionale”, possibile che allora o oggi a nessuno sia passato per la mente che quei bambini potevano e dovevano essere aiutati a casa loro?  E che cosa doveva passare per la mente di un bambino di cinque anni (penso a mia figlia) mentre salutava, di notte, i genitori, mentre saliva su un treno circondato da infermiere e da altri bambini in lacrime e, dopo molte ore, si ritrovava al centro di una casa che non era la sua e di una famiglia che non era la sua?  Sconcerta anche l’assenza di approfondimento della questione: che fine fecero tutti questi bambini? Risulta che molti restarono al Nord ma con quali danni e conseguenze per loro e per le povere famiglie d’origine? E quali furono i costi e le conseguenze in termini di lacerazioni sociali e culturali, invece, per quelli che tornarono nei loro paesi? Come quantizzare, poi, i danni oltre che umani anche economici di questa diaspora? Quei bambini erano e potevano essere il cuore della ricostruzione del futuro del Sud dell’Italia.

Un modo rapido e veloce per risolvere la questione meridionale: svuotare il sud di meridionali.

Il trailer di Pane Nero: