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19
Feb 14

Meridionali? Lo siamo diventati dopo. Parola di due ricercatori calabresi

Sul Mattino di oggi, Marco Esposito scrive un interessante articolo per smontare il nuovo pamplhet sul Sud di brutto, sporchi e poveracci, ante 1861.

Lo fa confortato dai dati di due ricercatori, Daniele e Malanima, e che verranno pubblicati  sulprossimo numero della «Rivista di Storia Economica»

Quello che si evidenzia, in risposta al nuovo pamplhet “Perchè il Sud è rimasto indietro”, di Felice, secondo cui, in estrema sintesi, l’ambiente geografico sarebbe degradato economicamente a causa dei suoi stessi abitanti è che:

Lui stesso (Felice,ndr)) ha in più occasioni stimato la ricchezza del Mezzogiorno come non molto lontana da quella del resto d’Italia, con la Campania più ricca dal punto di vista del reddito procapite del Piemonte.

È vero che i dati di Felice si fermano al 1871, ma se in quell’anno il divario era
di circa il 15% a favore del Nord,sostenere senza una pezza d’appoggio che nel 1861 fosse del 20-25% significa immaginare il decennio1861-1871comeparticolarmente florido per il Mezzogiorno, il migliore di tutta la suastoria. Tuttavia appare difficilecredere che nei dieci anni in cui Napoli perse il ruolo di capitale,
si bloccarono le commesse pubbliche, si sparò sugli operai di Pietrarsa, si ridimensionarono i cantieri di Castellammare, si chiuse l’area siderurgica di Mon-
giana, si proclamò la legge Pica prevedendo esecuzioni senza processo,si uccisero (dati di Felice) ventimila persone colpevoli o sospettate di brigantaggio, il Sud Italia abbia corso, dal punto di vista economico, più del Nord.

Inoltre per smontare la teoria di una ricchezza del Sud in mano soltanto all’1% della popolazione, Esposito, confortato dai dati dei ricercatori calabresi, scrive:

Nei censimenti, replicano Daniele e Malanima, della popolazione degli anni 1811-14, che riguardano tutto il Regno di Napoli (senza la Sicilia), e corrispondono a quello che Felice definisce «Mezzogiorno continentale», il termine di «possidenti» viene attribuito a 815.762 abitanti e cioè al 16 per cento della popolazione (di 5.029.188 abitanti). «Alla luce di quanto sappiamo sulle economie premoderne-osservano Daniele e Malanima – il caso del Regno di Napoli non appare più così eccezionale. Diremmo, anzi, che è del tutto normale». Anormali, insomma, noi meridionali lo siamo diventati dopo.

Ma non vogliono farcelo sapere. Per questo continuano a sommergerci di bugie.

 

 


27
Nov 13

Una strategia noir per Napoli e il Sud?

Un pentito di camorra che diventa nuovo tronista nei salotti delle trasmissioni di  inchieste su misura e ad orologeria (oltre che on demand), un settimanale con scoop da scuola elementare che stravolge la realtà sull’acqua potabile (nessuna inchiesta sulle uova alla diossina in Lombardia nè sull’acqua di Treviso) un’azienda di pomodori che ci tiene a precisare che i suoi prodotti non vengono dal Sud (salvo poi scoprire che la zona dove vengono coltivate è ancora piú inquinata) , aziende di mozzarelle che si vantano della propria produzione proveniente non da aree universalmente riconosciute come DOP, un nuovo libro zeppo di luoghi comuni, stereotipi e dati preconfezionati che servono a dipingere il Sud come la solita macchina mangiasoldi, operatori della comunicazione ed ex assessori che imputano ai cittadini meridionali di essere omertosi e di aver permesso l’interramento di rifiuti tossici nelle proprie terre (salvo poi tacere sulla proprietà di tali rifiuti).

Insomma l’ennesimo quadro pronto e dipinto per rimarcare i confini posti dalla teoria delle finestre rotte.

C’è una strategia dietro tutto ciò? La domanda non se la pone il modesto autore di questo blog, ma un editorialista de il Mattino ( che ogni tanto si ricorda di essere il quotidiano di Napoli), Antonio Galdo, che insieme ad altre due firme, Marco Esposito e Gigi di Fiore, in questi giorni, pone domande e riflessioni sul quadro citato prendendo come spunto proprio il nuovo libro di Rizzo e Stella, “Se muore il Sud”.

Scrive Galdo :

Le spese a pioggia dei fondi europei, i finanziamenti ai progetti “coriandoli”, non rappresentano un’esclusiva delle regioni meridionali, come si racconta nel libro Se muore il Sud, a partire dal titolo. Anzi. Il fenomeno è ben più marcato nelle regioni del Centro-Nord, dove sono finiti il 73 per cento dei finanziamenti eu- ropei 2007-2013, che dovevano aiutare il Mezzogiorno a ridurre il divario con il resto del Paese. E’ in Lom-bardia, Toscana e Friuli Venezia Giulia che si concentra il fenomeno dei finanziamenti a pioggia, dei progetti “coriandoli”, con tanto di clientele e malaffare: eppure a leggere le pagine ben scritte del libro di Stella e Rizzo, la realtà si capovolge, e il Sud di fatto appare come il parafulmine, unico e solo, dei peggiori vizi nazionali. Mentre è Il Nord, i numeri e i fatti parlano, che con una mano ha sottratto risorse pubbliche al Mezzogiorno e con l’altra ne ha superato la fantasia e la spregiudicatezza nella cattiva gestione .

Qualche pagina più avanti, è Marco Esposito a porre l’accento su una vicenda di finanziamenti che non fa scalpore o notizia, anche perché, poiché non si tratta di storie meridionali, perde le caratteristiche di pregiudizio e stereotipo:

A metà strada tra Brescia e Cremona, nel cuore della pianura lombarda, c’è il comune d’Italia che riceve il maggior numero di aiuti dall’Europa in rapporto agli abitanti: Verolanuova. Vanta 4.792 progetti approvati su 8.190 residenti. In pratica un finanziamento ogni due abitanti. Milano è lontana (un progetto ogni 26 abitanti) e Napoli lontanissima (un progetto ogni 150 abitanti). Certo, a Verolanuova i finanziamenti sono di piccolo importo, in media 500 euro, ma non è proprio questo che si contesta al Mezzogiorno? Di spendere i fondi europei frantumandoli in migliaia di iniziative sovente prive di coordinamento. Per fare cosa? Corsi di formazione individuali organizzati dal centro Zanardelli, azienda speciale controllata dalla Provincia di Brescia che è riuscita a farsi approvare ben 16 mila progetti-fotocopia, intercet- tando 13,6 milioni di euro, con una media da 850 euro a iniziativa.
Scorrendo i dati di www.opencoesione.gov.it sorprende il fatto che alcune tipologie di corsi sia no concentrate in specifiche aree territoriali e del tutto assenti altrove. (…)

Come ad esempio i corsi per tatuatori, mai a sud della Toscana, che prendono fondi europei:
In genere i corsi sono titolati «Tecnico qualificato in tatuaggio» ma non mancano definizio- ni più fantasiose come «Tatuaggio e piercing, aspetti di igiene e sicurezza» a Savona, o «Tecniche di tatuaggio artistico» a Trieste, o «Tecniche di produzione e di con- fezionamento di tatuaggi tempo ranei»

Sono sporadici i finanziamenti diretti alle imprese.(…)
La Regione che vanta il maggior numero di progetti approvati è la Lombardia, che da sola ne ottiene più di tutto il Sud. E, in Lombardia, il comune più aiutato in proporzione alla dimensione demografica è appunto Verolanuova.

Per non parlare dei fondi Fas destinati al Mezzogiorno, negli anni passati, e dirottati poi per sistemare i buchi di bilancio di qualche Ministero o della metropolitana di Torino.

In ogni noir che si rispetti il colpevole è quasi sempre il maggiordomo. Ovviamente, meridionale.


14
Nov 13

Bevi Napoli e poi muori, la risposta del direttore de L’Espresso

Ecco come ha replicato il direttore de L’Espresso Manfellotto, alle preplessità di Marco Esposito, portavoce di Unione Mediterranea, sulla scelta della copertina dell’inchiesta del proprio giornale, in edicola domani:

“Caro Marco,

ti ringrazio innanzitutto del tono garbato (e dolente) con il quale hai voluto esprimermi il tuo dissenso. Non sai quanto mi faccia male occuparmi in questi termini della mia città, ma sono convinto che dopo aver letto il testo dell’inchiesta rivedrai un po’ il tuo giudizio e soprattutto capirai che si tratta di una ricerca molto seria e approfondita.

Comprendo anche le perplessità sulla copertina, ma è volutamente provocatoria e “tosta”: se penso che è dal 1985 che il territorio della Campania si è trasformato in discarica a cielo aperto gestito da criminali e a disposizione di chiunque in Italia e in Europa volesse disfarsi di rifiuti tossici e pericolosi; che le confessioni di pentiti vari hanno svelato una realtà che ugualmente ha continuato a riprodursi tale e quale anno dopo anno; se penso che la Terra dei fuochi continua a bruciare nonostante denunce inchieste e Gomorra varie, allora mi sono convinto che forse un pugno nello stomaco può aiutare a riportare tutti alla tragica realtà e a comportarsi di conseguenza. Perché se può esserci il rischio che tutto è avvelenato significhi nulla è avvelenato, anche il silenzio e l’omertà possono può tradursi in una assoluzione generale. Non possiamo più permettercelo.

E poi, che ti devo dire?, continuo illuministicamente e ottimisticamente e ingenuamente a pensare che possa esserci un giorno in cui le lettere di protesta invece di arrivare ai giornali arrivino a ministri, deputati, governatori, sindaci, poliziotti, carabinieri, guardia di finanza…”


14
Ago 13

Parli in dialetto? Plebeo e ristagno antropologico!

L’ermellino campano Esposito, credo di aver capito sia della provincia di Salerno, è diventato il topos giornalistico dell’estate 2013. Un pò come lo fu la Lambada negli anni’90. Ciascuno, a modo proprio, parte dalla telefonata del giudice,  per costruire un ultramondo di considerazioni. Sarà che non si vuole parlare della sostanza, visto il governo delle larghe intese.

 

Si tranquillizzino i lettori, non si tratta quasi mai del solito leghismo o razzismo d’oltre Garigliano, le firme sono sovente meridionali, ormai ci abbiamo fatto il callo, è un fenomeno di insofferenza emigrante, che qualcuno ha approfondito.

Oggi è la volta di un articolo apparso sul blog lettera 43, che vi linko alla fine di queste quattro righe.

A prescindere dall’appartenenza geografica, l’analisi sociologica che ne fa l’autore, abbraccia tutti i dialetti d’Italia. Ovviamente, focalizzando il fenomeno sul solo Mezzogiorno, diventa, per quest’ultimo motivo, argomento di arretratezza economica, sociale e culturale. Attenzione, rispetto agli articoli di insofferenza al dialetto precedenti, qui, si va oltre, nel senso, non si parla di idiosincrasia verso l’eloquio in lingua natìa manifestata in un’aula di tribunale, ma di scampoli di relazioni sociali:

Vi ha stupito la perfomance linguistica del giudice Antonio Esposito che si esprime in un  inossidabile vernacolo al telefono? Chi conosce i paesaggi morali del nostro Sud non ha battuto ciglio. Che le classi alte nel Mezzogiorno si esprimano nell’idioma locale è spettacolo corrente di tutti i giorni. Gli scambi linguistici nel dialetto gorgogliante di “u” come un lavandino sturato,  tra notai e posteggiatori per esempio,  nella nativa città etnea sono la norma. E a Napoli il ricorso al dialetto è prassi linguistica consolidata e non
solo tra comari tra un ballatoio e l’altro.

E la chiosa finale: Il dialetto è vivacità, è freschezza e irrinunciabile  colore locale,  si dirà. Ma anche il segno del comando, del comando delle grandi masse popolari sulle realtà urbane del  Mezzogiorno.  E forse anche  il  segno di un ristagno antropologico. E’ successo nel nostro Sud  ciò che è accaduto nella magnifica civiltà egizia: non c’è stata evoluzione . Da Cheope fino ai Tolomei i geroglifici sono rimasti quelli.

 

Ora, da Lazzaro che parla in dialetto tra i vicoli della realtà reale e quella virtuale, mi sto convincendo. Ma vuoi vedere che tutti questi dotti esegeti della semantica e della fonetica, hanno ragione?

E onestamente, m so scucciato pur’io di fare sempre la figura dell’arretrato. E soprattutto iniziamo a fare delle leggi speciali, per eliminare definitivamente ogni contaminazione di classe e residuo di dialetto.

Aboliamo il dialetto e pure quella palla di World Music che ha fatto fare i miliardi a Peter Gabriel. Tutto ristagno antropologico.

Aboliamo pure la lettura di Scarpetta, di Belli, di Goldoni…sti fetient ci hanno fatto fessi che era letteratura. Ma quale letteratura era tutto ristagno antropologico, imposto dalla plebe.

E basta anche con questa contaminazione tra notai e parcheggiatori. Il notaio parli l’italiano, il parcheggiatore il dialetto. A ciascuno la sua lingua e la sua classe sociale. Borghese e plebeo, distinti, e mò basta che è sta confidenza, ma che modi sono? ( il problema, poi, è che gli parli in dialetto o che gli lasci l’obolo non dovuto? Vallo a capire).

Il ventre della plebe ha imposto perciò inderogabilmente sia per il dritto che per il rovescio (criminalità organizzata) le sue regole, il suo gusto, la sua gastronomia, il suo dialetto, i suoi toni e i suoi modi, il suo sporco, brutto e cattivo prestigio regressivo,  cui la borghesia locale mai si è sottratta restandone nei fatti socio-demo-psicologicamente soggiogata.

 

E allora diciamo basta ai bancarielli col per e o muss per strada, basta con la pizza fritta unta venduta senza il rispetto delle più elementari norme igieniche. La frittata di pasta? Se la mangiassero i plebei, la borghesia si emàncipi, che a furia di seguire la gastronomia làzzara s’è fatta venire delle panze schifose e sono diventati tutti obesi. Sushi e Nouvelle cuisine oltre i confini dei quartieri della plebe.

Basta col purptiello paesano venduto con urla disumane da orde di pescatori plebei, in un dialetto incomprensibile. E’ ristagno antropologico! Il purptiello paesano va venduto in italiano e visto che siamo in Europa, che vengano tradotti gli annunci in francese e tedesco. Chè se se ne accorge il premier tedesco, quando si imbarca al porto di Pozzuoli per andare a Ischia, c facimm piglià per i fondelli pure da loro “ha ha ha pescatoren ristagno andropologgicho”.

Comunque ecco l’articolo, io vado a disintossicarmi dal dialetto, in uno dei miei paesaggi morali :

“Chist’è na stupotaggine” – La forza linguistica, simbolica e sociale delle plebi meridionali | Brodo di coltura.


09
Ago 13

Il Foglio: giudice Esposito? Il simbolo della decadenza dei costumi di Napoli

Le accuse più frequenti a questo blog, tra le tante, riguardano un presunto grado di “visionarietà”, intesa non come visione completa e chiara degli eventi, ma di prolissa e sceneggiata narrazione dei medesimi e dei fatti da cui vengono generati.

Purtroppo, ahinoi, gli accadimenti finiscono sempre per darci ragione e talvolta gli stessi superano le nostre stesse capacità di sceneggiatura.

Così, saremmo “visionari” quando affermiamo che Napoli ed il napoletano assurgono sempre a termine comparativo di minoranza. Sempre. Anche per giustificare l’ingiustificabile e, come si dice a Napoli, all’interno del piatto, la carne và sotto ed i maccheroni sopra. In una precisa strategia di comunicazione e di ribaltamento della realtà.

Senza entrare nel merito della vicenda, vi invito ad analizzare le accuse che, molti quotidiani, stanno portando al giudice di Cassazione, Esposito, puntando tutto sul suo “accento” o “dialetto” (questo giudice è un mix esplosivo, magistrato, campano ed Esposito).

Un dialetto (peccato che per l’Unesco sia considerato una lingua) che secondo una presidentessa di turno del Senato, non avrebbe cittadinanza neanche tra le aule parlamentari.

E se il sito online di un quotidiano lombardo, per attaccare Esposito, s’era lasciato andare al tiro al cazzeggio sul “dialetto” campano, definito, alternativamente, “turco, gomorrese,borbonico”, all’interno di un sondaggio rivolto ai lettori, ieri ha rincarato la dose il Foglio di Giuliano Ferrara.

E ieri, giovedì, sul Foglio, Annalisa Chirico lo (il giudice Esposito, ndr) paragona a Felice Caccamo, il personaggio tifoso del Napoli inventato da Teo Teocoli a Mai dire gol. «Si tratta — scrive — di un napoletano strascicato, che stride con l’ermellino e se ne infischia della buona immagine, abbandonandosi a commenti in un italiano scomposto». Ma c’è di più, perché in quel modo di esprimersi c’è «il quadro della Napoli di oggi», di «una decadenza dei costumi e delle forme», perché «così non parla neppure un Caccamo qualunque». Segue chiosa dell’elefantino, al secolo Giuliano Ferrara: «’A Caccamiata suprema». (Corriere del Mezzogiorno)

Ora, quello che costantemente sfugge è il motivo per il quale, occorra rendere, le caratteristiche di un soggetto, universali, per aumentarne il grado d’offesa. Come se oggettivando le attitudini (che nella fattispecie si presumono negative) di un individuo, ed inserendolo quindi, in questo caso, nel contesto della “napoletanità”, se ne enfatizzasse la pochezza, la subalternità e la decadenza.

Dinanzi a tale scansione narrativa (come direbbe un presidente di regione) deformata e distorta, il fatto che il giudice abbia parlato in napoletano, con un interlocutore della medesima provenienza geografica, tra noi si usa fare così, lo renda peggiore di quello che potrebbe essere. Al contrario, appartenere ad “altre latitudini” redime anche da una condanna passata ormai in giudicato. Della serie “noi non siamo napoletani”.

Insomma per costoro, seguendo tale filo logico, Gaetano Filangieri, che si sarà pur abbandonato a dialoghi nella lingua natìa, sarebbe una immagine decadente e poco professionale del diritto. E con lui tutta la tradizione giurisprudenziale partenopea (diamine, parleranno in napoletano in tribunale o in famiglia, presumo).

In parole povere: se vuoi fare il comico (anche decadente) o l’attore, parla pure napoletano. Ma per carità, evita di fare il magistrato o il principe del foro.

A ciascun dialetto il suo mestiere.

Ma vi sembra possibile?


11
Mar 13

Turismo: Napoli in controtendenza? Allora parliamo di monnezza

L’Aica, Associazione Italiana Confindustria Alberghi ha rilasciato una nota sui dati relativi all’occupazione delle camere d’albergo in Italia, con riferimento a Gennaio 2013.
Calo generalizzato in Italia per il tasso di occupazione delle camere d’albergo: solo Napoli, di fronte a un quadro complessivo negativo, a gennaio e’ in controtendenza. E’ quanto emerge dai dati dell’osservatorio dell’Asociazione italiana Confindustria Alberghi. Anche se in controtendenza, pero’, Napoli si confronta con un dato molto critico determinato dalla crisi dei rifiuti del passato. Il calo principale riguarda Bergamo (-11,2%), Verona (-9,2%) e Torino (-7,5%). (Ansa)
Quanto si rileva è dunque la controtendenza del capoluogo campano rispetto al trend nazionale, eppure, come fa rilevare Marco Esposito, assessore alle attività produttive della giunta de Magistris, quel riferimento all’emergenza rifiuti proprio non “c’azzecca”.
In una nota all’Ansa Esposito spiega: Il boom di presenze turistiche negli alberghi di Napoli non è occasionale e non può essere legato alla fine della crisi dei rifiuti.
 “L’Aica – puntualizza Esposito – riconosce a Napoli il primato di città con l’incremento maggiore, grazie a una crescita di presenze alberghiere del 10,5%, tuttavia attribuisce tale variazione a un confronto con un dato ‘particolarmente critico come quello dovuto dalla crisi dei rifiuti’ del passato”. L’assessore però ricorda che la crisi dei rifiuti si è conclusa nell’agosto del 2011 e quindi non poteva influire in un confronto gennaio 2013 su gennaio 2012. “Inoltre – aggiunge Esposito – in base ai dati dell’Osservatorio Aica l’occupazione alberghiera a Napoli era nel gennaio 2012 del 43,4% quindi non particolarmente bassa se confrontata al 40,5% di Roma o al 40,7% di Venezia. Nel gennaio 2013 l’occupazione alberghiera a Napoli è salita al 48,0% contro il 39,1% di Roma e il 40,7% di Venezia”.