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19
Mag 17

Io, foggiano e musulmano, patriota delle Due Sicilie

Bazzico il mondo cosiddetto “meridionalista” o, meglio, “neo meridionalista”, da una decina di anni. Più come “osservatore” interessato, che come attore di un palcoscenico piuttosto variegato e trasversale (dall’estrema destra all’estrema sinistra) e in moltissimi casi fortemente post ideologico.

Da qualche anno incrociavo, nei commenti ai vari gruppi, un signore che si firmava (e si firma) come Mustafà e credo di averlo incontrato anche a qualche manifestazione.

Pensavo che quel nome fosse sempre stato un vezzo, un “nome di battaglia”, e mi è sempre sembrato indelicato chiedergliene la ragione.

Finché, ieri, sulla timeline della mia bacheca Facebook mi è apparso un pezzo scritto proprio da Mustafà “Io musulmano e patriota delle Due Sicilie”, che in un mondo attraversato (in alcuni suoi settori) da sentimenti di profonda supremazia cristiana , suscita comunque curiosità e interesse.

Così scopro che Mustafà, nasce italianissimo, anzi duosiciliano (se no si incazza), di Foggia e si chiama Giovanni.

Ho amato la mia terra già da ragazzo, ma anche il Medio Oriente mi affascinava. Federico II fu la prima passione. Visitai tutti i suoi castelli calcando le orme dell’Imperatore che tanto amò il Regno. Accanto alle sue orme, quelle dei fidi saraceni, e l’Islam era pronto ad attivarsi in me. Poi nel 1979 una luce si accese a Teheran, la Rivoluzione Islamica, e la figura dell’Ayatollah Khomeyni catturò la mia ammirazione.

“Cosa muove un intero popolo a sollevarsi contro l’oppressore?” mi chiedevo e ne cercai la risposta nel Corano. Lessi libri e Vangeli. Infine abbracciai l’Islam. Per almeno 20 anni, crebbi in consapevolezza e conoscenza dell’Islam, praticandone i sacri principi.

Questo l’inizio del percorso di Giovanni che diventa Mustafà e che da duosiciliano e musulmano è due volte “straniero” in Italia e (paradossalmente) mi confessa:

Quando ero musulmano e “italiano” mi sentivo un po’ straniero. Una volta, ero in compagnia di altri stranieri, a un controllo sulla strada mi chiesero il permesso di soggiorno…

Già perché Giovanni Mustafà non si sente più italiano e la religione che ha abbracciato lo aiuta sulla via dell’adesione ad una nuova identità che non è solo religiosa e culturale, ma anche politica:

Da musulmani convertiti si ha la tendenza ad estraniarsi dal proprio paese di origine. Un po’ per il profondo cambiamento degli stili di vita e la tendenza a considerare negative tutte le abitudini precedenti (alcol, ballo, feste e divertimento, ricorrenze religiose) un po’ per motivi ideologici (rigetto dei principi politici occidentali), si ha la sensazione di sentirsi estranei alla propria società di origine.

L’Islam è completo. Ti da l’indirizzo per tutto. Dalla fede alla politica alla famiglia all’igiene personale.

Dici che la tua è anche una ribellione all’occidente. Ma essere duosiciliano non è essere, gioco forza, anche occidentale?

Dal punto di vista geopolitico sì, anche se diventare musulmani è una dichiarazione di non accettazione dei valori occidentali. L’Islam è la religione delle regole, dei ruoli, della sottomissione, tanto quanto i valori occidentali sono il libero arbitrio esasperato, la confusione dei ruoli e l’affermazione dell’ego di ciascuno al disopra di tutto e tutti.
Ma le Due Sicilie stanno in mezzo al mare. Sono un hub naturale per tutto il Mediterraneo:  sia dal punto di vista storico che religioso e artistico. Siamo una terra di mezzo. Orientali e occidentali, dal punto di vista geografico.

Essere duosiciliano vuol dire scoprire di appartenere ad una identità storico-culturale ben definita e che invece, incredibilmente, è stata cancallata con l’immersione in un gran calderone chiamato italia.

Del resto il Sud è pieno di contaminazioni islamiche ed ebraiche…

Esattamente. Ti faccio un esempio: noi foggiani, per le feste di Natale facciamo le cosiddette “cartellate”, una pasta dolce fritta e condita con miele o vino cotto. Ora che anche da noi ci sono i negozi islamici, ho scoperto che i marocchini, per le feste di Ramadan, fanno un dolce praticamente identico alle cartellate e fra poco che arriverà Ramadan vi invito a comprarli ed assaggiarli. Provare per credere.

Musulmani ed ebrei del resto, dai tempi di Federico II, hanno convissuto coi cristiani (anche i Borbone avevano, a corte, ebrei convertiti, i cosiddetti marrani)

Qualche tempo fa ho visitato il palazzo reale di Napoli. Ricordo di aver visto diversi grandi dipinti che raffiguravano l’ingresso di alcuni sovrani, dagli Altavilla ai Borbone in diverse città del Regno. Il tratto comune di questi dipinti è la presenza di personaggi in abiti di foggia orientale. Questo attesta che il nostro Regno era multiculturale anche se, lo ripeto, nessuno vuol negare che comunque la componente cattolico-occidentale era ed è quella più rappresentariva sotto tutti gli aspetti.

Poi ti racconto una cosa, in occasione della manifestazione dello scorso anno, contro il provvedimento di Alfano che voleva affidare alla Curia di Napoli il “tesoro di San Gennaro” (che appartiene al popolo napoletano da secoli, ndr) mi incontrai con un duosiciliano ebreo sul sagrato della cattedrale di S.Gennaro, anche lui in difesa della appartenenza popolare del tesoro di un santo cattolico: tutti per una (Patria), una (Patria) per tutti!

Insomma la comune difesa delle pertinenze identitarie napolitane, a prescindere dalla appartenenza religiosa.

Come coniughi il tuo essere musulmano con una certa parte del mondo meridionalista che crede nella supremazia del cristianesimo ed è intollerante verso l’Islam?

Con tanta pazienza. Diciamo che ci sono abituato, dopo 38 anni.
Devo dire che in questi ultimi 10 anni di frequentazioni meridionaliste,  non ho mai avuto cattive esperienze dirette. Tutti mi hanno sempre considerato uno di “loro”, come tra esseri umani, quali siamo. A cominciare dal compianto don Massimo Cuofano ( un sacerdote da anni votato alla causa meridionalista, ndr) con il quale c’era un rapporto di reciproca stima.

Su Facebook, invece, le incomprensioni sono dietro l’angolo ed è più facile “litigare”. Qualcuno mi ha cancellato dalle sue amicizie, qualcuno l’ho cancellato io. Specie quelli che condividono bufale padane e razziste che non dovrebbero far parte del nostro modo di essere.

Grazie Giovanni, Shalom , Salam Aleikum, Statt ‘Bbuon.

 


21
Feb 15

La foggiana dolciaria Doemi sostiene Emergency

Da consumatore ventennale della azienda dolciaria Doemi e da grande sostenitore del consumo di prodotti di aziende Made in Sud (ove possibile e senza integralismi) e a chilometro zero, mi fa molto piacere la notizia che ho letto sul profilo della società questa mattina.

doemi

La Doemi è un’azienda pugliese, foggiana nella fattispecie.

29
Ago 14

Foggia: arriva il glutine che non fa male

“Sono orgoglioso di rappresentare questa Università, una Università del Mezzogiorno operoso che attraverso queste scoperte dimostra concretamente il livello di inventiva, di sperimentazione e di approccio pionieristico alla soluzione delle problematiche che coinvolgono milioni di persone nel mondo”. 

Così annuncia il risultato della scoperta il rettore dell’ateneo foggiano Maurizio Ricci, da cui proviene la ricerca. Proprio all’Università di Foggia, infatti, è stato messo ha punto una tecnica scientifica che permette di modificare le proteine del glutine nel frumento così da non scatenare la reazione di intolleranza nei soggetti celiaci.

Il “gluten friendly”, una proteina commestibile che, se le ricerche ne confermeranno la validità, sarà utilizzata per le farine usate in prodotti come pasta, pane e tutti quegli alimenti che hanno il frumento nella loro composizione.

Secondo quanto descrive il sito di informazione “Il Resto del Gargano”:

Alla base della scoperta, già brevettata, c’è la metodologia utilizzata per spezzare le molecole indigeste e che si fonda su conoscenze della proteomica, la disciplina scientifica che studia le modifiche subite dalle espressioni delle proteine. Durante la produzione, vengono indotti dei cambiamenti molecolari nelle proteine dei grani in modo tale da fermare la sequenza di reazioni chimiche che causano l’intolleranza. In questo modo non cambierebbero il gusto e l’aspetto dei prodotti comunemente utilizzati nell’alimentazione Mediterranea.

 

 


09
Mar 13

“I treni della (in)Felicità”: un’altra storia sconosciuta del sud

Il recupero della storia del Sud, non riguarda solo le vicende preunitarie. Ma molte, taciute, che hanno avuto luogo anche nel dopoguerra.

Celebrate, da diverse prospettive, dal cinema e dalla stampa.

E’ il professor Gennaro de Crescenzo che riporta alla luce una vicenda:

Tra il 1945 e il 1952 oltre settantamila bambini meridionali furono deportati presso le famiglie del Centro-Nord dell’Italia in un progetto denominato, con una buona dose di cinismo e di retorica, “i treni della felicità”. La guerra era finita da pochi mesi e le condizioni dell’Italia erano pietose ed in particolare lo erano ancora di più nel nostro meridione. Le “forze antifasciste” al governo, con ex partigiani ed ex partigiane (tra esse Miriam Mafai e Luciana Viviani) e con l’appoggio del Partito Comunista, dei Comitati di Liberazione Nazionale e dell’Unione Donne Italiane, diedero vita a questo “movimento nazionale di solidarietà che affondava le sue radici nei valori della resistenza: uno degli esempi più fulgidi di come il nostro Paese ha saputo essere unito”…  E fu così che centinaia di treni nella solita direzione Sud/Nord furono riempiti con quei bambini “laceri e denutriti” e spediti nell’Italia centro-settentrionale (in particolare in Emilia Romagna), dove “vennero rivestiti, mandati a scuola e curati. Con questa storia “commovente ed esaltante” e con queste premesse, tra l’altro, è stato realizzato un film (“Pane nero”) passato anche alla mostra di Venezia lo scorso anno e ancora in giro, accompagnato da conferenze e seminari con i suoi realizzatori. Un centinaio di questi bambini (è utile sottolinearlo) proveniva da San Severo in provincia di Foggia: nel 1950, dopo un duro (e giustificato) sciopero, furono incarcerati  circa 200 manifestanti e tra essi anche mogli e mariti che lasciarono soli i loro figli che, invece di essere restituiti ai genitori (magari dopo un giusto e rapido processo), furono “deportati” al Nord. In realtà, seguendo il copione delle ideologie più esasperate del tempo (da quella nazista a quella comunista), qualcuno era davvero convinto che chi governava doveva e poteva assicurare la felicità ai propri popoli magari anche a prescindere dai propri popoli o da quello che quei popoli pensavano e sentivano magari perché “incapaci” di apprezzare.

E prosegue,il Professor De Crescenzo, ponendosi domande lecite,a cui oggi, in un Sud svuotato della sua popolazione in gran parte emigrante:

Nessuno si è chiesto se quei bambini erano e furono davvero felici con un piatto di pasta in più ma senza la loro famiglia e la loro casa.  E se è vero che si trattò di un “movimento di solidarietà nazionale”, possibile che allora o oggi a nessuno sia passato per la mente che quei bambini potevano e dovevano essere aiutati a casa loro?  E che cosa doveva passare per la mente di un bambino di cinque anni (penso a mia figlia) mentre salutava, di notte, i genitori, mentre saliva su un treno circondato da infermiere e da altri bambini in lacrime e, dopo molte ore, si ritrovava al centro di una casa che non era la sua e di una famiglia che non era la sua?  Sconcerta anche l’assenza di approfondimento della questione: che fine fecero tutti questi bambini? Risulta che molti restarono al Nord ma con quali danni e conseguenze per loro e per le povere famiglie d’origine? E quali furono i costi e le conseguenze in termini di lacerazioni sociali e culturali, invece, per quelli che tornarono nei loro paesi? Come quantizzare, poi, i danni oltre che umani anche economici di questa diaspora? Quei bambini erano e potevano essere il cuore della ricostruzione del futuro del Sud dell’Italia.

Un modo rapido e veloce per risolvere la questione meridionale: svuotare il sud di meridionali.

Il trailer di Pane Nero: