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28
Gen 16

Togliere fondi al Sud per finanziare il bonus occupazione nel resto d’Italia

Altro che “storytelling” che vuole il governo in carica attento agli investimenti e alle assunzioni al Sud, la verità è che si è scelto di risolvere il problema alla radice.

Proprio come ha detto Renzi al patron di Apple, Tim Cook: esistono due Italie, una al Nord l’altra al Sud. E consapevole di questa differenziazione si è scelto di investire su quella con parametri da “Cermania”, lasciando che quella con parametri da “Grecia” (sempre per usare le categorie renziane) diventi una sorta di incubatore di manodopera a basso costo (a tal proposito, la Apple ringrazia, così giusto per inciso).

Ecco cosa scrive Paolo Pigliaro, giornalista di Bolzano de “La7”:

“Tra nuove assunzioni e trasformazioni di rapporti a termine, sono 1 Milione e 158mila i contratti che l’anno scorso hanno potuto beneficiare del “bonus occupazione”, cioè dei sostanziosi sgravi contributivi concessi a chi assume un lavoratore a tempo indeterminato.

Questi sgravi, previsti dalla Legge di Stabilità, sono stati, dunque, decisivi per modificare il trend dell’occupazione che, per la prima volta, presenta un segno più.

Per finanziare l’esonero dal versamento dei contributi previdenziali, che allo Stato costa 3 Miliardi e mezzo in tre anni, il governo di Matteo Renzi ha drenato risorse dai bilanci dei Ministeri, per complessivi 700 Milioni, ma soprattutto dai fondi che le Regioni avrebbero dovuto spendere in base al Piano di azione e Coesione che gestisce gli stanziamenti europei.

Oggi, grazie all’Ufficio Studi della società calabrese Demoskopika, sappiamo che il bonus fiscale, che ha reso possibile tante assunzioni, si è configurato come un massiccio trasferimento di risorse dal Sud al Nord del Paese. È, infatti, il Meridione a fare la parte del leone nella copertura finanziaria del bonus occupazionale: quasi 2 Miliardi di euro sono stati prelevati in Campania, Sicilia, Puglia e Calabria. Si tratta di risorse per le quali ancora mancavano impegni giuridicamente vincolanti. Un’enormità rispetto ai poco più di 37 Milioni di euro inutilizzati nei tempi previsti da Umbria, Friuli Venezia Giulia e Valle d’Aosta.

La Sicilia dovrà, dunque, fare a meno di 800 Milioni, la Campania di 580, la Calabria di 373, la Puglia di 230. Con questi soldi, sono stati incentivati circa 538mila nuovi contratti di lavoro nelle regioni del Nord e 255mila in quelle del Centro. Il sud e la sua economia depressa si sono, invece, dovuti accontentare del 31% delle assunzioni che hanno così generosamente contributo a finanziare”.

Il “bomba” ha colpito ancora, il Sud non sa usare i fondi? Togliamoglieli proprio…


18
Ago 15

Piano Junker per l’Italia: giù al Sud neanche le briciole

Questa è una di quelle notizie che sbugiardano tutta la retorica e la propaganda agostana che vuole “milioni di euro” inviati al Sud che dovrebbero (addirittura) far risollevare le regioni meridionali di un 3% di Pil (sic!!).

La commenta Marco Esposito:

Ricordate il “piano Juncker”? 315 miliardi per rilanciare gli investimenti in Europa. Molta fuffa, perché di soldi veri c’erano appena 21 miliardi. Ebbene: 2 miliardi veri stanno per toccare l’Italia. Dove andranno? A Trieste (Arvedi), per la Pedemontana e per le Autovie Venete. Cioè un po’ al Nord, qualcosa al Nord e il resto al Nord.

Quando in un dibattito sul Sud si dice che la colpa dei mali del Sud è dei meridionali, so che l’affermazione è astuta e giustissima allo stesso tempo. Astuta, perché si racconta che siamo brutti, sporchi e ladri per giustificare scelte economiche tutte a vantaggio della parte “bella”, “pulita” e “onesta” del Paese. E però l’affermazione è anche giustissima, perché è solo colpa dei meridionali – e di chi se no? – se passano in silenzio scelte che umiliano il Sud, come i 7 miliardi a 0 dei fondi Cef, questi del piano Juncker e tanto altro. Scetammoce.


24
Apr 15

Caro De Luca, ma quale fiume di denaro al Sud?

Nel programma del candidato in Campania Vincenzo De Luca si legge: “I fiumi di pubblico denaro che si sono riversati sul Mezzogiorno nell’ultimo ventennio…”

Il testo (http://www.cambiareora.it/category/fondi-europei/) è senza firma: è un passaggio di un articolo di Nicola Rossi pubblicato lo scorso primo aprile sull’inserto ascaro del Corriere della Sera.

Se De Luca avesse almeno sfogliato la sintesi dell’ultimo rapporto Svimez, si sarebbe imbattuto nella tabella in foto e forse avrebbe maturato un’opinione diversa da quella copincollata dal collega di partito Rossi.

Sono oltre venti anni, come dimostra la Svimez, che i fiumi di denaro pubblico hanno preso una strada e una strada soltanto, quella del Nord, peraltro con un corollario di scandali da far impallidire Tangentopoli, che pure era a Milano.

I pregiudizi sui meridionali incapaci e assistiti sono alimentati dagli stessi (cattivi) politici del Sud e non sono facili da scardinare. (fonte: Lista Civica MO Campania)


28
Gen 15

Valutiamo la spesa dei fondi europei sul raggiungimento di standard minimi di civiltà

Valutiamo la bontà o meno della spesa dei fondi comunitari in base al raggiungimento di standard minimi di civiltà. La proposta, neanche troppo provocatoria, è di Isaia Sales dalle pagine de Il Mattino di ieri, commentando l’articolo del professor Viesti sulla balla del Sud che è incapace e ritardatario nella spesa dei fondi europei. Un teorema, fasullo, che Viesti riconduce alla maggiore spesa dei fondi per opere pubbliche (che generano un ritardo maggiore della realizzazione di un corso per tatuatori).

Scrive Sales, poichè i tagli ai fondi comunitari per il Mezzogiorno sono motivati, secondo una fallace vulgata, proprio dai ritardi cui sono avvezze le istituzioni pubbliche del Sud:

Se si frammenta la spesa in mille progetti, si spende più velocemente ma non si incide
sul tessuto economico e sociale;se si inseriscono nel programma grandi progetti infrastrutturali, si rischia di non spenderei fondi nei tempi stabiliti. Allora vale la pena provare a darsi altri metri di valutazione. […]  La spesa sia strettamente legata al raggiungimento di standard minimi di civiltà. Quanti asili nido ci sono oggi nel Sud e
quanti ce ne saranno alla fine del nuovo ciclo di spesa? E quanti bambini in più li utilizzeranno? Quanti anziani sono assistiti oggi dai servizi di assistenza domiciliare e quanti lo saranno alla fine? Quanti chilometri di costa sono balneabili ad oggi e quanti in più lo saranno dopo la costruzione di nuovi depuratori? Ancora: userei fondi comunitari per
ridurre l’abbandono scolastico, per aiutare gli studenti a migliorare le competenze in
matematica (come ci suggeriscono tutte le statistiche in materia). O legare una parte
della spesa dei fondi comunitari alla riduzione delle liste di attesa per esami e controlli
medici,investendo in attrezzature tecniche e scientifiche

L’occasione è per Isaia Sales anche quella di chiedere a gran voce l’istituzione di un Ministero del Mezzogiorno abolito, nei fatti, proprio dal tandem Renzi/Del Rio. L’occasione è rappresentata dalle dimissioni del Ministro per le Regioni Carmela Lanzetta. Perchè non approfittare dell’evento per istituire un ministero apposito con una persona di comprovata esperienza? Tanto più che dal 2001 tutti i finanziamenti raggranellati dai Fondi Fas, destinati all’85% per il Mezzogiorno, hanno finanziato “ammortizzatori sociali” in tutta Italia, fino a finire nei rivoli che riconducono al Mose di Venezia e al risanamento di bilancio del Comune di Roma. Ma la lista è lunga.

 


21
Gen 15

La balla del Sud che non sa spendere. L’origine dell’equivoco.

Taglio del cofinanziamento per i fondi europei al Sud? Ma si chissenefrega, alla fine della fiera non erano mai in grado di spenderli i soldi messi a disposizione o ,peggio ancora, li sprecavano. Questa la vulgata.

Lo scorso 24 settembre pubblicavo un post in cui davo conto di un allarme lanciato dalle istituzioni europee in cui si “ammoniva” l’Italia per l’inadeguatezza amministrativa, vera causa e radice della cattiva gestione dei fondi messi a disposizione dall’ UE.

Lo stesso ha fatto la Banca d’Italia, secondo cui il ritardo «è riconducibile a
una pluralità di cause: nuove e più complesse regole operative per l’attuazione dei programmi comunitari; una maggiore incidenza di grandi
progetti infrastrutturali, la cui gestione è particolarmente complessa; i vincoli di bilancio che hanno ostacolato le capacità di cofinanziamento statale e regionale».

La questione, dunque, è molto più complicata della riduzione (sovente lombrosiana) a semplice incapacità meridionale nell’utilizzo delle risorse.

Oggi il professor Viesti dalla pagine de Il Mattino spiega bene il fenomeno, partendo dai dati pubblicati dal portale OpenCoesione in cui la Banca d’Italia presenta dati sull’avanzamento finanziario a fine 2013 di 750.000 progetti cofinanziati dai fondi europei, confinanziamenti pubblici pari ad oltre 50 miliardi di euro.

Scrive Viesti, partendo da una differenziazione della natura degli interventi e distinguendo fra «acquisto o realizzazione di servizi», «concessione di incentivi a imprese», «concessione di contributi ad altri soggetti» e «realizzazione di lavori pubblici», e altre tipologie minori:

i dati confermano un avanzamento finanziario complessivamente basso,migliore nelle
regioni del Centro-Nord (65,5%) rispetto a quelle del
Sud(50,1%). Allo stesso tempo confermano
una dato spesso trascurato nei commenti: la dimensione media degli interventi è più elevata al Sud rispetto al Centro Nord.

In soldoni, a differenza che al Centro Nord al Sud le risorse vengono utilizzate per interventi più complessi, come le per opere pubbliche.

Quello che rileva Viesti è che dalla riclassificazione emerge chiaramente
come il ritardo sia molto più  alto nel caso dei lavori pubblici, in entrambe le circoscrizioni (Nord e Sud, ndr), rispetto a tutte le altre tipologie di interventi.

In pratica, per spiegarvi meglio, la costruzione di un asse viario è soggetto a ritardi che l’istituzione e la realizzazione di un corso professionale di tatuaggi non comporta. E comunque la costruzione dell’asse viario comporta ritardi tanto al Sud quanto al Centro Nord.

Incrociando altri dati, infatti, Viesti dimostra che per il solo 2013 se si prendono tutti gli interventi che non sono lavori pubblici (acquisti di beni e servizi, ad esempio), le regioni del Centro Nord avevano speso il 70,9% del totale. Una percentuale inferiore rispetto alle regioni Abruzzo-Molise-Sardegna (79,8%) e del tutto identica sia a Campania-Calabria-Sicilia (71,1%), sia a Puglia-Basilicata (70,1%).

Il discorso cambia se si considera la realizzazione delle opere pubbliche. Scrive Viesti:

Innanzitutto la percentuale di spesa è molto bassa in tutto il paese;
è del tutto simile fra Centro Nord (44,4%)e Mezzogiorno, con l’eccezione
delle regioni Campania, Calabria e Sicilia dove è ancora inferiore
(27,9%). Il ritardo complessivo del Sud, di cui tanto si parla, dipende
quindi principalmente dal fatto che al Sud i lavori pubblici pesano molto
di più (50%) che al Centro-Nord (19,8%) sul totale della programmazione.Questo accade sia per le maggiori carenze nelle dotazioni che ci sono nel Mezzogiorno (che richiedono nuovi interventi) sia per le stesse normative comunitarie, che riducono la possibilità di finanziare infrastrutture al Centro Nord.

La conclusione cui arriva dunque è semplice e l’invito ad analizzare in profondità i dati che provengono dalle regioni: l’assunto mistificatore è quello di affermare che “Il Sud non spende o non sa spendere” e non comprendere, invece, che i “ritardi” o la mancata spesa derivano dalle maggiori criticità derivanti dalla realizzazione di opere pubbliche che caratterizza tutto il Paese con maggiore incidenza, tuttavia,in Sicilia, Campania e Calabria; ciò a causa, secondo il professore pugliese, sia alla loro dimensione, sia alla pluralità di soggetti realizzatori sia alle capacità di questi ultimi.


11
Nov 14

Come viene assistito il Sud: considerazioni su un luogo comune sotto il governo Renzi

Sulla Gazzetta del Mezzogiorno di oggi, Lino Patruno elabora una serie di condivisibili considerazioni sul mito dell’assistenzialismo geografico, alla luce dell’ultimo “sblocca Italia”.

Roba da illusionisti. Quelli che ti fanno sparire le cose sotto gli occhi: così con i fondi europei. E non solo per quei tre miliardi che si scopre essere stati scippati al Sud per finanziare gli sgravi ai neoassunti. Il Sud che ancòra una volta assiste il Nord tanto quanto è accusato di essere assistito. Perché quelle assunzioni saranno fatte (se saranno fatte) soprattutto al Nord. Ma come, ma no, cosa dite?
Al Sud la percentuale di industrializzazione è stata nel 2013 di 37,4 addetti ogni mille abitanti, al Centro Nord di 93,9. Quindi se le industrie sono soprattutto lì, lì assumeranno, non essendo stato inventato il sistema per assumere dove non c’è chi assuma. Obiezione: se non avete industrie è anche colpa vostra, visto quanti soldi vi abbiamo dato. La solita storia dei quanti soldi vi abbiamo dato, sembra Salvini prima che si convertisse da (presunto) meridionalista, lui che fino a poco fa diceva che i napoletani puzzano.

 

Così  esordisce Patruno, rilevando poi come anche le agevolazioni per le aziende meridionali abbiano subito un profondo taglio dal biennio 2007-2009 a quello 2010-2012, con una variazione della media annuale delle agevolazioni alle imprese meridionali passata da 2,6 a 1,2 miliardi, diminuzione 52 per cento. Media annuale delle agevolazioni al Centro Nord, da 3 miliardi a 2,8, diminuzione 5,2 per cento.

Il giornalista pugliese passa poi al capitolo  dei fondi europei e del cofinanziamento “sforbiciato” per tre grandi regioni del Sud.

Quando si fanno i progetti (strade, ospedali, ferrovie), l’Europa finanzia solo la metà, il resto devono metterlo Stato, Regioni e privati. Se lo Stato dimezza il suo apporto, è come dire che le Regioni da sole non ce la faranno a usare i fondi. Tranne poi accusarle di non saperli usare. Anzi vi togliamo parte del cofinanziamento proprio perché non sapete usarli, così imparate. Ma insomma, non sappiamo usarli o non possiamo usarli? Più che roba da illusionisti, un giochino da bambini scemi.
E poi, li dovete usare per cose serie, non un po’ ciascuno per non scontentare nessuno e scontentare tutti. Anzi vi togliamo parte del nostro cofinanziamento futuro proprio perché usiate al più presto e meglio quelli che non avete usato finora. La Puglia, che è la più virtuosa di tutte, ha speso il 59,6 per cento della sua quota per lo sviluppo regionale, ma ha ancòra 1,8 miliardi da impiegare entro il 2015. Ha evitato parte della tagliola, anche se Vendola ha un diavolo per capello. Il peggio riguarda Sicilia, Calabria e Campania.

 

Solo che poi si accusano le regioni meridionali di spendere male quei soldi, soprattutto per sagre improponibili e concerti dal dubbio gusto. Anche se poi a controllare le tabelle fornite dal Governo si scopre, come faceva rilevare anche Marco Esposito, che : il 75 per cento dei progetti al di sotto dei 5 mila euro, cioè a pioggia, è finanziato al Centro Nord, con la Lombardia in testa.

Ma chi è che dice alle Regioni come spendere i soldi? Il Governo…

Tanto che, quando ministro fu Trigilia, ridusse questo elenco a una cinquantina, pochi grandi lavori e riguardanti varie regioni insieme (se no può capitare un Molise che ti blocca il raddoppio del binario Termoli-Lesina).
Bene, era proprio ciò che ci voleva per finirla con la storia degli sprechi, tanti più fondi tanta minore crescita. Colpo di scena, che ti fa il governo Renzi? Ti riporta quell’elenco a 334 possibili modi di spesa per il 2014-2020, tranne poi accusare il Sud di disperdere la spesa. Non puoi lamentarti di ciò che succederà dopo aver fatto di tutto perché succeda.

 

 


24
Set 14

Fondi europei non spesi? Per l’UE: “inadeguatezza amministrativa”.

L’uovo d Colombo del governo Renzi / Del Rio, per favorire la ripresa, pareva essere stato trovato. Un taglio del cofinanziamento per le regioni meridionali, incapaci di spendere quanto ad esse destinato (senza tuttavia contare il fatto che spesso quei fondi venivano “accompagnati” verso altri territori, differenti da quelli per cui erano stati programmati).

Per quanto riguarda la spesa dei fondi indirizzati al nostro paese, l’Italia ha la peggiore performance dopo la Romania. Le ragioni paion non sono genetiche, etniche o territoriali, come qualcuno maliziosamente sussurra Così mentre il governo “tagliava”, l’UE ha deciso di verificare personalmente l’origine di tale “incapacità”, come riporta Giuseppe Chiellino nel proprio blog sul Sole 24 Ore.

La risposta dell’Europa, fredda e brutale, è da ricercare in quello che viene chiamato “stato-apparato” ossia: inadeguatezza a realizzare politiche pubbliche per incapacità amministrativa.

Per cui, secondo quanto riporta Chiellini: agli enti che gestiscono fondi Ue è stato imposto uno strumento, il piano di rafforzamento amministrativo, che potrebbe creare l’indispensabile discontinuità. Ma nel disinteresse del governo e più in generale della politica tutto rischia di impantanarsi nella palude della nostra burocrazia.

Hai voglia, dunque, di dire al Sud che deve farcela da solo, se la ragioni del mancato impiego dei fondi sono strutturali e di sistema e riguardano tutto il Paese e che portano direttamente al disimpegno automatico (ossia l’UE se li riprende) dei fondi stanziati.

Capito Renzi? Capito Del Rio?

 


12
Set 14

Fondi Europei: la gestione del Governo, a due velocità

In un intervento sul proprio profilo Facebook, il giornalista Marco Esposito spiega bene la nuova gestione fondi europei, figlia del taglio del cofinanziamento statale per le regioni meridionali.

Esposito racconta, in maniera lineare, le evidenti discriminazioni che però non tutti i cittadini conoscono. Ma partiamo da principio:

I fondi Ue hanno una regola: l’Europa te li dà se lo Stato che li riceve partecipa al finanziamento dei progetti autorizzati in misura variabile  (50% se è uno stato ricco e 25% se è uno stato povero). I soldi europei non rientrano nel famoso “patto di stabilità”, cioè possono essere spesi senza sfondare le soglie di deficit annuo (3% del Pil). Il cofinanziamento invece oggi è una spesa che fa aumentare il deficit.

 

Così esordisce il giornalista de Il Mattino che poi prosegue:

Molti paesi europei stanno dicendo all’Europa: ma se non ce la faccio a spendere il cofinanziamento per il vincolo del deficit al 3% non spendo neppure i fondi europei con danni per la crescita e gli investimenti: è più giusto che tutti i fondi europei (quelli che arrivano dalla Ue e quelli che mette lo stato nazionale) siano fuori dal patto di stabilità. Un ragionamento sensato in fase di crisi come adesso. E che sembra che la Ue stia per accogliere.

 

L’Italia del tandem Renzi/Del Rio si organizza:

Per prima cosa tagliano il cofinanziamento dal 50% finora utilizzato in tutta Italia al 25%; ma il taglio riguarda solo le regioni del Sud. In questo modo risparmia 12 miliardi di euro (2014-2020) che, dice Derlrio, finiranno in un nuovo fondo sempre a disposizione del Sud che quindi non perderebbe un centesimo. Nel frattempo l’Italia lascia al 50% il cofinanziamento dei fondi europei destinati al Centronord.

 

Tutto come prima, allora? Ma neanche per sogno:

se l’Ue dice sì alla regola della libera spesa dei fondi europei (quelli provenienti dalla Ue e il cofinanziamento) il Nord Italia per ogni euro che riceve da Bruxelles ne aggiunge uno da Roma e tutto l’investimento è liberamente spendibile. Al Sud, con il cofinanziamento al 25% dell’investimento per ogni euro che arriva da Bruxelles Roma mette appena 33 centesimi, ovvero un terzo di prima e un terzo del Nord.

Poi Roma, per accontentare il Sud, dichiara che in un fondo “parallelo” ci saranno i tanti 67 centesimi risparmiati dal cofinanziamento per ogni euro ricevuto da Bruxelles, per un totale di 12 miliardi.

 

Poichè, tuttavia  quei 12 miliardi, sono fuori dai  Fondi Ue, succede che: rientrano sicuramente nel deficit e quindi mettono a rischio il parametro del 3%. In parole semplici: non si potranno spendere o lo si potrà fare in modo molto diluito nel tempo.

Carta vince, carta perde, signori..fate il vostro gioco

 


10
Set 14

Le idee poco chiare del governo, sui fondi europei al Sud

Quest’oggi sulla Gazzetta del Mezzogiorno, Andrea del Monaco, esperto di fondi strutturali europei, mette in rilievo alcune cotraddizioni del governo sui fondi europei. Contraddizioni manifestate da propositi che hanno un seguito diverso da quello enunciato.

A partire dall’annuncio fatto da Renzi nel discorso di chiusura della Festa dell’Unità di Bologna: «Noi i soldi sappiamo dove metterli: nell’edilizia scolastica, nella banda larga e nelle opere contro il dissesto idrogeologico. Noi sappiamo dove metterli ma devono essere investimenti slegati dalla cultura del rigore del patto di stabilità. La salvezza è nelle nostre mani, non in quelle europee, iniziamo a spendere bene i fondi europei». Peccato che, come scrive del Monaco:

secondo la Commissione Europea l’Italia non ha un progetto chiaro di sviluppo; nell’intervista al Sole 24 Ore del 28 agosto il Sottosegretario Delrio ha confermato il taglio del cofinanziamento nazionale ai programmi cofinanziati dai fondi UE per Calabria, Campania e Sicilia: probabilmente il Governo fa cassa per poter tagliare 20 miliardi.

Eppure il presidente Renzi ha appena dichiarato che gli investimenti devono essere slegati dal Patto di Stabilità. Qual è la versione ufficiale del Governo? Quella di Delrio o di Renzi? Se, come dice Renzi, gli investimenti non devono essere conteggiati nel Patto di Stabilità, perchè si taglia il cofinanziamento italiano ai programmi UE per il Sud? Solo per rispettare il tetto del 3% nel rapporto Deficit/PIL.

 

L’altra contraddizione che mette in evidenza del Monaco è questa:

A luglio il Premier ha per la prima volta ammesso che la ripresa non c’è. Il 14 agosto nel tour meridionale avrebbe dovuto annunciare un piano per il lavoro con i fondi europei: l’unico modo per offrire una speranza a disoccupati e cassintegrati meridionali: tale speranza diventerà realtà solo se il Governo spenderà bene quelle risorse e se non taglierà il cofinanziamento italiano ai programmi UE per fare cassa. Entriamo nel merito. Per il ciclo 2014-2020 l’Italia avrà dall’Unione Europea 42,1 miliardi di euro: 31,7 miliardi dal FESR (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale) e dal FSE (Fondo Sociale Europeo); 10,4 dal FEASR (Fondo Europeo Agricolo di Sviluppo Rurale)

 

Ma a seguito degli annunci, per ora soltanto orali, del taglio del cofinanziamento, secondo del Monaco ci potrebbe essere una “sforbiciata di 10 miliardi di euro proprio per le regioni meno sviluppate:

In Puglia, Sicilia, Calabria, Campania e Basilicata è concentrata la maggior parte di quei 42 miliardi: 22,2 miliardi di FESR e FSE; 4,519 miliardi di FEASR. Questi fondi europei dovrebbero cofinanziare i programmi operativi regionali (POR) e nazionali (PON). L’Italia, come tutti gli Stati Membri della UE, dovrebbe cofinanziare al 50% i suoi programmi (il 35% dovrebbe venire dal Governo, il 15% dalle Regioni). Questo cofinanziamento al 50% dovrebbe essere garantito soprattutto per le cinque Regioni Meno Sviluppate. Vediamo la dotazione FSE-FESR per le singole Regioni (somma dei POR e della quota regionale all’interno dei PON) e gli ipotetici tagli al cofinanziamento: 1) la Basilicata avrà 863,3 milioni di euro: il suo cofinanziamento ridotto al 26% varrebbe 448,9 milioni perdendo così 414,4 milioni; 2) la Calabria avrà 3031 milioni di euro: il suo cofinanziamento ridotto al 26% varrebbe 1576,1 milioni subendo un taglio di 1454,9 milioni; 3) la Campania avrà 6325 milioni di euro: il suo cofinanziamento ridotto al 26% varrebbe 3289 milioni perdendo così 3036 milioni; 4) la Puglia avrà 5120,2 milioni di euro: il suo cofinanziamento al ridotto 26% varrebbe 2662,5 milioni subendo un taglio di 2457,7 milioni; 5) la Sicilia avrà 6860,9 milioni di euro: il suo cofinanziamento ridotto al 26% varrebbe 3567,7 milioni, perdendo così 3293,2 milioni.Qualora il taglio del cofinanziamento si limitasse a Campania, Calabria e Sicilia varrebbe 7,784 miliardi di euro; se fosse esteso a tutte le cinque Regioni il taglio varrebbe 10,656 miliardi.

 

Non potrebbe, la recente alluvione del Gargano, un motivo valido per opporsi a quei tagli, finanziando un piano di riassetto idrogeologico proprio per quelle regioni cui i fondi erano destinati?

A tal proposito conclude il giornalista sollecitando un piano di investimento pubblico simile a quello (efficace) che Franklin Delano Roosevelt creò nell’ambito del New Deal, il piano di investimenti pubblici che fece uscire dalla Depressione gli Stati Uniti. In particolare sul modello della Tennessee Valley Authority, una società di proprietà pubblica, creata dal Congresso americano nel maggio del 1933 per garantire la navigazione, il controllo delle piene, la produzione di energia elettrica, la produzione di fertilizzanti e lo sviluppo economico nella Valle del Tennessee, una regione particolarmente colpita dalla Grande Depressione degli anni ’30.

Dal proprio profilo Facebook, Marco Esposito, giornalista de Il Mattino, che da tempo si occupa della questione, lamenta una strategia comune a Sud nella rivendicazione di certi diritti.

Replica Esposito:

Il Mattino, come qualche mio lettore ricorderà, dieci giorni fa ha titolato a tutta pagina: “Fondi Ue, tolti 12 miliardi al Sud”. Ma a Bari non leggono il Mattino. Con dieci giorni di ritardo, dalla lettura di un articolo del Sole, si accorgono del problema. Il buon Andrea Del Monaco ricomincia il lavoro daccapo. Non si accorge dell’errore del Sole 24 Ore di aver scritto 26% invece di 25% e lo ricopia (la differenza è minima). Poi rifà i conteggi di quanto perde il Sud ma si confonde con le percentuali (passare dal cofinanziamento del 50% al 25-26% non vuol dire dimezzarlo ma ridurlo a un terzo) e quindi si indigna per i 10 miliardi persi dal Sud.

Il punto non è se i miliardi persi siano dieci o dodici. Il punto è che siamo divisi. Prima o poi si accorgerà della vicenda un calabrese o un siciliano. Ciascuno farà la battaglia per se stesso. E non c’è un posto (un giornale, un luogo, un parlamento) dove il Sud possa capire cosa accade e decidere cosa vuole.

Ecco perché il riscatto parte dall’Unità del Sud. Divisi siamo finiti.


28
Ago 14

Tanto tuonò che piovve: riduzione del cofinanziamento fondi UE al Sud

Diciamo che il terreno se l’erano preparato per bene, mandando avanti i professori bocconiani ed i “giornalisti velina” che hanno tuonato per un paio di mesi sulla scarsa produttività dei fondi europei destinati al sud, guardandosi bene dal citare tutti i casi in cui i fondi dal sud presero poi la strada del nord non giungendo mai da quegli “spreconi terroni”.

La notizia, pubblicata da Il Sole 24 Ore, in una intervista al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio, anticipa che il governo taglierà il cofinanziamento ai fondi europei nel solo Mezzogiorno.

Questo il commento di Marco Esposito, giornalista economico del Mattino e portavoce di Unione Mediterranea:

Finora la regola aurea è stata del 50% e 50%, Cioè metà di finanziamento europeo e metà di contributo nazionale. Si passerà a 74%-26%. Tradotto in soldoni, visto che le cinque regioni del Sud più in difficoltà (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia) nel 2014-2020 dovrebbero ricevere 20 miliardi dalla Ue, l’Italia si era impegnata a versarne altri 20. Con la nuova proporzione i 20 miliardi europei restano gli stessi e i 20 miliardi italiani si riducono a 7 per cui i progetti complessivi finanziati scendono da 40 miliardi a 27.

E un analogo taglio, spiega sempre Delrio, si farà per i cosiddetti progetti nazionali, ma solo per quelli che riguardano il Sud, che in tutto perde 25 miliardi.

Perché si rinuncia a investire? Le spiegazioni portate da Delrio sono davvero paradossali. La prima è “ce lo chiede l’Europa” (ah sì?). La seconda è “non ha senso assumere ulteriori impegni di spesa vincolanti in tempi stretti se non si riesce a spendere i vecchi e i nuovi fondi Ue”. I vecchi fondi sono spesi al 58% e c’è ancora un anno di tempo. I nuovi per definizione non possono essere già spesi. E poi: in tempi stretti? I nuovi fondi possono essere spesi entro il 2022. Decidere oggi che il Sud (solo il Sud) non ce la farà mai vuol dire rinunciare alla politica o avere una politica che rinuncia al Mezzogiorno. Ma la ragione, è chiaro, è un’altra: salvare i conti pubblici italiani tagliando solo al Sud.

PS: Non manca la classica presa per i fondelli: i miliardi risparmiati sui fondi europei “torneranno comunque tutti sul territorio ed entreranno a far parte di una programmazione parallela che sarà concentrata su obiettivi strategici e di più lungo periodo”. Capito? Quei soldi ce li daranno tutti, ma dopo il 2022 perché intanto andrà elaborata una strategia di lungo periodo. Se ci caschiamo, abbiamo proprio l’anello al naso.

Insomma, quel poco che veniva fatto grazie ai fondi europei, al sud…beh scordiamoci anche quello.