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25
Set 16

Repressione del brigantaggio: un nuovo studio all’Università di Perugia

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E’ Gigi di Fiore a darne notizia sul proprio blog:

è in libreria un nuovo studio, scritto dal professore Alberto Stramaccioni, docente di Storia contemporanea all’Università per stranieri di Perugia. E’ stato da poco pubblicato per la Laterza, si chiamaCrimini di guerra – Storie e memoria del caso italiano. E le pagine iniziali, manco a dirlo, sono dedicate alla Repressione nel Sud. Nell’elencare alcuni esempi di vicende, su cui da qualche anno, si è ravvivata la memoria nonostante l’assenza di interesse in gran parte degli storici per professione, il docente cita “la deportazione al Nord di migliaia di militari borbonici, nella fortezza di Fenestrelle e a San Maurizio Canavese vicino Torino, mentre al Sud, a Pontelandolfo e Casalduni, furono fucilati centinaia di civili”

Cosa scrive in particolare l’autore del saggio?

“I metodi repressivi adottati dall’esercito al Sud suscitarono nel Parlamento italiano e all’estero critiche e condanne fino a far emergere poi precise accuse per aver compiuto, ante litteram, i primi crimini di guerra o crimini contro l’umanità. L’attenzione si concentrò su alcune vicende tra il 1860 e il 1861″

Come ricorda Di Fiore:

Dapprincipio fu Carlo Alianello, con il suo La conquista del Sud. Fu lui, l’autore lucano dell’Eredità della priora, ad azzardare le prime analogie tra i crimini delle Ss in Italia e la violenza della repressione militare nella guerra contadina nel Mezzogiorno dal 1861. E giù polemiche, accuse di esagerazioni. Paragoni azzardati? Cosa c’entrano quelle migliaia di fucilazioni senza processo, a freddo, assai spesso ignorate nei rapporti militari, dei poveri cristi accusati di far parte o appoggiare le bande dei briganti, con le stragi naziste?


01
Dic 15

Gigi di Fiore: quanta differenza nell’informazione tra Napoli e Livorno

Così, giusto per analizzare le differenze che sussistono nel mondo della informazione, senza entrare nello specifico del campanile (in questo caso Livorno).

La considerazione non è del sottoscritto, ma dello scrittore e giornalista Gigi di Fiore, a proposito della emergenza rifiuti a Livorno:

E stavolta Napoli non c’entra e, chissà perché, non ci sono aperture di Tg nazionali a dare questa notizia: siamo a Livorno!. E ci pensano, quasi da soli, i colleghi del Tirreno a lavorare sui giusti approfondimenti….Ah, gli stereotipi, i luoghi comuni!

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05
Nov 15

La “llengua nosta”, la nostra lingua, comunicazione complementare e identitaria

In un post sul proprio blog, lo scrittore e giornalista Gigi Di Fiore traccia il profilo della “llengua nosta”, la nostra lingua, quella tradizionalmente identificata come “napoletana”.

Scrive Di Fiore:

Già, la nostra lingua, quella che si considera dialetto e che, invece, nei secoli andati era uno strumento di comunicazione così diffuso da essere utilizzato per libri ultra citati come, tra il 1634 e il 1636, Lo cunto de li cunti di Giovanbattista Basile. Un libro di 50 fiabe che Benedetto Croce tradusse in italiano, definendolo “il più antico, il più‚ ricco e il più artistico tra tutti i libri di fiabe popolari”. E la lingua non era stata certo un impedimento. Anzi.

Ed ancora:

Napoletano lingua o dialetto? Negli Stati Uniti, viene considerato titolo nei curriculum di assunzione la conoscenza anche del Neapolitan language. Sia per le aziende privare sia per la pubblica amministrazione. Spiegabile: in quel Paese, la massiccia emigrazione tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 proveniva soprattutto dal Sud d’Italia, tanto che negli States gli italiani sono identificati spesso con i napoletani o i siciliani.

E prosegue:

Già nel 1887, 26 anni dopo l’unità d’Italia, Raffaele Andreoli pubblicò un vocabolario italiano-napoletano, che dimostrava la necessità di un traduttore in aiuto degli italiani di altre regioni, sulla parlata meridionale. D’altro canto, è noto che, nella guerra del brigantaggio, gli ufficiali piemontesi avevano bisogno degli interpreti quando dovevano interrogare un prigioniero.

E conclude:

Non risulta che uguale successo, o uguali tentativi facciano bravissimi cantanti o cantautori di altre regioni d’Italia. Insomma, la llengua nosta resta patrimonio culturale della Nazione italiana. Finita l’autonomia politica della Nazione napoletana con l’unificazione del 1861, ne restano le eredità culturali e storiche che non si possono cancellare.  Oggi, la lingua napoletana è una ricchezza in più, un elemento distintivo di radici e identità. Non certo un sostitutivo dell’italiano.

Qui potete trovare l’articolo completo


13
Lug 15

Il Piemonte preunitario (e l’Italia) come la Grecia sul finire del XIX secolo

Si fa un gran parlare in questi giorni di Calabria e Sicilia come termini di paragone “italiani” per quanto accade oggi in Grecia e delle ripercussioni della crisi ellenica nello scenario politico ed economico europeo.

Eppure il precedente, tutto italiano, è piemontese e datato alla fine del XIX secolo.

E’ Gigi di Fiore, storico e giornalista de Il Mattino, che dal proprio blog ne parla oggi, tornando ai debiti contratti dal piccolo Regno di Sardegna:

Si esaltano sempre le opere pubbliche che fu in grado di realizzare il piccolo Stato con capitale Torino, ferrovie in testa. Quelle opere, naturalmente, furono possibili solo attraverso grossi debiti con le banche e sovraesposizioni finanziarie che fecero scrivere a Francesco Saverio Nitti: “Nel Regno di Sardegna, le imposte avevano raggiunto limiti elevatissimi, dove il regime fiscale rappresentava una serie di sovraesposizioni continue fatte senza criterio; con un debito pubblico enorme, su cui pendeva lo spettro del fallimento”.  “Senza togliere nessuno dei grandi meriti che il Piemonte ebbe di fronte all’unità italiana, bisogna del pari riconoscere che, senza l’unificazione dei vari Stati, il Regno di Sardegna per l’abuso delle spese e per la povertà delle sue risorse era necessariamente condannato al fallimento”.

Proprio come una Unione Europea legata imprescindibilmente all’euro per non soccombere nel supermarket globale guidato dalla Cina, così la neonata Italia figlia del Regno di Sardegna, per non rimanere schiacciata dalle Nazioni del finire del XIX secolo si legò alla lira, alla moneta cioè di un piccolo regno e del suo stato di necessità.

Continua l’autore de “La Nazione Napolitana”:

Il tremendo 1853 di crisi economica costrinse Cavour a contrattare un prestito con le banche del barone Rothschild per oltre 66 milioni nominali al tasso del 3 per cento. Fu concluso “a condizioni assai onerose” riconosce Adriano Viarengo, biografo e studioso di Cavour, fruttando solo 45 milioni. Quell’anno, le previsioni di bilancio a Torino calcolavano 147 milioni di spesa per poco più di 107 milioni di entrate. La formula risolutiva fu quella ricorrente anche oggi: riduzioni di spese e aumento di tasse.

Nel 1855, all’avvicinarsi dell’ipotesi di partecipare alla guerra di Crimea, le entrate in Piemonte erano di 129 milioni con spese di 158 milioni. La spedizione militare fu una necessità diplomatica, sollecitata dall’Inghilterra per esigenze militari e politiche delle Nazioni alleate contro la Russia. Per dire sì, naturalmente, Cavour aveva bisogno di soldi. Prestiti bancari che, manco a  dirlo, arrivarono dall’Inghilterra.

Scrisse Cavour al suo ambasciatore a Londra, Emanuele D’Azeglio: “Se non posso annunciare alla Camera che l’Inghilterra ci ha trasmesso la prima rata del prestito prima che le truppe partano per la Crimea, sarò lapidato. Cercate di ottenere subito le 200mila sterline”. E, per l’importanza di quei soldi da ottenere, Cavour curò personalmente le trattative sui prestiti con le grandi case bancarie Hambro e Rothschild.

Alla fine, arrivarono 25 milioni di crediti bancari inglesi ad un tasso di interesse del 3 per cento. A quello, seguirono altri due prestiti, sempre dalle stesse banche, con interessi versati fino agli inizi del Novecento. Li pagarono, attraverso le tasse, tutti gli italiani, non solo quelli che nel 1855 erano sudditi dello Stato piemontese.

Ieri come oggi la finanza imponeva strategie politiche (ed a quel tempo militari) per allargare i mercati di riferimento e collocare titoli pubblici che avrebbero dovuto raccogliere il denaro necessario per finanziare le industrie indebitate con le banche che, ieri come oggi, presentano il conto. Con tanto di interessi.


12
Mag 15

Gigi di Fiore: voglia di identità particolari, altro che partito unico della Nazione

Il giornalista (e storico) Gigi di Fiore, autore de “La Nazione Napoletana”, un bellissimo testo che sviscera senza oleografia e luoghi comuni il tema dell’identità “napolitana”, affronta nel suo blog, sul Mattino, proprio la tematica legata alle identità particolari ed eterogenee che formano l’Italia. Il pretesto? Il “papocchio” altrimenti definito “partito della Nazione” che Renzi sta cercando di mettere in campo, imbarcando chiunque.

Come sostiene lo storico inglese Duggan non esiste una identità unica italiana e se passiamo alla genetica non esiste neanche una “razza italiana” visto che una ricerca scientifica de La Sapienza dimostrò come ci sono più differenze genetiche tra un campano ed un valdostano che tra uno spagnolo ed un ungherese. Per fortuna.

Identità e “subnazioni” come le definisce Gigi di Fiore:

Inutile negare che, tra le subnazioni, la Nazione napoletana è quella con più secoli, ben sette, di storia unitaria, che partì da Ruggero d’Altavilla il normanno e si concluse, politicamente, con Francesco II di Borbone. Sette secoli con il rinascimento di Alfonso il Magnanimo, la grande cultura laica di Federico II di Svevia, le riforme degli anni più illuminati sia di Ferdinando IV di Borbone prima della Rivoluzione francese, sia del nipote Ferdinando II tra il 1830 e il 1845 periodo di maggiore sviluppo di quel regno.

Per favore, per una volta non mettiamola sulla partita Borbone-Savoia. Ragioniamo di identità, di storia che è sempre una serie di eventi in successione. Le radici sono importanti, nel nostro Dna ci sono quei sette secoli, che dall’unità d’Italia chi cercava di costruire un’inesistente identità unitaria d’impronta nord-centrica ha cercato di annacquare, ridicolizzare, sminuire.

Non è voglia di primati, né di contrapposizione, è voglia di orgoglio meridionale. Voglia che questa terra abbia oggi una narrazione non monocorde. Il successo, sabato scorso, di Ulisse, programma di Alberto Angela su Rai 3, che ha raccontato le bellezze di Napoli, vorrà pur dire qualcosa. Era una narrazione in positivo, sulla storia, le curiosità, la voglia di fare.

A dispetto di tutti i format cinematrografici e giornalistici che fanno della diffusione di un unico aspetto di Napoli, un topo che lo eleva ad unico termine di paragone e ad un’ unica esistenza. Senza considerare che il bagaglio della Nazione Napoletana è complesso, senza tempo e spesso perfino senza luogo (vedi gli emigranti che ovunque nel mondo lo conducono dentro di sè e ne sono ambasciatori nel mondo). Un senso di appartenenza che, oggi, sta allontanando i meridionali dalla politica (con punte di astensionismo fino ed oltre il 70%) e comportano insofferenza verso la campagna elettorale laddove si sta svolgendo.

Come canta Luca ‘o Zulù Persico (della 99 Posse), a proposito del “napoletano”: il principale prodotto di esportazione italiano, la lingua più diffusa da Roma a Milano.


25
Gen 15

Gigi di Fiore: la battuta di Grillo? A metà tra Lombroso e Groucho Marx

Diciamo che volente o nolente l’infelice battuta di Grillo sui napoletani nel video in cui presentava l’evento della “Notte dell’Onestà” (rivolgendosi alla Ruocco: un napoletano che parla di onestà? Tu sei modificata geneticamente) si è inserita a pieno titolo nel dibattito politico delle ultime 48 ore. Il che dimostra anche il livello dei dibattito politico.

Da parte pentastellata si rimprovera, agli indignati, l’incomprensione dell’ironia del comico genovese e il non guardare all’origine partenopea del politburo del Movimento, probabile, il punto che nessuno ancora centra (ad averceli milioni Lilian Thuram in Italia) è che il nervo sta diventando sempre più scoperto. L’insofferenza a certe battute è la punta dell’iceberg di un malessere profondo, che diviene intollerante.

Anche il giornalista e storico Gigi di Fiore dice la sua dalle pagine de Il Mattino di oggi, definendo la battuta di Grillo: una condanna ineluttabile, a metà tra le teorie di Lombroso e le boutade di Groucho Marx.

Sia Di Maio che la Ruocco hanno ribadito, intanto, che si trattava di ironia, del resto come Gigi di Fiore ricorda:

Quasi un anno fa, in un post sul suo blog Grillo aveva parlato di federalismo riconoscendo al Sud l’identità storica che in tanti oggi rivendicano. E aveva rivalutato il regno delle Due Sicilie: «Per far funzionare l’Italia è necessario decentralizzare poteri e funzioni a livello di macroregioni, recuperando l’identità di Stati millenari, come la Repubblica di Venezia o il Regno delle due Sicilie». Con quella frase recuperò buona parte del voto meridionalista.

 

Prosegue di Fiore nel ribadire il pessimo gusto della battuta:

Ora però arriva la caduta di stile,il pregiudizio che farebbe il paio con la storia dei genovesi tirchi,o dei milanesi polentoni. Il napoletano ladro per codice genetico risulta più irritante del terrone cui non si affittano le case.Grillo lo sa,mal’eccesso di spigliatezza, l’affannosa ricerca continua di battute a effetto,il dover risultare simpatico a tutti i costi, stavolta lo ha fatto cadere nel già visto e sentito.Anche tu,Grillo. La Rete si scatena e si mobilitano gli smanettatori grillini che al pc sono tanti. Qualcuno ci gioca:«direttorio napoletano geneticamente modificato nell’M5S». Certo, trai napoletani ci sono anche i ladri e i disonesti.Come tra i genovesi,i lombardi,i veneti,i tedeschi,i francesi,eccetera,eccetera. È la predisposizione lombrosiana a delinquere che non va giù. Ma Grillo lo sa,eppure alla facile battuta non riesce a rinunciare. Anche a costo di cadere nella deprecabile equazione leghista.

Voglio essere onesto intellettualmente, la battuta di pessimo gusto ha ottenuto una tale eco soprattutto presso tanti organi di stampa, che mai si sono preoccupati e fregati della discriminazione territoriale nei confronti di napoletani e meridionali, perchè siamo in campagna elettorale, inutile negarlo. Inoltre è stata pronunciata al termine di una settimana in cui, in Campania, dopo l’inchiesta del Mattino sugli asili nido, il Movimento 5 Stelle è finito nell’occhio del ciclone per avere votato il provvedimento sui criteri di spesa storica, insieme a centro Sinistra e Centro Destra. Il tempismo di Grillo è stato pessimo tanto quanto la battuta infelice ed ha gettato sale su una ferita che non si è ancora rimarginata.


29
Ott 14

Gigi di Fiore: la ripartizione degli investimenti nel Paese uguale a 154 anni fa

Il giornalista e storico Gigi di Fiore interviene oggi dal proprio blog con una interessante suggestione. La tendenza ad una sperequazione negli investimenti, tra le macro aree geografiche italiane, è rimasta quasi identica a 154 anni fa.

Determinando, di fatto una economia duale ed un divario che si è attenuato solo durante gli anni del boom economico, quando gli interventi ed i primi investimenti della Cassa del Mezzogiorno recarono qualche beneficio.

Ma quali furono i primi atti del nuovo Parlamento?

Scrive Gigi di Fiore:

Il quadro dei chilometri delle concessioni per opere ferroviarie dal 1861 al 1865 fornisce un insolito criterio di riequilibrio. Un quadro raccolto dal deputato della destra cavouriana Leopoldo Galeotti. Eccolo: 2937 chilometri nell’Italia “superiore”, 1481 nella “media”, 1805 in quella “meridionale”. La somma di chilometri tra Sardegna (che fino al 1863 non aveva neanche un metro di ferrovia) e Sicilia fu di 1847.

Sempre Galeotti ci fornisce le cifre degli investimenti per le strade: 3 milioni 575367 per le “province subalpine” e 2 milioni 500763 per le napoletane. Non esistevano più le Due Sicilie, né il regno Sardo-piemontese. Era il regno d’Italia, con le sue prime scelte parlamentari. E questi sono i numeri.

Illuminanti anche alcune leggi approvate tra il 1861 e il 1865: un prestito di 500 milioni per limitare il disavanzo maturato “per costruire l’Italia”. Ancora 226mila lire per il porto di Rimini. Poi, nel 1861, 8 concessioni ferroviarie nel centro-nord e due nel sud. Una delle due assai generica, fu approvata il 28 luglio: “costruzione di strade ferrate nelle province meridionali, napoletane e siciliane”. Significativa la legge del 18 agosto, che istituì “succursali e sedi della Banca nazionale nelle province meridionali”. Era la Banca centrale dell’ex regno Sardo-piemontese. Non fu consentita, invece, l’apertura di sedi del Banco di Napoli al nord.

 

In un parlamento che, secondo Leopoldo Galeotti, “Non conviene dimenticare che il Parlamento, nella sua quasi totalità (eccettuata la parte piemontese), era composto di uomini nuovi e inesperti. Così la balia di fare e disfare rimase nella sostanza agli uomini della burocrazia. Quello che avveniva ai deputati, toccava anche ai ministri piemontesi e non piemontesi”.

E se i deputati meridionali di ieri avevano dalla loro l’inesperienza, come esimente, oggi sono semplicemente peones


17
Set 14

Chi ha paura di raccontare la storia d’ Italia?

Offre notevoli spunti di riflessione un articolo di Gigi di Fiore pubblicato nella edizione online de Il Mattino. Una riflessione sulla mancanza, in Italia, della volontà di raccontare con serenità una storia che sia condivisa e appartenga a due parti di un Paese mai, nei fatti, veramente unito.

Lo spunto è il referendum scozzese per la secessione dal Regno di Sua Maestà britannica, della Scozia.

Il premier inglese David Cameron promette: “Se restiamo insieme, la Scozia godrà di autonomia senza precedenti”. Gli replica Alex Salmond primo ministro scozzese: “Abbiamo l’1 per cento della popolazione del Regno, con il 60 per cento di petrolio e il 20 per cento della produzione nel commercio del pesce. La nazione di Adam Smith può diventare ancora più ricca da sola”.

Scrive di Fiore:

In Gran Bretagna, la Scozia, il Galles, l’Irlanda hanno propria bandiera, propria nazionale di calcio, propri rappresentanti politici. Nessuno si scandalizza se gli scozzesi non si fanno chiamare inglesi, se raccontano la loro storia, se tifano per i loro calciatori. Come mai?

In Catalogna, il tifo per il Barcellona diventa pretesto identitario. Negli Stati Uniti, uno dei due momenti storici fondanti della nazione è la guerra di secessione. Ebbene, nessuno si scandalizza se al Sud hanno musei della Confederazione (molto bello quello a New Orleans), o ci sono, così come negli Stati del Nord, associazioni in ricordo di reggimenti sudisti. Nessuno, ancora, si scandalizza se, sugli edifici pubblici, sventolano bandiere confederate insieme con quella americana.

La verità è che negli Stati Uniti riescono a convivere con la loro storia. Anche se si tratta di storia sofferta e di divisione della nazione.

E se pure Via col Vento racconta con romanticismo e oleografia un pezzo della storia americana dalla parte dei vinti, analoga vicenda non può essere letta in Italia, dove se non si ripete che il Sud era brutto, arretrato, sporco e cattivo ed i meridionali prototipi di delinquente dalla fossettta occipitale diffusa, non si può avere la patente di storico.

Scrive il giornalista napoletano:

Se si tenta con serenità di raccontare cosa avvenne nel Sud nel periodo pre e post unificazione si scatena il putiferio. E le accuse: borbonici, secessionisti, suddisti (con due d), revanchisti, reazionari, gente di destra! Dimenticando gli insegnamenti e le ricostruzioni di Gramsci, Molfese e tanti altri che di destra proprio non si possono definire.

Insomma in Italia non si riesce a raccontare la storia senza sganciarla da valutazioni di carattere etico.

Insomma per Gigi di Fiore, non si riesce a raccontare la storia italiana se non si ricorda continuamente che :

 che il Sud era arretrato ed è stato civilizzato da un Nord migliore, che al Sud c’erano i peggiori tiranni contrapposti a democratica gente del Nord, che il Sud era dominato da stranieri contrapposti al Nord italianissimo, che eravamo straccioni e siamo progrediti con l’aiuto dell’unificazione pilotata dal Nord.

Semplificazioni tra l’altro contraddette negli ultimi tempi anche da storici e soprattutto economisti di un certo peso che hanno tracciato un quadro del presente e della storia del Mezzogiorno che alla luce di certe analisi risulta più coerente.

Il timore è, conclude il giornalista che :

in Italia non sappiamo fare i conti con la storia. La nostra storia nazionale. Ne abbiamo paura, nel timore di mettere in discussione qualche attuale rendita di posizione. Figuriamoci se a Napoli, ad esempio, si potrebbe mai realizzare un museo delle Due Sicilie come quello della Confederazione a New Orleans. Si scatenerebbero polemiche e accuse su qualche giornale. Me le immagino: neoborbonici e arretrati


04
Set 14

Di Fiore: per Davis l’Italia preunitaria era molto indietro a Gran Bretagna e Francia

Gigi di Fiore, storico e giornalsita de Il Mattino, riprende quest’oggi, nel suo blog, il testo del professor John Anthony Davis, “Napoli e Napoleone” tradotto e pubblicato da Rubettino, che analizza la situazione industriale dell’Italia preunitaria rispetto alle altre potenze europee.

Il libro, uscito otto anni fa, tenta di scardinare, come scrive di Fiore, i luoghi comuni e pregiudizi nei confronti del Mezzogiorno, centrando la questione fondamentale nella storia dell’Italia meridionale: la proprietà e lo sfruttamento delle terre, con tutti i collegamenti di potere sociale e giuridico conseguenti.

Scrive Davis:

 

“Guardando al passato, gli italiani hanno scritto la storia dell’unificazione basandosi sull’idea di nazione e nazionalismo, ragion per cui è facile dimenticare le altre cause che resero sempre più difficile nella penisola la sopravvivenza degli Stati dinastici indipendenti”.
E ancora, stavolta davvero senza equivoci: “Le letture centrate sul contrasto tra un Nord moderno e un Sud arretrato non solo hanno messo in evidenza differenze che non avevano risconti nella realtà, ma hanno oscurato le discrepanze effettivamente esistenti”.

 

Secondo Gigi di Fiore Davis non ama il pregiudizio e chiarisce come nelle dinamiche commerciali, il potere inglese influenzò i tentativi di autonomia del Sud, stretto tra imposizioni straniere e ostacoli a politiche di protezionismo finalizzate a favorire il consumo industriale interno ed a creare quindi una sorta di colonia interna.

Scrive di Fiore che Davis: riporta una chicca sulla famosa guerra degli zolfi e il lapidario giudizio di sir Gladstone del “regno negazione di Dio”. Lo storico non ha difficoltà a ricordare che Gladstone non era in buona fede, in quanto “portavoce nella Camera dei Comuni per i mercanti inglesi interessati al commercio siciliano dello zolfo, mentre precedentemente aveva scritto un resoconto più che positivo del governo borbonico a Napoli”.

E il tanto dibattuto pseudo-divario tra Nord e Sud all’alba dell’unità d’Italia?

Scrive lo storico inglese, professore di storia italiana ed europea all’Università del Connecticut e anche membro dell’Istituto italiano per gli studi filosofici: “Non si può neanche sostenere che le condizioni economiche e sociali al Sud fossero peggiori del resto d’Italia all’epoca dell’unificazione. Verso la fine del secolo, la povertà era una condizione comune a molti italiani e c’erano ben poche differenze fra le regioni meridionali e quelle centro-settentrionali”

Per concludere quanto ormai tutti sanno che, cioè, nel 1860 le differenze economiche tra il Nord e il Sud erano di gran lunga inferiori a quelle che ci sarebbero state 40 anni più tardi, quando il nuovo Stato italiano smantellò le barriere protettive che avevano portato allo sviluppo delle industrie tessili, di ingegneria e di edilizia navale meridionali”.

Con i numeri dell’industria del Sud migliori di quelli dell’Italia del Nord. Ed entrambi, secondo Davis, peggiori di quelli di Francia e Gran Bretagna.

L’articolo completo di Gigi di Fiore


06
Ago 14

Gigi di Fiore: così deprezzarono Pietrarsa

La storia di Pietrarsa è poco conosciuta. Oltre ad essere un luogo simbolo del lavoro del sud preunitario, è un simbolo, per troppo tempo taciuto, della prima lotta operaia dell’Italia unita repressa nel sangue.

Le Officine di Pietrarsa sono state la prima fabbrica, in Italia, di locomotive, rotaie e materiale rotabile. Il loro nome iniziale fu Reale Opificio Borbonico di Pietrarsa.

Gigi di Fiore, storico e giornalista de Il Mattino, oggi racconta di come l’opificio, prima del martirio degli operai che si opponevano alla svendita, fu deprezzato.

Scrive Di FIore sul proprio blog:

Non tutti sanno che, nei due anni che precedettero la svendita ai privati dell’opificio, avvantaggiando l’attività dell’Ansaldo di Genova, ci fu un lavorio frenetico di deprezzamenti, speculazioni, manovre basse per svilire lo stabilimento. L’obiettivo era colpirne la credibilità, l’attività economica, la capacità produttiva per smantellarlo e farlo arrivare nelle mani di gente senza scrupoli pronta ad arricchirsi.

Alla manovra si prestà il giornale il Pungolo, fondato a Milano da Leone Fortis nel giugno del 1859. Vendeva diecimila copie e, nei numeri 191 e 192 del 1861, si occupò di Pietrarsa. Lo fece pubblicando in due tempi una lunga lettera che deprezzava la fabbrica, bollandola come frutto di manie di grandezza della precedente dinastia borbonica, senza convenienze produttive e senza guadagno reale. Fabbrica di Stato, priva di clientela privata propria, scrisse il Pungolo.

 

Un “gravoso peso per lo stato”, un laboratorio che “campava” solo di commesse pubbliche. Come se fosse questo un buon motivo per sbarazzarsene. Chissà cosa penserebbero oggi gli estensori di quegli articoli guardando ad una fabbrica di automobili che di sostegni e finanziamenti pubblici ne ha persi a pioggia.

Il colonnello d’artiglieria Luigi Corsi, tuttavia, che di Pietrarsa fu direttore fino all’unificazione del paese, rispose con decisione al Pungolo.

In 43 pagine, il colonnello rintuzzò le tesi del Pungolo. Citò dati, come oggi si direbbe il fatturato tra gli anni 1858 e 1860: un milione e 66141 ducati. La distanza eccessiva da Napoli? Solo due miglia, rispose Corsi. E poi il punto più scandaloso, che svelava le intenzioni della lettera anonima accolta dal Pungolo: la proposta di pagamenti per la vendita solo dopo 15 anni dalla cessione e senza interessi. Come a dire: un regalo, per un opificio in grado di rifornire Ferrovie e Marina militare.

 

Insomma, Corsi capì che probabilmente, ieri come oggi, la svendita avrebbe dovuto favorire qualcuno. Il finale della storia è tragico.

Il 10 gennaio 1863 lo stabilimento di Pietrarsa con quanto conteneva veniva concesso in affitto, per 30 anni alla somma di 45.000 lire dell’epoca, dal Ministro delle Finanze del governo Minghetti alla ditta costituita da Iacopo Bozza; ciò portò alla riduzione dei posti di lavoro, a scioperi e gravi disordini repressi nel sangue; il 6 agosto 1863 una carica di bersaglieri provocava 7 morti e 20 feriti gravi

L’articolo completo di Gigi di Fiore dal suo blog.