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17
Lug 14

Gigi di Fiore: quelle parole ignorate del magistrato antimafia sull’Unità

Gira da qualche anno ormai, su youtube (e pubblicato anche su questo blog) un video del magistrato antimafia Nicola Gratteri sul Risorgimento. Parole pesanti, pesantissime. In pochi le riportano e le ricordano. Per fortuna ci pensa la memoria della rete a conservarle e e reiterarle nonostante i pareri dei professori con la patente. Gratteri ne ebbe anche per loro (“Dei caproni ignoranti, che non leggono e non hanno studiato, ma insegnano all’università e vanno ai convegni antimafia, non sono in grado di distinguere le origini della picciotteria dal brigantaggio”)

Oggi Gigi di Fiore,nel proprio blog sul Mattino, riprende proprio quelle parole.

Eppure, il 2011 era anche l’anno del 150esimo anniversario dell’unità d’Italia. E Gratteri, per fortuna in un passaggio documentato in video dal solito telefonino e poi scaricato su youtube, ebbe da dire anche su questo. Fuori dai denti e contro ogni conformismo politicamente corretto.

“Sono per l’unità d’Italia, ci mancherebbe altro”, la premessa. Con una serie di “ma” successivi. Come questo: “I piemontesi hanno imposto la chiusura delle acciaierie di Mongiana, in provincia di Reggio Calabria, a favore di quelle di Brescia, in cambio della promessa della riforma agraria”.

E come inizio non c’è male. Il seguito è ancora più duro: “Chi ha imposto l’unità d’Italia, che non fu discussa ma imposta, ha tradito quelle popolazioni che sono diventate sempre più povere ed emarginate”. Aggiungendo: “Non sono qui a fare del vittimismo, ho letto documenti. L’unità d’Italia è stata imposta in cambio della modifica dei patti agrari. E’ proliferato il brigantaggio, che è cosa diversa dalla picciotteria”.

 

Gratteri sa come combattere le mafie, senza invocare indulti o fare business. Per fortuna nessuno lo ha ancora tacciato di essere un “meridionalista suddista bobbonico”.

L’articolo completo di Gigi di Fiore


19
Mag 14

Campionario semiserio di luoghi comuni sui meridionali

immagine tratta dal web

Un piccolo estratto dal campionario semiserio di luoghi comuni sui meridionali, elaborato da Gigi di Fiore sul proprio Blog. Un campionario di stereotipi frutto di ignoranza che si sono ormai sedimentati partorendo mostri:

Altro che Italia! Questa è Affrica. I beduini a riscontro di questi cafoni sono fior di virtù civile (Luigi Carlo Farini)

Oggi le spedisco i deputati e i senatori (meridionali). V.E. vedrò che roba. Ma è malleabile. Sappia tirarne il meglio che potrà a vantaggio dell’Italia. Di ministeriabili non ne veggo uno (Costantino Nigra)

I militari napoletani? Non so per verità cosa si potrà fare di questa canaglia (Alfonso La Marmora)

I meridionali si lavano poco e per questo sono sempre scuri e puzzolenti.
I meridionali sono quasi tutti mafiosi e camorristi.
I meridionali non pagano le tasse e vivono sulle spalle dell’altra Italia.
I meridionali truffano le assicurazioni e per questo devono pagare di più le polizze delle loro auto.
I meridionali non hanno voglia di lavorare e campano con il nostro sudore.

I meridionali si sono mangiati i soldi del terremoto e della Cassa per il Mezzogiorno
I meridionali sanno solo piangersi addosso, perchè sono pigri e indolenti.
I meridionali accusano sempre gli altri delle loro disgrazie.
I meridionali arrivano sempre in ritardo ovunque.
I meridionali che pretendono di rileggere il loro passato sono neoborbonici
I meridionali che rivendicano la loro storia sono revisionisti nostalgici

I meridionali che puntano il dito sugli squilibri con il Nord sono sudisti

Continua


07
Apr 14

Una storia crudele: brigantaggio e diario del canonico di Venafro

Nella contesa revisionismo versus controrevisionismo, Gigi di Fiore, storico e giornalista del Mattino offre sempre spunti interessantissimi ed originali.

Ecco un breve estratto di quanto pubblicato oggi dal suo blog:

Prendete il diario, poco noto, del suddiacono Nicola Nola di Venafro, di cui sono state pubblicate (da Palladino editore a cura di Antonio D’Ambrosio) le pagine sugli anni 1860-61. E’ ricco di episodi, notizie che, messe insieme a tante altre, forniscono bene l’idea di cosa accadde nel Sud in quel periodo.

Il brigantaggio, i contadini arrestati, le uccisioni a sangue freddo. Il Mezzogiorno non era terra per educande, regnava la paura, l’instabilità, l’incertezza. I militari piemontesi-italiani facevano il bello e il cattivo tempo. Il canonico racconta di una “barbara uccisione di tre abitanti di Letino”. Le circostanze e i dettagli spietati ci riportano a immagini più recenti, alla guerra più vicina di 70 anni fa.

I militari rastrellavano chi faceva parte delle bande intorno ai monti del Matese. Molta gente, terrorizzata, fuggiva dai paesi. Bastava un sospetto, un indizio, una spia che indicava qualcuno come complice delle bande per essere fucilati senza processo. Anche da Letino la gente fuggiva. Scrive il canonico Nola: “Il comandante piemontese mise ogni opera per averli tra le mani; carcerò un povero vecchio in ostaggio per suo figlio che stava tra i fuggiaschi; e con lusinghe fece rivelare dove stavano”.

Le pagine sono quelle del 23 luglio 1861, un episodio che colpì molto il religioso.

L’articolo completo


29
Mar 14

Napoli: vie, nomi, identità e le mutilazioni della memoria

Lo scorso Gennaio il filosofo De Giovanni, in una intervista al Corriere del Mezzogiorno  affrontava la questione dell’identità meridionale e napoletana, in particolare, riconducendone la perdita, a causa determinante di taluni mali di Napoli. Un aspetto scevro da elementi politici o amministrativi, ma ab orgine culturale:

Al di là di certe situazioni amministrative gravi, c’è un problema ulteriore dei napoletani. Manca un’identità comune e questo fa pensare a ciascuno: io sono diverso e migliore degli altri e così faccio quello che voglio».

 

Quindi oltre il problema amministrativo ce n’è uno culturale?
«Sì, l’identità collettiva e condivisa manca perché non ha più una base culturale. In realtà noi ce l’avevamo e anche forte, ma la stiamo buttando via e ce la stanno cancellando, perché si vuole lasciare Napoli in questa condizione d’inferiorità. Il Luna Park Italia ha bisogno di un castello dell’orrore. Da qui vengono i cori di discriminazione allo stadio e la copertina dell’Espresso. Il fatto che durante la partita Verona-Inter entrambe le curve attacchino Napoli non è normale: non si tratta più di uno sfottò tra tifoserie. E dunque come si combatte tutto ciò?».

 

Appunto, qual è la ricetta?
«Rintracciando l’identità culturale smarrita. Per sentirsi fieri di essere napoletani. E non si può trattare di un processo delegato a una qualsiasi istituzione culturale, diventerebbe un fatto autoreferenziale e posticcio. La cosa migliore sarebbe l’istituzione di una cattedra di lingua e letteratura napoletana, che non esiste in nessuna università partenopea».

 

E respingeva così l’abusata (ormai) accusa di leghismo (con annessa accusa di neoborbonismo) al contrario, che serve solo per soffocare la riscoperta e la valorizzazione identitaria:

«A San Pietroburgo ‘‘Le voci di dentro”(una commedia di Eduardo de Filippo,ndr)  ha ricevuto sette minuti di applausi. Il napoletano è apprezzato ovunque e non rischiamo di ghettizzarci. Non ho certo in mente spinte neoborboniche, penso alla realtà contemporanea: oggi si canta in napoletano, dai rapper ai neomelodici. Eppure una parte della città non capisce. Una cattedra universitaria è qualcosa di vivo, molto meglio, per unire Napoli, dell’ennesimo dibattito a Scampia».

 

Tutto ciò per entrare nel merito di una notizia (chissà fino a che punto provocatoria) di un consigliere della IV Municipalità di Napoli che vorrebbe cancellare l’intitolazione di una piazza, a Carlo III, sostituendo il toponimo col nome di Enrico Berlinguer.

Ho l’impressione che certe notizie, certe valutazioni, sembrano essere create, artatamente, per generare spaccature e fratture non solo nel tessuto cittadino ma anche nell’identità di un popolo. Nella opinione della gente. Farlo, scegliendo, poi, la contrapposizione toponomastica con personaggi dall’alto e indiscutibile spessore politico e morale, alimenta ancora di più questo sospetto (arriveremo, come stiamo assistendo in questi giorni, al concilio ecumenico della stampa nazionale che rimproverà ai meridionalisti, bobbonici, ignoranti e violenti, di alimentare polemiche pure verso una figura integerrima come quella di Berlinguer, volete scommettere?)

Nulla questio nel merito dell’intitolazione ad Enrico Berlinguer, ci mancherebbe, figuriamoci, ma che senso ha sostituire? Non sarebbe molto più intelligente, aggiungere? Non ci sono luoghi sufficienti per estendere una memoria condivisa anzichè mutilarla, scegliendo chi la merita e chi no? Non sarebbe, per esempio, più coerente e simbolico intitolare, all’ex segretario del PCI, le aree prospicienti a quel che resta della tradizione operaia napoletana? Mi viene in mente tutta l’ex area industriale di Bagnoli, ad esempio.

Non mi appassionano nello specifico, le ragioni dell’appartenenza territoriale dei soggetti in questione, ma resta pur sempre in ballo l’importanza dell’identità storica di una città.

Questo il parere di Gigi di Fiore, giornalista e scrittore, sul Mattino di oggi:

 Posso anche capire l’antiborbonismo sfrenato, ma calpestare la storia della nostra città mi sembra un insulto. Eppure, Francesco Donzelli, consigliere della IV municipalità, crede che piazza Carlo III debba diventare piazza Berlinguer. E propone il cambiamento toponomastico. Con tutto il rispetto per l’ultimo grande segretario nazionale del Pci, con tutto il rispetto anche per Benigni che girò un film d’amore dedicato al suo amato Enrico, la proposta mi sembra quasi una violenza alle memorie di Napoli. Non si capisce cosa c’entri il sardo Berlinguer con la nostra città, si capisce invece assai bene cosa c’entri Carlo III di Borbone. Venne nel 1734 da queste parti, fondò il ramo dei Borbone di Napoli e Sicilia, poi autonomo da quelli di Francia e Spagna. E poi, come scrivono anche gli storici più critici sul regno borbonico, fu il più illuminato tra i quattro sovrani di quella dinastia. Negli anni del suo regno, fu realizzato il teatro San Carlo, partirono i lavori per la reggia di Caserta, si ampliò la reggia di Capodimonte, si costruì l’Albergo dei poveri, si avviò la scuola di porcellana a Capodimonte voluta dalla moglie Maria Amalia di Sassonia e… e mi fermo qui, perché lo spazio a disposizione me lo impone.

La risposta di Andrea Balia, del partito del Sud, getta acqua sul fuoco:

Riguardo diversi post sulla questione Berlinguer/Piazza Carlo III°, tra il preoccupato e lo stupidamente provocatorio -a dimostrazione di quante cose serie ed impegni affiggano le persone- ho già risposto in quanto Delegato diretto del Sindaco nella Commissione Toponomastica del Comune di Napoli. Stante la verificata volontà d’intitolare qualcosa a Berlinguer, non si è mai entrati nel merito del dove e del come. Eventuali proposte e/o richieste saranno in sede di sedute prossime valutate, discusse e se necessario votate all’unanimità.

Io semplicemente credo, come De Giovanni, che estirpare da un territorio e da un popolo la propria identità, vuol dire vilipenderlo, umiliarlo, esporlo a mali che poi diventano irriducibili. Soprattutto se con questi mali si viene a patti..


11
Mar 14

Il revisionismo sul revisionismo e quei 13 (?) morti di Pontelandolfo e Casalduni

Un ottimo intervento del giornalista e scrittore Gigi di Fiore sul proprio blog, risponde ad un serrato e discusso botta e risposta storico.

Perchè non si riesce ancora a scrivere una storia comune e condivisa di questo paese?

O forse non si sente la necessità di creare alcuna reale unità.

Un breve estratto, vi invito a riflettere e a leggere qui l’articolo completo:

Negli ultimi tempi si assiste ad uno strano fenomeno, che sembra rovesciare la categoria del cosiddetto revisionismo. E’ il revisionismo del revisionismo, fenomeno tutto italiano e tutto concentrato sul nostro Risorgimento. Accademici, ricercatori, cultori di storia si affannano a smentire, e rivedere documenti e ricerche che hanno riletto vicende oscure e per anni rimosse. Vicende che riguardano, guarda caso, l’annessione del Mezzogiorno al resto dell’Italia.

Ha cominciato, tra i primi, il professore di storia medievale Alessandro Barbero. Dopo decenni di inerzia, spinto da pubblicazioni di chi, come lui li chiama, “storici non patentati”, ha speso molte energie, limitandosi a ricerche vicino casa sua (leggi Archivio di Stato di Torino), per ridimensionare il fenomeno dei prigionieri napoletani, catturati dall’esercito piemontese e spediti al Nord in prigioni come Fenestrelle.

Obiettivo della ricerca era smentire l’esistenza di un fenomeno vasto (eppure documenti ufficiali parlano di 8mila meridionali trasferiti al nord come prigionieri di guerra), con decine di morti nelle strutture di detenzione. L’obiettivo era fare scalpore, probabilmente vendere un libro, ripetere che solo gli storici di professione possono occuparsi di certe cose e che tutto era stato già detto e scritto nei termini accettati da anni dall’accademia ufficiale.

Certo, è ben strano che, se tutto, sulla nostra storia Risorgimentale, è stato già scritto, esistano ancora cattedre universitarie che studiano quel periodo. A che serve una ricerca su qualcosa di cui si sa tutto? Mistero. Ma, sul tema, un bel libricino, scritto da Gennaro De Crescenzo e intitolato “Il Sud dalla Borbonia felix al carcere di Fenestrelle” riprende la questione. E allarga il campo di visuale.

E conclude:

A Pontelandolfo e Casalduni nel 2011, a nome dell’Italia unita, andò a chiedere scusa a Pontelandolfo anche Giuliano Amato nella veste di presidente del Comitato per le celebrazioni dei 150 anni. Negli atti parlamentari del 1861, nei documenti diplomatici, negli affannosi dispacci militari (che ho pubblicato ne “I vinti del Risorgimento” nel 2004 e poi in “Controstoria dell’unità d’Italia” nel 2007) si legge l’orrore: civili uccisi a  freddo, per rappresaglia, perchè ritenuti amici dei briganti.

Eppure quella era già regno d’Italia da 5 mesi, ma il Sud era in preda ad una guerra civile. No, l’annessione del Mezzogiorno al resto della penisola non fu una passeggiata. Ma c’è chi vuole ancora sminuire la violenza e i metodi che furono necessari nel Mezzogiorno subito dopo la marcia di Garibaldi: senza cannoni e fucili, il Sud non sarebbe stato tenuto unito al resto d’Italia. La verità è fatta di più finestre, non solo quelle che convengono. Almeno che non si hanno altri obiettivi.

 

Eh già perchè secondo l’odierno scoop storico del Corriere del Mezzogiorno (vecchio di 12 anni), i morti sarebbero stati solo tredici a Pontelandolfo e zero a Casalduni. E chi fu violentata, in realtà non fu violentata. E non morirono bambini. L’unica ragazza uccisa avrebbe avuto poco meno di 18 anni (una curiosità agli estensori dell’articolo odierno, ma , quando, un evento drammatico può essere catalogato storicamente come “eccidio”? Occorre un numero minimo di defunti?)

E gli Stormy Six che negli anni 70 (Pino Aprile non aveva ancora scritto nulla) che dedicarono una canzone all’eccidio di Casalduni e Pontelandolfo..beh si sono sbagliati pure loro. E le scuse di Giuliano Amato e del comitato per l’Unità? Ebbè un eccesso di zelo.

Il punto, pur volendo assecondare la diatriba sul calcolo dei morti, nonostante le fonti, se vogliamo, non è neanche il numero (avrebbero forse 13  meno dignità di 164?), ma la corretta analisi di quanto è accaduto, perchè è accaduto e con quali modalità.

Quello che importa, è sapere se ci sono stati strascichi, di quegli eventi, oggi, se le teorie di Lombroso che, in parte,  giustificavano certe azioni e rappresaglie militari ad esempio, si siano protratte fino ai giorni nostri, determinando la sorte di tanti cittadini.

Se, ancora, i metodi usati furono quelli di una guerra (perchè le cose vanno identificate col loro nome) mai nei fatti dichiarata e di certo non con i canoni di una passeggiata romantica. Se certi “atteggiamenti” e certi “modi di fare” da Prometeo conduttori di civiltà, allora come oggi, contraddistinguono, immeritatamente, ed elevino, una parte del Paese nei confronti dell’altra. Gli stessi canoni per cui ancora oggi, io sono un terrone e, se del caso, “torna a casa” o “puzzi” o “imparate da noi la civiltà”. Ma questo poco importa agli strenui difensori della patria.

Alla fine della fiera tra Pontelandolfo, Casalduni, e Bronte..stì intellettuali terroni stanno facendo storie per una quarantina di morti tra la popolazione civile (se aggiungiamo Fenestrelle, si arriva a un centinaio scarso) . E che vuoi che sia…

Oggi li chiameremmo danni collaterali dell’esportazione di civiltà..(stà a vedere che pure l’eccidio di Pietrarsa sarà derubricato a rissa da biscazzieri).

Non si fa attendere una lunga replica di Pino Aprile, chiamato in causa da Macry, di cui mi piace riportare questo breve paragrafo:

Il 14 Aprile del 2003 un grande giornalista e studioso di storia, il cui equilibrio tutti appreziamo, a proposito delle stragi del Risorgimento, citava il libro di Lorenzo del Boca Indietro Savoia, allora presidente nazionale dell’ordine dei giornalisti, vice direttore de La Stampa che <<sulla scia di un’osservazione fatta qualche tempo fa da Giovanni Russo, nota “Pontelandolfo fu una specie di Marzabotto ,un atto di vandalismo senza motivo e senza giustificazione, però la storia di Marzabotto fa parte del patrimonio di memoria collettiva ..mentre di Pontelandolfo sanno la gente del posto e il suo sindaco”. Sono d’accordo con Del Boca.>> Firmato Paolo Mieli., sul Corriere della Sera, senza che nessuno gli rimproverasse (e vorrei vedere!) il raffronto. Capisco che con me è più facile.

E, successivamente, sul proprio profilo Facebook:

I dati con cui si vorrebbe dimostrare che i morti furono solo 13 sono citati già in Terroni. Ma è citato pure il resto dei dati di don Panella (curiosamente taciuti…), secondo i quali, il numero delle vittime è nell’ordine delle centinaia; come confermato dalla stampa governativa dell’epoca, oltretutto.

Enrico Cialdini ordinò:

Di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra. (citato in Giovanni De Matteo, Brigantaggio e Risorgimento: legittimisti e briganti tra Borbone e i Savoia, Guida Editore, Napoli, 2000, pag. 210)

Antonio Ciano, scrittore meridionalista obietta:

I morti, come riporta la Civiltà Cattolica del 1861 erano almeno 164, notizia attinta dal POPOLO D’ITALIA, giornale filo piemontese molto informato. I piemontesi nascondevano le notizie , avevano paura della reazione internazionale, come successe a Castellammare del Golfo in provincia di Trapani, dove amamzzarono circa seicento renitenti alla leva e molti cittadini che si erano ribellati: Un sacerdote, mosso a piatà, scrisse i nomi di Angelina Romano e pochi altri sul registro dei morti.

Dagli atti parlamentari della Camera dei Deputati, da pag 21128:

E Giuseppe Ferrari ancora continua: «Intendete le tragedie che si svolgono al seguito delle nostre stesse vittorie. Nel turbinio degli avvenimenti le nuove s’ingrandiscono, le morti si moltiplicano nelle immaginazioni del volgo, il terrore prende mille forme, il silenzio paralizza la lingua del cittadino che, reclamando, teme di essere sospetto, e la confusione giunge a tal punto che io a Napoli non poteva sapere come Pontelandolfo, una città di 5.000 abitanti, fosse stata trattata. Io ho dovuto intraprendere un viaggio per verificare il fatto cogli occhi miei».
E continua: «Quante scene di orrore! Qui due vecchie periscono nell’incendio; là alcuni sono fucilati – giustamente, se volete – ma sono fucilati; gli orecchini sono strappati alle donne, i saccomanni frugano ogni angolo; il generale, l’uffiziale non possono essere dappertutto: si è in mezzo alle fiamme, si sente la voce terribile.
«Mai non dimenticherò il 14 agosto, mi diceva un garibaldino di Pontelandolfo. Sul limitare di una delle tre case eccettuate dall’incendio, egli gridava ai villici di accorrere, li nascondeva nelle cantine e, mentre si affannava per sottrarre i conterranei alla morte, vacillante, insanguinata, una fanciulla si trascinava da lui fucilata nella spalla perché aveva voluto salvare l’onore e, quando si vedeva sicura, cadeva per terra e vi rimaneva per sempre».

O forse il dichiarante di cui sopra, era in preda a visioni mistiche causa Falanghina del Sannio?

Carlo Margolfo, uno dei militari che parteciparono alla spedizione punitiva, scrisse nelle sue memorie:

 Al mattino del giorno 14 (agosto) riceviamo l’ordine superiore di entrare a Pontelandolfo, fucilare gli abitanti, meno le donne e gli infermi (ma molte donne perirono) ed incendiarlo. Entrammo nel paese, subito abbiamo incominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitava; indi il soldato saccheggiava, ed infine ne abbiamo dato l’incendio al paese. Non si poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli cui la sorte era di morire abbrustoliti o sotto le rovine delle case. Noi invece durante l’incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava…Casalduni fu l’obiettivo del maggiore Melegari. I pochi che erano rimasti si chiusero in casa, ed i bersaglieri corsero per vie e vicoli, sfondarono le porte. Chi usciva di casa veniva colpito con le baionette, chi scappava veniva preso a fucilate. Furono tre ore di fuoco, dalle case venivano portate fuori le cose migliori, i bersaglieri ne riempivano gli zaini, il fuoco crepitava (fonte: Giovanni De Matteo, 2000 , op. cit., p. 210.)

Tirando le somme: a causa dell’incendio degli archivi comunali e della mancanza di un censimento non si conosce la cifra esatta delle vittime del massacro. Alcune stime parlano di circa 100 civili uccisi,[1] altre di 400[15], altre di circa 900[16] ed altre ancora di almeno un migliaio[17][18]. Ma al quotidiano di cui sopra, hanno le idee chiarissime.

 


07
Mar 14

Gigi di Fiore: è dalla fondazione di questo paese che il Sud paga più tasse. Lo diceva Nitti.

Molto interessante il post del blog di Gigi di Fiore che commenta una settimana di accuse sul Mezzogiorno palla al piede e che si conclude con la “sentenza” della Corte dei Conti: al Sud si pagano più tasse che altrove (toh, non lo avevami mai detto).

Gigi di Fiore non è solo un giornalista, ma un ottimo scrittore e storico.

Così, proprio oggi dal suo Blog, fa notare quanto il dibattito sul Sud palla al piede, sia vecchio di quasi due secoli. Solita solfa senza soluzione. Ma interpreti di maggiore spessore e livello, oltre che di una grandissima onestà intellettuale scevra di pregiudizi e clientele.

Scrive Di Fiore:

Negli interventi degli ultimi giorni, per evidenziare i limiti della classe dirigente del Sud, qualcuno ha citato Gramsci, le sue idee sul ceto latifondista meridionale che, all’alba dell’unità d’Italia, si chiuse nella conservazione di potere e ricchezze, saldandosi con i ceti imprenditoriali del Nord. Ma Gramsci era andato più avanti nelle sue interpretazioni sul Risorgimento. Aveva considerato la guerra del brigantaggio una lotta civile, una guerra contadina, anche se non organizzata.

E aveva auspicato che, dopo quella guerra, i contadini meridionali potessero prendere coscienza di classe unendo le loro forze con gli operai del Nord. Dunque, brigantaggio sanguinosa rivolta sociale contro le false promesse unitarie e la conservazione del ceto dei possidenti meridionali. Una lettura che sarebbe stata seguita anche da Franco Molfese, mentre Gaetano Salvemini riprese poi la tesi gramsciana sulla speranza di saldatura sociale operai del nord-contadini del Sud, per favorire lo sviluppo nel Mezzogiorno.

 

Completa cioè quella approssimazione con cui Galli della Loggia aveva strumentalmente usato il Gramsci che denunciava la condizione dei “terroni” subito dopo l’Unità.

“Il bilancio dello Stato dal 1862 al 1896-97” pubblicato nel 1900, già conteneva interessanti osservazioni sulla tassazione dei primi 30 anni di unità. “L’Italia meridionale è assai più duramente colpita dalle imposte dell’Italia settentrionale”, scriveva lo studioso lucano. Era il risultato di un’analisi statistica su distribuzione dei tributi, ripartizione della spesa pubblica e ricchezza comparati tra le diverse regioni italiane.

“Per 40 anni lo Stato ha destinato le sue risorse prevalentemente alle regioni della valle del Po” scriveva ancora Nitti. Aggiungendo: “In proporzione alla sua ricchezza, l’Italia settentrionale ha pagato assai meno di quanto dovuto allo Stato e l’Italia meridionale molto di più”. Da qui una conclusione: il famoso divario Nord-Sud, all’inizio minimo, nei primi 30 anni di unità era andato progressivamente aumentato. Curioso, no?

Qui l’articolo completo dal blog di Gigi di Fiore


21
Feb 14

Gigi di Fiore: così Nitti voleva salvare il Sud

Se riproponessi le idee di Nitti sul Mezzogiorno, senza citare la fonte, qualcuno lo annovererebbe tra visionari filoborbonici (sic).

Oggi Gigi di Fiore, giornalista e scrittore del Mattino, propone sul suo blog, le intuizioni che il politico lucano, proponeva 110 anni fa per dare una svolta alla “questione meridionale”. Inascoltato ovviamente.

Un breve estratto:

Dopo aver collaborato con l’inchiesta Saredo, nel marzo del 1904 Nitti fu incaricato di preparare il testo di una legge che aveva per obiettivo incentivare lo sviluppo economico della grande ex capitale delle Due Sicilie. Il testo fu pronto in poco tempo, venne poi approvato nel luglio del 1904.

Poche certezze, formule copiate poi da tanti: la creazione della siderurgia con l’Ilva a Bagnoli, l’attenzione ai cantieri navali Pattison e Armstrong a Pozzuoli, incentivi alle Cartiere meridionali e agli arsenali di Castellammare e Napoli.

Un modello che, oggi, sembra superato con la grande crisi europea del capitalismo sviluppatosi negli ultimi 50 anni. Ma nei suoi studi preparatori Nitti precisò alcune idee, valide ancora oggi. Come questa: “Il problema di Napoli interessa tutta l’Italia, si tratta di una città focolaio di vita intellettuale e morale di una quarta parte dello stato”.

Ed ancora:

Da qui il nodo essenziale: Napoli doveva trasformarsi da città di grande consumo a città di produzione. Con una mirata scelta di industrializzazione possibile. Niente “industrie sussidiate”, invece più trasporti, collegamenti per realizzare un’area metropolitana omogenea con i circondari. E un’ulteriore idea, valida allora ma anche oggi come filosofia d’impresa: “I cittadini di Napoli non devono chiedere allo Stato se non il meno che possibile e solo a scopo di iniziare una rinnovazione industriale”.

Ed invece si preferì sviluppare un sistema clientelare ed assistenziale che non ha risolto nulla (se non arricchire una oligarchia politica ed industriale che prese il posto dei latifondisti).

L’articolo completo


10
Ago 13

14 agosto 1861: l’eccidio di Pontelandolfo e i conti difficili con la nostra storia

L’estratto di un interessantissimo articolo di Gigi di Fiore di un anno fa (del quale ne approfitto per consigliare “Gli ultimi giorni di Gaeta”), sull’anniversario della strage di Pontelandolfo.

“Giustizia è fatta su Pontelandolfo e Casalduni, esse bruciano ancora”, telegrafò il tenente colonnello Pier Eleonoro Negri, vicentino al comando dei 400 bersaglieri che nella notte irruppero nel paese. Diritto di rappresaglia, in una zona dove non c’era guerra dichiarata, Era in corso, però, il più sanguinoso conflitto civile della storia unitaria: le rivolte contadine bollate come brigantaggio.

Eccoci nei giorni di Ferragosto. Un anniversario particolare, per la storia dei primi anni di unità d’Italia. 14 agosto 1861: l’eccidio di Pontelandolfo. La cittadina, in provincia di Benevento, si è dichiarata per delibera “martire dell’unità d’Italia”. Quando, in occasione delle celebrazioni per i 150 anni di unità, a Pontelandolfo arrivò Giuliano Amato nella sua veste di presidente del comitato per l’anniversario, chiese scusa a nome dell’Italia intera. E un messaggio di ricordo venne spedito anche dal presidente Giorgio Napolitano.

 

Ed ancora:

Qualche giorno prima, nella strada verso Casalduni, erano stati uccisi 41 soldati al comando del tenente Cesare Bracci, inviati a controllare la zona, dove si muovevano numerose bande. La più importante era quella guidata da Cosimo Giordano. Il comando italiano a Napoli, con il luogotenente Enrico Cialdini, decise la rappresaglia. Una colonna, guidata dal maggiore Carlo Melegari, si diresse a Casalduni. L’altro, quella di Negri, a Pontelandolfo.


Un far west chiamato sud, quello immediatamente successivo alla dichiarazione di Unità, con i meridionali a fare da pellerossa per le truppe che si muovevano su uno scenario da guerra civile, mai dichiarata e neppure ammessa. Nel dicembre successivo, l’episodio venne ricordato in Parlamento a Torino dal deputato milanese Giuseppe Ferrari. Parlò di “giustizia barbara”.

 Nella relazione di Ferrari si citano due fratelli Rinaldi, uno avvocato e un altro negoziante, entrambi liberali convinti. I fratelli, usciti fuori di casa per vedere cosa stesse accadendo, vennero freddati all’istante e uno dei due, ancora in agonia dopo i colpi di fucile, fu finito a colpi di baionetta. Un altro episodio citato è quello di una ragazza, tale Concetta Biondi, che rifiutandosi di essere violentata da alcuni soldati, fu fucilata.

« Una graziosa fanciulla, Concetta Biondi, per non essere preda di quegli assalitori inumani, andò a nascondersi in cantina, dietro alcune botti di vino. Sorpresa, svenne, e la mano assassina ccolpì a morte il delicato fiore, mentre il vino usciva dalle botti spillate, confondendosi col sangue »
Nicolina Vallillo[13]

I morti contati dai giornali dell’epoca furono 146, ma la stima esatta non si è mai conosciuta: molti furono travolti dall’incendio delle loro case, di altri i familiari ebbero vergogna e timore a denunciarne la scomparsa attraverso i registri parrocchiali. Eppure, la stima comparata dei defunti in zona di quegli anni, nota un incremento tra il 1861-62. Sintomatico. Una lapide, fuori al comune di Pontelandolfo, ricorda le vittime dai nomi certi. Anche la toponomastica è mutata due anni fa: ora strade e piazze ricordano i nomi di alcuni di quei morti.

Come gli americani, dovremmo finalmente cominciare a fare i conti con la nostra storia. Senza polemiche e con serenità.

Anche per questo episodio, come per la strage di Pietrarsa, il gruppo milanese degli Stormy Six, negli anni 70, quando ancora certi argomenti erano avvolti dal piu’ rigoroso dei tabu’, dedicò alle vittime una canzone.


13
Lug 13

150 anni fa la legge Pica

Era il 15 agosto del 1863, quando il neonato Parlamento di Palazzo Carignano a Torino disse sì a quei nove articoli scritti per reprimere, con le maniere forti, la rivolta del brigantaggio nelle regioni meridionali.

La famigerata legge Pica.

Il Paese unito due anni prima veniva diviso sulla Costituzione: nel centro-nord osservanza delle garanzie costituzionali, al Sud lo Statuto albertino diventava carta straccia. A vantaggio del potere militare, che calpestava il principio del giudice naturale e mortificava il diritto alla difesa. A proporre la legge fu un deputato abruzzese: Giuseppe Pica.

Fu introdotto, per la prima volta, anche il termine di camorrista in una norma. Bastava un sospetto, una soffiata e si poteva essere esaminati da una commissione provinciale che poteva inviare il presunto camorrista al domicilio coatto. Camorristi in città, briganti nelle campagne.

L’articolo completo di Gigi di Fiore sul Mattino

Blog – Il Mattino.

 


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Controstoria della Liberazione. Le stragi ed i crimini commessi dagli Alleati al Sud

 

Creato il 04 dicembre 2012 

Controstoria della Liberazione. Le stragi ed i crimini commessi dagli Alleati al Sud

Non faccia, il titolo, storcere il naso ai puristi della liberazione dal nazifascismo. Non si appresteranno essi a leggere l’ennesimo invito al revisionismo storico. O almeno non a quello che loro credono.

Ci sono storie ed aneddoti sulla liberazione del Sud, poco conosciuti ( o taciuti) e che accompagnano, molto bene, le epopee dei vari Cialdini che dalla seconda metà del XIX secolo, hanno insanguinato il Mezzogiorno. Storie diffuse nel silenzio. Che pochi arditi sottraggono alle angustie degli armadi impolverati.

Un libro, Controstoria della Liberazione, edito da Rizzoli, scritto dal giornalista Gigi di Fiore, vincitore del Premio Fiuggi Storia per la sezione saggistica, apre alcuni di questi armadi. E racconta delle stragi e dei crimini dimenticati, commessi, dagli Alleati, nel Sud.

“una lunga serie di violenze e soprusi commessi dagli Alleati in Italia durante la difficile risalita della penisola: dai bombardamenti a tappeto, forse non tutti necessari dal punto di vista strategico, agli stupri di massa in Ciociaria, dove i marocchini del contingente francese ebbero in premio tre giorni di impunità per il coraggio dimostrato nello sfondare la linea Gustav: li usarono per saccheggiare le case e stuprare donne, uomini e ragazzi. Fino agli ottocento giorni dell’occupazione di “Napoli-Sciangai”. Si Scopre così il volto meno glorioso, dimenticato dai resoconti oleografici più o meno ufficiali, degli Alleati salvatori: la collusione con la mafia e la delinquenza, la corruzione, i regolamenti di conti, i colonnelli cinici che fecero i loro affari senza andare troppo per il sottile, i processi farsa del dopoguerra. Vicende scomode, e a lungo taciute, che ci obbligano a ripensare squilibri e fallimenti dell’Italia di oggi.”

Gigi di Fiore alza il tappeto mostrando la polvere che disturba e non crea eroi, nel paese dei terroni della memoria. Nel paese in cui a certe latitudini, si diventa eroi e partigiani. Ad altre, per le medesime imprese, si è solo scugnizzi o briganti.