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25
Nov 15

La solita Rai lombrosiana: “Vibo Valentia arretrata culturalmente”

foto tratta da “capittomihai”

Non mi stupisce. La Rai prosegue con le sue derive a metà strada tra il razzismo ed il fondamentalismo lombrosiano. E badate non fa distinzione il fatto che si tratti di trasmissioni televisive o radiofoniche. Il refrain è lo stesso: il Sud è arretrato civilmente e culturalmente.

Succede che nella rassegna stampa di Radio Tre di ieri, 24 novembre, il conduttore si lascia andare a valutazioni superficiali ed opinabili.

L’episodio lo racconta bene Tiziana adamo sul sito di informazione 21righe:

«L’Italia ha un basso livello di istruzione formale, rafforzato dai numeri poco confortanti dei laureati e dei diplomati». Niente di strano, fin qui, se non fosse stato per il prosieguo del discorso, quando Fubini cerca di argomentare la circostanza per la quale «la scuola italiana non sarebbe più in grado di offrire delle opportunità, rifacendosi al dato secondo cui le famiglie con una elevata capacità di comprensione ed elaborazione dei testi complessi riescono a trasferirla ai loro figli, diversamente da quanto avviene in quelle in cui il livello di istruzione è basso». Possibile, ma non di certo la regola, perché ci sono stati ragazzi che hanno saputo farsi strada da soli, a forza di determinazione e studio “matto e disperatissimo”.

Poi la provocazione: «Ogni tanto si dice – va avanti Fubini – che non è giusto che un insegnante o un dipendente statale guadagni la stessa cifra a Milano, dove il costo della vita è molto più alto, ed a Vibo Valentia, dove invece è più basso. Beh, mi verrebbe da dire quasi l’opposto: chi va a Vibo Valentia ed in altre città che, come Vibo Valentia, sono molto arretrate culturalmente, dovrebbe poter guadagnare di più, dovrebbe esserci una selezione dei più ambiziosi, di quelli che vogliono guadagnare di più, per avere insegnanti bravi là dove ce ne è più bisogno. Questo nel medio periodo, probabilmente, darebbe un grande impulso alla crescita del nostro paese».

Un ragionamento che non fa una piega, si fa per dire, come quello conclusivo, in cui il “nostro” in risposta ad un’altra osservazione, sostiene che, soprattutto al Sud, sia venuta meno l’equazione apprendimento-titolo di studio-lavoro, prova ne sarebbero i tanti test somministrati in cui i ragazzi per il loro futuro sognerebbero una «vita da pornostar e da Belen».

A Fubini andrebbero ricordati i principi che muovono le linee guida di questo governo ispirati dalle solite elemosine e da sempre meno investimenti strutturali, logistici, nel campo dell’istruzione e della ricerca al Sud. Fubini la conosce la storia degli investimenti contro la dispersione scolastica? 15 milioni per la Lombardia e solo 1,8 mln alla Campania, così ad esempio, proprio laddove il fenomeno sfiora il 22%. O ancora  la Sicilia, che ha più alunni del Lazio e una dispersione di 10 punti più alta – 25 contro 13 per cento – riceve 1,56 milioni contro il milione e 361mila della regione Lazio. In base al solito criterio del cetriolo, che va sempre dove deve andare e cioè “giù al Sud”, per il quale (come è successo per la costruzione degli asili), secondo cui sono stati affidati più fondi alle regioni con più studenti. Innescando così un circoli vizioso che contribuisce alla desertificazione civile, sociale e culturale del Mezzogiorno.

Col sottofondo dei soliti pregiudizi e luoghi comuni che strizzano l’occhio al governo di RenziDelrio.


22
Ott 15

Ulderico Pesce: Chiudiamo il museo Lombroso!

“Oggi dobbiamo vincere una battaglia etica enorme: far chiudere il Museo “Lombroso” di Torino dove sono esposti centinaia di teschi di anarchici, briganti e oppositori politici. Per Lombroso chi nasceva con la fossetta occipitale all’interno del cranio era nato deliquente. Questa fossetta dall’Africa a Viterbo l’abbiamo tutti. E’ una conformazione dei popoli del Sud. Non porta a delinquere. Questa fossetta fu una discriminante razziale utilizzata dal potere. Dopo la scoperta della fossetta, in Italia nel 1938, furono inaugurate le Leggi Razziali contro gli ebrei, gli omosessuali e i rom. Lombroso ha dato la “giustificazione medica” al crimine. Chiudiamo il Museo Lombroso, diamo la dignità della sepoltura alle centinaia di resti umani là esposti e blocchiamo lo strapotere dei Savoia che ballano in prima serata TV, pagati con i soldi dei cittadini, alla faccia di un’Italia ignorante che, abituata a Isole dei Famosi, Grandi Fratelli, Veline e Mignotte, non sa vedere le colpe che hanno.” www.uldericopesce.it

Ulderico(Biagio Franco) Pesce,esponente di spicco tra i narratori teatrali italiani, direttore del Centro Mediterraneo delle Arti, membro Testimonial del Comitato Tecnico Scientifico “No Lombroso”, autore di numerosissime opere teatrali di vasto successo tra cui ricordiamo quella memorabile e nobilissima de “L’innaffiatore del cervello di Passannante”, il cui clamore fu così vasto e potente ed il suo messaggio morale tanto sentito da far ottenere senza indugio alcuno le autorizzazioni per il seppellimento del cranio del noto anarchico Giovanni Passannante, ingiustamente ed orribilmente esposto al pubblico ludibrio presso il Museo Criminologico di Roma fino a poco più di due anni fa. Ulderico ci comunica quanto segue: “Lombroso era un esaltato a cui l’arroganza fascista ha dato ascolto. A loro volta i fascisti e i Savoia colonizzatori hanno utilizzato le teorie del Lombroso per massacrare l’opposizione politica meridionale. I resti di Giovanni Passannante, grande uomo politico, anarchico meridionale, sono stati esposti, per volontà del Lombroso dei suoi successori e dei Savoia, nel Museo del Crimine di Roma dal 1936 al 2007. E’stato difficile ma bello strapparlo al Museo del Crimine per seppellirlo. Oggi dobbiamo vincere una battaglia etica enorme: far chiudere il Museo “Lombroso” di Torino dove sono esposti centinaia di teschi di anarchici, briganti e oppositori politici. Per Lombroso chi nasceva con la fossetta occipitale all’interno del cranio era nato deliquente. Questa fossetta dall’Africa a Viterbo l’abbiamo tutti. E’ una conformazione dei popoli del Sud. Non porta a delinquere. Questa fossetta fu una discriminante razziale utilizzata dal potere. Dopo la scoperta della fossetta, in Italia nel 1938, furono inaugurate le Leggi Razziali contro gli ebrei, gli omosessuali e i rom. Lombroso ha dato la “giustificazione medica” al crimine. Chiudiamo il Museo Lombroso, diamo la dignità della sepoltura alle centinaia di resti umani là esposti e blocchiamo lo strapotere dei Savoia che ballano in prima serata TV, pagati con i soldi dei cittadini, alla faccia di un’Italia ignorante che, abituata a Isole dei Famosi, Grandi Fratelli, Veline e Mignotte, non sa vedere le colpe che hanno.”( Fonte: Comitato No Lombroso)


24
Mag 15

Quel razzismo da caserma nell’Italia post unitaria

Anche questa è una di quelle storie nascoste nei rivoli di un passato scomodo o da seppellire.

Una storia di razzismo tra settentrionali e meridionali avvenuto in una caserma dell’Italia nei primi 20 anni della sua esistenza.

Così Vincenzo Santoro narra la vicenda sul sito “Calabria in Armi”:

Nella caserma partenopea, sede del 19° Brescia, intorno alle 20 del 13 aprile 1884, scoppiò un alterco tra alcuni soldati calabresi e graduati di altre regioni. Probabilmente ultimo di una serie di episodi che avevano visto coinvolti calabresi e soldati meridionali da una parte e militari di altre regioni dall’altra, in contrapposizione proprio per le differenti provenienze geografiche. In primis il caporale Zanoletti offese la Calabria ed i calabresi e successivamente, a causa del litigio scoppiato tra militari, il caporale Cordara diede uno schiaffo al Misdea, il quale reagì minacciandolo di morte. Fu riportata parzialmente la calma ma, durante la notte, in camerata, il Misdea, preso da sconforto e da rancore, covati forse da tempo, e colto da raptus, si impossessò del suo fucile col quale iniziò a fare fuoco su chiunque gli si parasse davanti. I soldati presenti nella camerata si diedero alla fuga o si nascosero, ma per quelli che si trovarono sotto tiro non ci fu scampo. Vennero da lui graziati solo i soldati calabresi. Sparò una cinquantina di colpi fin quando venne immobilizzato e portato in cella.

Dopo circa un mese, presso il Tribunale Militare di Napoli, iniziò il processo a suo carico. Il Misdea venne accusato di “insubordinazione con vie di fatto, mediante omicidio consumato in persona di caporale, ed omicidio mancato sulla persona di sottufficiali e caporali,commessa per motivi non estranei alla milizia ed aggravata da omicidi consumati e mancati di altri militari di grado uguale”.

Vennero sentiti tanti testimoni per l’accusa e pochi per la difesa. Perito di parte il professor Lombroso.

Durante il processo si preferì spostare l’attenzione, anziché sui reali motivi che potevano  aver provocato la follia omicida del fante calabrese (provocazioni, umiliazioni, angoscia,  pregiudizi antimeridionali, angherie, insofferenza alla disciplina, disadattamento), con la sua propensione a delinquere scaturita dalla famiglia d’origine e dal contesto sociale ed ambientale di nascita (Girifalco venne definita “tana di briganti”).

Vennero individuati i parenti e collaterali del Misdea malati di mente ed etilisti; furono sentiti i testi anche su avvenimenti estranei al processo e si rimarcò l’attenzione sui suoi specifici precedenti penali.

Il Lombroso sostenne la tesi della correlazione tra epilessia (di cui Misdea era sofferente) con la devianza criminale, affermando che la follia morale, l’epilessia, l’ereditarietà, la barbarie del paese d’origine e della famiglia, i traumi e l’alcoolismo, erano alla base del fatto criminoso commesso, perorando la condanna a morte come unico mezzo per emendare la società da un individuo nocivo e biologicamente incline alla violenza, più che approfondire le vere cause del raptus e punire le effettive colpe e le responsabilità personali. D’altronde il criminologo ribadì sempre il concetto dell’uomo delinquente nato, cioè di colui che per questioni genetiche e fisiche era propenso a delinquere, in virtù di una stretta correlazione tra struttura anatomica del cervello ed i suoi comportamenti. A questo si unì il concetto del pazzo selvaggio, cioè di colui che commetteva il male solo per il male senza trarne alcun beneficio, respingendo quindi l’idea che il crimine potesse essere l’effetto dei problemi della società.

Gli elementi scatenanti il plurimo omicidio nell’ambito del 19° reggimento di fanteria, furono per il Lombroso: la sete di vendetta, l’odio, la vanità del Misdea, ma anche le sue caratteristiche anatomiche, affermando che “molte delle sue facciali deformazioni sono frequenti nei calabresi; ma ciò poco conta. Invece è di somma importanza la forma della fronte e degli zigomi. Il lobo destro, che lavora meno del sinistro, è più sviluppato. C’è un appiattimento strano delle tempie; c’è un profondo infossamento ai lati del frontale. Ricordo che gli idioti microcefali presentano appunto questa forma. In Misdea la quantità di cervello è normale, ma la disposizione è di microcefalo. In quanto allo strabismo, si sa che di per sé non rileva molto: deriva da malattie celebrali o dalla vita intrauterina. Ma il fatto diviene grave, quando è messo d’accordo con tutti gli altri segni. Gli zigomi, vari di grandezza, sono distanti l’uno dall’altro come nei giapponesi. Chi vede un giapponese vede Misdea. La nota dei due incisivi segna anche una degenerazione. La follia morale è un fatto atavistico, che su su va fino ai selvaggi, all’uomo primitivo, agli orsi…Quello che in Misdea è sembrato un sorriso, non è che la naturale sporgenza dei denti. Per trovare consimili difetti bisogna retrocedere fino ai conigli…”.

Come aggravanti della sua personalità vennero rimarcate anche le tare ereditarie (padre etilista, madre isterica e fratelli dementi), nonché la presenza a Girifalco del manicomio provinciale.

La difesa cercò in maniera blanda di spostare l’attenzione sulle provocazioni che potevano aver causato la strage da parte del soldato calabrese e sui fenomeni di antimeridionalismo presenti in quello come in altri reggimenti del regio esercito, e lo stesso Misdea tra molti “non ricordo” affermò di aver voluto difendere l’onore della Calabria da continue umiliazioni e vessazioni subite in caserma.

In virtù principalmente dell’esito della perizia psichiatrica del Lombroso, il Misdea fu però condannato a morte con degradazione, a seguito del respingimento della domanda di grazia, e fucilato alla schiena a Bagnoli all’alba del 20 giugno 1884.  Affrontò comunque la morte con coraggio e dignità ed al soldato che si apprestava a bendargli gli occhi, prima dell’esecuzione, disse “ora vedrai come muore un calabrese”.

A seguito del clamore suscitato dal caso, Cesare Lombroso pubblicò un opuscolo dal titolo “Misdea e la nuova scuola penale”, cercando di spiegare scientificamente le sue teorie, mentre Edoardo Scarfoglio pubblicò a puntate “Il romanzo di Misdea” (ristampato come unicum nel 2003 con una ricca appendice a cura della professoressa Manola Fausti) infarcito di tante informazioni biografiche sul fante calabrese, con l’obiettivo finale di scardinare le teorie del professore veronese ed i suoi pregiudizi antimeridionali, per arrivare ad ipotizzare una riforma delle giovani istituzioni nazionali, la leva obbligatoria e l’esercito innanzitutto, per suggellare nei fatti l’unità tra gli italiani.

Nel 1978 la Rai ha trasmesso uno sceneggiato dal titolo “Il povero soldato” sulle tragiche vicende di Napoli.

Oggi, col termine “misdeismo”, si intendono i comportamenti psicologici e le devianze causate dallo stress e dalle tensioni presenti negli ambienti militari e dalla mancata assuefazione alla stessa vita militare (fenomeni ovviamente molto più frequenti quando era vigente il servizio obbligatorio di leva), mentre le teorie lombrosiane esercitarono per svariati anni un’influenza negativa e, sviluppate da scienziati, filosofi ed intellettuali, fecero purtroppo breccia nelle politiche razziste ed eugenetiche  di varie nazioni nei primi decenni del XX° secolo.

Dalla vicenda ne è nato anche uno sceneggiato trasmesso dalla Rao ed uno spettacolo teatrale. Ecco un estratto:


07
Feb 15

Lombroso: la camorra non è solo a Napoli

Contrordine compagni. Quello che andiamo scrivendo da qualche anno e cioè che la camorra non è nè era un fenomeno regionalistico ed esclusivamente meridionale, ma una categoria dell’animo, che di geografico ha poco, veniva “asseverato” anche da Cesare Lombroso!!

La scoperta è di Gian Antonio Stella che dalle pagine del Corriere della Sera scrive, riportando le parole dello studioso veronese:

Non v’è solo la camorra nel golfo di Napoli e fra i cocchieri e i rivenduglioli: purtroppo ve n’è pure, e di terribile nel seno delle Facoltà e nelle regioni governative, se non proprio nel Governo, così forte, in ogni modo, da forzare a questo la mano». Lo scrive, scandalizzato per come vanno in cattedra certi colleghi universitari, Cesare Lombroso. È il 16 maggio 1901, il padre dell’antropologia criminale è da decenni lo scienziato italiano più celebre nel mondo e il «Corriere» ospita i suoi interventi, non frequentissimi, dando loro il massimo risalto. Anche quando prende a martellate il mondo dell’accademia.

 

In parole povere e semplici, Lombroso mette in evidenza una peculiarità insita dell’animo umano e (forse un po’ più) comune alle latitudini italiche, quell’indole alla “mafiosità” che, col compromesso, ha permesso alla criminalità organizzata di elevarsi a “sistema”.

Prosegue Lombroso in: scritti per il «Corriere» 1884-1908, edito dalla Fondazione Corriere, non riferendosi certo ad attitudini napoletane

«Quanto più è scarso di ingegno e di cultura, tanto più egli si arrabatta colle arti dell’intrigo per restare nella sua nicchia, per avere favorevole quella maggioranza della Facoltà che non manca mai agli indotti e agli intriganti, e restare per lo meno a perpetuità straordinario»

 

Degna di nota una chiosa di Gian Antonio Stella (se ne è reso conto pure lui, Deo gratias) sulle bizzarre teorie lombrosiane:

Lombroso era un utopista che credeva nella missione redentrice della scienza». Con risultati tragicamente capovolti, spesso. Al punto d’esser presi a sostegno delle tesi più razziste sui neri, gli zingari, gli arabi, i meridionali o addirittura gli ebrei come lo stesso Lombroso…

 

Alla fine tanti dubbi ed interrogativi che solleviamo quotidianamente, insieme alle battaglie condotte dal comitato No Lombroso, come si vede, fanno sì che il dibattito su certi argomenti porti alla luce aspetti sconosciuti che arricchiscono tesi ed antitesi. E vedrete che prima o poi anche i crani esposti nel Museo di Lombroso torneranno a casa.


11
Mag 14

Mi chiamo Francesco Spina, bambino tra i delinquenti di Lombroso

Dal Comitato No Lombroso

Con quale diritto?

Mi chiamo Francesco Spina e sono un bambino, ora non più tra “voi” che mi guardate, sono di Cagliari come è scritto sotto una la mia fotografia. Sinceramente non capisco perchè la mia fotografia sia riportata a pagina 295 della monografia “Il Museo di Antropologia criminale “Cesare Lombroso” a cura di Silvano Montaldo e Paolo Tappero. Fui ripreso con un sistema “geniale” inventato certamente da Cesare Lombroso, il “padre” della Criminologia Moderna, che consentiva di fotografare contemporaneamente la vista frontale e laterale di un delinquente con un solo scatto fotografico! Io non me ne intendo ma posso immaginare che le Polizie di tutto il mondo rimasero allibite da tale superba invenzione : lo specchio! Ma a parte le celebrazioni del mancato premio Nobel per la criminologia io, che sono un bambino, vorrei sapere cosa ci fa la mia fotografia in un libro che parla di delinquenti, scrutato da occhi paganti e indiscreti che non possono capire nulla di ciò che io fui e della mia storia. E i bambini cagliaritani che dovessero vedermi in questo libro cosa penseranno di me, che fui un delinquente? E tutti i bambini del mondo cosa penseranno dei bambini di Cagliari? Resto in un fondo fotografico a riempire una pagina senza senso, perché? Non dovrei forse essere ricordato per quello che fui, un bambino, solo un bambino? Con quale diritto si infligge questa ingiustizia alla mia memoria? Spero che qualcuno mi aiuti ad uscire da questo libro!

Francesco Spina, bambino di Cagliari


20
Apr 14

Pino Aprile, le pagliuzze nell’occhio e le travi ciclopiche

Sul propri profilo Facebook, Pino Aprile torna sulla polemica revisionismo si/no con un graffiante esempio.

Vedo imperversare correttori di pagliuzze (che non fa male, nessuno è perfetto e correggersi è onestà), curiosamente accecati da travi ciclopiche. Sono gli scandalizzati puntalizzatori dei dettagli di verità incontestabili, su cui sorvolano, come è uso nazionale da un secolo e mezzo (“L’Italia bugiarda”, di Lorenzo del Boca ci aiuta a capirlo meglio).
Insomma: si sa chi è l’assassino, lo hanno visto in 112, che lo hanno riconosciuto, c’è una telecamera che ha ripreso la scena; la vittima, prima di morire ha fatto il nome del killer; una pattuglia della polizia che passava di là lo ha sorpreso con la pistola fumante. Ma al processo, un testimone, alla domanda: “Di che colore aveva le scarpe?”, risponde: “A dire la verità, con tutto quel sangue, essersi trovati sulla scena di un delitto, la paura di diventare anche noi bersaglio…”. “Risponda!”, ordina feroce il difensore dell’imputato. “Presidente”, dice poi rivolto al giudice, “il teste rifiuta di rispondere!”. Ma lo fa guardando, indignato, la giuria, per trasmetterle il suo civile disappunto. “Risponda alla domanda, prego”, esorta il presidente del tribunale. “Mah”, biascica il povero testimone, “che ne so…, color testa di moro?”. “Ecco”, urla alla giuria il difensore dell’imputato, “così si manda all’ergastolo la gente! Con la memoria di questi testimoni oculari!!! Prego il presidente del Tribunale di voler accettare come prova a discarico la foto fatta dalla stessa polizia, signori giurati, dalla polizia!, ecco: il mio cliente aveva le scarpe nere, non testa di moro. La prego di alzarsi”, dice addolcito, rivolto all’imputato, “e di venire qui davanti: guardate signori giudici, signori della giuria, le scarpe che porta sono ancora quelle di quel giorno e tutti voi potete constatare che sono nere. Nere. Nere come la notte; come la notte della giustizia che strapperebbe alla famiglia, ai figli senza alcun sostegno, un padre che ha avuto la sventura di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, raccattare per terra una pistola usata da chissà chi e trovarsi così trasformato in feroce killer, grazie all’infallibile di memoria di testimoni che non sanno nemmeno che scarpe avesse, il mio imputato. Forse”, aggiunge perfiduzzo, “pensavano andasse in giro scalzo?”.
Applausi. Il morto si è prima suicidato, poi ha porto la pistola a un passante, disgraziamente sotto processo, ora, e gli ha chiesto: “Le dispiace vedere se funziona? Vorrei spararmi un altro colpo, ma non ce la faccio, sa, nelle mie condizioni. Se lei fosse così gentile da puntarmela contro e…”.
I correttori di color di scarpe, di fronte a tali, incontestabili certezze, assolvono. Lombroso santo subito! E l’esercito piemontese scese a fare una missione di pace nella guerra civile scoppiata al Sud, ancora non abbiamo capito perché. Ma lo scopriremo. Insieme al colore delle scarpe.


18
Apr 14

Eboli cancella la strada dedicata a Lombroso

E’ il Comitato No Lombroso a darne notizia con un comunicato:

” Il Comitato No Lombroso, riconoscente ai Cittadini ed alla giunta di Eboli rende nota la: Delibera (Atto N.70 del registro data 24/03/2011) della Giunta Comunale di Eboli, presieduta dal Sindaco Martino Melchionda, inerente la cancellazione del toponimo Cesare Lombroso. Un grazie di cuore a tutti i Sottoscrittori della petizione che hanno consentito questo importantissimo risultato a favore della Dignità dell’Uomo in generale ed alla rivalutazione di quella del SUD in particolare.
Forza con le sottoscrizioni fino alla vittoria!”

 

Eboli si libera di questo fardello, dunque con un’azione iniziata ben 4 anni fa quando tre cittadini ebolitani avevano scritto al Sindaco  Martino Melchionda per chiedere di cambiare il nome ad una strada. Quella strada è stata intitolata a Cesare Lombroso.

Ecco alcuni estratti del testo della missiva inviata dai tre al sindaco, nel novembre del 2010:

I suddetti cittadini, riportando di seguito le dovute motivazioni, ritengono questa intitolazione oltre che un oltraggio all’intera realtà meridionale anche una offesa alla comunità scientifica e chiedono, quindi, che si ponga, al più presto, rimedio tale ingiustizia.

Di certo Il Sindaco e la Giunta sono bene al corrente di quale sia stato il ruolo, nell’ambito sociologico e antropologico, del Dott. Lombroso, e certamente saranno al corrente dello scempio perpetrato, nel nome della ricerca scientifica (ma che in realtà di scientifico aveva ben poco), di parecchie centinaia di corpi di poveri meridionali. [..]

Sicuramente è ben chiaro il vulnus che il suddetto Lombroso rappresenta per la Comunità Scientifica italiana data l’assoluta ascientificità del suo lavoro, sottolineata dai successivi studi e dalle moderne teorie educative e di riabilitazione sociale, così come è ben nota l’assoluta infondatezza dei risultati da Lui raggiunti; è quindi lapalissiana l’insussistenza di meriti sufficienti affinché venga reso onore alla memoria del suddetto.

Il punto centrale di tale insussistenza è certamente legata ai presupposti scientifici del Lombroso che, partendo dagli studi di Francis Galton sulla criminalità innata, sviluppò la sua teoria “dell’uomo delinquente nato”. Secondo questa teoria esisterebbero degli individui che, a prescindere dal contesto sociale in cui vivono, svilupperebbero tendenze a delinquere. […]

Pur di avallare la sua tesi e per poter “condurre ricerche approfondite” il Lombroso si recò in Italia meridionale convinto della inferiorità genetica degli autoctoni

E’ infatti ben documentata la partecipazione del Lombroso, nel 1861, alle spedizioni piemontesi in Calabria in veste di “consulente medico” nella campagna di repressione del brigantaggio. Qui ebbe modo, e soprattutto ebbe a disposizione, moltissimo “materiale” per approfondire i suoi studi che consistevano, in linea di massima, nel misurare le dimensioni dei crani di moltissimi contadini calabresi uccisi durante gli scontri per l’annessione del meridione al Regno di Italia.

Tali misure, proprio perché simili a quelle risultate dalle stime dei crani di alcuni noti criminali, indussero il Lombroso a considerare i Calabresi, e di lì tutti i Meridionali, “delinquenti per natura“ perpetrando, successivamente, un’opera di mistificazione sul meridionale criminale.

Tratti somatici, ritenuti atavici, furono considerati indice di una primitività della popolazione calabrese che quindi era, oltre che naturalmente propensa a delinquere, anche incapace di equipararsi culturalmente ed intellettivamente alla popolazione piemontese.

È chiaro che la conseguenza di tale presupposto scientifico fu un sempre maggiore atteggiamento di ghettizzazione di noi meridionali predisposti, geneticamente, a delinquere.

Senza soffermarci su quelli che sono stati poi risvolti sociali di tali teorie e senza tirare in ballo quelle che sono le quotidiane prese di posizione di alcune conventicole antimeridionali, si ritiene doveroso evitare che tali posizioni vengano menzionate anche solo attraverso il nome di uno dei suoi fautori nella toponomastica urbana. [..]

Lo scorso mese la conclusione della vicenda con la cancellazione della intitolazione a Lombroso nel comune di Eboli.


06
Apr 14

Il nervosismo del Corriere verso “i suddisti bobbonici”

10154485_735323599846088_1952386275696765144_nCosì Marco Esposito dal proprio profilo Facebook

Ogni giorno, anzi più volte al giorno, l’inserto sudista del lombardo Corriere della Sera si preoccupa di spiegare ai meridionali che sono brutti, sporchi e cattivi e che non …devono lamentarsi se vengono trattati male perché lo meritano. Oggi (domenica 6 aprile) Paolo Macry se la prende con Pino Aprile e con Gianfranco Viesti perché sul Mattino hanno evidenziato regole distorte nei confronti delle Università meridionali (regole, sia detto per inciso, che la stessa ministra Stefania Giannini si è impegnata a cambiare, in una intervista al Mattino).

Ma a Macry e al Corriere non interessa il merito, interessa sostenere che il Sud merita di essere “messo sotto tutela” perché non ha “dato buona prova di sé”. Stesso giorno, altro articolo: lo storico Giuseppe Galasso se la prende con chi si sente offeso dalla esposizione del cranio di Giuseppe Villela nel museo Lombroso.

Anche per Galasso non conta il merito (esporre un cranio usato all’epoca come “prova” della predestinazione alla delinquenza dei calabresi) ma il dettaglio, come quello che chi si sente offeso ha sbagliato in qualche blog la data di morte di Villela oppure lo ha definito brigante mentre era un ladro. Un giornale lombardo paga un inserto Sud per cercare di frenare con una diga di carta l’onda di orgoglio dei meridionali che non ce la fanno più a sentirsi denigrati e offesi. E’ segno che abbiamo colpito nel segno. (Marco Esposito)

Piccola personale nota a margine, qualcuno avverta Galasso,  che chi cura un blog lo fa senza percepire un euro e guarda alla sostanza delle situazioni e delle idee. Alla passione di queste manifestazioni, avendo cura di attingere sempre da fonti che cita. Nel caso Villela lei come Barbero e tanti altri, continuate a guardare il dito. Noi la luna è questa la differenza. Nella sostanza, un errore di data, non inficia la sostanza di una battaglia di civiltà e di pietas. Non solo per il brigante che per lei è un ladro, ma per tante altre teste mozzate che meritano una degna sepoltura e che la cui esibizione non appota alcun contributo alla scienza. Osservate questa vicenda dalle nebbie del nemico neoborbonico senza accorgervi che i neoborbonici che hanno sposato la causa forse sono meno della metà, forse perfino meno, di quelli che chiedono la restituzione dei crani.

 E magari, sempre chi cura i blog di cui sopra, conosce la storia del Comitato No Lombroso e di Villela da qualche anno e non solo in maniera estemporanea, spinto dalle necessità editoriali. Un giorno forse leggeremo qualcosa anche a proposito di Passannante, storie che se non fosse per i blog e per i video postati da artisti e volontari su youtube rimarrebbero nascoste tra le pieghe della storia ufficiale. Senza che nessuno storico ufficiale o giornalista se ne occupi.

Caro Galasso, il prosieguo della storia, il nostro presente, è più coerente con la storia ufficiale che sostiene lei o con quella che raccontano questi “suddisti fetenti e bobbonici”?

Il sudismo non esiste. Esiste una sensibilità antirazzista ed antidiscriminatoria che la esprime sempre, non solo a comando o sulla spinta di mode esotiche o del politicamente corretto. E continuare a considerare tutti neoborbonici, non solo non vi aiuterà a comprendere il fenomeno, ma dimostrerà che non avete la minima percezione di quello che sta accadendo intorno a voi.


01
Apr 14

“È agli elementi africani ed orientali (meno i Greci), che l’Italia deve, fondamentalmente, la maggior frequenza di omicidii in Calabria, Sicilia e Sardegna, mentre la minima è dove predominarono stirpi nordiche (Lombardia)”

Chi ha pronunciato la frase di cui sopra? Lo scoprirete leggendo il resto

Riporto l’estratto di un interessante  intervento del professore Gennaro de Crescenzo, a proposito dell’ultimo libro uscito che nega una certa propensione razzista dello stesso Lombroso:

[…]E così Lombroso “non si era accanito contro i meridionali”, “non avallava teorie antimeridionali e neanche il museo”… Eppure lo scienziato veneto-piemontese passò diversi mesi in Calabria per studiare le razze locali al seguito dell’esercito schierato contro il “brigantaggio”. Eppure fu lui ad elaborare la ridicola teoria del dualismo razziale con “l’Italia dolicocefala mediterranea e quella brachicefala del settentrione” (la prima portata naturalmente a delinquere). Eppure fu proprio lui a scrivere “È  agli  elementi  africani  ed  orientali  (meno  i  Greci),  che  l’Italia  deve, fondamentalmente,  la  maggior  frequenza  di  omicidii  in  Calabria,  Sicilia  e  Sardegna, mentre  la  minima  è  dove  predominarono  stirpi  nordiche  (Lombardia)”. Eppure per Lombroso il calabrese presentava il carattere della tribù e costituiva un attentato continuo alla sicurezza degli altri. Eppure sempre lui, perito di parte del soldato (calabrese) Salvatore Misdea che aveva ucciso diversi commilitoni nel 1884, ancora sosteneva l’importanza della “barbarie del paese d’origine e della famiglia”. Eppure è storicamente innegabile che fu Lombroso il primo ad associare le idee di meridionali/briganti/criminali e che mai prima di allora qualcuno aveva diffuso quel tipo di associazione (tuttora attuale e diffusa). Eppure fu un suo seguace, il siciliano Niceforo, a teorizzare l’esistenza della razza maledetta… In questo senso, allora, la studiosa “nativa” autrice di quest’ultimo libro, tra gli estimatori (anche meridionali) del Lombroso, è in buona compagnia e non ci sorprende più di tanto la scelta di pubblicare questo libro con quel curatore e con quelle dichiarazioni rese a mezzo stampa… Eppure quelle “suggestioni lombrosiane” arrivano direttamente fino alle teorie antisemite del nazismo… Eppure la testa di quel povero calabrese se oggi “è diventato il totem del razzismo antimeridionale”, per un secolo e mezzo e fino ad oggi (con tanto di sala ad esso dedicata nel museo torinese) diventò il simbolo, il totem dell’inferiorità dei meridionali in un contesto politico che subito dopo l’unificazione e durante la guerra del “brigantaggio” (e per certi aspetti fino ad oggi) trovava nell’inferiorità dei meridionali le motivazioni per le feroci repressioni e per la mancata risoluzione delle questioni aperte dopo il 1860 e tuttora irrisolte (v. i tanti e recenti libri che vorrebbero dimostrare che “è tutta colpa del Sud”). Del resto furono i Colajanni, i Salvemini o i Gramsci stessi a denunciare quest’uso che di quelle teorie veniva fatto (v. nota). “Brigante” o meno che fosse, i resti del povero Villella, allora, e ancora di più se si trattava di un semplice ladro (ma resta il mistero sulle motivazioni per le quali, se fosse stato un semplice ladro, fu deportato a 1151 km dal suo paese…), simbolo troppo carico di significati, ormai, dovrebbero essere restituiti al Comune che li richiede per assicurargli semplicemente una degna sepoltura e chiudere una pagina orribile della nostra storia.

Dicevano di Lombroso:

Napoleone Colajanni (1898) si indignò contro “le stolte teorie dei superuomini e delle super-razze, che segnalano la razza maledetta non alla progressiva trasformazione, ma alla distruzione…  nessuno ha fatto tanto uso e abuso di questa forza misteriosa e l’ha fatta intervenire nella spiegazione dei fenomeni sociali con tanta leggerezza quanto la famosa scuola di Antropologia criminale… La teoria della ‘razza maledetta’ fu un romanzo antropologico che pure influenzò l’opinione pubblica del Nord”.

“È noto quale ideologia sia stata diffusa in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle classi settentrionali: il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce i più rapidi progressi allo sviluppo civile dell’Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori dei semibarbari o dei barbari completi, per destino naturale” (Antonio Gramsci, 1926).

“Nel Lombroso si riscontra la sostanziale equiparazione tra brigantaggio meridionale ed una primordiale ferocia animale” (D. Palano, Il potere della moltitudine)

“Sergi, Rossi e Niceforo, riprendendo e sviluppando le argomentazioni di Cesare Lombroso e della scuola di antropologia criminale fondata da quest’ultimo, ripropongono l’alternativa dei meridionali criminali, barboni, oziosi di questa razza inferiore” (V. Teti, La razza maledetta);

Per Ettore Ciccotti quel pregiudizio antimeridionale era una sorta di “antisemitismo italiano” (1898).

Fonti:

Pierluigi Baima Bollone, 1992, Cesare Lombroso, ovvero il principio dell’irresponsabilità, S.E.I., Torino
Rivista di discipline carcerarie, anno XV, 1885
Congresso ed esposizione d’Antropologia criminale, dalla Rivista di discipline carcerarie, anno XV, 1885
Catalogo Lombroso strumenti di tortura, 1874, a cura di G.B. Piani
Rivista di discipline carcerarie del 1897, sezione Varietà, p. 559
Circolare n. 272 del 25 gennaio 1932, diretta ai Direttori degli Stabilimenti di Prevenzione e di Pena del Regno
Roberto Vozzi, Tipografia delle Mantellate, 1943
Roberto Vozzi, Autorità di polizia, autorità giudiziarie, militari, coloniali, musei storici nazionali o regionali, archivi d Stato, 1943
Catalogo di G. Colombo (2000), La scienza infelice, con prefazione di Ferruccio Giacanelli, Bollati Boringhieri
Lombroso, 1894, Bulferetti, 1975
Bulferetti L. 1975. Cesare Lombroso. Unione Tipografico-Editrice Torinese. UTET, Torino.
Ciani I., Campioni G. (1986) La scienza infelice di Cesare Lombroso. In: I pregiudizi e la conoscenza critica alla psichiatria (Giorgio Antonucci Ed.) Coordinamento Editoriale di Alessio
Colajanni N., Per la razza maledetta, Roma, 1898
Colajanni C., Settentrionali e Meridionali, Roma, 1908
Coppola Cooperativa Apache srl – Roma  
Colombo, Giorgio – La scienza infelice : il Museo di antropologia criminale di Cesare Lombroso / Giorgio Colombo ; introduzione di Ferruccio Giacanelli – Torino – 2000
Gramsci A., La questione meridionale, Roma, 1926
Lombroso C. L’uomo delinquente. Torino: Bocca; 1878.
Lombroso C. L’uomo di genio. Torino: Bocca; 1894.
Lombroso C. 1873. Studi clinici ed antropometrici sulla microcefalia ed il cretinismo con applicazione alla medicina legale e all’antropologia. Tipi Fava e Gragnani. Bologna.
Lombroso C. 1872. Sulla statura degli italiani in rapporto all’antropologia ed all’igiene.
Lombroso C. 1880. La pellagra in Italia in rapporto alla pretesa insufficienza alimentare. Torino.
Lombroso C., Ferrero G. 1893. La donna delinquente. La prostituta e la donna normale. Torino. L. Roux.
Mazzarello P. 1998. Il genio e l’alienista: la visita di Lombroso a Tolstoj. Ed. Bibliopolis. Napoli.
Miraglia B.G., 1847, Cenno di una nuova classificazione e di una nuova statistica delle alienazioni mentali, Aversa.
Palano D., Il potere della moltitudine, milano, 2002
Rondini A. 2001. Cose da pazzi. Cesare Lombroso e la letteratura. Ist. Edit. E Poligr. Internazionali. Pisa.
Vito Teti, “La razza maledetta. Alle origini del pregiudizio antimeridionale”,  Manifestolibri, Roma, 1993


29
Mar 14

Pitaro: Lombroso e Villella, ci sarà un giudice a Berlino

Sulla diatriba di questi giorni a proposito del Museo Lombroso è intervenuto Romano Pitaro, caporedattore della rivista del consiglio regionale calabrese. Così scrive Pitaro:

Oggi 28 MARZO su “Repubblica” (pag 31) viene servita una paginata per buttare fango sul “brigante” Villella, SCREDITARE la campagna volta a seppellire il suo cranio ed esaltare (ma dai!) l’ineffabile Museo Cesare Lombroso di Torino.
Una “controinformazione” la cui regia è scontata. Finalizzata ad impedire sia la chiusura del Museo degli orrori di Torino che la sepoltura di un cranio assurdamente trattenuto per far ridere i i polli (dato che parliamo di un ladro di polli) . E giustificare l’utilizzo di risorse pubbliche?
Ricordare che c’è una sentenza di un tribunale secondo cui il cranio di Villella va riportato in Calabria, “perché ingiustamente sequestrato”, certo impugnata dal Museo (vedremo come evolverà), sarà pure superfluo, ma tant’è… La sentenza esiste, vogliamo renderne conto?, il secondo round è in corso…
Il sillogismo praticato dall’articolista, in breve, è il seguente: i neoborbonici sono puzzoni (sarà pure vero, ma non sarebbe stato simpatico – lasciamo perdere la deontologia che è diventata una brutta parola – sentire anche l’opinione del presidente del Comitato “No Lombroso”: tanto per fornire un’informazione credibile, no?); tra chi contesta il Museo ci sono molte associazioni neoborboniche, ergo: il Museo è specchio di civiltà e virtù.
Peccato che la cosa non funzioni.
Io – tanto per intenderci – come tanti altri, sono non tanto per la chiusura di quel Museo (ci sono tante porcherie “culturali” in circolazione!) ma assolutamente convinto dell’urgenza, per un Paese dignitoso, di restituire il cranio di Villella al suo paese d’origine: Motta Santa Lucia.
Ma il bello di quest’operazione, evidentemente studiata a tavolino in vista del secondo grado di giudizio, è che si intenderebbe dimostrare di aver ragione non soltanto sulla “marmaglia” neoborbonica, ma sull’intera vicenda Lombroso/Villella, in quanto a scrivere di Lombroso genio incompreso (in realtà bocciato dalla scienza mondiale), di Villella “non brigante ma poveraccio ladro di polli” (quindi, se capiamo bene, uno il cui cranio, appunto perché poveraccio?, può impunemente essere trattenuto per far ridere i polli) e che in Calabria di questa storia se n’è fatta un’epopea (ma quando mai? Se in Calabria ci fosse stata un po’ di consapevolezza con tanto di adesioni a quest’ora quel cranio sarebbe già seppellito! Manu militari…) è un’antropologa calabrese. Beh!, allora sì. I conti tornano. Se persino “una stimata docente di antropologia culturale all’Università di Padova”, “calabrese”, asserisce che la testa mozzata di Villella può continuare ad essere esposta al pubblico, cosa volete di più?
Il punto è che da un pezzo alla logica è stata dato l’ostracismo, anche nei luoghi meno sospetti, motivo per cui cresce la disaffezione verso i giornali e crolla l’acquisto dei libri (se ne scrivono troppi, se ne leggono pochi e si sparano puttanate!)
Dunque,a proposito di logica: se Villella non era un brigante (ma questo è strarisaputo; nell’Italia appena unita, a colpi di fucilate nel Mezzogiorno, tutti quelli che disapprovavano erano definiti briganti e presi a calci in culo; eppoi, guardate che è stato proprio il Comitato “No Lombroso” a chiarire lo status di Villella; bastava che l’estensore dell’eccelso pezzo sentisse l’ingegnere Iannantuoni, 338 4146300, per evitare di accreditare stupidaggini) non vi pare che l’unica domanda da farsi è la seguente: che ci fa ancora il suo cranio (il cranio di un poverocristo nullatenente finito, suo malgrado, nelle grinfie di Lombroso) nel museo Lombroso di Torino?
C’è bisogno che un’alta istituzione culturale aspetti altre sentenze, perche si consenta di seppellire il cranio di una persona umana esposto bellamente in un Museo? All’autrice del libro in questione, o a chi per l’occasione ne ha sintetizzato il contenuto, che mette all’indice “una crociata antilombroso in Calabria” (tra l’altro il comitato antilombroso ha sede a Milano) ci sarebbe da consigliare un buon oculista. Perché di crociate simili, PURTROPPO, in una regione che ha già tanti affanni di cui occuparsi, non c’è assolutamente traccia. (La Basilicata ce l’ha fatta, dopo anni, a seppellire, grazie all’impegno della sua classe dirigente, del cinema e della cultura, Passannante: ma questa è un’altra storia…)
Viene da sorridere, infine, quando si lascia intendere che “i media hanno trasformato Villella in totem contro il razzismo meridionale” (quest’amenità, invero, l’ha scritta l’altro giorno La Stampa torinese). Non perché sia falsa (fermo restando che a scrivere con ragionevolezza su/di Villella sono stati pochissimi giornali), ma perché chi la scrive non l’ha proprio capita. Gli sfugge il senso, la portata storica del tema, non comprende proprio l’animus del Mezzogiorno di ieri e di oggi, che ha poco da spartire con il Borbone o i velleitari slogan secessionisti. … E spiegargliela è difficile. Falso assolutamente è che i resti di Villella non siano stati reclamati dai suoi eredi (anche questa cosa è risaputa); ma anche qui, occorrerebbe spiegare che il punto non è più il brigantaggio (valore o disvalore comunque lo s’intenda considerare) o il parentado, ma l’interesse di un Paese (di cui facciamo tutti parte ed a tutti noi caro) a rimediare ad errori ed orrori compiuti quando s’è fatta l’Unità, bene ormai imprescindibile quanto il progetto europeo.
Ecco: seppellire il cranio di un poveraccio meridionale, tra l’altro scambiato per brigante, ed esposto in un museo incentrato su teorie balorde, è la giusta cosa da fare. La giusta cosa da farsi che l’Università di Torino, nonostante dalla sua non vi sia uno straccio di ragione giuridica, etica, civile e religiosa (la Bibbia parla chiaro sul seppellimento dei morti, anche di quelli uccisi nel nome di Dio!) , non consente ancora di fare. Ma, come ricorda Bertold Brecht, in riferimento al famoso mugnaio che si scontra con l’imperatore a causa di un torto maldigerito, per fortuna “ c’è un giudice a Berlino”. Saluti!

Ps: ma a voi piace visitare un luogo con teste mozzate che vi guardano con le espressioni della foto di cui sopra?