Crea sito


16
Mar 16

Camorra edizione 2016: “in grado di mantenere saldi i rapporti con le pubbliche amministrazioni, non solo locali ma anche di livello superiore”

direzione_nazionale_antimafia_N

Chiunque veda la camorra come uno strumento di libertà od emancipazione territoriale, si sbaglia e di grosso.

La relazione annuale antimafia dichiara esplicitamente, a proposito della camorra: i clan percorrono maggiormente la strada “di corrompere il pubblico amministratore e di rimettere allo stesso le modalità più efficaci per raggiungere lo stesso risultato illecito”. […] “in grado di mantenere saldi i rapporti con le pubbliche amministrazioni, non solo locali ma anche di livello superiore”” […]  “buona parte dei loro patrimoni sono ancora nelle mani di imprenditori che sono stati la sponda economica del sodalizio. Inoltre molti dei politici che si sono fatti strada grazie all’appoggio dei capi-clan, sono ancora operativi e presenti nelle amministrazioni non solo locali”.

Insomma diciamo pure che non sempre la politica ha la risposta giusta alla domanda: che fare contro le mafie.

Ecco una sintesi della relazione, oltre il gossip ed il gomorrismo:

La “fibrillazione criminale” nell’area di Napoli.  Il tessuto della criminalità organizzata che opera nella provincia è in trasformazione, mostrandosi “più che mai eterogeneo”, diviso fra gruppi strutturati e consolidati e “aggregazioni caratterizzate da frequenti mutamenti”. Il vuoto di potere causato dall’azione investigativa, e dalla conseguente cattura dei principali esponenti dei clan (sono 215 i regimi di 41-bis riferibili a membri dei clan operanti tra Napoli e Avellino), ha innescato il tentativo di giovani camorristi di occupare quel vuoto, attraverso “metodi violenti e senza la capacità di misurare il rapporto tra benefici e costi delle proprie azioni criminali”. Recrudescenze si registrano nell’area della città di Napoli, non nell’area del nolano e in quella vesuviana, dove la strategia adottata è l’inabissamento.

“Va ribadita – scrive la DNA –  la caratteristica propensione delle aggregazioni camorristiche alla contrapposizione, passando con eccessiva disinvoltura da situazioni di alleanza a situazioni di contrasto violento… Tuttavia, a differenza di quanto accaduto nel passato, quando la maggior parte degli eventi omicidiari era riconducibile agli scontri alimentatisi all’interno della galassia dei cd.Scissionisti nell’area nord di Napoli (Secondigliano e territori limitrofi), i luoghi in cui tali eventi si sono consumati ed i profili criminali delle vittime tratteggiano un quadro d’insieme caratterizzato dall’esistenza di molteplici focolai di violenza disseminati nell’area metropolitana e nella provincia di Napoli”. Una “fibrillazione criminale” che si manifesta soprattutto “nell’area settentrionale e orientale di Napoli, nel quartiere Sanità e dei Quartieri Spagnoli e Forcella”. Nuovi assetti che rendono imprevedibili le azioni dei gruppi criminali, proprio perché non legati ad una strategia precisa, e complicano l’attività di contrasto.

I quartieri. A preoccupare maggiormente la DNA sono i quartieri del centro storico che hanno sempre stimolato le attenzioni dei clan per il controllo dei mercati di droga, estorsione e contraffazione. “Hanno rappresentato e rappresentano tuttora la vera emergenza criminale per il distretto di Napoli. I quartieri di Forcella, della Maddalena, dei Tribunali sono stati teatro di gravissimi fatti di sangue nei quali sono stati coinvolti e rimasti vittima, tra l’altro, anche innocenti incensurati e hanno determinato ed innestato una situazione di diffuso terrore e di vera e propria ‘guerriglia urbana’ con quotidiani spargimenti di sangue, da una parte e dall’altra”.

La zona orientale composta dai quartieri Ponticelli, Barra – San Giovanni, caratterizzata da insediamenti industriali e commerciali, è sottoposta ad una forte pressione estorsiva praticata dai radicati gruppi criminali che “nel corso degli anni si sono atteggiati a volte da alleati a volte da nemici, con il conseguente verificarsi di sanguinose faide caratterizzate da molteplici omicidi di capi e gregari di opposte fazioni”. Ponticelli, feudo in passato del clan Sarno, subisce particolarmente questa faida in cui operano “vere e proprie bande che si contendono il predominio su quel territorio”, oggi principale polo cittadino per la vendita delle droghe leggere e dunque molto ambito.

Gli ‘affari’: il crescente interesse verso scommesse e gioco on line. Nella provincia di Napoli i clan assumono “contorni di intensa ramificazione nel tessuto economico ed amministrativo delle realtà locali”, così come emerge una forte “connivenza di larghi strati del corpo sociale”. I principali settori economici di interesse sono la ristorazione, il commercio di capi di abbigliamento e quello la gestione degli impianti di distribuzione di carburante, quest’ultima in “sostanziale” regime di monopolio. Un settore in cui i camorristi stanno investendo parte dei proventi illeciti sono le agenzie di scommesse, ramificate a livello territoriale e legate alla pratica del gioco on line. “L’ambito imprenditoriale in questione, al contrario di altri che vengono tradizionalmente assegnati all’interesse della camorra e che non presentano particolari difficoltà esecutive, richiede un certo grado di esperienza, anche nei contatti con i referenti delle società che raccolgono scommesse sportive (per lo più straniere)… La gestione criminale del gioco on-line si muove nel solco tracciato dall’analoga gestione della distribuzione delle macchine utilizzate per il video-poker”.

L’area vesuviana si conferma centrale nel mercato internazionale degli stupefacenti, i clan mantengono stretti rapporti in tal senso con ambienti criminali stranieri, spagnoli e olandesi su tutti. Cambiano le aree di spaccio: le piazze ‘storiche’ di Scampia e Secondigliano, seppur ancora fiorenti, stanno cedendo il passo “ad altre aree di distribuzione che vanno progressivamente rafforzandosi nel più ampio mercato della droga”.

I collaboratori di giustizia. Nell’azione di contrasto, investigativa e giudiziaria, assumono un peso specifico rilevante le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. In tal senso la Direzione Nazionale Antimafia sottolinea i pericoli che vengono “dalla attuazione di strategie di repressione violenta dei fenomeni di dissociazione e di riduzione del danno” perseguite dai clan “mediante intimidazioni e sovvenzioni economiche, ovvero, mediante condizionamento dei collaboratori e testimoni di giustizia, inducendoli alla violazione dell’obbligo di compiutezza e verità delle dichiarazioni da rendere”. Evidente è anche l’effetto dissuasivo che strategie di questo tipo, spesso rivolte a familiari dei collaboratori “totalmente estranei a contesti criminali”, possono causare. Nel periodo 2014-2015 si sono comunque registrate 44 nuove collaborazioni, tutte riferibili al territorio della provincia di Napoli. “L’andamento del fenomeno della collaborazione con la giustizia è direttamente proporzionale all’intensità e continuità dell’azione repressiva chiamata a dispiegarsi su fronti in continua modificazione”.

I Casalesi: meno omicidi, più corruzione. La DNA sottolinea la totale assenza, ormai da qualche anno, di fatti di sangue legati alla matrice camorristica, una caratteristica che aveva reso tristemente famoso il territorio della provincia di Caserta. Il dato viene spiegato principalmente con l’azione di contrasto che ha smantellato l’ala militare dei sodalizi criminali, modificando il modus operandi dell’intera struttura mafiosa sul territorio. Se la violenza e il ricorso all’omicidio sono diventati un’estrema ratio, non mostrano flessione i reati di rilievo patrimoniale: riciclaggio, gestione degli appalti e delle scommesse d’azzardo online e sulle slot machine, usura ed estorsioni.

Particolarmente esplicativo il seguente passaggio della Relazione: “Mentre il perdurante svolgersi di attività estorsive in buona parte della provincia testimonia come la forza del vincolo associativo sia ancora salda ed idonea ad indurre assoggettamento ed omertà, sul piano delle relazioni esterne al clan si rileva come la componente ‘imprenditoriale’ dell’organizzazione, che rispetto al passato ha acquisito maggiore rilievo, induca un sempre maggiore ricorso al metodo corruttivo ed un sempre minore ricorso alla vera e propria cooptazione degli amministratori nei sodalizi: più corruzione, più concorso esterno e meno partecipazione all’associazione mafiosa”. Se in passato si utilizzava maggiormente l’intimidazione come strumento per ottenere lo scopo, ad esempio un appalto, ora i clan percorrono maggiormente la strada “di corrompere il pubblico amministratore e di rimettere allo stesso le modalità più efficaci per raggiungere lo stesso risultato illecito”.

L’operatività dei clan. “Allo stato, sul fronte casalese, appaiono scarsamente operativi i clan Bidognetti e Iovine, fortemente indeboliti dagli arresti che li hanno interessati negli anni scorsi”. Preoccupa invece la DNA “l’operatività dei clan Zagaria e Russo-Schiavone. Proprio con riferimento al clan Zagaria, che mantiene una forte struttura imprenditoriale, si rileva che l’ala militare, sia pur mantenendo un basso profilo, rimane tuttora capace di controllare il territorio rimanendo molto radicata nella provincia di Caserta e, soprattutto, in grado di mantenere saldi i rapporti con le pubbliche amministrazioni, non solo locali ma anche di livello superiore”.

Misure di contrasto. Sul futuro dell’azione di contrasto la DNA evidenzia come, a fronte degli innegabili successi ottenuti in questi anni, sia necessario mantenere alta la guardia su 3 aspetti:

1) se i principali boss sono stati assicurati alla giustizia “buona parte dei loro patrimoni sono ancora nelle mani di imprenditori che sono stati la sponda economica del sodalizio. Inoltre molti dei politici che si sono fatti strada grazie all’appoggio dei capi-clan, sono ancora operativi e presenti nelle amministrazioni non solo locali”;

2) risulta “prioritaria una lotta senza quartiere alla camorra che opera ad un livello più basso, ma che toglie l’aria ai numerosissimi piccoli imprenditori e commercianti che sono soffocati dalla intollerabile, capillare e persistente attività estorsiva e da quella usuraia”;

3) “guardare con attenzione ai fine pena dei camorristi condannati, che da qui a qualche anno, cominceranno a riacquistare la libertà”.

(fonte: Claudio Foirleo su Avviso Pubblico)


23
Dic 15

“La mafia in Veneto non si è mai infiltrata: l’abbiamo cercata, l’abbiamo voluta.”

Ecco io vi propongo queste dichiarazioni di un giornalista veneto. Giornalista giornalista, ovviamente, non giornalista impiegato secondo la bipartizione tanto cara a Giancarlo Siani. È bene che lo leggano soprattutto quei signori che credono che le mafie sia solo un “fenomeno da terroni” e che l’appartenenza geografica e territoriale sia una esimente o una condanna:

«La mafia in veneto non si è mai infiltrata: l’abbiamo cercata, l’abbiamo voluta. Tra l’alta padovana e la Marca le ecomafie hanno cercato di realizzare una Terra dei Fuochi del nord. Centinaia di discariche, anche in zone urbanizzate, piene di veleni. Le possibilità che i nostri concittadini perdano la vita a causa di un attentato terroristico rasentano statisticamente lo zero, eppure, giustamente, la preoccupazione è grande. I tumori provocati dall’esposizione agli agenti inquinanti sono una delle principali cause di morte e la gente non conosce neanche su cosa cammina». Spiega così Ugo Dinello, giornalista del Gruppo l’Espresso già premiato dall’ordine dei giornalisti per le inchieste su Unabomber, le ragioni della pubblicazione di Mafie a Nordest, un’inchiesta giornalistica sul fenomeno mafioso nel nostro territorio firmata anche da Giampiero Rossi del Corriere della Sera e da Luana De Francisco (Il Messaggero Veneto).

Ed ancora:

«A Venezia ci sono hotel pagati in contanti ben 8 volte il valore di mercato», anche Treviso, secondo gli autori, è una provincia ad elevato rischio: «In un territorio così ricco di imprese, c’è anche chi cerca di evadere le tasse. A questo scopo occorre generare del nero che andrà in qualche modo riciclato. La mafia, ancora una volta, può svolgere questo ruolo; lo svolge bene e nell’ottica di un accordo fra le parti, di un patto serio in cui ci si rispetta e chi sbaglia paga». «Nella maggior parte dei casi», spiegano, «Neanche si conosce la rete che si sta contattando. Si coinvolge un professionista nel problema, pensiamo al commercialista di fiducia o al legale, il quale garantisce di risolvere la situazione. Il titolare dell’impresa potrebbe non sapere neanche che quello specifico professionista ha legami con la criminalità organizzata, ma il fatto stesso di cercare il modo, ad esempio, di occultare del denaro, moltiplicato il fenomeno su scala regionale, definisce le ragioni per cui una cosca sceglie di operare qui». […] A tutto questo si aggiunge lo sviluppo in loco di sodalizi criminali che crescono dotati di una certa autonomia, se non indipendenza dalle realtà del meridione: «A Fagarè c’è la cosca di ‘Ndrangheta più grande del Nordest. In queste settimane è stata sequestrata mezza tonnellata di cocaina importata qui direttamente dalla Colombia. Non è stata mandata prima in Calabria e poi al nord. Questo significa che quel gruppo era così forte da riuscire ad ottenere dalle ‘ndrine calabresi il via libera per una gestione autonoma. Avevano gli agganci per stare sul territorio e sapevano come investire quei proventi a dir poco incalcolabili» (Fonte: Oggi Treviso)

Le mafie sono un fenomeno che si infiltra e attecchisce laddove c’è richiesta ed acquiescenza e non guarda al panorama geografico di riferimento. Ma tant’è se vi conviene credere che sia ancora roba da terroni ai mafiosi fate solo un grande favore. Al Sud controllano il territorio (forse su delega, come avvenne 150 anni fa) al Nord forniscono servizi criminali alle imprese: Unità d’Italia..


02
Dic 15

Sales: così con l’Italia unita le mafie divennero centrali

Così Gigi di Fiore presenta il nuovo libro di Isaia Sales:

Isaia Sales mette a punto la sua collaudata e corposa cassetta degli attrezzi di studioso e docente e pubblica il suo libro più maturo, più coraggioso, sulla storia delle mafie italiane. Storia dell’Italia mafiosa (Rubbettino editore, p. 444, euro 19,50), che si presenta oggi alle 17,30 al Circolo artistico di piazza Trieste e Trento a Napoli, è la sistemazione di una storia delle mafie inquadrata nella più ampia storia nazionale, nella convinzione che la prima ne è parte integrante. Nonostante, ricorda Sales, molti storici famosi considerino la mafia «come accidente della storia nazionale, non come una delle protagoniste». Croce per primo.

Il saggio, da leggere con attenzione senza indugiare in pigrizie interessate, sgombra il campo da luoghi comuni sulla materia. Le mafie sono un potere socio-criminale, si sviluppano all’interno dei rapporti statuali e non in contrasto. Non potrebbero consolidare il loro potere senza un’accettazione e legittimazione interclassista, che supera limiti geografici e culturali.
Scrive Sales, senza equivoci: «Attribuire il successo delle mafie alla mentalità meridionale è un’offesa della storia». E aggiunge: «Le mafie hanno avuto bisogno che si formasse lo Stato unitario per assumere un ruolo centrale che prima non erano riuscite a svolgere completamente sotto i Borbone». La tesi è condivisibile: le strutture mafiose storiche nacquero nel periodo borbonico, ereditando attività di gruppi delinquenziali preesistenti nel vicereame spagnolo come i «compagnoni». Ma, in quel momento, erano ancora e solo gruppi di criminali organizzati. Con l’unità d’Italia divennero invece anche altro: un potere sociale, legittimato da quello statale. Sales lo afferma in maniera esplicita: «Il consolidamento e la vera legittimazione le mafie le ottengono dopo l’Unità d’Italia, in particolare successivamente all’estensione del voto a una platea più ampia di elettori».

Gli esempi degli appoggi di gruppi mafiosi in Sicilia a Garibaldi, o dell’accordo tra Liborio Romano e il capo della camorra napoletana per agevolare l’ingresso dei garibaldini a Napoli chiariscono cosa abbia significato e significa, nella storia nazionale, occuparsi di mafie non come tessera isolata dalle altre vicende. «Non si sostiene, certo, che senza la mafia Garibaldi non avrebbe potuto compiere la sua impresa, ma perché tacere sul ruolo che essa svolse?» È il «guardare al presente come storia», la conferma della necessità di nuove metodologie per comprendere a fondo 154 anni di vicende italiane.

Quando fenomeni violenti e contro legge, come il brigantaggio, o il terrorismo brigatista, si posero contro lo Stato, la storia ha dimostrato che erano destinati alla sconfitta. Non così è avvenuto per le mafie che, ricorda Sales, fecero da fondamentale cesura all’alleanza post-unitaria tra i grandi ceti imprenditoriali del Nord e quelli agrari del Sud. Una questione nazionale, se dal 1861 la grande politica dei governi centrali è passata anche per vicende di collusioni mafiose. Una tesi sviluppata, in modo convincente, utilizzando l’analisi storica che alterna le prospettive di lettura tra Sud e Nord del Paese, con incursioni sul ruolo delle maggioranze politiche nazionali e sulla loro tolleranza alle mafie.

Se l’origine delle mafie è popolare e plebea (e nel periodo borbonico si diceva che la camorra faceva uscire «l’oro dai pidocchi», taglieggiando gente del suo stesso ceto sociale), dopo l’unificazione l’accettazione mafia – sa, da interessi economici, si estende a tutte le classi sociali. La «economia del vizio» soddisfa una domanda del mercato, gli affari mafiosi ottengono tolleranze storiche, per guadagni illegali. Molti gli esempi di periodi diversi: il contrabbando di sigarette, la prostituzione, il gioco d’azzardo.
Scrive Sales: «Il nuovo Stato italiano e le sue classi dirigenti sentono come una necessità governare il Sud servendosi e riconoscendo ufficialmente la mafia». E allora il lavoro dello storico deve arricchirsi, finalmente, per capire il nostro Paese. Quando il Sud non è stato trattato come una mano stesa da soddisfare con clientele e assistenzialismo, ma è invece diventato destinatario di investimenti e politiche centrali che hanno fatto nascere una estesa cultura operaia, allargando l’argine al crimine, le mafie hanno dovuto arretrare. Dove c’è corruzione, c’è invece pane per le mafie. Vanno letti non a spicchi gli otto capitoli di questo libro, che supera e amplia le prospettive dello storico delle mafie. È davvero una «biografia della nazione» che si racconta, perché dall’unità si è sviluppata la «nazionalizzazione delle mafie» in una «legittimazione di necessità». Già, perché, e questo libro riesce a spiegarlo, poteri diversi e squilibri socio-economici oltre che geografici hanno trovato alleato essenziale in un contrasto assai tiepido alle mafie. Un «potere di stabilizzazione, che ha a che fare con le modalità con cui si è arrivati a diventare nazione e alle alleanze necessarie per continuare ad esserlo». E poi dicono che ristudiare anche il Risorgimento, utilizzando nuovi strumenti e diverse visioni, è oggi un esercizio inutile. Sales lo smentisce. (fonti: Rubettino editore, Il Mattino)


28
Nov 15

“Oggi al nord la criminalità organizzata è quasi peggio che al sud”. “E’ molto più complesso svolgere processi e indagini in materia di mafia al nord”

Sono anni che lo vado dicendo e mi si rimprovera sempre il coinvolgimento di meridionali in tutti i processi di “mafie”. Mettendo sotto al tappeto, come la polvere, l’intero network di connivenze e relazioni geograficamente trasversali, che uniscono (in questo caso formalmente e sostanzialmente, una unità vera) italiani di origine meridionale e settentrionale.

A tal proposito leggete cosa dice Salvatore Borsellino, durante il convegno ‘Mafia Mafie, cultura, testimonianza e giustizia’, organizzato dall’Università di Genova eIdee Giovani UniGe – associazione studentesca:

“Oggi al nord la criminalità organizzata è quasi peggio che al sud. Non esiste una regione immune dalla metastasi del cancro delle mafie, che operano per sovvertire l’economia”

Ed ancora:

“Sono andato via dalla Sicilia a 27 anni – ha spiegato – per sfuggire a quello che avevo intorno. E ora me lo ritrovo al Nord, più complesso e pericoloso. Qui la criminalità organizzata ha un altro tipo di controllo del territorio, qui è infiltrata nella politica, negli appalti e la società civile pensa che sia ancora un problema del sud. Lo Stato non ha mai fatto una lotta corale alla mafia, in certe realtà il controllo del territorio è stato lasciato alla criminalità organizzata, che si è sostituita alla Stato.”

E cosa aggiunge Alberto Lari, sostituto procuratore della direzione distrettuale antimafia di Genova:

“E’ molto più complesso svolgere processi e indagini in materia di mafia al nord – spiega Alberto Lari, sostituto procuratore della Dda genovese – rispetto al sud. Ma oggi, la Cassazione in numerose sentenze pone basi chiare. Per Maglio 3, si sta svolgendo un appello tutto di diritto. La sentenza di primo grado è stata radicalmente impugnata. E’ un concetto che proprio non riesco a capire quello che afferma che vi è differenza tra essere ‘ndranghetisti e fare gli ‘ndranghetisti”. (fonte Ansa)

Che poi è lo stesso principio per il quale i mafiosi sono solo meridionali e a Roma ed al Nord le mafie non esistono, ovvero legare l’origine territoriale ad una fattispecie criminale. V’è forse differenza tra essere mafiosi e fare i mafiosi? Cambia il risultato dell’azione criminale ed i suoi effetti?

 


25
Feb 15

Uomini D’onore. Film Documentario sulla ndrangheta (video)

Un video documentario sulla storia della ‘ndrangheta calabrese dalle sue origini ad oggi. Degno di nota, il contributo di Nicola Zitara intervistato dagli autori del documentario, che tocca argomenti interessanti relativi al ruolo delle mafie al Sud come forza di controllo del territorio delegato dallo Stato.


02
Feb 15

La mafia geograficamente trasversale: la commercialista di Bologna. Ndranghetista?

Poi non venitemi a dire che non ve l’avevo detto, con buona pace del mio assiduo lettore leghista Luca, quando glielo rinfaccio..

Lo ripeto da quando tre anni fa decisi di aprire il blog e Maroni querelava Saviano per aver detto che in Patania la ndrangheta faceva affari.

Al Nord la mafia ormai ha attecchito perchè si presenta con l’abito sartoriale e la vocazione del business man. Con il fiume di liquidità lordato di sangue ci campano in tanti, dalle banche del territorio ai ad avvocati, notai e commercialisti locali, fino a tutti coloro che vengono assunti dalle imprese che si muovono nell’economia legale. E il Pil del Paese, si incrementa perfino.

Sono anni che le istituzioni a settentrione rispetto al Garigliano, in tantissimi casi, si afffrettano a precisare che la criminalità organizzata è solo un fenomeno regionale, etnico, da terroni, insomma.

Dicendolo ne favoriscono, consapevolmente o incosapevolemente, il radicamento che coinvolge professionisti e “indotto” che di meridionale ha poco o nulla.

L’esempio di oggi è offerto dalla commercialista, che di calabrese non ha niente e che pure è stata arrestata per concorso esterno in associazione mafiosa.

Ecco cosa scrive la testata bolognese Radio città del Capo:

“Faceva ciò nella piena consapevolezza di dare un apporto a un gruppo organizzato della ‘ndrangheta e ricercava in ciò anche una propria affermazione professionale”. Lo scrivono i magistrati, lo dimostrano le intercettazioni. “Il capo di giù, di Cutro, il grande […] il sanguinario“. Tattini raccontava così al telefono  la visita ricevuta nel marzo 2012 da Nicolino Grande Aracri, boss dell’omonima cosca poi arrestato l’anno successivo. E ancora, rispondendo al marito che le esprimeva alcune riserve, rispondeva così: “Ma sono guadagnati puliti! Li prendiamo dal tribunale, ma ti rendi conto?”. Si riferiva probabilmente al tentativo di acquisizione dei beni provenienti dal fallimento della società Rizzi di Verona. Un’operazione su cui lavorò molto, “interfacciandosi anche con altri membri della criminalità organizzata del veneto”. Ma sono tanti i servizi che Tattini ha reso ai Grandi Aracri (e a Antonio Gualtieri, referente della cosca per la zona di Piacenza e Reggio Emilia). Si parla di un progetto per costruire uno impianto eolico a Cutro, provincia di Crotone, e dell’idea di creare un impianto per la produzione di insulina e citostatici in Calabria.

Intanto l’avvocato della commercialista afferma che “ha fornito chiarimenti su tutta la vicenda che la riguarda, confidiamo che la sua posizione si possa ridimensionare” e la commercialista ha dichiarato al giudice che “Non ho mai fatto parte del clan, né fornito alcun apporto. Ho solo seguito dal punto di vista professionale alcune pratiche svolgendo perizie bancarie per conto di clienti che si erano rivolti al mio studio”

Si avete ragione bisogna essere garantisti fino alla fine e la dottoressa è innocente fino al terzo grado di giudizio. A suo carico, tuttavia, l’intercettazione che segue…


23
Dic 14

Il nepotismo secondo #MafiaCapitale

foto “Il Fatto Quotidiano”

Dice, non era un “sistema”, nonostante tutte le infiltrazioni, le ramificazioni e le minacce che poneva in essere. Dice no, le amministrazioni erano sane e non infiltrate. Come se un sistema del genere, quello messo su da Mafia Capitale fosse esente dal nepotismo tanto caro alla burocrazia italiana.

Insomma anche i mafiosi capitolini “tengono famiglia”. Così si scopre, ad esempio, che la sorella di Carminati lavorava in una fondazione del senatore Quagliariello :

Il 18 maggio scorso Massimo Carminati, il Nero di Mafia Capitale, telefona al titolare di Unibar, Giuseppe Ietto. E – intercettato come sempre- gli passa la sorella Micaela, che sta cercando lavoro. Lei spiega: “Mah… Io adesso sto lavorando, ma credo che a fine maggio finisco. Finisco, ma sono tanti anni che sto lì, a una fondazione- Magna Carta, quella di Quagliariello. Capito? E solo che ormai il lavoro c’è poco e che di conseguenza, insomma…”E in effetti il segretario Ncd Gaetano Quagliariello pochi giorni dopo chiude il rapporto con Micaela Carminati, che per anni aveva lavorato in segreteria alla sua fondazione con uno stipendio di circa 950 euro al mese. Lei trova subito lavoro all’Unibar di Ietto, dove si occupa di relazioni esterne.(Franco Bechis)

 

E la sorella di un altro protagonista della vicenda? Anch’ella impiegata, al Ministero dei Beni Culturali (s

La signora Buzzi, a via del Collegio romano, ci sta da un’eternità: iniziata la carriera nel 1977, dal 2012 è direttore generale per la valorizzazione del patrimonio culturale. Sebbene non risulti indagata, la donna si ritrova menzionata nelle carte dell’indagine. Il suo nome, infatti, appare nell’informativa dei Ros, dove si dà conto di un’intercettazione dalla quale emergerebbe un’episodio di raccomandazione: per favorire la figlia Irene Turchetti in un maxi-concorso bandito dal Comune di Roma per trecento posti di ispettore amministrativo, la Buzzi avrebbe – per tramite del fratello – fatto arrivare un orologio di gran lusso (cinquemila euro di valore) in regalo ad Angelo Scozzafava, all’epoca dirigente dell’Ospedale Sant’Andrea di Roma e componente della commissione esaminatrice.

Ma è nel periodo tra il 1996 e il 2001 che la carriera della Buzzi fa un salto di qualità, prima come reggente della formazione alla direzione del personale e poi con la nomina al coordinamento di tutti gli uffici con compiti gestionali del ministero inclusa la rappresentanza presso la commissione Ue.

 

La sorella di Buzzi però precisa e smentisce:

vorrei ricordare, come si evince dal mio curriculum, che la mia carriera nel Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo non subisce «un salto di qualità» nel periodo Veltroni-Melandri, ma attraverso un percorso costante e continuativo che inizia nel 1977 e attraverso il superamento di vari concorsi interni ed esterni nella carriera di concetto prima, direttiva poi e infine dirigenziale, raggiunge i gradini più alti dell’amministrazione dei beni culturali.

Il gradino più alto di direttore generale lo raggiungo però soltanto nel 2004, quando il ministro Giuliano Urbani, in base all’attività lavorativa da me svolta, mi nomina direttore generale.

Smentisco inoltre ancora una volta e categoricamente sia a livello personale che nella qualità di direttore generale del MiBACT di aver avuto contatti o rapporti con le attività svolte direttamente o indirettamente dalle cooperative di Salvatore Buzzi o altri soggetti coinvolti a qualsiasi titolo nella vicenda giudiziaria.

*Direttore generale MiBACT

 

Nel dubbio, io Ministro Franceschini l’ha rimossa dall’incarico.

A margine di tutta questa vicenda un classico episodio di cronaca e nepotismo all’italiana, con un dirigente del Ministero che telefona al fratello (amico e secondo l’accusa sòdale di Carminati) per raccomandare la figlia. Mentre ai “giovani” e non più giovani si continua a raccontare la favola del “cambio verso”, della meritocrazia, tricche tracche e bottammuro…l’Italia resta la stessa, in default morale dalla sua fondazione.

L’emigrazione è anche figlia di casi come questo che riguardano assunzioni e incardinamento nella pubblica amministrazione, non solo gare ed appalti pubblici.


10
Dic 14

Non chiamatele per nome e le mafie si faranno i cavoli loro

Da giorni Giuliano Ferrara (lo stesso che ha rivelato di essere stato un confidente dei servizi segreti americani  a metà degli anni 80) si accalora per le sorti della sua Roma. “Non chiamatela Mafia, dove sono i morti sul selciato?” Eppure Ferrara dovrebbe ricordare gli oltre 30 morti ammazzati, sul selciato capitolino nel 2012 e nel 2013, a meno che non gli sembrino pochi o non necessari a configurare talune fattispecie come mafiose, nonostante il fitto pulviscolo di delinquenza e criminalità che scaturisce dalle indagini.

Le masturbazioni mentali nominaliste sul termine “mafia” che evidentemente per taluni puristi va collocato geograficamente solo al Sud, sono stucchevoli quanto talune dispute Scolastiche sul sesso degli angeli.

Non dite che esiste e la mafia ringrazia. Non chiamatela per nome e continuerà a farsi i fatti suoi. Adducete un’accento tutt’altro che terrone per caratterizzarla ed i cittadini non capiranno mai dinanzi a che cosa si trovano, narcotizzando l’allarme sociale. Assopendolo e drogandolo.

“Era così una brava persona, chi se lo sarebbe mai aspettato” , come se il mafioso non fosse esente dal parlare un dialetto alieno dal siciliano e camminasse con la lupara in spalla.

Così nessuno se ne accorge, o gli fa comodo non farlo.

Ora, se l’accento dei protagonisti di #MafiaCapitale fosse stato il napoletano, il siciliano o il calabrese nessuno si sarebbe scandalizzato se avessimo chiesto l’ergastolo e l’applicazione del 41 bis per associazione mafiosa. Non è forse un comportamento mafioso quello di chiedere il pizzo? Di minacciare di sgozzare il creditore di un debito di usura insieme ai figli? Di farlo urlare come un’aquila sgozzata?

A proposito della “mafia” Sciascia scriveva: “La più completa ed essenziale definizione che si può dare della mafia, crediamo sia questa: la mafia è un’associazione per delinquere, coi fini di illecito arricchimento per i propri associati, che si impone come intermediazione parassitaria, e imposta con mezzi di violenza, tra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e lo Stato”.

Possiamo integrare le vicende romane in questa fattispecie? La risposta ci dà la cifra etica, morale, nominalistica e penale di #MafiaCapitale.

Il comportamento mafioso è prima di ogni altra cosa una categoria dell’animo umano da cui scaturiscono tutte le conseguenze che conosciamo, ben prima di tutte le implicazioni penali ( e non ha caratteristiche geografiche mettetevelo in testa). A cominciare dalla riduzione dei tempi per un ceritifcato al municipio evitando la fila, o ottenendo dal CUP la prenotazioni per una visita col Servizio Sanitario Nazionale (“c’ho n’amico che…”) scavalcando gli altri (prevaricazione):

Questo succedeva un anno fa ad esempio:

Il 50% delle prestazioni erogate nel Lazio evadono la lista di attesa ufficiale risultando di fatto fuori agenda. In altre parole 50 cittadini su 100 ricevono le prestazioni richieste scavalcando altri pazienti regolarmente in attesa”. Questa la denuncia resa nota stamani da Gianni Fontana, referente regionale per il Recup, il servizio unico per la prenotazione telefonica degli gli esami diagnostici, intervenuto a margine di un’audizione alla commissione regionale Sanita’ sul tema “liste d’attesa nel Lazio”.

Ciò non per esprimere giudizi di valore, lo ripeto, su base geografica, ma per ricordarci che alle lusinghe della mafiosità siamo tutti potenzialmente suscettibili e, allo stesso tempo, inconsapevolmente, potenzialmente complici del nutrimento della “bestia”, che a Napoli chiamiamo “o’sistema”. Minimizzare non risolve il problema.


04
Dic 14

Suggestive provocazioni a margine di #MafiaCapitale

Solo poche e provocatorie suggestioni a margine del nuovo Romanzo Criminale capitolino. Senza alcuna intenzione esaustiva o didascalica.

  • Da anni da questo blog scrivo che ormai le mafie sono diventati fenomeni tipici ed autoctoni, ricevendo sempre il solito rimbrotto che in realtà è un fenomeno importato dai meridionali, anche quando i capoccia e chi si serve dei loro servigi sono tutti indigeni (terroni free). Volendo fare una piccola e superficiale analisi storica, giusto a titolo informativo, ci sarebbe da dire che pure al Sud la mafia fu importata. Dai francesi o dagli spagnoli secondo i miti e le leggende dell’epopea mafiosa. Insomma il problema “sociologioco”, “culturale” e di “mentalità” non è solo del Sud che pure ha sviluppato gli anticorpi per affrontarlo (Pignatone, Cantone, Gratteri docunt), fatevene una ragione, prendetene atto.
  • Secondo quanto riporta il Fatto Quotidiano, nel 2011 il prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro rassicurava: “A Roma solo piccole bande, non vera mala. Roma non è Napoli”. Cos’altro aggiungere? Imbarazzante.
  • Tra gli indagati di Mafiopoli capitolina c’è anche Daniele Ozzimo, Assessore alle Politiche abitative e del Lavoro del Comune di Roma. Fermo restando il garantismo e l’innocenza presunta fino al terzo grado di giudizio, il nome ed il volto dell’Assessore non mi era nuovo. Dove lo avevo visto? Bingo! Ospite semifisso della trasmissione della domenica “L’Arena” di Giletti. Si, si, la stessa trasmissione in cui quasi ogni domenica ci si eleva a censori del malcostume quasi sempre meridionale. Si, Si, la stessa trasmissione dove si premette sempre “attenzione succede ovunque” ma poi il servizio riguarda sempre un falso invalido siciliano, il sermone educativo si sviluppa su un finto medico calabrese, il tremendo j’accuse contro l’ultras di Scampia e via dicendo. Insomma la trasmissione dalla trave nell’occhio proprio. E mo’ chi invita Giletti? Eh, la Nemesi…

18
Nov 14

Lecco: la ‘ndrangheta giura su Garibaldi e Mazzini (video)

«Nel nome di Garibaldi, Mazzini e La Marmora, con parole di umiltà, formo la santa società»: per la prima volta gli inquirenti sono riusciti a filmare l’atto di ingresso nella ‘ndrangheta.

Un documento fondamentale nelle ricostruzioni anche storiche di certi fenomeni.

E mi sovvengono le parole del dottor Nicola Gratteri, (pronunciate durante un convegno) a proposito di certe organizzazioni e della loro epifania nell’Italia immediatamente post unitaria.

Significativo il giuramento compiuto dai criminali: i nuovi adepti della ‘ndragheta giurano di agire nel nome di Garibaldi, Mazzini e La Marmora, figure del Risorgimento. Al nuovo affiliato, nel corso della cerimonia, vengono consegnate  una pastiglia di cianuro e una pistola: da impiegare «se nella vita commettete una trascuranza grave».

Solo eruditi riferimenti storici privi di senso? O l’esegesi aiuterebbe a comprendere meglio la genesi (e lo sviluppo nei secoli) dei fenomeni mafiosi strutturati come “sistema” (per i magistrati i riti di affiliazione sarebbero rimasti cristallizzati dall’origine)?

Così affermava Rocco Chinnici, giudice e martire della mafia, negli anni 80, proprio a proposito del fenomeno mafioso:

“prima di occuparci della mafia del periodo che va dall’unificazione del Regno d’Italia alla prima guerra mondiale e all’avvento del fascismo, dobbiamo brevemente, ma necessariamente, premettere che essa come associazione e con tale denominazione, prima dell’unificazione non era mai esistita, in Sicilia. La mafia nasce e si sviluppa subito dopo l’unificazione del Regno d’Italia”.

 

La testata online calabrese “Info Oggi” aggiunge:

E’ nota l’alleanza tra Garibaldi e i picciotti siciliani, l’eccidio di Bronte ne è l’esempio più lampante, e lo stesso “eroe dei due mondi” scrive nel suo diario: “E Francesco Crispi arruola chiunque: ladri, assassini, e criminali di ogni sorta, 11 maggio 1860″, ma anche la decisione dei piemontesi di “istituzionalizzare” la Camorra a Napoli dandogli la gestione dell’ordine pubblico. L’artefice di tale scelleratezza fu il Prefetto Liborio Romano che scrisse a Salvatore de Crescenzo, esponente della camorra: “redimersi per diventare guardia cittadina, con quanti compagni avesse voluto, col fine di assicurare l’ordine. In cambio, i camorristi irregimentati avrebbero goduto di amnistia incondizionata e stipendio governativo”. Famose poi furono le parole del deputato repubblicano, Napoleone Colajanni, che nel 1900 affermò al Parlamento: “Per combattere e distruggere la mafia, è necessario che il Governo Italiano cessi di essere il re della mafia”.

Parole che, per chi è nato e cresciuto in quelle terre, servono poco a lenire il senso di frustrazione e di umiliazione costante, prodotto soprattutto da quella parte del paese per il quale il meridionale è ontologicamente mafioso.

E non è così, storicamente. Furono, come si legge da più fonti, le istituzioni sabaude a legittimarlo, per un calcolo di comodo. A Napoli, ad esempio,delegando, grazie a Liborio Romano, il controllo dell’ordine pubblico.

E già nei primi anni dell’Unità ne veniva chiesto conto a Palazzo Madama.

Ecco quanto si legge in Regia commissione d’Inchiesta per Napoli, Relazione sull’amministrazione comunale, di cui era relatore il senatore Saredo.

“Il male più grave, a nostro avviso, fu quello di aver fatto ingigantire la Camorra, lasciandola infiltrare in tutti gli strati della vita pubblica e per tutta la compagine sociale, invece di distruggerla, come dovevano consigliare le libere istituzioni, o per lo meno di tenerla circoscritta, là donde proveniva, cioè negli infimi gradini sociali.

 

In corrispondenza quindi alla bassa camorra originaria, esercitata sulla povera plebe in tempi di abiezione e di servaggio, (come tra l’altro avveniva anche ad altre latitudini, così come ci narrano le vicende manzioniane, ndr) con diverse forme di prepotenza si vide sorgere un’alta camorra, costituita dai più scaltri e audaci borghesi.

 

Costoro, profittando della ignavia della loro classe e della mancanza in essa di forza di reazione, in gran parte derivante dal disagio economico, ed imponendole la moltitudine prepotente ed ignorante, riuscirono a trarre alimento nei commerci e negli appalti, nelle adunanze politiche e nelle pubbliche amministrazioni, nei circoli, nella stampa. È quest’alta camorra, che patteggia e mercanteggia colla bassa, e promette per ottenere, e ottiene promettendo, che considera campo da mietere e da sfruttare tutta la pubblica amministrazione, come strumenti la scaltrezza, la audacia e la violenza, come forza la piazza, ben a ragione è da considerare come fenomeno più pericoloso, perché ha ristabilito il peggiore dei nepotismi, elevando a regime la prepotenza, sostituendo l’imposizione alla volontà, annullando l’individualità e la libertà e frodando le leggi e la pubblica fede”. (Brano tratto dalla Regia commissione d’Inchiesta per Napoli)

 

Il video dell’affiliazione:

La citazione dei tre eroi risorgimentali, secondo alcuni, in realtà farebbe riferimento a dei ruoli propri interni dell’organizzazione che al Sud, presero la forma di associazioni segrete iniziatiche sul modello della massoneria di cui avrebbero mutuato certe formalità.

Non è la prima volta che il nome di Garibaldi viene usato come codice. Secondo la biblioteca digitale sulla camorra,i camorristi colsero le opportunità offerte da Liborio Romano, per incrementare i propri introiti col contrabbando. Sapete come evitavano i controlli doganali? Dicevano “è roba d’o’ zi Peppe” è roba di zio Giuseppe che, secondo gli storici e gli studiosi di fenomeni camorristici sarebbe Giuseppe Garibaldi.