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25
Set 14

Al Nord la mafia non esiste

Lo scrivo costantemente contraddetto da qualche lettore. Al Nord la mafia ormai ha attecchito perchè si presenta con l’abito sartoriale e la vocazione del business man. Con il fiume di liquidità lordato di sangue ci campano in tanti, dalle banche del territorio ai ad avvocati, notai e commercialisti locali, fino a tutti coloro che vengono assunti dalle imprese che si muovono nell’economia legale. E il Pil del Paese, si incrementa perfino.

Sono anni che le istituzioni a settentrione rispetto al Garigliano, in tantissimi casi, si afffrettano a precisare che la criminalità organizzata è solo un fenomeno regionale, etnico, da terroni, insomma.

Dicendolo ne favoriscono, consapevolmente o incosapevolemente, il radicamento che coinvolge professionisti e “indotto” che di meridionale ha poco o nulla.

L’ultima vicenda ha colpito il sindaco di Brescello, Marcello Coffrini, che, nelle ultime ore ha rimesso il proprio mandato. Il sindaco che a proposito del boss Aracri, mammasantissima della ‘ndrangheta in Emilia ha dichiarato: “La criminalità organizzata? A Brescello non c’è” negando che ci siano “mai state denunce per estorsione o ricettazione”.

Ma il peggio lo ha aggiunto dopo quando ha dichiarato: “E’ lui Francesco Grande Aracri. E’ gentilissimo, molto tranquillo. Parlando con lui si ha la sensazione di tutto tranne che sia quello che dicono che sia. Lui è uno molto composto ed educato che ha sempre vissuto a basso livello. La famiglia qui ha un’azienda che adesso è riuscita a ripartire: fanno i marmi. Mi fa piacere che siano ripartiti”.

Se tali parole fossero state pronunciate in Campania, Sicilia o Calabria si sarebbe levato un coro indignato. Sociologi, editorialisti, maestrine dalla penna rossa ci avrebbero spiegato che il Sud ormai è fuori controllo, che nessuno manifesta contro le mafie, che i boss vengono protetti; il solito coro, impregnato dall’eco lontana della Legge Pica, che avrebbero snocciolato il consueto rosario di luoghi comuni, dal sapore tipicamente manicheo.

Per fortuna le dichiarazioni del sindaco hanno avuto una vasta eco e quindi la polemica ha sortito l’effetto della presentazione delle dimissioni. Ma, parliamoci chiaro, il pensiero del sindaco è forse unico ed isolato? Quanto indotto fa muovere la mafia al Nord? Siamo certi che l’opinione di Coffrini non sia anche quella dell’uomo della strada, al quale alla fine interessa solo che nessuno spari sotto casa e non ci sia la macabra visione ei morti ammazzati e della mano militare che tiene sotto scacco e soggezione il Sud?

Lo ripeto, come faccio spesso, nessun fenomeno criminale attecchisce e si radica se non ha in loco un’accondiscendenza ed una tolleranza che è, talvolta, entusiasta accettazione. Addurre come esimente l’aspettativa del mafioso con lupara e coppola è solo un alibi che serve a tacitare le coscienze dei finti ingenui, cui, il volto pulito della Mafia spa, fa comodo.

Se “giù al Sud” alle mafie fu delegato il controllo del territorio, che ancora dura, con logiche militari e violente, al Nord questo non accade, perchè non ve n’è bisogno. Ma più elementi (a cominciare dal traffico di rifiuti verso la Campania, col patto tra aziende settentrionali e monnezza criminale) danno la certezza di un ruolo centrale di camorra, mafia, ndrangheta nel muovere, in certi territori, un’ economia messa in ginocchio dalla crisi e, soprattutto, di essere un player fondamentale, soventei, nelle scelte che riguardano la politica locale. Fino ad influenzarla pesantemente.

Spesso si rimprovera alla società civile meridionale scarso allarme e denuncia verso i fenomeni mafiosi, dimenticando che la quasi totalità degli anticorpi alle mafie sono tutti meridionali. Continuare a tuonare che al Nord non occorra il vaccino, in base a (non fondate) ragioni di carattere geografico e culturale, consente solo alla malattia di infettare l’intero organismo.


08
Lug 14

La prima scomunica contro i mafiosi e’ dei vescovi siciliani nel 1944

La prima scomunica contro i fenomeni mafiosi risale al secondo dopoguerra, quando i vescovi siciliani si accorsero che insieme alle truppe americane sbarcava, in Sicilia, gente come Lucky Luciano.

Alcuni vaticanisti, dopo il caso dell’inchino della statua della Madonna alla casa di un boss, durante una processione hanno ricostruito l’evento sui quotidiani e in alcune trasmissioni televisive.

L’episcopato siciliano, il primo dicembre del 1944 in una lettera collettiva, per la prima volta cita la parola “scomunica”: “Sono colpiti da scomunica tutti coloro che si fanno rei di rapine o di omicidio ingiusto e volontario”. “Il riferimento, spiegano i canonisti, è ai “delitti di mafia” anche se la parola “mafia” non viene esplicitamente citata.
Quasi dieci anni dopo, nel 1952, la scomunica e’ confermata dal Secondo Concilio Ecumenico plenario Siculo: “Coloro che operano rapina o si macchiano di omicidio volontario, compresi mandanti, esecutori, cooperatori-incorrono nella scomunica riservata all’ordinario” (dalla quale cioè può assolvere soltanto il vescovo del luogo).
Nel 1982, per la prima volta viene citata la parola “mafia”. Lo si ritrova in un documento che la Conferenza episcopale siciliana emana dppo il tragico omicidio di Carlo Alberto dalla Chiesa, conferma le pene del 1944 e del 1952 con questa premessa: “A seguito del doloroso acuirsi dell’attività criminosa che segna di sangue e di lutti la nostra regione, i vescovi, in forza della loro responsabilità di pastori, riaffermano la loro decisa condanna(…) sottolineando la gravità particolare di ricorrenti episodi di violenza che hanno spesso come matrice la mafia e la nefasta mentalità che la muove e la facilita.”


03
Giu 14

Le radici della mafia: altro che aggregazioni rurali

Vi propongo l’estratto di un brano di qualche anno fa tratto da Limes in “Fenomenologia dei poteri mafiosi. Era il 2011.

Gli storici più autorevoli hanno smentito la convinzione semplicistica, quasi mitologica, che le origini della mafia siano da rintracciare in aggregazioni rurali arcaiche e riferiscono invece che le organizzazioni mafiose siciliane si configuravano anticamente come strettamente legate alla città e ai suoi apparati di potere. Si trattava già in principio di gruppi dediti a crimini comuni, anche di basso profilo, non privi di una certa influenza socio-politica.

 

Un sistema che si ramifica e diventa strutturato a partire dall’Unità d’Italia.

Ed ancora:

La mafia è geneticamente creatura politica: ricerca, coltiva interazioni con il potere istituzionale e influenza i processi politici strumentalmente alla conservazione e al rafforzamento della propria élite.

Così diceva Rocco Chinnici, magistrato antimafia:

“Riprendendo il filo del nostro discorso, prima di occuparci della mafia del periodo che va dall’unificazione del Regno d’Italia alla prima guerra mondiale e all’avvento del fascismo, dobbiamo brevemente, ma necessariamente premettere che essa come associazione e con tale denominazione, prima dell’unificazione, non era mai esistita in Sicilia”, e più oltre aggiunge: “La mafia … nasce e si sviluppa subito dopo l’unificazione del Regno d’Italia”.»


30
Mag 14

Iovine: anche le aziende del Nord nel “sistema”

Un bello schiaffo ai teoreti delle mafie come fenomeno regionalizzato. Agli alfieri della civilità e dell’onestà d’origine territoriale. Alle narrazioni cinematografiche che vogliono il male localizzato in determinati quartieri.

Iovine confessa : a mostrarsi a proprio agio nel tessuto dominato dalla violenza della camorra, anche gruppi imprenditoriali del nord.  «le aziende del Nord si adeguano senza fare problemi» (fonte Il Mattino).
La giacca e la cravatta, e l’accento d’altre latitudini non rendono meno omertosi e conniventi di chi quella mafia ce l’ha sul territorio, imposta con una forza militare da antistato.

«Potevano denunciare, non scendere a patti con la camorra o addirittura rinunciare all’appalto, ma non l’hanno fatto» . Una accusa pesantissima dell’ex primula rossa.

Pecunia non olet, gli affari giravano drogando la competitività ed il mercato.

Chissà quante sorprese riserverà ancora, o’Ninno che sta spostando il castello degli orrori ben oltre il limite, imposto dagli ipocriti, del Garigliano. Perchè le “infiltrazioni” senza connivenza autoctona e locale non potrebbero mai avvenire.


29
Mag 14

“Lo Stato non esiste, è connivente”

Così o’ninno, o’ boss Antonio Iovine, uno degli artefici della distruzione di un territorio, della sua gente e della umiliazione costante dei suoi abitanti:

«Anche la parte politica che dovrebbe rappresentare la parte buona dello Stato in effetti non esiste:è connivente, se non complice». Quanto basta ad inculcare la «mentalità casalese»,specie nelle giovani generazioni.Vede è quella che definisco la regola del 5 per cento (tangenti degli appalti), della raccomandazione, dei favoritismi, la cultura delle mazzette e delle bustarelle che, prima ancora che i camorristi, ha diffuso sul nostro territoriolo Stato, del tutto assente nell’offrire possibilità alternative e legali alla nostra popolazione»

Ora al netto di tutte le considerazioni su un personaggio che la propria credibilità deve ancora dimostrarla e chissà per quali fini, quello che fa male rilevare è la conferma di uno Stato che in Campania e nel Sud, dai tempi della polizia affidata ai camorristi di Salvatore de Crescenzo, ha sempre scelto di delegare controllo del territorio e welfare state alla criminalità organizzata. Avallando, secondo anche quanto l’ex primula rossa sostiene, comportamenti disdicevoli e illegali. Se non altro quei settori dello Stato interessati ai voti dei clan, agli interessi e alle logiche di una industria nazionale che perdeva competitività sui mercati internazionali e che trovava nello smaltimento illegale dei rifiuti (al Sud ed in Africa), negli appalti truccati, un modo per abbattere radicalmente i costi da sostenere e per drogare il mercato.

Un complesso ramificato che raccoglieva voti e clientele e li trasformava in un sistema di potere trasversale, in cui luci ed ombre finivano per lambirsi e confondersi senza soluzione di continuità.

Un sistema che da una parte strizzava l’occhio fingendo di non sapere e dall’altra si offendeva quando qualcuno “osava” spostare i confini delle mafie e del malaffare oltre le latitudini meridionali dove, secondo vulgata, avrebbe voluto facilmente relegarli.

Il territorio moriva. Le denunce cadevano nel vuoto. Le informative dei servizi segreti (vedi il caso della discarica di Chiaiano) trasformavano le vittime (i manifestanti ed i comitati civici) nei carnefici.

l risultato? Un armageddon ecologico, antropologico ed imprenditoriale che ha svuotato e continua a svuotare la Campania ed il Sud, secondo quella che a volte appare una logica precisa, condita da campagne mediatiche ad hoc, e da una letteratura cinematografica che mitizza certi ambienti e personaggi, riducendo questa piaga ad un male circostanziato a quartieri e classi sociali, senza commistione alcuna con i colletti bianchi che siedono nelle stanze dei bottoni.

E quando qualcuno ha provato a restiture estetica e bellezza ai cittadini, tipo la Reggia di Carditello, s’è pure trovato di fronte i soliti intellettualoidi radical chic che “e sai quanti milioni di euro adesso per ristrutturarla”. Logico. Il bello rende liberi e pensanti. Ma i cittadini di certe aree devono rimanere silenti spettatori delle infiltrazioni liquamose delle manifestazioni di potere altrui. A Casale come a Scampia. Aree dove “o post” ha un prezzo. E se sei disperato e onesto o vendi calzini o, ti vendi l’anima al diavolo, paghi 50mila euro, e quel posto te lo compri.

Alle ultime elezioni europee, più di un meridionale su due non ha scelto alcun partito. Astenendosi, lasciando bianca la scheda o annullandola. E buona parte di chi ha votato, più che altrove, ha scelto comunque quella che viene definita “antipolitica”.

Mentre l’emigrazione continua, proseguono i roghi tossici,non si costruiscono asili, non si riparano le scuole e vengono tagliati i trasporti. Come se le mafie si colpissero solo con le leggi e non anche con la formazione.

E poi senti la Gelmini che “bisogna ripartire dal Nord”.

Fatelo per favore, anzi, jatevenne, andatevene proprio, lasciateci ufficialmente “soli”. Perchè la speranza come gli anticorpi non possono che venire dal territorio. Lo dimostrano tutti gli eroi dell’antimafia.


04
Mar 14

La mafia del cummenda colluso: ecco la banca per evadere il fisco

Non più tardi di una settimana fa scrivevo questo post, prendendo spunto da alcuni dati sulla prsenza mafiosa al nord, per cercare di dimsotrare che se le mafie si sono ben che radicate in quel di padania, non è soltanto colpa di un fenomeno di importazione. o meglio data quella premessa, “i locali” si sono adeguati al business che il sistema offriva.

E mettevo in evidenza alcuni punti:

  • Basta spluciare le sentenze per rendersi conto che , ormai, una parte dei condannati (e degli indagati) soprattutto tra politici e professionisti, non ha alcuna origine meridionale ( e la vicenda dello sversamento dei rifiuti tossici lo dimostra)  a sancire il fatto che pecunia non olet, soprattutto in tempo di crisi, e non si va troppo per il sottile quando si tratta di business. E che non è affatto un fenomeno regionalistico.
  • Quando qualcuno ha provato a far notare al lor signori su al Nord che le mafie si stavano bellamente infiltrando, un partito colorato di verde si piccò ma di brutto brutto brutto, dicendo che la mafia era roba da terroni e al Nord non esisteva. E la piovra ringraziava e faceva affari.
  • Si rimprovera (per qualcuno non proprio a torto, poi però pensi alla strage di Portella della Ginestra, di Capaci, di via d’Amelio e t’accorgi che occorre avere una potenza di fuoco pari a quella mafiosa perchè le chiacchiere sulla cultura e la mentalità vengono demolite dalla potenza del welfare state mafioso sui territori che controlla)  a noi meridionali, il fatto di non esserci mai ribellati alle mafie (però poi si scopre che la quasi totalità dei martiri della mafia sono meridionali, così come imagistrati che la combattono e le forze dell’ordine che compiono gli arresti).Tali rimproveri provengono con pruriginoso fastidio da quella intellighenzia radical chic cui mi verrebbe da chiedere perchè la stessa accusa non muove ai cittadini di altre zone del paese dove ormai la mafia è già bella che radicata. Biasimano il Sud per aver scelto una classe politica mafiosa (in realtà per quanto riguarda gli ultimi anni il porcellum, che calava dall’alto liste preconfezionate senza possibilità di scelta, era dichiaratamente padano), ma  come la mettiamo con la classe politica scelta dai cittadini del Nord?  Perchè hanno permesso tutto ciò? Per favore non adducete come motivazione il fatto che la maggior parte degli elettori sono emigranti e figli di emigranti chè allora vi meritate mutande verdi…Perchè l’onestà e la legalità non hanno origini territoriali o genetiche, come diceva Lombroso.

Ps ozioso: ma “I Promessi Sposi” (romanzo storico) con tutto il carico di mafioseria (dai bravi, all’innominato, fino a don Rodrigo) dove era ambientato? E la mafia del Brenta?

Oggi a conforto di quanto scrivevo una settimana fa ecco la notizia: la ndrangheta aveva messo su un vero e proprio sistema creditizio parallelo che da una parte riciclava denaro dall’altra veniva usato da imprenditori locali, in Lombardia, per evadere il fisco.

E’ una retata anti-ndrangheta che sembra avere aspetti incredibili. La squadra Mobile di Milano ha chiuso – queste le prime indiscrezioni – una specie di ‘banca autonoma’ della ‘ndrangheta. Era a Seveso (in provincia di Monza e Brianza) ed era gestita da un’organizzazione capace sia di riciclare con facilità il denaro di imprenditori che volevano evadere il fisco, sia di prestare soldi e di reinvestire in aziende sane. Gli ordini di cattura riguardano 34 persone.

“Come la banca d’Italia”. Il perno sul quale ruota l’indagine è Giuseppe Pensabene, ex soldato della famiglia Imerti nella guerra di ‘ndrangheta, diventato però al Nord un usuraio-ragioniere, capace di tenere a freno le armi e usare la testa. In un’intercettazione viene definito “come la banca d’Italia” ed era anche il reggente della Locale di Desio, il clan in larga parte sgominato dall’inchiesta Infinito. L’espressione viene ripresa anche dal gip Simone Luerti che nell’ordinanza di custodia cautelare scrive di Pensabene e del suo gruppo criminale: “Hanno operato come una vera e propria banca clandestina”.

Imprenditori collusi. Coinvolto, e non è la prima volta, il mondo delle attività produttive: già un anno fa Boccassini aveva lanciato un avvertimento in questo senso. Una decina sarebbero, infatti, gli imprenditori arrestati, proprio con l’accusa di riciclaggio o di concorso in associazione mafiosa. Come sinora non hanno parlato loro, così nessuna denuncia è stata presentata da altri imprenditori o commercianti vittime di usura: alcuni si erano messi al servizio del clan. Pochi i dettagli che trapelano dal blitz, ma sembra anche che, per la prima volta in maniera così vasta, ci siano sequestri preventivi di beni mobili e immobili del valore di alcune decine di milioni di euro, sia in Lombardia che in Calabria, ai danni delle persone finite nell’inchiesta firmata dai magistrati D’Amico e Ilda Boccassini.

Il meccanismo della frode al fisco. A servirsi della sua banca clandestina con addentellati anche all’estero (in Svizzera e nella Repubblica di San Marino) erano numerosi imprenditori incensurati. Alcuni si sono rivolti al clan con questo schema: emettevano assegni alle sue società e, in cambio di una percentuale del 5 per cento, riavevano indietro il denaro contante. Facevano, cioè, figurare spese corpose, ma inesistenti nella realtà, per frodare il fisco. (La Repubblica)

Allora, amici del Nord, ancora convinti che sia un fenomeno solo da terroni? Ancora certi che sia un fenomeno genetico ed endemico, come sostiene una folta schiera di intellettualoidi e giornalisti? Badate che anche al Sud fu fenomeno d’importazione e tenuto a bada fino al 1861, anno dopo il quale divenne “sistema” organizzato oltre le logiche da “banda di strada”. Io dico, con rabbia, che ormai ci siete dentro fino alla testa, nonostante i proclami di dirigenti con l’elmo cornuto in testa…


24
Feb 14

La mafia del “cummenda”

Scrive oggi il Fatto Quotidiano, a proposito delle infiltrazioni mafiose al Nord:

Le indagini realizzate dal 2009 al 2013 indicano che il 20 per cento dei cittadini di Piemonte, Liguria e Lombardia, ossia 1 su 5, è stato amministrato o rappresentato da almeno un politico accusato di affiliazione o concorso esterno in associazione mafiosa. Circa 75mila abitanti del nord-ovest dal 2011 vivono in un comune sciolto per mafia. E in questo quadro la provincia di Milano, con quella di Torino e Genova, risulta l’area in cui più forte è il tentativo di condizionamento dei risultati elettorali (GUARDA LA MAPPA INTERATTIVA).

Spulciando i documenti dell’antimafia e tenendo conto solo di politici in carica e candidati – e non di uomini di partito o funzionari, che pure figurano – si ricava un elenco di almeno 74 casi di avvicinamento tra rappresentanti delle istituzioni e criminalità calabrese (grande protagonista, pochissime volte affiancata o sostituita da Cosa nostra). La stragrande maggioranza dei casi non contiene alcun reato, e in ogni caso tutte le persone citate sono da intendersi innocenti fino all’ultimo grado di giudizio. Ma gli episodi tutti insieme tracciano una prima mappa inedita dell’assalto dei clan alla politica del Nord Italia. Emergono le scelte degli uomini legati alla malavita e quella rete di “relazioni esterne” dell’organizzazione criminale che, anche quando non ha rilevanza penale, contribuisce a fare della mafia un sistema di potere e non un semplice gruppo armato.

E prosegue, l’articolista, citando i vari tipi dir apporti che vanno dal semplice contatto, al sostegno elettorale al prospettiva di accordo tra le part fino alla presunta affiliazione.

Il mio amico, troll, Luca direbbe che a scorrere la lista dei coinvolti, una analisi ai nomi (processo che davvero non mi appassiona), ci si accorge che ci si trova sempre davanti a cognomi di origine meridionale, a dimostrazione del fatto che è un fenomeno non autoctono ma prodotto dalle emigrazioni dei terroni.

E a tal proposito, mi sovvengono tuttavia una serie di considerazioni:

  • Volendo ragionare da un punto di vista geografico, la medesima obiezione si può rivolgere alle mafie al sud. Essendo le medesime, come riconosciuto dai maggiori storici di mafie e dai magistrati che combattono o’sistema, un fenomeno di importazione. Francese o spagnolo, introdotto nel Regno di Napoli e di Sicilia. La dimostrazione è l’esistenza di una nota storiella che vorrebbe il primo patto di mafia camorra e ndrangheta siglato da tre cavalieri spagnoli Osso, Mastrosso e
    Carcagnosso. Mafie che da fenomeno delinquenziale sono diventate strutturate e infiltrate stabilmente, a seguito delle vicende risorgimentali, mosse dello scellerato patto per controllare un territorio che il Regno di Piemonte non riusciva a domare.
  • Basta spluciare le sentenze per rendersi conto che , ormai, una parte dei condannati (e degli indagati) soprattutto tra politici e professionisti, non ha alcuna origine meridionale ( e la vicenda dello sversamento dei rifiuti tossici lo dimostra)  a sancire il fatto che pecunia non olet, soprattutto in tempo di crisi, e non si va troppo per il sottile quando si tratta di business. E che non è affatto un fenomeno regionalistico.
  • Quando qualcuno ha provato a far notare al lor signori su al Nord che le mafie si stavano bellamente infiltrando, un partito colorato di verde si piccò ma di brutto brutto brutto, dicendo che la mafia era roba da terroni e al Nord non esisteva. E la piovra ringraziava e faceva affari.
  • Si rimprovera (per qualcuno non proprio a torto, poi però pensi alla strage di Portella della Ginestra, di Capaci, di via d’Amelio e t’accorgi che occorre avere una potenza di fuoco pari a quella mafiosa perchè le chiacchiere sulla cultura e la mentalità vengono demolite dalla potenza del welfare state mafioso sui territori che controlla)  a noi meridionali, il fatto di non esserci mai ribellati alle mafie (però poi si scopre che la quasi totalità dei martiri della mafia sono meridionali, così come imagistrati che la combattono e le forze dell’ordine che compiono gli arresti).Tali rimproveri provengono con pruriginoso fastidio da quella intellighenzia radical chic cui mi verrebbe da chiedere perchè la stessa accusa non muove ai cittadini di altre zone del paese dove ormai la mafia è già bella che radicata. Biasimano il Sud per aver scelto una classe politica mafiosa (in realtà per quanto riguarda gli ultimi anni il porcellum, che calava dall’alto liste preconfezionate senza possibilità di scelta, era dichiaratamente padano), ma  come la mettiamo con la classe politica scelta dai cittadini del Nord?  Perchè hanno permesso tutto ciò? Per favore non adducete come motivazione il fatto che la maggior parte degli elettori sono emigranti e figli di emigranti chè allora vi meritate mutande verdi…Perchè l’onestà e la legalità non hanno origini territoriali o genetiche, come diceva Lombroso.

Ps: ma “I Promessi Sposi” con tutto il carico di mafioseria (dai bravi, all’innominato, fino a don Rodrigo) ma dove era ambientato?


20
Feb 14

Viva la mafia chè ci da lavoro!

Titolo provocatorio ovviamente, che tuttavia rende l’indice su cui si muovono talune forme di consenso verso la holding della criminalità organizzata.

In pochi hanno visto quanto andato in onda a Presa Diretta, dove la presenza del magistrato Gratteri conferiva autorevolezza alle motivazione di un deprimente e paradossale fenomeno.

Che fine fanno le attività sequestrate alle mafie? Il racconto è desolante. Al netto delle considerazioni su quelle attività che si reggevano soltanto sulla forza del monopolio imposto dalle armi, al di là delle logiche di mercato, restano domande inquietanti: perché attività con decine di dipendenti, commesse e professionalità riconosciute, vengono lasciate morire a causa di scelte sbagliate della gestione e della amministrazione statale?

Risultato? Licenziamenti e fallimento e l’amara considerazione dell’ ambiente da bonificare: almeno con loro (i mafiosi) mangiavamo.

Consenso sociale vuol dire controllo del territorio ma anche pacchetti ingenti di voti da “vendere” al politico (ascaro) di turno e quindi favori e controllo delle scelte della politica.

Quando lo stato ha deciso di dire basta al welfare state della camorra, ovvero al contrabbando ampiamente tollerato nel dopoguerra, ha impiegato 2 (due) giorni per smantellare la rete dei contrabbandieri al dettaglio (parlo del contrabbando capillare fatto di innumerevoli banchetti sulla strada,maggiori al numero dei tabaccai stessi).

Perchè la attività sottratte alle criminalità non vengono invece affidate ad imprenditori o manager che la crisi ha condotto fuori dal mercato del lavoro e dell’impresa? L’attitudine ad intraprendere, del resto, uno non se la può dare, non sarebbe meglio conferirla a chi già la possiede? L’esempio più lampante è quello di un ristorante in Puglia, con prenotazioni per tutto il 2014 (costrette ad essere annullate) e lavoratori dalle indubbie qualità professionali, chiuso per il fallimento della cattiva gestione. Stavolta non mafiosa, ma dello stesso stato che l’ha confiscato alle mafie.

Il resto misura la distanza tra quello che siamo e quello che, in questo stato, non vogliamo più essere.


18
Feb 14

In Spagna: pachino e padrino, spopola la pizza di Cosa Nostra

Sarebbe opportuno che l’Unione Europea, tra le decine di direttive sulla giusta lunghezza del pinzimonio, intervenisse anche censurando le aziende che in questo modo, procurandosi comunque profitto, esaltano modelli e consuetudini che cerchiamo di combattere quotidianamente e che vorremmo scomparissero. Modelli che impediscono lo sviluppo dei nostri territori e lo condannano ad una costante subalternità. Modelli che non hanno proprio nulla di folcloristico.

E’ la volta della Spagna e la vicenda la racconta La Repubblica:

Sono diventato socio di un club che si chiama “La Mafia”. Ho fatto domanda d’iscrizione, fornito i miei dati personali – nome, cognome, data di nascita, indirizzo, numero di cellulare – e messo la mia firma su una scheda. Fra un paio di settimane riceverò anche una tessera, una carta fedeltà. Mi hanno comunque assicurato che già posso considerarmi uno di loro. Sono stato accolto con un sorriso e con queste parole: «Benvenuto nella nostra grande famiglia».

Ed ancora:

Sulla vetrina scintillante una rosa rossa e una grande scritta: La Mafia. E sotto, una scritta più piccola: la mafia se sienta a la mesa, la mafia si siede a tavola, cerimonie, comunioni, compleanni. Sono entrato. Alle 14 non c’è un posto libero, bisogna fare la fila. Venti minuti di attesa per noi, altri sono dietro e aspettano quasi un’ora davanti al cartello del”Menù San Valentino” (la festa degli innamorati o la strage di Chicago del ’29?) e intanto sbirciano dentro, fra quadri con facce di “don” e scene tratte da “Il Padrino”.

Sugli schienali delle sedie i nomi dei boss più feroci o famosi dell’epopea di Cosa Nostra: Vito Cascio Ferro, Lucky Luciano, Al Capone, Giuseppe Genco Russo. Il ristorante è invaso da famiglie con bambini, alcuni sono sistemati su seggioloni con il ritratto di un sosia di Vito Corleone che mangia spaghetti. C’è anche la “zona infantil”, giochi, animatrici e un menù “para los Piccolinos de La Mafia” a 8,50 euro. Si offrono caramelle, naturalmente marca “La Mafia”. Anche i piatti sono griffati. Indovinate come. I camerieri tutti vestiti di nero, foto rigorosamente in tema (brutti ceffi), cucina italo-mediterranea, prezzi medi, servizio veloce.

Perché questo ristorante si chiama “La Mafia?”. «Perché qui ne abbiamo tanta», risponde il caposala che mi fa accomodare a un tavolo e spiega che solo a Madrid ce ne sono altri quattro con lo stesso nome e le stesse vetrine, le stesse foto, lo stesso cibo. È una catena in franchising. Trentaquattro in tutta la Spagna, dai Paesi Baschi fino a Gibilterra. Entro il 2015 ne apriranno altri quindici, uno anche in Portogallo. E sempre con quella grande scritta: “La Mafia”.

E la mafie ringraziano per la reputation e l’appeal che queste idiozie regalano al “sistema”.


23
Nov 13

Le mafie, non più fenomeno territoriale

Molte volte su quest blog, un lettore , che spero legga questo post, sostiene la forte connotazione genetica e territoriale del fenomeno mafioso.

Mi diverto sempre a rispondergli che adducendo queste motivazioni, si finsice per non guardare al problema con occhio clinico, vuol dire lasciarlo crescere ed infiltrarsi. E che ormai i condannati di oggi non sempre hanno natali ed origini propriamente meridionali. Pecunia non olet e,soprattutto, non parlano alcun dialetto. Se c’è che compra, c’è sempre qualcuno che vende. A prescindere dal luogo di nascita.

E così è stato.

Nevio Coral, ex sindaco di Leinì, nel Torinese ed esponente del Pdl del Piemonte,  è stato condannato a dieci anni nell’ambito del processo Minotauro (che riguardano le infitrazioni della ndrangheta in Piemonte). La sentenza è arrivata dopo otto ore di camera di consiglio.

Come volevasi dimostrare.