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02
Ott 17

“Papà ma che vuol dire referendum alla napoletana”?

La domenica sera è una “mazzata in fronte” perché tra le altre cose, chi ha figli, sa che si torna studenti e bisogna costringere i bambini a “finire i compiti.”

Io, ieri sera, siccome non riuscivo a staccare mio figlio dall’ennesima riproposizione del film di quel gattone di Doraemon che deve salvare il regno di un cane parlante, ho deciso di cambiare canale e spostarmi sulla maratona Mentana, devastante per le velleità di qualsiasi ragazzino iperattivo (che poi, cane parlante per cane parlante, invece del gatto spaziale ma non è meglio Brian Griffin? Vabbè, questa è un’altra storia).

Insomma è stato l’unico modo per schiodare mio figlio dal divano e fargli riempire la paginetta di “the pen is on the table”.

Al ventesimo, più o meno, nel mentre mi appropinquavo all’abbiocco, mio figlio, che non è napoletano, ha alzato la testa e mi ha chiesto “Babbo che cos’è un referendum un po’ napoletano? Tu sei napoletano dovresti saperlo”.

“Che??!?! ”

“E che ne so così ha detto quel signore nella televisione che ha gli occhiali come Nobita, l’amico di Doraemon”.

“Un referendum un po’ napoletano?

Un referendum un po’ napoletano è una battaglia dove la gente preferisce farsi riempire di mazzate dalla polizia pur di poter dire quello che pensa liberamente. Pur di affermare un ideale in cui crede.

Quel signore lo sa bene, ha studiato, è un grande giornalista e si ricorda di quando Napoli, non molto tempo fa, si è ribellata a un’ invasione straniera, senza l’aiuto di nessuno.

I napoletani, pure con scope e bastoni, sono scesi in strada e hanno cacciato a calci nel sedere dei soldati che la occupavano e imponevano agli abitanti cosa fare e non fare. I napoletani si sono presi le mazzate, pure qualche proiettile, a qualcuno se lo sono portati via in treno e non è più tornato,  ma alla fine sono ritornati liberi. Forse, ma pure questa è un’altra storia.”

Mi ha sorriso, ha abbassato la testa e ha continuato a scrivere che “la penna sta sul tavolo”, mentre ricordavo di quando ero bambino io e sul canale 7 ( mio padre ci aveva sintonizzato Telecapri) la domenica,  c’era il film di “Mazinga contro Devilman”, Mentana aveva i boccoli nerissimi e si limitava a condurre il Tg1, e non eravamo costretti a dover chiedere spiegazioni a nessuno sulle ipocrisie ed i pregiudizi del mondo. Compresi quelli dei giornalisti radical chic.


08
Giu 17

Sul Corriere dello Sport: c’erano un italiano, un belga e un napoletano

Vi sembra l’incipit di una barzelletta? No sono istantanee di neorealismo sul giornalismo italiano.

Come più volte ho fatto notare, per gran parte degli autori degli articoli che leggiamo sui rotocalchi o dei servizi che ascoltiamo in tv, la connotazione geografica è fondamentale nell’individuazione e nella descrizione di una persona. Generando i pro ed i contro della notizia.

Se fino a qualche anno fa (ma ancora oggi) il fenomeno del richiamo alla provenienza geografica (napoletano, calabrese, siciliano, marocchino, nigeriano) era prevalentemente legato ad aspetti criminali, secondo i cui canoni, ad esempio, Paolo Sorrentino è l’italiano che vince l’Oscar, mentre Peppe ‘o malommo è il napoletano che spaccia a Milano, oggi l’appartenenza territoriale diventa fenomeno culturalmente identitario.

Come nei moderni sistemi operativi Apple o Linux trovate il napoletano, il sardo e il siciliano tra le lingue madri che potete scegliere per il vostro sistema operativo e così pure nel celebre motore di Job Search, Linkedin, anche le sceneggiature delle moderne serie tv americane, si sono adeguate, riservando all’identità napoletana una specifica peculiarità narrativa, ben distinta dall’italiano. Vi avevo scritto del telefilm Sense 8, prodotta da Netflix, ad esempio che potete leggere qui.

La questione ha evidentemente appassionato anche le penne della stampa sportiva italiana ed infatti sul Corriere dello Sport di oggi si legge che:

Il Napoli è una fantastica Torre di Babele: ci sono albanesi, spagnoli, senegalesi, algerini, croati, brasiliani, slovacchi, italiani, un belga ed un napoletano.

Separando di fatto, il buon Lorenzo Insigne (di fatto dimenticandosi, il giornalista del terzo portiere Sepe) dall’appartenenza nazionale italiana ed includendolo (secondo me a molta ragione) in quella propriamente napoletana. Con la propria cultura (troppo spesso frettolosamente e pregiudizialmente vilipesa), la propria lingua, la propria cucina, la propria storia e le proprie caratteristiche specifiche. E, speriamo, di depurarla di tutti quei connotati pregiudizievoli che l’ hanno accompagnata fino ad ora.


11
Mag 17

Netflix, Sense 8: Italiana? No napoletana (video)

L’affermazione dell’identità napoletana in ambito televisivo, inaugurato da Sofia Loren, seguita da Bud Spencer, trova nuove manifestazioni anche nelle serie televisive americane. Nella fattispecie, nel telefilm Sense8 prodotto da Netflix.

Nella seconda serie ho avuto modo di ascoltare un dialogo tra il tenebroso padrone di casa ed alcuni “ospiti”, nell’introdurre l’assistente:

“Lila è napoletana”

“Italiana?”

“Napoletana”

Oltre i doppiaggi alla commissario Winchester o Genny Savastano, un omaggio identitario e municipalista, da parte delle sorelle Wachowski (quelle di Matrix, ma a quel tempo erano ancora i fratelli Wachowski), piuttosto originale e che trascende i limiti del gomorrismo triviale e cafone.


14
Ott 16

La supercazzola dei questionari discriminatori inglesi: ecco lo standard linguistico internazionale (con napoletano e siciliano)

Cattura

Più i giorni passano, più ci si rende conto che la presunta discriminazione del governo inglese nei confronti di napoletani e siciliani è in realtà una gigantesca supercazzola montata dal paese d’ ‘o sole (con la coscienza sporca. La stessa per cui “napoletano” diventa insulto e presunzione di colpevolezza).

Diciamolo francamente tutto nasce per una mala interpretazione o una conoscenza superficiale di quanto avviene oltre i confini del giardino di casa (alimentata forse dalle dichiarazioni di quel ministro inglese che invocava la pubblicazione delle liste dei lavoratori stranieri e dalle minacciose suggestioni dettate dalla Brexit). Aggravato, il tutto, dall’imbarazzo e da una reazione maldestra  del Foreign Office di Sua Maestà che, fondamentalmente, non aveva ancora capito quale fosse il nocciolo del caso montato in Italia. Ed alla fine, nel dubbio, ha chiesto scusa a prescindere.

L’ho scritto già altre volte, il questionario made in Uk viene proposto da anni anche dal governo Usa per chi cerca lavoro nel paese a stelle e strisce, con le medesime modalità di selezione (siciliano o napoletano). Anche il celebre network di ricerca lavoro Linkedin propone la stessa scelta e, napoletano sardo e siciliano, appaiono nei menù di scelta linguistica dei sistemi operativi Apple.

Tutte discriminazioni? No. Trattasi di rispetto degli standard ISO 639. Che cosa è?

Ce lo spiega Wikipedia:

ISO 639 è uno standard internazionale per la classificazione delle lingue umane, che attribuisce a ogni lingua (o famiglia di lingue) un codice identificativo univoco.

Lo scopo dell’ISO 639 è creare un catalogo universalmente riconosciuto di codici convenzionali, un indice che permetta di indicare le singole lingue senza ambiguità, grazie ai codici a esse associati.

L’ISO 639 è stato approvato per la prima volta nel 1967, ma si compone di differenti sezioni (numerate da -1 a -6) che sono state pubblicate e aggiornate più volte nel corso degli anni fino al XXI secolo. Gli standard più comunemente utilizzati sono l’ISO 639-1 e l’ISO 639-3.

E a proposito dell Iso 639-2, che contiene l’indicazione convenzionale del napoletano e siciliano in ambito internazionale:

Lo standardISO 639-2, seconda parte dello standard internazionaleISO 639, è un elenco di codici a tre lettere identificativi dei nomi delle lingue. È stato pubblicato per la prima volta nel 1998 con il nome Codici per la rappresentazione dei nomi delle lingue—Parte 2: Alpha-3 code.

Diciamo che tutta questa tempesta in un bicchier d’acqua è stata scatenata da chi osserva con gli occhi maliziosi della discriminazione quanto avviene nel tinello di casa. Dispiace solo che l’ambasciatore Terracciano (quello de “siamo uniti dal 1861”) ci sia caduto dentro, sollevando una obiezione che, al contrario, andrebbe rivolta soprattutto entro i confini italiani.

Si continua a voler giustificare e rappresentare l’Italia “una d’arme, di LINGUA, d’altare”, imponendo un modello linguistico unico irrispettoso delle differenze che vi sono (da secoli) e che paradossalmente vengono riconosciute e tutelate a livello internazionale.

 

 


12
Ott 16

Caro ambasciatore a Londra, quanta ipocrisia. Raccontiamo agli inglesi delle discriminazioni made in Italy?

Caro ambasciatore (napoletano) a Londra Terracciano  quanta ipocrisia. Di cosa parlo? Della richiesta, rivolta con cipiglio, al governo inglese,  di modificare i form in cui si chiedeva ai genitori italiani emigrati in UK di indicare la propria appartenenza etno-linguistica (napoletano,sardo o siciliano). Terracciano avrebbe scritto, secondo quanto ho letto su La Stampa, “siamo un Paese unito dal 1861”.

Beffardo ricordarlo proprio all’Inghilterra. Paese, determinante nella sponsorizzazione e nella realizzazione dell’unità oltre che nella scelta del sovrano che avrebbe dovuto fare la nuova Italia.

Quanta ipocrisia, tutta tipicamente italiana. Quante voci che si levano dai media, indignati contro una scelta che ha i prodromi della sua realizzazione proprio da noi, nel “paese d’ ‘o sole”, dove da oltre 150 anni, l’appartenenza geografica (napoletano, siciliano) sovente costituisce motivo di insulto, pregiudizio o, peggio, discriminazione.

Sono anni che denuncio su questo blog chi fa informazione con una certa pruderia distinguendo il napoletano dal novero degli italiani. Vi incollo qualcosina di vecchio qui sotto:

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Pillole di cronaca locale, di qualche anno fa, che crea ed alimenta lo stereotipo del negro, del frocio, del rom e del napoletano.

A cominciare dai cori negli stadi che da qualche anno sono stati anche derubricati dalla fattispecie di “discriminazione territoriale”. Per fare un favore alle società ora si tacitano le coscienze con una semplice sanzione pecuniaria.

Mi piacerebbe raccontare al Foreign Office, cui si stanno rivolgendo gli italici risentiti strali, dei vent’anni di un partito xenofobo e razzista (proprio contro i meridionali) al governo del Paese che lei, ambasciatore, rappresenta, oppure delle piccole discriminazioni e del pregiudizio che alberga nell’appartenenza territoriale: dall’rc auto pagata più del doppio solo perché si è napoletani (mandando affanculo principi di civiltà giuridica come la personalità della responsabilità penale), dal costo del denaro più alto perché si  vive in Calabria, dalle aziende di noleggio auto che ti impediscono di recarti da Milano a Napoli o te lo consentono pagando sovrapprezzi non richiesti alle altre tipologie di utenti residenti a nord del Garigliano (leggi qui, ancora qui, ed anche qua), o di quelle aziende di telefonia che ti chiede condizioni di pagamento del canone diverse a seconda della residenza, delle case e delle camere “non si affitta ai meridionali,  e poi  di quell’operaio di Casal di Principe non assunto nell’Emilia post terremoto perché ..casalese, fino alle black list delle agenzie interinali che chiedevano, correva l’anno 2011, di non assumere “gay e meridionali” come raccontava anche una inchiesta de La Repubblica (se volete approfondire basta cliccare sui link che vi ho incluso, giusto per gli esegeti ed i fondamentalisti delle fonti).

Allora, caro ambasciatore, cara stampa italiana, cara opinione pubblica bigotta, ma di cosa stiamo parlando? E se gli inglesi avessero preso esempio dagli italiani?


09
Ott 16

Clamoroso UK: ti chiedono se sei siciliano o napoletano. Discriminazione o valorizzazione identitaria?

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La notizia la riporta il Messaggero raccogliendo la denuncia di alcuni cittadini emigrati in Inghilterra. Questo si legge nell’articolo:

 «Lei è italiano, siciliano o napoletano?». Questa richiesta della burocrazia di Sua Maestà ha fatto storcere il naso a molti connazionali che vivono oltre Manica. E in tanti, dopo l’estemporanea iniziativa degli uffici pubblici inglesi del dopo Brexit, ancora si chiedono se si tratta di una forma di sondaggio voluto proprio per evitare che vi siano discriminazioni o una paurosa gaffe etnica.

La questione non dovrebbe suscitare clamore né imbarazzo visto che qualche anno fa avevo riportato analoga iniziativa del Governo Americano, che chiede, nell’application form di chi intende cercare lavoro, la propria appartenenza linguistica.

Anche Linkedin, il celebre portale di network professionale, prevede la  possibilità di dichiarare la propria origine linguistica (o etnica?).

In tanti lo ignorano, o forse, mossi dalle dichiarazioni del ministro inglese sulle liste di lavoratori stranieri, ne hanno subodorato la discriminazione.

Tanti italiani emigrati oltremanica se ne sarebbero accorti al momento dell’iscrizione dei propri figli a scuola.

Al Gazzettino una docente dichiara:

«All’inizio pensavo fosse uno scherzo, di quelle bufale che si trovano su Internet, ma poi per capire meglio ho chiamato la persona, una mia cara amica, e lei mi ha confermato tutto». Michele La Motta, da 25 anni a Cambridge, di origini partenopee ma di fatto inglese, commenta: «La signora mi ha detto che doveva iscrivere la sua bambina al primo anno di quella che in Italia è la prima media. Qui ormai si fa tutto online. Al momento di descrivere la nazionalità, sul modulo ha però trovato alcune opzioni che fino a poco tempo fa non c’erano».
In effetti le categorie presenti sul sito governativo (che poi riportava a quello della scuola) erano sempre state molto chiare e semplici: britannico bianco, scozzese, irlandese o gallese; bianco europeo o altre nazionalità.
«Ora invece tutto sembra cambiato -continua il docente che a Cambridge insegna Italiano e Spagnolo -, al posto di bianco europeo sono state aggiunte diverse opzioni e quando si arriva all’Italia compare questa scritta: Italian (Any Others), Italian (Napoletan) e Italian (Sicilian). Non ci volevo credere, ma è la pura verità. Infatti abbiamo scritto pure ad un giornale locale per capire cosa stesse accadendo».

E un ricercatore sardo, cui pure era stata chiesta la propria appartenenza etno linguistica avrebbe pure ricevuto la spiegazione da parte delle istituzioni inglesi:

«Anche a me è capitata la stessa cosa – testimonia Matteo Cadeddu, giovane fisico ora all’Istituto nazionale di astrofisica di Cagliari-, addirittura, dopo che mi avevano chiesto se ero sardo mi hanno pure domandato se mi sentissi più tedesco che italiano e, a dire il vero, la cosa un po’ mi ha infastidito. Mi hanno poi spiegato che è una forma di sondaggio voluto proprio per evitare che vi siano discriminazioni. Le istituzioni inglesi sono obbligate a farlo e i dati vengono utilizzati da un ente esterno che verifica che statisticamente non sia stato rifiutato nessuno per la sua etnia, mah sarà…».

Il giornalista e scrittore Gigi Di Fiore, invece, esulta ravvisando nella circostanza  un chiaro riconoscimento identitario:

Nei moduli di iscrizione alle scuole inglesi, si scopre che è inserita una differenza, di identità e lingua, tra italiani, napoletani e siciliani. La notizia è oggi pubblicata sul Mattino e sul Messaggero in edicola (http://www.ilmessaggero.it/…/gran_bretagna_iscrizione_scuol…), interpretata come discriminazione. Si tratta di un riconoscimento culturale ad una lingua autonoma, da storia antica, che è inserito da tempo come titolo nelle richieste di curriculum delle aziende americane. 


14
Mar 16

Il napoletano si sa è un po’ mariuolo e io da stamattina sto diventando bergamasco

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Sono le 15.45 e sono disperato. Mi sono svegliato alle 5.30. Dall’alba a questo preciso istante, vi sembrerà incredibile (e lo sembra anche a me): non ho ancora esploso alcun colpo di pistola e non ancora “arrubbato a nessuno”.

Si ho suonato un po’ di mandolino, lo confesso ed ho mangiato gli spaghetti con le mani ma…”pizza pizza marescià” vi giuro che sto ancora a secco.

Mo’ sia l’Espresso che il famoso pizzologo piemontese Ferrero (lo so direte voi, ma con quel cognome non ne capisce solo di cioccolata? E che vi devo dire..a ciocculata acopp e i maccarun ‘a sott) si sono veramente intossicati.

In questo momento mi ha pure mandato una email il mio sindaco che tiene il conteggio di tutti i furti e le sparatorie dei cittadini, se non raggiungiamo il quorum entro le 16 ci manda affanculo pure Barbara D’Urso:

“Uagliò tu ci stai facendo abbassare la media e ci stai facendo fare una figura di merda con tutti quanti. Hai sentito che ha detto il pizzologo su Rai 3? Il napoletano è un po’ mariuolo. Hai letto che sta scritto su l’Espresso ? “Sparanapoli” e tu niente di meno da stamattina non hai ancora arrubbato o sparato a nessuno?! Allora sei vuoi fare il bergamasco dimmelo chiaramente facciamo prima! Chiedi la residenza in Lombardia e lievt ananz che ci fai perdere odiens!

Chiedo scusa a tutti. Vado a toccare le femmine e a rubare un po’, io voglio restare napoletano. E che miseria.


28
Gen 16

Zingaro, napoletano e finocchio: il tariffario del pallone

Alla fine della fiera è trascorsa una settimana dal mega pistolotto a reti unificate sul “finocchio” buttato da Sarri a Mancini. Ve lo ricordate? Pure su Rai Yoyo, in un talk show tra papà Pig e Orso di Masha&Orso, si era affrontato l’argomento con tanto di analisi antropologica  e sociologica sui napoletani (che ci sta bene sempre) e di indignazione sulla becera espressione del mister (l’aspetto pardossale era rappresentato dalle elite radical chic partenopee che chiedevano scusa a chiunque, a prescindere per una grottesca manifestazione di proprietà transitiva che estendeva le colpe del mister toscano sulla universalità del popolo napoletano. Mah.) Parliamoci chiaro, se Sarri fosse stato ancora allenatore dell’Empoli e/o il Napoli non primo in classifica, avremmo parlato del nulla. Purtroppo.

Quando andavo scrivendo della profonda e volgare strumentalizzazione (zotica quanto “il finocchio”, e il “ricchione” ascoltato sulle panchine) di una grande battaglia di civiltà, tutti facevano finta di non capire. Insomma una questione trattata dall’universo dell’intellighenzia e dal bestiario italico come uno scontro di civilità, diventava, a mio parere, nient’altro che una goffa battaglia tra ultras, sancita dalla parola definitiva della Lega Calcio. Ventimila euro di qua, cinquemila di là e vissero tutti felici e contenti.

La conferma a quanto dicevo, domenica scorsa.

Venti minuti di ininterrotti cori, a Genova, contro Napoli città (colera) e napoletane, si badi la scelta sessista (cui si augurava un tumore) e napoletani (“peggio degli extracomunitari” si ascolta in un video dell’arrivo del bus della squadra partenopea e finanche nella civilissima tribuna). Avete letto editoriali lunghi giorni sull’argomento? Avete notato la somministrazione di analisi antropologiche e sociologiche sui tifosi doriani? E la stampa, quella fighetta e radical chic si è affrettata ad aggiornare i propri blog dove il politically correct è più falso di una banconota da 2 euro e segue solo le logiche del capitale del proprio editore? E quel Severgnini che si era lamentato dei troppi fischi allo stadio San Paolo (napoletà, e che cavolo, esultate meno e siate meno rumorosi.Sic!) ha rilasciato qualche dichiarazione (supercazzola) sul giornale della borghesia italiana? Nulla. Anche qui interverrà la Lega Calcio, qualche migliaia di euro e laverà le coscienze di un paese omofobo e razzista (altro che brava gente).

Domenica sera, il bis. Un calciatore che sarebbe poi anche il secondo capitano della nazionale di calcio italiana, inquadrato dalle telecamere, così si rivolge ad un collega: “muto, zingaro di merda”. Anche in questo caso, in una di quelle trasmissioni calcistiche dal nome esotico, il capolavoro è di un giornalista ultras che, con audaci alchimie filosofiche riesce a giustificare l’ingiustificabile (‘a fede carcistica nun se discute, se ama). Zero analisi sociologiche proiettate dal colpevole alla sua tifoseria.

Il colpo di teatro (ahimè, privo di palcoscenico) è di ieri: uno scherzo telefonico al giudice sportivo Tosel (quello col tariffario su omofobia e razzismo un tanto al chilo) conferma quanto si sostiene da tempo. Con l’elezione di Tavecchio a presidente della FIGC (quello che chiamava mangiabanane i giocatori di colore) le società si sono accordate per irrogare una sola sanzione pecuniaria ai cori di discriminazione territoriale (quelli che riguardano Napoli ed i napoletani). E poi la conferma: “tutte le società di calcio sanno che dovranno pagare almeno 20mila euro quando ospitano” il Napoli calcio perchè sono certi che le proprie tifoserie invocheranno lava, tumori e vaghe teorie lombrosiane sui sostenitori napoletani. Ma tant’è, meglio quello, che la squalifica e la chiusura delle curve (a quanto pare anche con la complicità di chi dovrebbe rappresentare pure l’interesse dei supporter napoletani).

Ecco signori, questa è l’Italia perbenista e bigotta che la mattina va in piazza per difendere la famiglia e la sera si rivolge alle cure di Fernandina, che scrive editoriali contro quell’omofobo di Sarri e poi allo stadio urla “napoletano coleroso”, che si indigna sommamente contro i barconi affondati dei migranti ma al primo semaforo non disdegna uno “zingaro di merda” al lavavetri,

Questa è l’Italia curvarola, specchio dei suoi stadi e degna rappreseentazione dei suoi media accattoni, l’Italia che si lava la coscienza omofoba e razzista con qualche migliaio di euro.

 


05
Nov 15

La “llengua nosta”, la nostra lingua, comunicazione complementare e identitaria

In un post sul proprio blog, lo scrittore e giornalista Gigi Di Fiore traccia il profilo della “llengua nosta”, la nostra lingua, quella tradizionalmente identificata come “napoletana”.

Scrive Di Fiore:

Già, la nostra lingua, quella che si considera dialetto e che, invece, nei secoli andati era uno strumento di comunicazione così diffuso da essere utilizzato per libri ultra citati come, tra il 1634 e il 1636, Lo cunto de li cunti di Giovanbattista Basile. Un libro di 50 fiabe che Benedetto Croce tradusse in italiano, definendolo “il più antico, il più‚ ricco e il più artistico tra tutti i libri di fiabe popolari”. E la lingua non era stata certo un impedimento. Anzi.

Ed ancora:

Napoletano lingua o dialetto? Negli Stati Uniti, viene considerato titolo nei curriculum di assunzione la conoscenza anche del Neapolitan language. Sia per le aziende privare sia per la pubblica amministrazione. Spiegabile: in quel Paese, la massiccia emigrazione tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 proveniva soprattutto dal Sud d’Italia, tanto che negli States gli italiani sono identificati spesso con i napoletani o i siciliani.

E prosegue:

Già nel 1887, 26 anni dopo l’unità d’Italia, Raffaele Andreoli pubblicò un vocabolario italiano-napoletano, che dimostrava la necessità di un traduttore in aiuto degli italiani di altre regioni, sulla parlata meridionale. D’altro canto, è noto che, nella guerra del brigantaggio, gli ufficiali piemontesi avevano bisogno degli interpreti quando dovevano interrogare un prigioniero.

E conclude:

Non risulta che uguale successo, o uguali tentativi facciano bravissimi cantanti o cantautori di altre regioni d’Italia. Insomma, la llengua nosta resta patrimonio culturale della Nazione italiana. Finita l’autonomia politica della Nazione napoletana con l’unificazione del 1861, ne restano le eredità culturali e storiche che non si possono cancellare.  Oggi, la lingua napoletana è una ricchezza in più, un elemento distintivo di radici e identità. Non certo un sostitutivo dell’italiano.

Qui potete trovare l’articolo completo


02
Ott 15

Su Linkedin: Napoletano, Siciliano e Sardo sono lingue madri

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Avevo già scritto qualche tempo fa di come, soprattutto le aziende statunitensi, riconoscessero il napoletano, insieme al siciliano e al sardo, come lingue madri, inserendole nei menù a tendina in cui selezionare le proprie abilità linguistiche (insieme a tutte le altre lingue del mondo, dall’albanese all’uzbeko) . Succede sia nel caso di una application form del governo americano o sia nella scelta della lingua di riferimento per applicazioni da smartphone come nel caso della Apple, che ha consente su tutti suoi device la possibilità di selezionare siciliano e napoletano come vere e proprie lingue madri.

Del resto che queste ultime, ma pure veneto e sardo, siano lingue riconosciute dall’Unesco ormai lo sanno anche i paracarri.

Ho scoperto, quasi per caso, che anche il social  Linkedin, impiegato principalmente per lo sviluppo di contatti professionali, non un “facebbuccolo” qualunque diciamo, ma un applicativo che consente di mettere in bella mostra tutte le proprie capacità ed attitudini curriculari per poter trovare uno di quei lavori dai sontuosi nomi anglofoni (project manager community, senior seo, social media manager, business project manager ecc..ecc..), da la possibilità di scegliere tra le lingue parlate, proprio il napoletano, il sardo ed il siciliano, al pari di tutte le altre del mondo (per inciso, inutile provare ad inserire: romano, milanese, torinese ecc…, colti da fuorore da invidia glossae)

Ahhh se lo sapesse mamma che mi vietava di parlare in “dialetto” perchè era da “scostumati”….

Piccola postilla: proprio perchè lingue, andrebbero studiate con tutto il bagaglio grammaticale che comportano, visto che la stragrande maggioranza dei “madrelingua” credono di parlare e scrivere correttamente gli idiomi di cui sopra commettendo imperdonabili e grossolani strafalcioni.