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24
Giu 17

Pierluigi, arbereshe e calabrese stregato da Napoli

Pierluigi l’ho conosciuto a Roma, per caso. Se non fosse stato per lui, non mi sarei mai interessato ai temi del meridionalismo.

Terrone calabrese, non solo, arbereshe (comunità albanesi giunte in Italia per sfuggire alle persecuzioni dell’impero ottomano) ed ebreo, Pier mi ripeteva sempre che la sua capitale era Napoli, memore di una comune nazionalità preunitaria e la comune appartenenza ad una minoranza da sempre perseguitata.

Pierluigi, tiene l’arteteca (una certa insofferenza più vicina alla saudade sudamericana), e per placarla non sta mai fisso in un luogo soltanto, confidando nel sollievo che solo il viaggio può offrire (una volta è stato anche immortalato dalla macchina di un fotografo famoso).

Era più o meno Natale, quando era a Londra e riempiva la sua (e mia e di tutti i suoi amici) bacheca Facebook di post veramente tristi (abboffando anche un po’ la guallera). Allora gli dissi: ” Pierluì, ‘o frat, senti a me, vattene un paio di mesi a Napoli, è terapeutico”.

Da qualche settimana si è trasferito in un vascio del centro storico di Partenope ed ogni giorno racconta, con gli occhi del turista, l’insostenibile leggerezza, carica di follia, della quotidianità napoletana.

Quello che ha scritto ieri volevo condividerlo:

Mi ha sorpreso lo sguardo, gli occhi sgranati della mia cara compagna Isabella, venuta a trovarmi ieri sera per la presentazione del suo libro lunedi. Isabella, non e’ un’educanda vissuta nei collegi svizzeri e le cui uscite erano i balli delle debuttanti a Vienna. Tutt’altro. E’ una che nei 6 vissuti in Sud America ha insegnato ai guerriglieri nelle carceri, conosciuto personaggi incredibili. Eppure anche lei e’ stata colpita dal fascino di Napoli.
Ieri, subito dopo che e’ arrivata, doveva trovare un parcheggio per la sua auto. Gilda, si e’ data da fare, anzi ha preso e guidato la sua macchina e con lei sono andate a trovare parcheggio.
Piu tardi siamo andati in una pizzeria ‘mponde a Maddalena. Ed e’ li che ha potuto vedere la vera Napoli. Mentre a me, ormai dopo 3 settimane e’ diventata la realta’, capisco che per uno che proviene da un altro posto o dal profondo nord, puo’ essere destabilizzante. I camerieri, alcuni slavi, parlavano e si esprimevano solo in Napoletano. Fino a quando all’improvviso siamo stati accerchiati da un gruppo di Senegalesi con il costume tipico e i visi truccati con i tamburi. Cantavano canzoni tipiche dell’Africa finendo con Mama Africa, Mama Senegal, Mama Napoli. (Saltando l’Italia). Poi cantano l’inno dei tifosi napoletani con alcuni di loro che interrompevano con HIGUAIN SI NA LOTA e per finire con O ‘Sarracino di Carosone ed e’ li che tutti hanno iniziato a ballare. Quando chiedevano i soldi tra i tavoli era, ovviamente, in Napoletano stretto. Roba che se fosse stato presente salvini sarebbe morto d’infarto.
Andiamo poi a fare una passeggiata e notiamo un cumulo di cartoni, ben riposti, al centro di una piazzetta. Al ritorno vi erano 2 camion e molti netturbini che li stavano rimuovendo. Rassicuro Isabella con un: Isa qui non siamo a Roma, siamo a Napoli.
Oggi andremo al gaypride…spero che regga…lo shock..


05
Giu 17

Limes: Napoli non è più Italia, il Nord ha licenziato il Sud

Su questo blog lo vado scrivendo da ormai 5 anni, venendo tacciato immeritatamente e senza alcuna ragione di neoborbonismo. Ed invece ecco che la rivista italiana di geopolitica per eccellenza, Limes, per bocca di Isaia Sales, prende una posizione chiara e netta su una realtà di fatto: Napoli non è più Italia per esplicita volontà politica di una parte del Paese.

La capitale del Mezzogiorno è stata diffamata e abbandonata dai poteri italiani. Un burrone geopolitico e culturale taglia la penisola. Il divario economico è tornato al 1965. Ma nell’immaginario globale questa città incarna l’italianità.

alla domanda su chi comanda a Napoli, bisogna partire da una premessa semplice: quanto Napoli e il Sud contano negli equilibri della politica nazionale? Le due cose sono strettamente legate e interdipendenti. Si è consumato da tempo un distacco, quasi un divorzio tra la classe dirigente nazionale e la città più importante del Sud dell’Italia. Le relazioni tra Napoli e i vertici del sistema politico e di governo della nazione sono caratterizzati da una lunga, algida indifferenza intervallata da brevi scoppi di attenzione, particolarmente quando si verifica qualche episodio criminale che impressiona l’opinione pubblica nazionale. Per cui chi comanda a Napoli e nel Sud non comanda nella politica nazionale, non vi ha più un ruolo centrale, come è avvenuto dal secondo dopoguerra in poi fino al ventennio di Antonio Bassolino. È un potere locale senza proiezione e influenza nazionale. Un potere dimezzato.La cultura politica ed economica del paese è oggi senza dubbi e senza imbarazzi pienamente ameridionale. Il fatto che l’obiettivo della «separazione» sia scomparso dal linguaggio politico della Lega di Salvini può semplicemente dire che la missione è stata compiuta senza scontri, tensioni e modifiche istituzionali. Si può essere separati senza ratifica giuridica, vivere nello stesso paese ed essere estranei. Oggi il Sud e la sua capitale sono estranei alla nazione. Dispiace, ma bisogna prenderne atto.(fonte: Limes)

Tutto ciò è stato fatto scientemente, inducendo anno dopo anno, i cittadini del Sud, a immaginarmi non meritevoli di appartenere all’altra parte del Paese. Figli di un Dio minore che si è fermato al Garigliano e non è andato oltre.


25
Mag 17

Quella leggenda metropolitana che alimenta pregiudizi

Nell’immaginario collettivo nazional popolare, molto spesso, per addurre ragioni e motivazioni alla presunta indolenza, furbizia e propensione all’illegalità dei napoletani, viene riproposto l’esempio della maglietta con la cintura di sicurezza disegnata sopra, per ingannare chi ne dovrebbe far rispettare la prescrizione.

Una creazione che, all’indomani dell’introduzione dell’obbligo delle cinture di sicurezza in Italia, secondo la vulgata, sarebbe servita per evitare il “fastidioso” accessorio.

In pochi sanno invece che, quella creazione, successivamente effettivamente realizzata semplicemente come oggetto di culto da vendere online, è nient’altro che una leggenda metropolitana. Mai esistita.

Il frutto di un esperimento di ingegneria sociale. Lo spiegò qualche tempo dopo Claudio Ciravolo, psichiatra ed artefice della bufala:

 

La storia delle magliette con una cintura disegnata sopra, che i napoletani avrebbero inventato per ingannare il vigile, è la prima leggenda metropolitana nata in laboratorio; un esperimento del primo legendmaker della storia della comunicazione che non solo ha permesso di studiare i meccanismi di diffusione e la velocità di propagazione a breve e lungo termine, ma anche di convalidare l’ipotesi di leggende realizzate da abili comunicatori (al sevizio di aziende) a scopi vantaggiosi o per arrecare danno ai concorrenti. E’ stato inoltre molto utile nella comprensione delle dinamiche della smentita. Benché la notizia che si trattasse di una storia falsa abbia occupato grandi spazi su tutti i media del mondo, è ancora oggi, una delle leggende più raccontate.Perfino sulle pagine de L’Espresso in un articolo di un grande giornalista e scrittore come Giorgio Bocca viene (gennaio 2008) considerata un storia vera.

Questa stessa leggenda, a distanza di 10 anni, ha permesso una nuova e importante conquista: la dimostrazione che è possibile utilzzarla in una efficace comunicazione sociale. Il suo inventore, Claudio Ciaravolo insieme con Olympia Pratesi l’ha impiegata come testimonial nella campagna per le cinture di sicurezza che ha realizzato in Italia per il Ministero Lavori Pubblici nel febbraio 99. Dopo anni di campagne in molti paesi del mondo, sulle tecniche più idonee a promuovere l’uso delle cinture di sicurezza esistono ormai moltissimi studi.


18
Mag 17

Napoli, 27 maggio: giornata mondiale del gioco

 

GIORNATA MONDIALE DEL GIOCO
Sabato 27 maggio 2017, ore 10.00 – 14.00
NAPOLI, VILLA COMUNALE – LATO PIAZZA VITTORIA

Sabato 27 maggio si celebrerà la Giornata Mondiale del Gioco. Promossa dall’Assessorato al Welfare del Comune di Napoli – Servizi Politiche per l’Infanzia e l’Adolescenza in collaborazione con la Ludoteca del Comune di Napoli e la Cooperativa Sociale Progetto Uomo, l’iniziativa trasformerà la Villa Comunale in un grande spazio ludico organizzato nelle nove aree tematiche Spazio Urbano, Scienza, Strada, Sana Alimentazione, Corpo, Arte, Mente, Sentimenti, Musica. L’evento rientra nell’ambito del programma Una Città per Giocare, un progetto di interventi condotti nelle dieci municipalità della città di Napoli, che verrà presentato durante la conferenza stampa di lunedì 22 maggio, alle ore 11.00 presso la Sala Giunta del Comune di Napoli e proseguirà con un fitto calendario di appuntamenti, fino al 30 giugno.
Una Città per Giocare è l’iniziativa portata avanti nelle dieci Municipalità di Napoli dall’Assessorato al Welfare in collaborazione insieme con la Ludoteca Comunale e la Cooperativa Sociale Progetto Uomo, che nel 2013 ha inaugurato Melagioco, il primo centro di cultura ludica in Regione Campania. L’intento è accrescere la diffusione di questa cultura e creare luoghi e momenti di aggregazione, partecipazione e cittadinanza attiva per adulti e bambini, perché per costruire una città amica dei più piccoli, è indispensabile che anche i grandi riscoprano il valore del gioco quale elemento sociale, di dialogo fra le generazioni e di recupero dei territori. Il progetto, che prevede interventi livello locale con la creazione di spazi e aree attrezzate per il gioco, avrà come vetrina un grande evento, organizzato a partire dalle ore 10.00 in Villa Comunale (lato Piazza Vittoria), in occasione della Giornata Mondiale del Gioco di sabato 27 maggio, istituita dalle Nazioni Unite nel 1999 su iniziativa di Freda Kim, presidentessa dell’Intenational Toy Library Association (ITLA), per affermare il Diritti al Gioco sancito dalla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’infanzia e dell’Adolescenza. Una città per giocare, rappresenta è un progetto per i territori e tutte le realtà che vi operano. L’Obiettivo generale è dare un contributo allo sviluppo sostenibile di Napoli, in linea con le indicazioni dell’Agenda 21. Nelle nostre città, lo spazio ludico è stato circoscritto ad aree recintate, che creano una forte separazione fra le generazioni. La totale negazione ai bambini del contatto con la natura, o della possibilità di costruirsi il proprio spazio-tempo, inibisce la creatività. Gli Obiettivi specifici sono riqualificare un numero consistente di spazi-gioco e luoghi di incontro fra coetanei, promuovendo il concetto di vivibilità della città attraverso il gioco, riscoprire il proprio quartiere, favorire la nascita di reti formali e informali di promozione di percorsi di formazione-informazioni

Programma interventi una città per giocare

Venerdì 19 maggio 2017, ore 16.00-20.00 – Rimettiamo in forma il Parco Anaconda. Via Montagna Spaccata

Giovedì 25 maggio 2017, ore 16.00-20.00 – Caccia ai tesori della Sanità. Piazza Sanità

Sabato 27 maggio 2017, ore 10.00-14.00 – Giornata Mondiale del Gioco. Villa Comunale (lato Piazza Vittoria)

Martedì 6 giugno 2017, ore 10.00-13.00 – Prendiamo Spazio! Scuola Montale. Via della Resistenza

Venerdì 9 giugno 2017, ore 16.00-20.00 – Sfidiamoci, Festaggiamoci. Parco Troisi, Via Due Giugno

Venerdì 16 giugno 2017, ore 11.00-15.00 – Scopriamo la città. Monte Echia

Sabato 17 giugno 2017, ore 16.00-20.00 – Giochiamo nel verde. Parco Totò

Sabato 24 giugno 2017, ore 16.00-20.00 – Giochiamoci la strada. Case nuove, quartiere Mercato

Venerdì 30 giugno, ore 11.00-15.00 – Ri-Belliamoci. Vico Censi


17
Mag 17

A Genova e Trieste la “via della seta”, a noi la “via della zappa”

Se pure il capo della Confindustria campana ha espresso disappunto vuol dire che quella di Gentiloni è proprio stata una iniziativa senza senso. O meglio il senso è ben chiaro, favorire la solita stereotipata solfa della “locomotiva del Paese”, che non porta vantaggio a nessuno (come pure sosteneva Paolo Savona).

Ma andiamo con ordine nel leggere la vicenda. Secondo quanto riporta Marco Esposito dalle pagine de Il Mattino:

In un mondo che torna ad alzare mura, è toccato alla Cina dare un segno di apertura. Rilanciando, con un vertice mondiale a Pechino tra 68 Paesi, la storica Via della Seta. L’Italia – meta tradizionale delle merci cinesi al tempo di Roma imperiale prima e della Repubblica di Venezia poi – anche nel Ventunesimo secolo ha l’obiettivo di diventare la porta d’accesso all’Europa. I cinesi, in realtà, si sono già insediati in forze nel Pireo con la Cosco, contribuendo con 368 milioni a risanare i conti della Grecia di Alexis Tsipras, anch’egli in questi giorni a Pechino. Il premier Paolo Gentiloni, per offrire un’alternativa ad Atene, ha giocato tre carte: Trieste, Venezia e Genova. «Le ragioni storiche e geopolitiche, le relazioni che abbiamo con la Cina – ha osservato il premier a Pechino – possono aiutare a cogliere questa occasione con ricadute importanti per l’Italia che con i suoi porti – da Genova e Trieste (e i loro corridoi ferroviari con l’Europa) ma anche Venezia – offre una capacità portuale come credo nessuno».
Quanto a capacità portuale, il primo porto italiano per traffico container, non è tra quelli citati da Gentiloni. È Gioia Tauro, che con 2,8 milioni di container movimentati nel 2016 è primo in Italia e sesto nel Mediterraneo dopo gli scali spagnoli di Algesiras, Valencia e Malaga, quello di Tangeri in Marocco e il Pireo in Grecia. Per merci provenienti da Oriente e in arrivo nel Mediterraneo attraverso il Canale di Suez, Gioia Tauro è molto più vicina dei porti spagnoli e del Marocco ed è anche meno decentrata di Atene rispetto al cuore dell’Europa. Da Gioia Tauro si raggiunge Berlino via Brennero in 2.100 chilometri mentre da Atene, aggirando la Serbia come prevedono i corridoi ferroviari, occorrono 500 chilometri in più.
Tuttavia l’Italia ha scelto, in modo autolesionistico, di non utilizzare la sua presenza naturale e infrastrutturale nel cuore del Mediterraneo per scommettere sui porti del Nord. Una scelta non casuale. Nel Def del 2017 – nell’allegato Infrastrutture – si cita «il progetto cinese One-Belt-One-Road» e in particolare «lo sviluppo delle tratte marittime chiamate da Pechino la Via della Seta marittima del 21° secolo» ma per dire che le grandi navi portacontainer punteranno sul Pireo. Nel Def si sostiene che in Italia c’è una «chiara ripartizione funzionale» tra il Nord che ha porti di tipo «gateway», dove cioè i container vengono spostati sui treni e raggiungono i mercati di destinazione. E il Sud Italia che ha soprattutto porti di puro «trans-shipment», cioè dove i container si trasferiscono su navi più piccole, un’attività con «prospettive modeste».

Tagliata fuori Gioia Tauro per questioni dimensionali, si sarebbe potuto investire su altri porti calabresi, siciliani o su Napoli e Salerno.

Ed invece no perché nel documento di programmazione economica e finanziaria la priorità che si individua è il «completamento delle direttrici di valico orientate verso l’Europa centrosettentrionale».

Secondo Esposito significa che:

 i porti di Venezia, Trieste, Ravenna e, con tempi più lunghi, Genova, avranno il loro scalo collegato a un treno intermodale di ultima generazione. Napoli e Salerno – che pure vantano numeri interessanti – sono del tutto tagliati fuori, con la previsione esplicita del limite alla lunghezza dei treni fissato a 600 metri e la sagoma dei vagoni di standard PC45. Per Gioia Tauro, spulciando il contratto tra governo e Rete ferroviaria italiana, si scopre che il collegamento ferroviario a standard di qualità (750 metri e sagoma PC80) è previsto, sia pure con un progetto definito in ritardo e con un percorso a zig-zag che passa per Ancona, Bari e Taranto. Un tragitto che non solo è più lungo di cento chilometri rispetto alla direttrice naturale, ma salta l’area demograficamente più interessante di Roma e di Napoli, nonché gli interporti di Nola e di Marcianise. In pratica si allontana dal percorso naturale approvato in Europa e denominato Corridoio Scandinavo, passando per Taranto dove però il traffico di container si è letteralmente azzerato.

Fugate quindi le ombre e le paure che avevano avvolto la politica vicina agli interessi delle regioni settentrionali: l’apertura del Canale di Suez avrebbe potuto favorire lo sviluppo dei porti di Napoli e Gioia Tauro, tagliando fuori proprio quelle regioni “recuperate” ieri dalle dichiarazioni di Gentiloni.

Dura la replica della Confindustria campana, per bocca del presidente Costanzo Jannotti Pecci :

“Ci hanno molto sorpreso le dichiarazioni del nostro Premier in occasione del recente vertice mondiale tenutosi a Pechino sul progetto della “nuova via della seta” lanciato dal leader cinese Xi. La scelta di escludere deliberatamente tutto il Mezzogiorno del Paese ci appare incomprensibile attesa la posizione strategica rispetto alle rotte commerciali in questione e attesi i valori relativi alla movimentazione dei container che, in particolare, per il porto di Napoli risultano pressoché uguali a quelli di Trieste e di poco inferiori a quelli di Genova, i porti che, insieme a Venezia, sono stati citati dal Premier come l’unica offerta di portualità italiana da mettere a disposizione per il piano. E’ inaccettabile ed incomprensibile la decisione del Governo di non puntare sulle regioni del sud come Hub per la portualità commerciale di oltreoceano”.

Insomma, come al solito, a loro la “via della seta” a noi “la via della zappa”.


07
Mag 17

Ma quale novità?! Il Monopoli (pezzotto) dedicato a Napoli esiste da anni

 

Lo scoop è di Identità Insorgenti e “corregge” la catena di condivisioni entusiaste sul Monopoly dedicato a Napoli.

Una versione tutta made in Naples del celebre gioco da tavolo “pezzotta” del Monopoli, esiste da anni a cura della famosa ditta di carte da gioco Muoio. Si chiama Mo’ Napoli e ha sostituito Parco della Vittoria, Bastioni Gran Sasso, Viale dei Giardini, via Verdi con via Toledo, Piazza dei Martiri e via Posillipo.

 


29
Apr 17

Comune di Napoli: cittadini, devolvete il 5×1000 alla città

Un po’ come succede per gli spot delle varie chiese (cattolica, valdese ecc..) che n primavera chiedono di devolvere ai propri conti correnti il 5×1000 dell’Irpef, anche i Comune di Napoli ha deciso di intraprendere la stessa strada.

Uno spot su internet per chiedere ai cittadini, di versare una quota della propria dichiarazione dei redditi al comune di residenza.

“Invece di darli allo Stato che poi non ce li rimanda, dateli direttamente a noi”.

Basta poco che ce vò…

 


28
Apr 17

Made in Italy sulla pelle dei migranti: i video dell’inchiesta

Lo avevo scritto un paio di anni fa, confermato dalle associazioni di categoria campane: i grandi marchi della moda avevano deciso di abbandonare la delocalizzazione extra UE (nell’esempio che feci si parlava di calzature) e tornare in Italia. In modo specifico avevano deciso di investire in Campania, dove, per sopravvivere alla grande crisi, almeno all’inizio, le piccole fabbriche a gestione familiare impiegavano manodopera proveniente direttamente dal nucleo parentale, con turni di lavoro massacrante, pur di “continuare a sopravvivere”. Qualche volta si “chiamava” qualcuno di esterno.

Il mito della Campania a basso costo ha iniziato ad ingolosire, successivamente, anche marchi più piccoli. E così, chiacchierando con gli operatori del settore a nord del Garigliano, in tanti hanno spostato alcune fasi della produzione proprio nel distretto calzaturiero a cavallo delle province di Napoli e Caserta (ma anche in Puglia).

Il volume d’affari nel corso degli anni è cresciuto, le piccole fabbriche a conduzione familiare non avrebbero potuto farcela da sole.
E ieri, guardando l’inchiesta, ho capito perché:

Prima Parte:

Terza Parte:

Quarta Parte:


20
Apr 17

Foglio di via per Cialdini

Una buona notizia, che riporta un minimo di giustizia alle migliaia di anime di meridionali trucidate durante gli anni successivi al 1861: è stata approvata in Giunta, su proposta del Sindaco de Magistris, la delibera con la quale viene revocata la Cittadinanza Onoraria di Napoli ad Enrico Cialdini, Generale dell’esercito piemontese e, successivamente dal luglio 1861, Luogotenente Regio delle province meridionali.

Le revoca è stata decisa come atto di riconoscimento della memoria storica delle vittime delle stragi che il Generale Cialdini ha perpetrato nel nostro territorio e nel Mezzogiorno d’Italia.

Una notizia importantissima che va nella direzione di una nuova memoria storica condivisa che, va riconosciuto, finalmente compie i primi passi grazie all’amministrazione de Magistris.

Lucilla Parlato per Identità Insorgenti


17
Apr 17

Gianni Brera, le casseruole lombarde e quella “colonia” chiamata Sud

Uno dei miti del giornalismo sportivo che ho sempre apprezzato è stato Gianni Brera.

Soprattutto per la dotta polemica e per quel sottile anti meridionalismo, meno volgare di quello di Giorgio Bocca, che partendo dal pallone arrivava al fegato e ti faceva incazzare. Soprattutto negli anni in cui il Napoli di Maradona dava del filo da torcere proprio al Milan di Brera.

Oggi, quasi per caso, un post apparso sulla timeline di Facebook, ad esempio, mi ha ricordato di quando Brera, giocava a fare il leghista ante litteram, mostrando quell che poi era un sentimento piuttosto comune all’epoca che mai si è sopito:

[…] nel giugno del 1970, accompagnato da Guido Gerosa, Gianni Brera,
candidato per il Psi in un collegio senatoriale della Lombardia, tenne
un comizio in una sezione di Rozzano. “Se mi eleggerete” promise ai
molti presenti che affollavano la sala “la prima cosa che farò sarà
quella di dotare l’Italia d’impianti sportivi”. L’adunanza applaudì con
fervore. “La seconda” suggiunse non appena scemarono i battimani “sarà
quella di fare aprire le case chiuse”. Qualche solitario entusiasmo fu
smorzato dall’imbarazzato silenzio dell’establishment socialista
locale. “La terza” elencò subito dopo “sarà quella di rimandare i meridionali al Sud”.

Dal mare di teste che nereggiava nella sala emerse un ometto.
“Compagno Brera” protestò “io sono di Potenza. Faccio il maestro ed
insegno qui da anni. Sono stimato da tutti. Perché mi vuoi cacciare?”

Quel terrone impudente, ancorché insegnante, pretendeva
probabilmente di mettere in imbarazzo Gioannbrerafucarlo, come amava
connotarsi il giornalista. Era mai possibile? Aveva quel “napoli”
qualunque, una qualche chance di riuscire a mettere in difficoltà il
famoso Brera, colui che in cinquant’anni di agone giornalistico, s’era
scontrato con eminenti colleghi (anche a cazzotti); aveva sostenuto e
imposto a insigni allenatori pratiche di gioco; aveva affibbiato
soprannomi teneri e appellativi graffianti a giocatori e a giornalisti;
si era azzuffato con scrittori e letterati che misconoscevano
l’originalità del suo stile e il valore dei suoi lemmi; aveva zittito e
aspreggiato cuochi valenti ed esperti sommelier?

Questa sfilata di pregnanti interrogativi si disegnò a mezz’aria tra
la calca e il soffitto. Tutti si chiedevano che cosa avrebbe risposto
Brera senza perdere la faccia e i voti. Come avrebbe replicato il
grande giornalista a quella domanda che pure sembrava legittimamente
motivata oltre che sul piano umano anche su quello politico?

Gioannbrerafucarlo, ribatté senza imbarazzi. Da par suo.”Tu rimani”
disse rivolto all’ometto. “Tu sei l’eccezione che conferma la regola”.[..] (fonte: odg della Lombardia)

In una lettera al comandante Lauro, presidente dell’allora Calcio Napoli, pubblicata nella rubrica ” l’Arcimatto” del Guerin Sportivo, il 27 novembre 1961, Brera dimostrava grande conoscenza di talune dinamiche economiche che sottendevano l’ (presunta) epopea risorgimentale:

Vedendo Napoli, comandante, mi sono un poco adirato di notare che era “scontata”, e che dovevo la delusione alle troppe cartoline illustrate, perfino alle scatole di un cacao piemontese. Fuor dall’atmosfera per tricromie, a due passi dal mare, il grigiore ossessivo della miseria: e la rassegnazione atavica dei napoletani che indignava in me il populista che sono sempre stato (non per degnazione, comandante, bensì per nascita).

Nonché infastidirmi per i trucchi di cui sovente ero vittima, i napoletani producevano in me profondissima tristezza e solidarietà umana. I loro occhi, più antichi e desolati dei miei, sapevano di privazioni e di stenti, di furberie disperate, di umiliazioni continue di fronte alla vita.
Ben presto ebbi il sospetto, tuttora vivo in me, che ai poveri napoletani si rivolgessero mille e un elogio gratuito per gabbarli. Noti, comandante, che io non sono di quegli italiani che auspicano seriosamente lo scavo di un canale divisorio a sud di Siena. Ho studiato abbastanza per capire che l’unione nazionale, perfezionata con la conquista del Sud, ha assicurato alle Regioni del Nord un buon mercato per le loro industrie. Che poi l’Italia unita presenti il quasi comico paradosso di un Paese governato politicamente dalle proprie colonie economiche, questo non mi riguarda. io so che vendere una casseruola lombarda a Canicattì è soltanto possibile perché i nostri governanti – meridionali per il 90 per cento – ci proteggono con alti dazi dalle casseruole tedesche o inglesi, che costerebbero forse la metà delle nostre. So pure che quelle casseruole sono di difficile logorio nelle cucine meridionali. E non disgiungo affatto, nei napoletani, la facile resa al sentimento dal difficile logorio delle casseruole.

Dimostrando di conoscere quel fenomeno di ascarismo meridionale che tanto ha aiutato l’industria padana della nuova Italia e soprattutto che i napoletani non sono quei gran furbi che si vuole far credere , con il solo intento di continuare a prenderli per il culo.