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02
Ott 17

“Papà ma che vuol dire referendum alla napoletana”?

La domenica sera è una “mazzata in fronte” perché tra le altre cose, chi ha figli, sa che si torna studenti e bisogna costringere i bambini a “finire i compiti.”

Io, ieri sera, siccome non riuscivo a staccare mio figlio dall’ennesima riproposizione del film di quel gattone di Doraemon che deve salvare il regno di un cane parlante, ho deciso di cambiare canale e spostarmi sulla maratona Mentana, devastante per le velleità di qualsiasi ragazzino iperattivo (che poi, cane parlante per cane parlante, invece del gatto spaziale ma non è meglio Brian Griffin? Vabbè, questa è un’altra storia).

Insomma è stato l’unico modo per schiodare mio figlio dal divano e fargli riempire la paginetta di “the pen is on the table”.

Al ventesimo, più o meno, nel mentre mi appropinquavo all’abbiocco, mio figlio, che non è napoletano, ha alzato la testa e mi ha chiesto “Babbo che cos’è un referendum un po’ napoletano? Tu sei napoletano dovresti saperlo”.

“Che??!?! ”

“E che ne so così ha detto quel signore nella televisione che ha gli occhiali come Nobita, l’amico di Doraemon”.

“Un referendum un po’ napoletano?

Un referendum un po’ napoletano è una battaglia dove la gente preferisce farsi riempire di mazzate dalla polizia pur di poter dire quello che pensa liberamente. Pur di affermare un ideale in cui crede.

Quel signore lo sa bene, ha studiato, è un grande giornalista e si ricorda di quando Napoli, non molto tempo fa, si è ribellata a un’ invasione straniera, senza l’aiuto di nessuno.

I napoletani, pure con scope e bastoni, sono scesi in strada e hanno cacciato a calci nel sedere dei soldati che la occupavano e imponevano agli abitanti cosa fare e non fare. I napoletani si sono presi le mazzate, pure qualche proiettile, a qualcuno se lo sono portati via in treno e non è più tornato,  ma alla fine sono ritornati liberi. Forse, ma pure questa è un’altra storia.”

Mi ha sorriso, ha abbassato la testa e ha continuato a scrivere che “la penna sta sul tavolo”, mentre ricordavo di quando ero bambino io e sul canale 7 ( mio padre ci aveva sintonizzato Telecapri) la domenica,  c’era il film di “Mazinga contro Devilman”, Mentana aveva i boccoli nerissimi e si limitava a condurre il Tg1, e non eravamo costretti a dover chiedere spiegazioni a nessuno sulle ipocrisie ed i pregiudizi del mondo. Compresi quelli dei giornalisti radical chic.


07
Set 17

L’allarme di Save the Children: al Sud mancano mense per le scuole

Io non mi stupisco, considerati gli investimenti riservati al “Mezzogiorno”. Sostantivo che evoca pranzo e piatto a tavola, ma non per i piccoli studenti meridionali dove mancano mense scolastiche e, soprattutto aumenta la dispersione scolastica.

E poco importa se il 26 aprile 2016, l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi aveva dichiarato, in pieno orgasmo da campagna elettorale, che le scuole napoletane sarebbero rimaste aperte addirittura anche d’estate! Ovviamente non se ne è fatto nulla ed il progetto è stato rimandato di un ulteriore anno. Nulla di nuovo sotto il sole del meridione, dove a scuola non si riesce a mettere neanche il piatto a tavola (sic!)

A certificare questo stato di disinteresse totale da parte dello Stato, nella mancanza di misure di investimento per le scuole del Sud è Save The Children nel suo ultimo report “(Non) Tutti a Mensa”, dove conferma la stretta correlazione tra dispersione scolastica, mancanza di mense e mancata attuazione del tempo pieno.

Ovvero ragazzi che, nelle realtà più degradate delle nostre periferie, diventano preda della richiesta di manovalanza da parte della criminalità organizzata.

Gli alunni in Italia iscritti alle primarie delle scuole statali per l’a.s. 2016/2017 secondo i dati forniti dal Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca (MIUR)71 sono 2.572.969, divisi in 131.372 classi, aloro volta inserite in 15.088 sedi scolastiche statali.
Tra questi milioni di bambini poco meno della metà non possono accedere alla mensa scolastica, non avendo dunque la possibilità di usufruire di tutti i benefici che essa comporta in termini nutrizionaliquanto educativi. Per comprendere la vastità del
problema della mancanza di accesso al servizio, basti pensare che nell’anno scolastico 2015/2016 solo il 52% circa degli alunni delle scuole primarie e secondarie di primo grado ha avuto accesso alla mensa. A ben vedere questi dati risultano più che preoccupanti, soprattutto se affiancati al dato sulla dispersione scolastica, che proprio nei territori
dove il tempo pieno e la mensa sono carenti, è più diffusa. Come dimostrato anche nei precedenti monitoraggi, permane una forte correlazione tra i
fenomeni.

Nella tabella di seguito riportata si analizza il dato aggiornato degli early school leavers72 in relazione ai dati forniti dal MIUR73 relativi alla % di alunni frequentanti le scuole primarie che non accedono alla mensa scolastica e la % di classi prive di tempo pieno. Come si può vedere dalla tabella, la differenza tra il Sud e Nord è molto ampia, così come le alte percentuali di mancato accesso al servizio mensa in tutta Italia
vengono di fatto confermate. Si va da un’altissima percentuale di alunni che non usufruiscono della mensa in Sicilia (80,04%), Puglia (73,10%), Molise
(69,34%), Campania (64,58%) e Calabria (63,11%) a percentuali sotto il 30% per le regioni Piemonte (28,85%) e Liguria (29,86%). Rispetto alle variazioni percentuali, oltre a un leggero aumento per la Valle d’Aosta (+2,93%), le altre regioni, seppur con piccole
variazioni, rimangono stabili nella classifica. Questi dati confermano dunque la gravità della mancanza di un’offerta congrua del servizio mensa in tutte le regioni italiane e in misura ancora maggiore nel Mezzogiorno, dove insistono le prime
cinque regioni che hanno un’offerta più scarsa di tempo pieno, e si confermano le stesse in cui il servizio mensa è disponibile solo per una fascia percentuale di alunni che va dal 20% al 37% circa. Il mancato accesso al servizio mensa, superiore al
50% degli alunni in ben 8 regioni italiane, è davvero allarmante: più di 1 bambino su 2 in queste regioni non ha la possibilità di usufruire del servizio mensa. 

La situazione migliorerà per il prossimo anno? Assolutamente no, visto che il criterio di ripartizione di fondi e risorse tra i comuni, si basa sulla “spesa storica”. Ovvero rispetto al fabbisogno degli anni precedenti. In parole povere se non c’erano mense due anni fa, non v’era esigenza vi fossero e quindi non ci saranno neppure in futuro.

La richiesta ai comuni, secondo quanto riporta Marco Esposito su Il Mattino sarebbe stata fatta attraverso un questionario:

Del resto, qualche giorno fa, col principio era d’accordo anche un esponente dell’ Anci, ovvero l’associazione dei comuni italiani (?!?!?!): se Reggio Calabria ha meno asili è giusto che abbia meno fondi.

Come a dire che se una macchina ha solo 3 ruote è inutile investire nel comprare una quarta, in fondo ne ha già abbastanza, perché spendere soldi per un’altra?!?!

Tra l’altro la richiesta di Save The Children al Governo è proprio quella di trasformare il servizio mensa in servizio pubblico essenziale.

Fateci un piacere, per combattere la camorra meno esercito e più scuole aperte. Pure 24 ore!!


12
Ago 17

Tutto a posto, una medaglia e una stretta di mano certificano che a Napoli “è bellissmo”

Diciamo la verità, il masterpiece giornalistico della settimana agostana è stato una lettera in cui si riconosceva la non bestialità dei napoletani e la bellezza di Partenope. ‘O sole, ‘ o mar, e quant’è bella Napoli, benvenuti al Sud, ‘a pizza, ‘o mandulino, la zizzona di Battipaglia, uè uè.
 
E a dirlo è stata una ragazza trevigiana. Bene, bello. La lettera diventa virale, la pubblicano pure il corriere del Mezzogiorno, il Mattino e tutti i blog e i sitarielli presi dall’orgasmo del riconoscimento di civiltà.
 
Pure ‘o Sinnaco si è eccitato per la cosa e ha regalato le medaglia della città di Napoli alla ragazza. A quel punto l’avrei data pure al salumiere Ciro Scarciello, che forse se la meritava pure lui e a tutti gli imprenditori che denunciano il pizzo.
E l’avrei data anche a tutti i ragazzi che alle 15 dei giorni festivi si imbarcano sugli autobus da Piazza Garibaldi con i borsoni del calcetto (che pure serve per trovare lavoro) carichi di mozzarella e lacrime, costretti ad emigrare. I primi ambasciatori di Napoli nel mondo.
Intendiamoci, fin quando il feedback resta nell’alveo della espressione intima e personale va benissimo. Ma quando assume tinte istituzionali può diventare grottesco, perché finisce per dare l’impressione di voler premiare la narrazione oleografica e compiacente.
 
Una medaglia, appunto. Un po’ come se Martin Luther King avesse dato una medaglia a una ragazza dell’Alabama che avesse scritto che i “negri” non sono poi così selvaggi come sembrano. E che nelle piantagioni di cotone per qualche mese si può pure vivere bene, perché l’aria è pura e si sta a contatto con la natura.
 
Nel frattempo, a Napoli, continuiamo a pagare l’RC auto più cara d’Italia e il costo del denaro è più alto che a Treviso. Ma a chi lo denuncia da anni non viene data alcuna medaglia.
E allora, visto che pure Michael Jackson è morto,
“Caro Bob Dylan

Tu che canti in casa Reagan
Quando c’è Gromiko oppure Gorbaciov
I soldi di quattro teste nucleari, falli mandare qui for Italy

Appena puoi mandaci i danari
Perché senza danari son cazzi amari
E allora tu mandaci i danari
Anche i tuoi personali e di Diana Ross”

(agli Squallor avrei dato il Nobel, altro che una medaglia)

‘O sole, ‘o mare…

18
Lug 17

” Scusa Ameri, scusa Ameri ” e quel calcio al razzismo antinapoletano

Il 18 luglio di 14 anni fa, moriva Sandro Ciotti. Per quelli della mia generazione con la fissa del giornalismo sportivo, era un modello. Garbato, competente, intelligente. Non uno di quegli strilloni, accattoni di notizie e click che sporcano l’informazione delle nuove generazioni.
Quando il Napoli vinse lo scudetto, disse una delle cose più intelligenti mai pronunciate nel corso di una trasmissione sportiva. Una dichiarazione di antirazzismo meridionale che, purtroppo, rimase isolata:
“Vorremmo che tra i molti effetti che questo titolo italiano conquistato dal Napoli sicuramente determinerà, se ne verificasse uno particolarmente simpatico. E cioè che il termine terrone, che noi tutti usiamo molto colpevolmente e senza arrossire dandogli un significato sminuente, diventasse invece, così, indossasse un vestito nuovo. E significasse a partire da oggi gente innamorata della propria terra, gente capace di venire da New York per applaudire un’impresa sportiva”

Altri tempi. Altro calcio. Altra sensibilità.


24
Giu 17

Pierluigi, arbereshe e calabrese stregato da Napoli

Pierluigi l’ho conosciuto a Roma, per caso. Se non fosse stato per lui, non mi sarei mai interessato ai temi del meridionalismo.

Terrone calabrese, non solo, arbereshe (comunità albanesi giunte in Italia per sfuggire alle persecuzioni dell’impero ottomano) ed ebreo, Pier mi ripeteva sempre che la sua capitale era Napoli, memore di una comune nazionalità preunitaria e la comune appartenenza ad una minoranza da sempre perseguitata.

Pierluigi, tiene l’arteteca (una certa insofferenza più vicina alla saudade sudamericana), e per placarla non sta mai fisso in un luogo soltanto, confidando nel sollievo che solo il viaggio può offrire (una volta è stato anche immortalato dalla macchina di un fotografo famoso).

Era più o meno Natale, quando era a Londra e riempiva la sua (e mia e di tutti i suoi amici) bacheca Facebook di post veramente tristi (abboffando anche un po’ la guallera). Allora gli dissi: ” Pierluì, ‘o frat, senti a me, vattene un paio di mesi a Napoli, è terapeutico”.

Da qualche settimana si è trasferito in un vascio del centro storico di Partenope ed ogni giorno racconta, con gli occhi del turista, l’insostenibile leggerezza, carica di follia, della quotidianità napoletana.

Quello che ha scritto ieri volevo condividerlo:

Mi ha sorpreso lo sguardo, gli occhi sgranati della mia cara compagna Isabella, venuta a trovarmi ieri sera per la presentazione del suo libro lunedi. Isabella, non e’ un’educanda vissuta nei collegi svizzeri e le cui uscite erano i balli delle debuttanti a Vienna. Tutt’altro. E’ una che nei 6 vissuti in Sud America ha insegnato ai guerriglieri nelle carceri, conosciuto personaggi incredibili. Eppure anche lei e’ stata colpita dal fascino di Napoli.
Ieri, subito dopo che e’ arrivata, doveva trovare un parcheggio per la sua auto. Gilda, si e’ data da fare, anzi ha preso e guidato la sua macchina e con lei sono andate a trovare parcheggio.
Piu tardi siamo andati in una pizzeria ‘mponde a Maddalena. Ed e’ li che ha potuto vedere la vera Napoli. Mentre a me, ormai dopo 3 settimane e’ diventata la realta’, capisco che per uno che proviene da un altro posto o dal profondo nord, puo’ essere destabilizzante. I camerieri, alcuni slavi, parlavano e si esprimevano solo in Napoletano. Fino a quando all’improvviso siamo stati accerchiati da un gruppo di Senegalesi con il costume tipico e i visi truccati con i tamburi. Cantavano canzoni tipiche dell’Africa finendo con Mama Africa, Mama Senegal, Mama Napoli. (Saltando l’Italia). Poi cantano l’inno dei tifosi napoletani con alcuni di loro che interrompevano con HIGUAIN SI NA LOTA e per finire con O ‘Sarracino di Carosone ed e’ li che tutti hanno iniziato a ballare. Quando chiedevano i soldi tra i tavoli era, ovviamente, in Napoletano stretto. Roba che se fosse stato presente salvini sarebbe morto d’infarto.
Andiamo poi a fare una passeggiata e notiamo un cumulo di cartoni, ben riposti, al centro di una piazzetta. Al ritorno vi erano 2 camion e molti netturbini che li stavano rimuovendo. Rassicuro Isabella con un: Isa qui non siamo a Roma, siamo a Napoli.
Oggi andremo al gaypride…spero che regga…lo shock..


05
Giu 17

Limes: Napoli non è più Italia, il Nord ha licenziato il Sud

Su questo blog lo vado scrivendo da ormai 5 anni, venendo tacciato immeritatamente e senza alcuna ragione di neoborbonismo. Ed invece ecco che la rivista italiana di geopolitica per eccellenza, Limes, per bocca di Isaia Sales, prende una posizione chiara e netta su una realtà di fatto: Napoli non è più Italia per esplicita volontà politica di una parte del Paese.

La capitale del Mezzogiorno è stata diffamata e abbandonata dai poteri italiani. Un burrone geopolitico e culturale taglia la penisola. Il divario economico è tornato al 1965. Ma nell’immaginario globale questa città incarna l’italianità.

alla domanda su chi comanda a Napoli, bisogna partire da una premessa semplice: quanto Napoli e il Sud contano negli equilibri della politica nazionale? Le due cose sono strettamente legate e interdipendenti. Si è consumato da tempo un distacco, quasi un divorzio tra la classe dirigente nazionale e la città più importante del Sud dell’Italia. Le relazioni tra Napoli e i vertici del sistema politico e di governo della nazione sono caratterizzati da una lunga, algida indifferenza intervallata da brevi scoppi di attenzione, particolarmente quando si verifica qualche episodio criminale che impressiona l’opinione pubblica nazionale. Per cui chi comanda a Napoli e nel Sud non comanda nella politica nazionale, non vi ha più un ruolo centrale, come è avvenuto dal secondo dopoguerra in poi fino al ventennio di Antonio Bassolino. È un potere locale senza proiezione e influenza nazionale. Un potere dimezzato.La cultura politica ed economica del paese è oggi senza dubbi e senza imbarazzi pienamente ameridionale. Il fatto che l’obiettivo della «separazione» sia scomparso dal linguaggio politico della Lega di Salvini può semplicemente dire che la missione è stata compiuta senza scontri, tensioni e modifiche istituzionali. Si può essere separati senza ratifica giuridica, vivere nello stesso paese ed essere estranei. Oggi il Sud e la sua capitale sono estranei alla nazione. Dispiace, ma bisogna prenderne atto.(fonte: Limes)

Tutto ciò è stato fatto scientemente, inducendo anno dopo anno, i cittadini del Sud, a immaginarmi non meritevoli di appartenere all’altra parte del Paese. Figli di un Dio minore che si è fermato al Garigliano e non è andato oltre.


25
Mag 17

Quella leggenda metropolitana che alimenta pregiudizi

Nell’immaginario collettivo nazional popolare, molto spesso, per addurre ragioni e motivazioni alla presunta indolenza, furbizia e propensione all’illegalità dei napoletani, viene riproposto l’esempio della maglietta con la cintura di sicurezza disegnata sopra, per ingannare chi ne dovrebbe far rispettare la prescrizione.

Una creazione che, all’indomani dell’introduzione dell’obbligo delle cinture di sicurezza in Italia, secondo la vulgata, sarebbe servita per evitare il “fastidioso” accessorio.

In pochi sanno invece che, quella creazione, successivamente effettivamente realizzata semplicemente come oggetto di culto da vendere online, è nient’altro che una leggenda metropolitana. Mai esistita.

Il frutto di un esperimento di ingegneria sociale. Lo spiegò qualche tempo dopo Claudio Ciravolo, psichiatra ed artefice della bufala:

 

La storia delle magliette con una cintura disegnata sopra, che i napoletani avrebbero inventato per ingannare il vigile, è la prima leggenda metropolitana nata in laboratorio; un esperimento del primo legendmaker della storia della comunicazione che non solo ha permesso di studiare i meccanismi di diffusione e la velocità di propagazione a breve e lungo termine, ma anche di convalidare l’ipotesi di leggende realizzate da abili comunicatori (al sevizio di aziende) a scopi vantaggiosi o per arrecare danno ai concorrenti. E’ stato inoltre molto utile nella comprensione delle dinamiche della smentita. Benché la notizia che si trattasse di una storia falsa abbia occupato grandi spazi su tutti i media del mondo, è ancora oggi, una delle leggende più raccontate.Perfino sulle pagine de L’Espresso in un articolo di un grande giornalista e scrittore come Giorgio Bocca viene (gennaio 2008) considerata un storia vera.

Questa stessa leggenda, a distanza di 10 anni, ha permesso una nuova e importante conquista: la dimostrazione che è possibile utilzzarla in una efficace comunicazione sociale. Il suo inventore, Claudio Ciaravolo insieme con Olympia Pratesi l’ha impiegata come testimonial nella campagna per le cinture di sicurezza che ha realizzato in Italia per il Ministero Lavori Pubblici nel febbraio 99. Dopo anni di campagne in molti paesi del mondo, sulle tecniche più idonee a promuovere l’uso delle cinture di sicurezza esistono ormai moltissimi studi.


18
Mag 17

Napoli, 27 maggio: giornata mondiale del gioco

 

GIORNATA MONDIALE DEL GIOCO
Sabato 27 maggio 2017, ore 10.00 – 14.00
NAPOLI, VILLA COMUNALE – LATO PIAZZA VITTORIA

Sabato 27 maggio si celebrerà la Giornata Mondiale del Gioco. Promossa dall’Assessorato al Welfare del Comune di Napoli – Servizi Politiche per l’Infanzia e l’Adolescenza in collaborazione con la Ludoteca del Comune di Napoli e la Cooperativa Sociale Progetto Uomo, l’iniziativa trasformerà la Villa Comunale in un grande spazio ludico organizzato nelle nove aree tematiche Spazio Urbano, Scienza, Strada, Sana Alimentazione, Corpo, Arte, Mente, Sentimenti, Musica. L’evento rientra nell’ambito del programma Una Città per Giocare, un progetto di interventi condotti nelle dieci municipalità della città di Napoli, che verrà presentato durante la conferenza stampa di lunedì 22 maggio, alle ore 11.00 presso la Sala Giunta del Comune di Napoli e proseguirà con un fitto calendario di appuntamenti, fino al 30 giugno.
Una Città per Giocare è l’iniziativa portata avanti nelle dieci Municipalità di Napoli dall’Assessorato al Welfare in collaborazione insieme con la Ludoteca Comunale e la Cooperativa Sociale Progetto Uomo, che nel 2013 ha inaugurato Melagioco, il primo centro di cultura ludica in Regione Campania. L’intento è accrescere la diffusione di questa cultura e creare luoghi e momenti di aggregazione, partecipazione e cittadinanza attiva per adulti e bambini, perché per costruire una città amica dei più piccoli, è indispensabile che anche i grandi riscoprano il valore del gioco quale elemento sociale, di dialogo fra le generazioni e di recupero dei territori. Il progetto, che prevede interventi livello locale con la creazione di spazi e aree attrezzate per il gioco, avrà come vetrina un grande evento, organizzato a partire dalle ore 10.00 in Villa Comunale (lato Piazza Vittoria), in occasione della Giornata Mondiale del Gioco di sabato 27 maggio, istituita dalle Nazioni Unite nel 1999 su iniziativa di Freda Kim, presidentessa dell’Intenational Toy Library Association (ITLA), per affermare il Diritti al Gioco sancito dalla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’infanzia e dell’Adolescenza. Una città per giocare, rappresenta è un progetto per i territori e tutte le realtà che vi operano. L’Obiettivo generale è dare un contributo allo sviluppo sostenibile di Napoli, in linea con le indicazioni dell’Agenda 21. Nelle nostre città, lo spazio ludico è stato circoscritto ad aree recintate, che creano una forte separazione fra le generazioni. La totale negazione ai bambini del contatto con la natura, o della possibilità di costruirsi il proprio spazio-tempo, inibisce la creatività. Gli Obiettivi specifici sono riqualificare un numero consistente di spazi-gioco e luoghi di incontro fra coetanei, promuovendo il concetto di vivibilità della città attraverso il gioco, riscoprire il proprio quartiere, favorire la nascita di reti formali e informali di promozione di percorsi di formazione-informazioni

Programma interventi una città per giocare

Venerdì 19 maggio 2017, ore 16.00-20.00 – Rimettiamo in forma il Parco Anaconda. Via Montagna Spaccata

Giovedì 25 maggio 2017, ore 16.00-20.00 – Caccia ai tesori della Sanità. Piazza Sanità

Sabato 27 maggio 2017, ore 10.00-14.00 – Giornata Mondiale del Gioco. Villa Comunale (lato Piazza Vittoria)

Martedì 6 giugno 2017, ore 10.00-13.00 – Prendiamo Spazio! Scuola Montale. Via della Resistenza

Venerdì 9 giugno 2017, ore 16.00-20.00 – Sfidiamoci, Festaggiamoci. Parco Troisi, Via Due Giugno

Venerdì 16 giugno 2017, ore 11.00-15.00 – Scopriamo la città. Monte Echia

Sabato 17 giugno 2017, ore 16.00-20.00 – Giochiamo nel verde. Parco Totò

Sabato 24 giugno 2017, ore 16.00-20.00 – Giochiamoci la strada. Case nuove, quartiere Mercato

Venerdì 30 giugno, ore 11.00-15.00 – Ri-Belliamoci. Vico Censi


17
Mag 17

A Genova e Trieste la “via della seta”, a noi la “via della zappa”

Se pure il capo della Confindustria campana ha espresso disappunto vuol dire che quella di Gentiloni è proprio stata una iniziativa senza senso. O meglio il senso è ben chiaro, favorire la solita stereotipata solfa della “locomotiva del Paese”, che non porta vantaggio a nessuno (come pure sosteneva Paolo Savona).

Ma andiamo con ordine nel leggere la vicenda. Secondo quanto riporta Marco Esposito dalle pagine de Il Mattino:

In un mondo che torna ad alzare mura, è toccato alla Cina dare un segno di apertura. Rilanciando, con un vertice mondiale a Pechino tra 68 Paesi, la storica Via della Seta. L’Italia – meta tradizionale delle merci cinesi al tempo di Roma imperiale prima e della Repubblica di Venezia poi – anche nel Ventunesimo secolo ha l’obiettivo di diventare la porta d’accesso all’Europa. I cinesi, in realtà, si sono già insediati in forze nel Pireo con la Cosco, contribuendo con 368 milioni a risanare i conti della Grecia di Alexis Tsipras, anch’egli in questi giorni a Pechino. Il premier Paolo Gentiloni, per offrire un’alternativa ad Atene, ha giocato tre carte: Trieste, Venezia e Genova. «Le ragioni storiche e geopolitiche, le relazioni che abbiamo con la Cina – ha osservato il premier a Pechino – possono aiutare a cogliere questa occasione con ricadute importanti per l’Italia che con i suoi porti – da Genova e Trieste (e i loro corridoi ferroviari con l’Europa) ma anche Venezia – offre una capacità portuale come credo nessuno».
Quanto a capacità portuale, il primo porto italiano per traffico container, non è tra quelli citati da Gentiloni. È Gioia Tauro, che con 2,8 milioni di container movimentati nel 2016 è primo in Italia e sesto nel Mediterraneo dopo gli scali spagnoli di Algesiras, Valencia e Malaga, quello di Tangeri in Marocco e il Pireo in Grecia. Per merci provenienti da Oriente e in arrivo nel Mediterraneo attraverso il Canale di Suez, Gioia Tauro è molto più vicina dei porti spagnoli e del Marocco ed è anche meno decentrata di Atene rispetto al cuore dell’Europa. Da Gioia Tauro si raggiunge Berlino via Brennero in 2.100 chilometri mentre da Atene, aggirando la Serbia come prevedono i corridoi ferroviari, occorrono 500 chilometri in più.
Tuttavia l’Italia ha scelto, in modo autolesionistico, di non utilizzare la sua presenza naturale e infrastrutturale nel cuore del Mediterraneo per scommettere sui porti del Nord. Una scelta non casuale. Nel Def del 2017 – nell’allegato Infrastrutture – si cita «il progetto cinese One-Belt-One-Road» e in particolare «lo sviluppo delle tratte marittime chiamate da Pechino la Via della Seta marittima del 21° secolo» ma per dire che le grandi navi portacontainer punteranno sul Pireo. Nel Def si sostiene che in Italia c’è una «chiara ripartizione funzionale» tra il Nord che ha porti di tipo «gateway», dove cioè i container vengono spostati sui treni e raggiungono i mercati di destinazione. E il Sud Italia che ha soprattutto porti di puro «trans-shipment», cioè dove i container si trasferiscono su navi più piccole, un’attività con «prospettive modeste».

Tagliata fuori Gioia Tauro per questioni dimensionali, si sarebbe potuto investire su altri porti calabresi, siciliani o su Napoli e Salerno.

Ed invece no perché nel documento di programmazione economica e finanziaria la priorità che si individua è il «completamento delle direttrici di valico orientate verso l’Europa centrosettentrionale».

Secondo Esposito significa che:

 i porti di Venezia, Trieste, Ravenna e, con tempi più lunghi, Genova, avranno il loro scalo collegato a un treno intermodale di ultima generazione. Napoli e Salerno – che pure vantano numeri interessanti – sono del tutto tagliati fuori, con la previsione esplicita del limite alla lunghezza dei treni fissato a 600 metri e la sagoma dei vagoni di standard PC45. Per Gioia Tauro, spulciando il contratto tra governo e Rete ferroviaria italiana, si scopre che il collegamento ferroviario a standard di qualità (750 metri e sagoma PC80) è previsto, sia pure con un progetto definito in ritardo e con un percorso a zig-zag che passa per Ancona, Bari e Taranto. Un tragitto che non solo è più lungo di cento chilometri rispetto alla direttrice naturale, ma salta l’area demograficamente più interessante di Roma e di Napoli, nonché gli interporti di Nola e di Marcianise. In pratica si allontana dal percorso naturale approvato in Europa e denominato Corridoio Scandinavo, passando per Taranto dove però il traffico di container si è letteralmente azzerato.

Fugate quindi le ombre e le paure che avevano avvolto la politica vicina agli interessi delle regioni settentrionali: l’apertura del Canale di Suez avrebbe potuto favorire lo sviluppo dei porti di Napoli e Gioia Tauro, tagliando fuori proprio quelle regioni “recuperate” ieri dalle dichiarazioni di Gentiloni.

Dura la replica della Confindustria campana, per bocca del presidente Costanzo Jannotti Pecci :

“Ci hanno molto sorpreso le dichiarazioni del nostro Premier in occasione del recente vertice mondiale tenutosi a Pechino sul progetto della “nuova via della seta” lanciato dal leader cinese Xi. La scelta di escludere deliberatamente tutto il Mezzogiorno del Paese ci appare incomprensibile attesa la posizione strategica rispetto alle rotte commerciali in questione e attesi i valori relativi alla movimentazione dei container che, in particolare, per il porto di Napoli risultano pressoché uguali a quelli di Trieste e di poco inferiori a quelli di Genova, i porti che, insieme a Venezia, sono stati citati dal Premier come l’unica offerta di portualità italiana da mettere a disposizione per il piano. E’ inaccettabile ed incomprensibile la decisione del Governo di non puntare sulle regioni del sud come Hub per la portualità commerciale di oltreoceano”.

Insomma, come al solito, a loro la “via della seta” a noi “la via della zappa”.


07
Mag 17

Ma quale novità?! Il Monopoli (pezzotto) dedicato a Napoli esiste da anni

 

Lo scoop è di Identità Insorgenti e “corregge” la catena di condivisioni entusiaste sul Monopoly dedicato a Napoli.

Una versione tutta made in Naples del celebre gioco da tavolo “pezzotta” del Monopoli, esiste da anni a cura della famosa ditta di carte da gioco Muoio. Si chiama Mo’ Napoli e ha sostituito Parco della Vittoria, Bastioni Gran Sasso, Viale dei Giardini, via Verdi con via Toledo, Piazza dei Martiri e via Posillipo.