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18
Mag 17

Roars: i ludi accademici e il de profundis delle università meridionali

Interessantissimo articolo di Baccini e De Nicolao sulla rivista online Roars:

Rettori, direttori di dipartimento e colleghi sono in fibrillazione perché è partita una gara tra i dipartimenti universitari “eccellenti”. In palio, 1,3 miliardi euro, ripartiti in tranche da 271 milioni di Euro annui per cinque anni. I dipartimenti vincitori riceveranno tra 1,1 e 1,6 milioni di euro annui più altri 250mila per le “scienze dure”. Abbiamo provato a simulare i torneo fino alla determinazione dei 180 vincitori (vedi Appendice). I dipartimenti del Centro-Nord si aggiudicheranno l’87% delle risorse pari a quasi 1,2 miliardi in cinque anni; al Sud ed Isole resterà il 13%, cioè complessivamente circa 180 milioni in cinque anni. Per avere una idea della sperequazione, basti pensare che le università del Sud e Isole rappresentano il 31% del corpo docente e che la quota percentuale di finanziamento premiale sarà meno della metà. Il combinato disposto di costo standard (incostituzionale) e premialità FFO ha già drenato risorse dagli atenei del Sud agli atenei del Nord, ma qualcuno dei Renzi’s boys ha pensato che era bene accelerare il drenaggio. Come? Dando un sacco di soldi ad una minoranza di dipartimenti “eccellenti” e sottraendo risorse agli altri. Perché, non è male ricordarlo: a meno di stanziamenti aggiuntivi nella prossima legge di stabilità, i soldi saranno sottratti al Fondo di Finanziamento Ordinario.

L’articolo completo


31
Mar 17

Santià al Sud: i conti migliorano ma cure pessime

da iapreliuocchie.it

Cosa ci si aspetterebbe dalla sanità italiana, così come principio garantito dalla carta costituzionale (articoli 3 e 32) ? Che chi necessità di assistenza medica venga curato bene, ovunque si trovi e chiunque esso sia.

Il paradosso è che invece, giù al Sud, nella landa dei terroni, i conti della sanità iniziano ad essere in regola, solo che, piccolo particolare, le cure sono sotto gli standard minimi. Che sarebbe un po’ come dire che in una famiglia il conto corrente è a posto solo che non si riescono a comprare libri e cibo per i figli. O che ho la febbre alta però ci sono 50 euro in più nel portafogli. Grazie.

Dice la Lorenzin:

 

Il punteggio minimo da raggiungere per essere adempienti rispetto all’attuazione dei Livelli essenziali di assistenza (Lea), ha spiegato il ministro, “è 160 ma dai primi risultati del 2015, anche se non ufficiali, sono ancora sotto soglia la Calabria (147 punti), il Molise (156 punti), la Puglia (155 punti), la Sicilia (153 punti) e la Campania con 99 punti”. Il dato della Campania poi, ha sottolineato, “è davvero preoccupante perché, rispetto al 2014, dove la regione raggiungeva un punteggio di 139, nell’ultimo anno si è notato un calo di ben 40 punti”. Ad aver peggiorato le performance rispetto al 2014, ha precisato, “sono però anche Puglia, Molise e Sicilia”

Si può curare un cittadino con calcoli ragionieristici? E’ evidente che no, e senza investimenti pubblici, i cittadini delle regioni meridionali vengono curati peggio.

Sapete ciò cosa genera? La cosiddetta migrazione sanitaria : i cittadini sono costretti a spostarsi al Nord per curarsi arricchendo alcune regioni settenttrionali che si pappano un giro d’affari di quasi 4 miliardi, ma la condizione è che le regioni del Sud continuano a non essere autosufficienti e quindi a esportare i loro malati, cioè a fare da miniera dalla quale estrarre la materia prima.

Ed arricchendo il settore privato convenzionato.

in parole povere  con il de-finanziamento, o meglio il taglio ragioneristico verso la sanità delle regioni meridionali, si sta accentuando la spaccatura tra nord e sud, e tra regioni e regioni.


18
Mar 17

Caro Calenda, sul Sud basta fuffa e retorica: partiamo dal costo del denaro

Carlo Calenda, Ministro dello Sviluppo economico ha deciso di dire qualcosa di originale fuori da ogni scala o indice di “fuffa” :

“Spogliare il Sud della retorica che lo avvolge e prevedere le stesse politiche, ma anche amministrazioni locali che funzionino, perché fanno il 99% dello sviluppo”.

E allora proviamo a diradare la cortina di retorica. Taccio l’enumerazione dei soliti problemi logistici ed infrastrutturali, quelli legati alle disparità sui premi assicurativi (che pure incidono su chiunque abbia voglia di intraprendere) e sulla presenza della criminalità organizzata che droga il mercato e drena risorse economiche.

Facciamo un esempio: sapete che il costo del denaro al Sud è più alto che al Nord?

In soldoni, se volete produrre ricchezza come richiedono Calenda e Confindustria, ed avete bisogno di danaro, ed abitate in Calabria, dovrete restituire interessi molto più alti di quanto avreste dovuto fare se il destino vi avesse fatto nascere in Trentino Alto Adige (non che in Umbria, Marche o Toscana stiano meglio, sia chiaro).

Nonostante gli interventi straordinari della BCE e qualche timido segnale di ripresa dei prestiti concessi al complesso del settore privato, i volumi degli impieghi bancari italiani diretti alle imprese risultano tutt’al più stagnanti. Se le manovre espansive sul credito bancario non hanno, almeno per il momento, influito sui volumi, sembra invece che un positivo effetto lo stiano avendo sul costo del denaro.

I tassi d’interesse sugli impieghi mostrano – per ogni diversa tipologia di operazione, che qui comunque dobbiamo analizzare in forma aggregata – una riduzione generalizzata e quantificabile, per il 2015 rispetto all’anno precedente, in circa un punto percentuale. Sulla base di queste analisi, si potrebbe concludere che il dato incoraggiante riguarda pertanto il costo del denaro, piuttosto che la sua disponibilità. […]

È interessante notare che anche in questo caso le differenze tra aree regionali, già di per sé molto significative, hanno mostrato una recente tendenza all’aumento. Ciò è soprattutto vero per gli anticipi e le aperture di credito in conto corrente, che costano alle imprese del Sud ora il 2,42% in più in media rispetto al Nord (era il 2,04% nel terzo trimestre del 2014 e l’1,67% nel 2010).

Per quanto concerne le operazioni a scadenza, la tendenza è invece più complessa da analizzare e mostra una riduzione delle differenze rispetto all’anno precedente ma comunque un aumento rispetto ai livelli 2010. I mutui alle imprese meridionali costano in media tra lo 0,79% e l’1,09% in più rispetto alle imprese del nord (in base alle diverse durate), e la forbice pur drasticamente diminuita rispetto al 2014 – risulta più ampia di circa 15-16 punti base medi rispetto ai valori di cinque anni prima [fonte: Centro Studi Impresa Lavoro su dati Bankitalia]

Questo vuol dire che risulterà più conveniente rivolgersi all’ “amico di famiglia”, il quale, evidentemente, non chiederà  alcuna garanzia reale sul credito, ma che strozzerà lentamente l’attività produttiva fino ad impossessarsene con la benedizione del ras locale della criminalità organizzata.

Questa è la “retorica” che avvolge il Mezzogiorno caro Ministro, ovvero scaricare la responsabilità su quei quattro terroni che non sanno neppure scegliersi amministratori locali “smart” e che quindi sono costretti ad emigrare. Come duecento anni fa. Fornendo manodopera a basso costo a quell’Europa dell’austerity che voi assecondate supinamente.

 


30
Nov 16

Così Renzi s’è inventato un torneo per distribuire risorse alle Università

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Pensavo fosse una boutade, una sciocchezza. Poi mi sono detto, e no, su ROARS, così attenti all’informazione sulla ricerca universitaria di idiozie solitamente non ne scrivono.

E, infatti, pare proprio che non sia una castroneria.

La redazione di Roars lo chiama Renzi University Trophy e lo presenta così:

In un contesto di cronico sottofinanziamento, aggravato dai tagli dell’ultimo quinquennio, la Legge di Stabilità inaugura un “Torneo VQR” in cui alcuni dipartimenti riceveranno un premio non indifferente (da 1.080.000 a 1.620.000 Euro annui), mentre altri rimarranno a bocca asciutta. Ma chi vince e chi perde in questo Renzi University Trophy (RUT)?

Rovistando nelle pieghe del sito ANVUR, abbiamo rintracciato quanto serviva per condurre una simulazione realistica dell’intero torneo, ottenendo lista e premi dei 180 dipartimenti vincitori. Non mancano le sorprese: nel girone IUS, vengono  premiati i giuristi di Messina, mentre quelli di Padova rimangono al palo. Ma il punto scottante è un altro. Dietro la cortina fumogena della gara meritocratica, il RUT nasconde un piano quinquennale molto chiaro: 1,06 miliardi di Euro agli atenei del Centro-Nord, contro soli 154 milioni di Euro a quelli del Sud. Ma, dopo tutto, sono soldi in più, obietterà qualcuno. Non è nemmeno detto che lo siano, perché sono promessi a partire dal 2018. Se non arriveranno, i premi del RUT verranno presi dall’FFO e l’effetto netto sarà il travaso di 200 milioni dal Sud al Nord. Ma da dove spunta questa brillante idea del torneo dei dipartimenti?

Una classifica internazionale di questo tipo è in voga tra gli economisti che sono arrivati addirittura a sviluppare una sorta di fanta-calcio dipartimentale (IDEAS Fantasy League). Un simpatico onanismo, pseudoscientifico ma innocuo (le dicerie sulla cecità sono altrettanto infondate quanto la bibliometria anvuriana). Il problema è che qualche consigliere di Renzi ha pensato di convertirlo in un metodo di allocazione delle risorse. Creando un mostro talmente sgangherato che …

Vi anticipo alcune delle conclusioni:

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Le prime quattro posizioni sono occupate istituzioni universitarie statali ad ordinamento speciale, che godono pertanto di un trattamento di assoluto favore rispetto agli atenei “normali”. È pure interessante notare che per incontrare un ateneo meridionale bisogna scendere fino alla 17-esima posizione (Sannio) e che gli atenei del Sud si affollano nella coda di chi ha premi pro-capite bassi o nulli. Ma della ripartizione territoriale dei fondi RUT dobbiamo discutere più estesamente nella prossima sezione.

E ancora:

Vediamo ora come si ripartiscono i premi RUT.

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«Tesoro, mi si è ristretto il Sud!» verrebbe da dire. In effetti, i numeri parlano chiaro. Il premio totale annuo, che risulta essere pari 242 M€ (inferiore, pertanto, ai 270 M€ menzionati nell’art. 43), si ripartisce come segue:

  • 133 M€ – Nord (55%)
  • 78 M€ – Centro (32%)
  • 31 M€ – Sud (13%)

Mentre il Centro ottiene un premio grosso modo paragonabile alla sua quota dimensionale (32% del premio contro 34% dei soggetti valutati), il Sud perde 17 punti percentuali (13% del premio contro 30% dei soggetti valutati) a favore del Nord che, infatti, ne guadagna 19 (55% del premio contro 36% dei soggetti valutati).

Se volete leggere in maniera precisa (l’articolo è piuttosto lungo e complesso) come funziona il RUT, una sorta di ludi gladiatorii universitari  (così li definisce Umberto Izzo che ne conia anche il motto «AVE MIUR ET ANVUR, MORITURI VOS SALUTANT!»che distribuirà 1 mld di euro circa al centro Nord e 150mln al Sud, cliccate al link sottostante:

ROARS


19
Ott 16

Trasporto pubblico al Sud? Vale zero

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di Pierluigi Peperoni

Da un’inchiesta de “il Mattino” a firma di Marco Esposito si evince che nel 2017 per il fabbisogno legato al trasporto pubblico è stato stimato in 0 per tre comuni del sud Italia: Trani, Cosenza e Caserta e due del centro (Macerata e Fermo).

Sarebbe a dire: a Caserta, Trani, Cosenza non c’è bisogno di autobus. Non ne hanno avuti nel 2013, non ne hanno bisogno nel 2017. Peccato che hanno conteggiato il servizio erogato solo nel 2013, appunto, quando le aziende di trasporto pubblico per varie ragioni non hanno potuto erogare il servizio. A Caserta era addirittura fallita.

La vergogna di questi 0 si aggiunge a quella degli asili nido, trucco già utilizzato in passato e denunciato da MO – Unione Mediterranea per spostare circa 700 milioni di fondi pubblici da sud a nord.

Andando ad approfondire si evince che queste tabelle vengono definite dalla CTFS (Commissione Tecnica sui Fabbisogni Standard) nella quale confluiscono una serie di soggetti, tra cui ben 3 rappresentanti dell’ANCI (l’Associazione Nazionale dei Comuni d’italia).

Alcuni giorni fa è stato eletto il nuovo Presidente dell’ANCI. Questa volta è toccato ad Antonio Decaro, sindaco di Bari, tra mille polemiche. Alcuni esultavano perché finalmente c’è un Presidente meridionale dopo anni di guida a trazione settentrionale. Altri che invece vedevano questa scelta come un contentino per il mezzogiorno dato da Renzi per sponsorizzare il sì al referendum.

Io mi limito a fare gli auguri al dott. Decaro, chiedendogli come primo impegno quello di far sparire questi 0 dalle tabelle, schierandosi CONTRO quelli che l’hanno preceduto. Si tratta di una battaglia di dignità per tutti gli abitanti del mezzogiorno continentale e per l’intero sistema italia. Per chi ha ancora voglia di crederci.


14
Ago 16

L’indignazione diversamente leghista per quei terroni con la lode

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Una Italia (quella che inizia a nord della linea del Garigliano) intrisa di razzismo contro “negri, zingari e terroni” non puo’ ammettere che questi ultimi (come i primi ed i secondi) possano eccellere nella istruzione.

Pure Brera rimase stupito dalla velocità di quel terrone di Mennea, non poteva essere.

Ora monta l’indignazione per le lodi profuse nelle scuole meridionali. Pure i governatori delle regioni del nord si sono indignati dimenticando che il figlio di un notabile, pezzo grosso patano leghista la laurea se l’era comprata direttamente in Albania.

E chi lo dice che ci sarebbe il trutto? Quella boiata pazzesca dei test Invalsi.

Ecco cosa scrive Pino Aprile a tal proposito:

E se fosse falsa, sbagliata, inattendibile la valutazione Invalsi, contestata quasi ovunque, fortemente avversata in Italia, boicottata, condotta con dati monchi, criteri superati in molti Paesi e, secondo parecchi eperti, poco oggettivi?

Sud è essere messi nella condizione di non fare e non essere, ed essere poi accusati di non fare e non essere.

E l’Invalsi sembra fatto apposta… Vi sembra corretto paragonare i risultati di uno studente che ha una scuola ben attrezzata con uno che a stento ha il banco? Uno che ha una famiglia con reddito sicuro e l’altro che deve preoccuparsi di cosa deve mangiare oggi? Uno che ha biblioteca, computer, laboratori e palestre e l’altro che se li sogna? Uno che ha il tempo pieno e l’altro il tempo corto? Uno che ha la mensa e l’altro il panino da casa? Uno che ha mezzi pubblici a iosa per raggiungere la scuola e l’altro che ha i treni e i collegamenti del Sud? E poi ci si stupisce se con questi criteri, negli Usa, stabilirono “scientificamente” che i neri sono meno intelligenti dei bianchi?

Quello che suona intollerabile ai razzisti del Nord (e non solo a loro) è che in qualcosa il Sud non sia “sotto” il Nord. Poco importa che sia vero o no: è l’idea che il dogma della minorità meridionale venga infranto e si metta in crisi la base di una identità a sfondo razziale, costruita con le armi (fucilazioni, stragi, carcere, deportazioni, rappresaglie) e in un secolo e mezzo di discriminazioni in infrastrutture, investimenti pubblici e diffamazioni a mezzo stampa “nazionale”.

E questa perdita di sicurezza “razziale” (ormai sono i termini da usare) è misurabile dal livore con cui si grida al complotto, al trucco, all’imbroglio; e rivoli di indignazione colano dalle boccucce a culo di gallina di censori padani, a difesa “del futuro dei nostri ragazzi” (quelli del Sud sarebbero figli di nessuno), vittime dello “squilibrio” (hanno avuto il coraggio di usare questo termine!!) che li sfavorisce rispetto ai loro colleghi meridionali.

Non voglio rifare tutta la storia (autostrade a Nord sì, a Sud Salerno-Reggio; treni a Nord sì, a Sud gli scarti del Nord e a Matera manco quelli; alta velocità solo al Nord e una coda al Centro; aeroporti ogni 50 chilometri a Nord, a Sud intere regioni, come la Basilicata o larga parte di regioni, senza…: per nessuno di questi “squilibri” gli “indignati” nordici hanno sentito vibrare le loro offese antennucce e si son messi a fare i conti per denunciarne l’ingiustizia); fermiamoci alla scuola.

A memoria e al volo: chi si è indignato quando, a opera di una disgraziata serie di ministri all’Istruzione (Maria Stella Gelmini, Francesco Profumo, Maria Grazia Carrozza, Stefania Giannini), si è:

sottratto al Sud quasi mezzo miliardo destinato alle scuole pericolanti, per spenderlo altrove;

sono stati esclusi dai programmi di studio della Letteratura del Novecento, nei nostri licei, tutti gli autori e i poeti meridionali, anche se premi Nobel per la letteratura e ancora è così, dopo sei anni di battaglie, mozioni, interrogazioni parlamentari, Relazione al governo (questo) della Commissione parlamentare Cultura;

si è stabilito che il tempo pieno fosse a Nord e al Sud no;

sono state rese “razziali” anche le borse di studio per gli universitari, grazie a uno dei soliti ragionamenti “finto-logici” modello Lega Nord: a Sud possono averle i meritevoli (sino a esaurimento dei fondi: quindi tanti le meritano, pochi le pigliano, perché i soldi sono scarsi) con reddito familiare entro i 15mila euro; al Nord entro i 26mila (lasciate perdere i discorsi: la vita costa di più. Palle. Con un reddito solo, a Sud, devono campare più persone che al Nord, vista la disoccupazione altissima, e l’assenza o pochezza dei servizi pubblici assorbe buona parte del reddito e le tasse sono più alte). Quindi, se vuoi la borsa di studio, vai al Nord;

i soldi per le scuole terremotate (24mila, di cui quasi 13mila in sole tre regioni meridionali: Sicilia, Calabria, Campania) sono stati distribuiti per il 97 per cento a Centro-Nord, un terzo della somma alla sola, terremotatissima Lombardia (noi credevamo L’Aquila…);

i soldi per combattere l’evasione scolastica, record europeo a Scampia e alcuni quartieri di Palermo, sono stati dati in buona parte alla Lombardia e al resto del Nord;

le norme sulla “spesa standard” sono state violate “a maggioranza”, per impedire che andassero al Sud soldi per gli asili nido, e continuare a darli tutti o quasi al Nord, sorvolando sul fatto che lì gli asili li hanno già, e in gran parte del Sud zero asili;

l’immondo decreto Carrozza-Letta sulla “meritocrazia” universitaria (sono proprio spudorati!) stabilisce che sono “migliori” gli atenei più ricchi, che sorgono in territori dove ci sono molte aziende che danno contributi; in cui si pagano tasse più alte (il reddito al Nord è quasi doppio che a Sud) e i cui laureati trovano più facilmente lavoro, nell’anno, entro 100 chilometri dalla sede dell’università. Criteri clamorosamente razzisti, derivanti da un piano che prevede la chiusura delle università meridionali, cui si nega la possibilità di fare ricerca (anche se il Politecnico di Bari, per dire, con quattro soldi, rispetto a Genova e Milano, è uno dei migliori). Solo un esempio: in base a questi criteri, se il Trota si laureasse a Padova e lo assumesse un’azienda dei dintorni, mentre trenta Einstein si laureassero a Potenza, prendessero trenta premi Nobel, e fossero assunti alla Sorbona, a Oxford e alla Nasa, l’università lucana meriterebbe la chiusura e le sottrarrebbero risorse che andrebbero a Padova…

E questa gentaglia parla di “squilibri”? O ritiene tali sono quelli che non siano, come tutti gli altri, a danno del Sud? Quanti posti per insegnanti al Sud ci sarebbero se fossero corrette le storture razziali della scuola italiana? (Uso il termine razziale, per rendere meglio l’idea; forse, da non marxista, bisognerebbe rispolverare termini desueti e di nuovo attualissimi, come “scuola di classe”: via poveri, terroni e cani dalla scuola “pubblica” riservata, ma con i soldi di tutti, a lorsignori. I quali, poi, si riserverebbero di chiamare “ignoranti” gli esclusi: Sud è essere messi nella condizione di non fare e non essere, ed essere poi accusati di non fare e non essere).

Gli indignati per i voti, se in buona fede, rifacciano i conti e ne diano conto. Nessuno è indenne da errori e la qualità delle persone è nel non temere di ammetterli, il che accresce la loro autorevolezza. I finti indignati per paraculismo razziale (ma IlFattoQuotidiano.it che chiede lumi all’iperleghista Zaia sullo “squilibrio”, ne vogliamo parlare?) sono ormai persi alla decenza. E non possono ripensare alle proprie azioni: correrebbero il rischio di dover denunciare per diffamazione la propria biografia.

 


12
Ago 16

C’è posto per gli insegnanti al sud?


Vi faccio una confessione: da emigrante di lunga data, figlio di insegnante a sua volta pendolare, non mi sono simpatiche le manifestazioni pubbliche di disapprovazione o sofferenza che riguardano spostamenti per causa di lavoro. Tanto più se si tratta di un impiego a tempo indeterminato, con tanto di ferie riconosciute e retribuite, tredicesima e quattordicesima.

Il problema esiste , riguarda tutti i sud del mondo, compreso il nostro è non lo si risolve continuando a votare deputati e senatori figli di quelle politiche che all’emigrazione ci hanno costretti. Enon si si risolvono neanche continuando a soggiacere a certe logiche o firmare deleghe in bianco a sindacati che di quelle logiche sono manifestazione.

Sono anni che su queste pagine pubblico le denunce di Marco Esposito e del professor Viesti che sostengono la progressiva  e cosciente volontà di impoverire l’istruzione al sud, ma a nessuno è mai fregato, perché non gli riguardava. Poi la campana inizia a suonare per tutti e scatta l’indignazione collettiva.

Insomma ci sono posti per questi insegnanti che devono spostarsi, non così lontano da casa? Probabilmente si, lo scrive bene Alex Corlazzoli sul Fatto Quotidiano:

E qui mi permetto di dissentire con l’amico Gavosto: l’esodo o l’esilio dei docenti potrà essere fermato quando avremo a che fare con un governo che ritorna a mettere in primo piano la questione istruzione al Sud. Finora il ministero ha fatto il gioco delle tre carte con la riforma della 107 al posto di fare un serio investimento. Proviamo a guardare qualche dato. Il tempo pieno al Sud ancora non esiste: tra le prime dieci province più scoperte solo una (Aosta) è al Nord le altre sono al Sud (Ragusa, Trapani, Teramo, Reggio Calabria, Palermo, Agrigento, Campobasso, Catania, Frosinone). In Molise le percentuali di classi con il tempo pieno sono il 7,6%; in Sicilia l’8,1%; in Campania l’11,2% mentre in Lombardia, Toscana e Lazio si supera il 40% (dati “Atlante dell’infanzia”, Save The Children)
Altra questione: i bambini sotto i tre anni presi in carico dai servizi socio educativi per la prima infanzia sono inesistenti al Sud. In Calabria solo il 2,1%, in Campania il 2,6%. La situazione migliora in Sicilia dove si arriva al 5,5% ma sempre distanti dal 21,8% della Toscana, del 26,8% dell’Emilia Romagna. Senza parlare dell’abbandono scolastico che nonostante gli sforzi degli ultimi anni lascia ancora il Sud, in particolare Sicilia e Calabria, in uno stato di emergenza. A chi pontifica in questi giorni dalla poltrona di un Palazzo o da quella di una redazione basterebbe fare un giro in un quartiere come quello di Danisinni a Palermo per capire: “Qui quelli che arrivano alle superiori si contano sulle dita di una mano”, mi racconta fra Mauro, parroco del quartiere.

Il rapporto di Save the Children dello scorso febbraio aveva messo in guardia il governo (ne avevo già dato conto sul blog):

bambini che nascono e vivono in famiglie in povertà assoluta sono ormai 1.434.000, pari al 13,8% del totale di minori; circa 400 neonati, ogni anno, non sono riconosciuti dalle madri e vengono lasciati in ospedale; per quanto riguarda i servizi territoriali per la salute materno-infantile i consultori si sono ridotti di numero negli anni e attualmente sono 1.911, circa 1 ogni 29 mila abitanti; la copertura degli asili nido pubblici riguarda solo il 13% dei bambini 0-2 anni e scende ulteriormente in alcune regioni,toccando quota 2% circa in Calabria e Campania: d’altra parte è appena del 4,8% la percentuale di risorse destinate alle famiglie, sul totale della spesa sociale».

A tutto ciò c’è da aggiungere la sempiterna super cazzola  di tenere le scuole aperte a tempo pieno anche d’estate in tutti i quartieri a forte disagio sociale, al Sud. 

Se la matematica non è dunque una opinione lo spazio per questi insegnanti meridionali (non per tutti,ovviamente) non tanto lontano da casa loro, teoricamente ci sarebbero pure, basterebbe credere e attuare gli investimenti invece di rinunciare completamente alla crescita ed allo sviluppo di una parte del paese.


26
Giu 16

Si uccide sempre meno in Italia. Ancor meno al Sud (nonostante i media)

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Tira più un omicidio raccontato in un talk che un carro di buoi. E tira ancora di più se l’omicidio è stato commesso al Sud.

La realtà è ben diversa e racconta di un calo sempre crescente degli omicidi in Italia, con riduzioni forti soprattutto in quel Sud lombrosianamente inteso e considerato come un inferno pieno di diavoli che si divertono ad uccidersi a vicenda.

La ricerca è stata pubblicata a firma di Marzio Barbagli su LaVoce.info:

[…]La notizia è che, nel 2015, il numero di omicidi commessi nel nostro paese è diminuito ancora, passando dai 475 dell’anno precedente a 468. E d’altra parte è dal 1992, ovvero da ventitré anni, che il tasso di questo reato ha conosciuto una continua e apparentemente inarrestabile flessione, arrivando ora a 0,80 per 100mila abitanti (figura 1).
Il calo ha riguardato tutte le forme di omicidio: di criminalità organizzata, legato a furti e rapine, commesso per liti, risse e futili motivi o per passioni e conflitti fra familiari. Così oggi l’Italia ha il tasso più basso di questo reato della sua storia recente e passata (figura 1). Il più basso dell’ultimo secolo e mezzo, perché, subito dopo l’Unità, era di 6,8 per 100mila abitanti, otto volte e mezzo maggiore di quello attuale. E a ben vedere anche il più basso degli ultimi sei secoli, perché nella prima metà del Quattrocento era di 62 per 100mila abitanti, secondo una stima fatta da storici seri e rigorosi in base a una buona[…]

La terza idea ha a che fare con le differenze e le diseguaglianze territoriali. Il dualismo Nord-Sud, lo sappiamo bene, è una caratteristica strutturale dell’economia e della società italiana. Considerato nell’arco di un lungo periodo di tempo, il divario fra le regioni centro settentrionali e quelle meridionali e insulari è diminuito per certi aspetti (la salute e la speranza di vita, l’istruzione), aumentato per altri (il Pil pro capite). Dal 2008 a oggi, durante gli anni della crisi, le differenze sono ulteriormente cresciute per quanto riguarda il tasso di occupazione delle donne, quello dei giovani diplomati e laureati, la percentuale di famiglie in povertà assoluta. Non altrettanto si può invece dire per l’andamento del tasso di omicidi: nell’ultimo quarto di secolo, è diminuito in tutte le regioni italiane, salvo che nel Molise dove è sempre stato particolarmente basso (tabella 1). La flessione è stata molto forte anche nelle regioni settentrionali più avanzate – in Piemonte, in Lombardia, in Liguria, nel Veneto, in Emilia Romagna – dove si è ridotto di due terzi. Ma ancora più forte è stata la riduzione in quelle meridionali. In Campania, oggi, il tasso di omicidi è quasi un quarto rispetto al 1991, in Calabria un settimo, in Sicilia addirittura un decimo. Il divario fra il Sud e il Nord è dunque diminuito, in modo considerevole. Se nel 1991 nel Mezzogiorno ci si uccideva 5,4 volte più che nel Settentrione, oggi lo si fa 2,2 volte di più (figura 2).

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La letteratura scientifica internazionale è sostanzialmente d’accordo nell’attribuire diminuzioni così forti della violenza omicida all’affermazione dello Stato, della sua capacità di detenere il monopolio della violenza legale, della sua legittimità e all’interiorizzazione, da parte dei cittadini, dell’imperativo che non ci si può fare giustizia da soli. Questa ipotesi può aiutarci a capire cosa è successo, e sta succedendo, nel nostro paese.[…]


06
Mag 16

La favola bella dell’intraprendere al Sud: banche, tasse e mafie e passa la paura

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Da anni mi diverto a contraddire gli esperti, gli economisti, gli account manager, key manager, junior manager, brand manager, antani manager, sord specialist, e compagnia bella, che fomentano il nostro gigantismo scrotale (c’abboffn a ‘ualler) sugli infiniti modi di fare impresa al Sud: hanno il sole, il mare, la pizza e il mandolino…se stavamo in Germania…

Quando andavo scrivendo che esiste una profonda discriminazione nell’accesso al credito tra il Nord e il Sud del Paese e che era inutile auspicare “una grande sciarlmescec” terrona se mancavano infrastrutture e la tassazione era più elevata, arrivava sempre il solito italiano che si documenta da Giletti, la domenica pomeriggio chiedendo : “si ma le fonti?”.

Eccole le fonti: Svimez, Cerved, Confindustria e Confeserfcenti:

Il ministero dello Sviluppo economico (MISE) ha ottenuto l’approvazione di una dotazione finanziaria – complessivamente sono stati stanziati 700 milioni di euro destinati esclusivamente a cinque regioni meridionali: Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia –, per gli investimenti delle imprese e per lo sviluppo del Mezzogiorno.

I fondi in questione potrebbero stimolare la crescita di una parte del Paese colpita duramente dalla crisi economica: secondo i calcoli dello SVIMEZ, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria del Mezzogiorno, tra il 2008 e il 2015 degli 811mila posti di lavoro spariti complessivamente in Italia, ben 576mila sono stati persi nelle sole regioni meridionali.

Nonostante alcune previsioni positive – Confindustria e CERVED stimano che, seppure a ritmi di crescita inferiori rispetto alla media nazionale, nel 2016 le PMI meridionali vedranno crescere tanto il fatturato (+2,8%) quanto il valore aggiunto (+4,1%) – quest’anno non è iniziato nel migliore dei modi per gli imprenditori meridionali. Secondo Movimprese, l’indagine trimestrale sulla natalità e la mortalità delle imprese italiane registrate presso le Camere di Commercio, nel Mezzogiorno – dove si registra il più alto numero di imprese attive rispetto alle altre aree geografiche del Paese: 1.993.977 attività, secondo i dati aggiornati al 31 marzo 2016 –, nel primo trimestre del 2016, a fronte di 36.748 iscrizioni, le cessazioni sono state 39.870 cessazioni. Con un saldo negativo pari a 3.122 unità, dunque.

Oltre ad accedere con maggiori difficoltà al credito bancario – difficoltà sottolineate recentemente anche da Confesercenti –, una parte degli imprenditori meridionali fa i conti anche con una pressione fiscale particolarmente elevata, specie nel confronto con il resto del Paese. L’ultimo dossier del Centro Studi della CNA osserva che, tra i dieci comuni con il Total Tax Rate – ovvero il peso complessivo del fisco – più alto nel 2015, ben sei (Reggio Calabria, Catania, Bari, Napoli, Salerno e Foggia) sono meridionali. In particolare, nella città calabrese, che occupa il primo posto della classifica, il Total Tax Rate è pari al 73,2% contro il 61% della media nazionale.

Nel 2013, la classifica provinciale del costo del denaro vedeva ‘maglia nera’ la provincia di Crotone dove i tassi di interesse si attestano all’8,37%.  I tassi più bassi si registrano invece a Bolzano (3,77%), Udine (4,05%) e Cuneo (4,21%). In pratica a Crotone il denaro costa più del doppio rispetto a Bolzano con una differenza di ben 460 punti base). In parole semplice un crotonese che vuole farsi prestare soldi per intraprendere  da una banca, lo paga più del doppio rispetto a Bolzano. Solo che in Sud Tirol  non hanno la Salerno Reggio Calabria.

Al netto di tutte le considerazioni sul socio occulto, chiamato mafia. Chi fa impresa al Sud con successo e profitto non è coraggioso. E’ eroico.


16
Apr 16

Racket: la balla del Sud più omertoso del Nord. Anzi.

pizzo

Sud più omertoso in materia di antiracket? La solita balla dal sapore lombrosiano. Ecco cosa dichiara il commissario antiracket Giuffrè:

“Bisogna abbattere un tabù. Non è vero che c’è omertà al Sud e non al Nord. Penso che questo rapporto vada stabilizzato e messo alla pari. Al Nord c’è la stessa omertà. Al Sud è la mafia che va dall’imprenditore, al Nord è lo stesso imprenditore che cerca il mafioso per ottenere dei servizi e quindi è più difficile rompere questo rapporto”. Così il commissario straordinario antiracket Santi Giuffrè, presso la Prefettura di Palermo, dove sono stati presentati i dati e i risultati ottenuti dallo “Sportello di Solidarietà”, che dal 2013 fornisce supporto giuridico, economico e psicologico alle vittime di racket ed usura. “Il Sud, anzi, è meno omertoso – ha aggiunto – perché c’è la consapevolezza di uno Stato che sa dare servizi e aiuti economici per farti ripartire”.