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18
Apr 16

Per l’Italia, la Basilicata è ufficialmente un distretto minerario

Basilicata-sblocca-Italia

La Basilicata è l’unica regione d’Italia ad aver superato il quorum al Referendum [vedi i dati ufficiali] sulle trivelle in mare del 17 aprile, con il 50,16 % dei votanti e con il 96,40 % di Sì (in prevalenza in Provincia di Matera). Al di là delle ragioni del ‘Sì’ e del ‘No’, appare del tutto evidente che agli occhi degli italiani la Basilicata è il “distretto minerario d’Italia”, quantunque la pensino la maggioranza dei lucani.

Da oggi inizieranno le “conte” circa i motivi di questi numeri, che sono in gran parte spiegate dalle stesse ragioni in tutte quelle aree del mondo dove si estrae petrolio, oltre le ragioni dell’ambiente e della salute che “eminenti” esperti filo-petroliferi tenteranno di confutare con i loro numeri ed i loro dati.

Auspichiamo che questo piccolo seme prezioso della Lucania – condannata ad essere “hub energetico d’Italia” – possa germogliare nelle coscienze di tutti gli italiani ed Europei, circa la necessità che il “civile” occidente sappia superare lo sviluppo fossile.

Fonte: Organizzazione Ambientalista Lucana


05
Apr 16

L’omicidio Matteotti e il petrolio lucano

Giacomo-Matteotti-il-ricordo-non-muore_articleimage

Un filo rosso, secondo lo scrittore Pino Aprile, unirebbe il petrolio lucano all’omicidio di Giacomo Matteotti.

In un interessante post pubblicato oggi sulla propria pagina, “Terroni di Pino Aprile”, riprende quanto già uscito sulle pagine del proprio libro del 2013 ” Il Sud Puzza”.

In particolare, lo scrittore pugliese scrive:

Matteotti sapeva dell’esistenza di due scritture private “in un certo ufficio” della Sinclair Oil. «Dalla prima risultava che Vittorio Emanuele III, dal 1921, era entrato nel “register” degli azionisti, senza sborsare nemmeno una lira; dalla seconda risultava l’impegno del re a mantenere il più possibile ignorati (“covered”) i giacimenti del Fezzan tripolino e in altre zone del retroterra libico (…) in modo da consentire alla Sinclair anche la vendita del proprio petrolio all’Italia.»

Al punto, che, con lodevole tempismo, i pozzi lucani di Tramutola si rinsecchiscono e le ricerche di un petrolio che tutti sanno dov’è sono cedute, per niente, a una multinazionale straniera.

Secondo questa ricostruzione, fu il re, d’accordo con Emilio De Bono, capo della polizia (che con lui e altri dirigenti fascisti sarebbero stati a libro-paga della Sinclair Oil), a decidere che la lezione da dare a Matteotti si trasformasse in esecuzione.
(…)
E perché, nonostante la fame di energia, l’Italia non ha mai sfruttato il petrolio lucano, al punto che, ogni tanto, lo si doveva “riscoprire”, pur sapendo benissimo e da sem­pre dov’è (ci sono luoghi in cui addirittura affiora in superficie)? Solo nel 1939, nell’imminenza della guerra e co­stretta dall’embargo internazionale a cui è stata sottoposta l’Italia, l’Agip scava 47 pozzi in Lucania.

È esagerato pensare che mentre gli interlocutori italiani di quegli antichi patti cambiano, la sostanza dei patti resti, suggellata da altri? (Quell’accordo garantiva l’esclusiva per mezzo secolo; quindi fino agli anni Settanta inoltrati.) Ed è troppo mali­zioso chiedersi come mai i furbi italiani abbiano il record del peggiore affare petrolifero del mondo, con le royalties (le percentuali) più basse del pianeta (4 per cento in Sicilia, 7 in Lucania: da un ventesimo a meno di un decimo di quello che si riconosce a Paesi del Terzo Mondo)?

Il carbonaio ubriaco che si risveglia marchese del Grillo non ci andrebbe delicato e, come per il vino, che apprende essere frutto delle sue vigne, chiederebbe al suo massaro petrolifero: «Dici che er petrolio è mio? Bono… E dimme: oltre che a casa tua, ’ste royalties, ’ndo stanno?». Ma un conto è il vino, uno il petrolio, di cui i carbonai non capiscono niente, se non che gli ha distrutto il business, da quando la gente, invece della carbonella per il braciere, per scaldarsi compra gasolio e metano per l’impianto centralizzato o autonomo.

Ma, nel dopoguerra, qualcosa cambia: Enrico Mattei decide che l’Italia deve avere la sua società petrolifera, stabilire i suoi bisogni ed essere in grado di soddisfarli (se il rubinetto della tua fonte di energia è nelle mani di un altro, è quell’altro a regolare le tue possibilità di sviluppo, di futuro). È una sfida che non richiede solo genio, ma anche tanto coraggio.

Mattei, cui non difettano né l’uno né l’altro, salta le sette sorelle, con particolare irritazione degli inglesi (che ritengono l’Italia una sorta di proprio protettorato energetico), tratta direttamente con i Paesi produttori e offre percentuali maggiorate, rispetto a quelle delle altre compagnie (75, invece che 50). A rendere ancora più intollerabile la cosa ai petrolieri di sua maestà, è il fatto che questo avviene soprattutto nelle aree del Nord Africa e del Medio Oriente, in cui la presenza britannica è dominante.

Non solo: «Mattei era al corrente dell’entità dei giacimenti lucani e, nonostante quei vecchi patti non lo consentissero, era intenzionato a sfruttarli a beneficio del Paese» dice Nicola Piccenna. Per gli inglesi, Mattei era diventato «un’escrescenza», ormai, riferisce Fasanella «secondo una definizione ricorrente nei documenti». In quelli «del ministero dell’Energia viene definito una “verruca” da estirpare in ogni modo». E quando tutti i tentativi di farlo ragionare falliscono, il governo britannico «decide di passare la pratica all’intelligence». Sei mesi dopo, Mattei muore, «in un incidente aereo provocato da un sabotaggio». È il 1962.

Per la Gran Bretagna, però, il vantaggio è quasi zero, perché Aldo Moro diviene «il continuatore della politica mediterranea, terzomondista e petrolifera di Enrico Mattei»; al punto che l’Eni sbarca persino in Iraq e in Libia, a fine anni Sessanta. Proprio mentre si riscopre (ma quante volte?…) il petrolio lucano. La stima del giacimento è paz­zesca: 15 miliardi di barili! Moro è leader di una corrente di minoranza nella Dc, il partito che governa l’Italia, ma per la sua autorevolezza, può imporre la propria visione politica.

Sino all’idea del compromesso storico con il Pci di Enrico Berlinguer (per il Vaticano «la crescita dell’influenza dell’Eni e quindi dell’Italia nel Terzo mondo», apriva «possibilità per la Chiesa cattolica di diffondersi in quell’area»). È allora che nasce il progetto del “Golpe inglese”, di cui Fasanella e Cereghino hanno ritrovato documenti inediti: per la Gran Bretagna, l’avessero vinta il compromesso storico e Aldo Moro, sarebbero a rischio non solo i suoi interessi petroliferi, ma addirittura gli equilibri mondiali stabiliti fra Est e Ovest a Yalta, a fine della Seconda guerra mondiale. «Quindi,» riporto la sintesi che lo stesso Fasanella fa del suo libro «per mesi e mesi, gli inglesi prepararono un colpo di stato militare da attuare in Italia, nel 1976.»

Un anno prima è stato ammazzato Pier Paolo Pasolini. Alla versione ufficiale su ragioni e modi del delitto, piena di contraddizioni, si crede sempre meno, ormai; mentre guadagna terreno l’ipotesi di omicidio legato al nuovo romanzo della voce più critica e libera d’Italia di quegli anni, Petrolio, i cui protagonisti, pur con altri nomi, son facilmente riconoscibili: Mattei e Cefis (suo successore, sul cui ruolo restano molti interrogativi).

A uccidere Pasolini sarebbe stato un gruppo di fascisti; mentre la bomba sull’aereo di Mattei l’avrebbero messa uomini di Cosa nostra. Sulla morte del poeta e scrittore grava ancora il mistero del capitolo mancante del suo libro. Che sarebbe adesso, a quanto dice lui stesso, nelle mani di Marcello Dell’Utri condannato per mafia (sentenza non definitiva), braccio destro di Berlusconi e fondatore di Forza Italia.

Dell’Utri, scrive in Porto franco, l’ex presidente della Commissione parlamentare antimafia, Francesco Forgione, ha interessi nel campo degli idrocarburi e, con il superlatitante Aldo Miccichè, poi arrestato dall’antimafia di Reggio Calabria, acquistava gas e petrolio “per conto di società legate alla Gazprom” russa.

Il progetto del golpe in Italia è preparato da «un comitato ristretto del ministero degli Esteri e di quello della Difesa britannici» (vengono reclutati l’ex comandante fascista Valerio Borghese e l’ex partigiano Edgardo Sogno). Ed è poi «sottoposto al giudizio degli Stati Uniti, della Francia e della Germania». «La Francia si dimostra entusiasta», gli inglesi, però, «davanti alle resistenze americane e tedesche e soprattutto facendo un calcolo realistico dei rischi, abbandonano il progetto, ma optano per una subordinata.»

Ovvero: l’«Appoggio a una diversa azione sovversiva», rivela il titolo di un memorandum «secretato a francesi, tedeschi e americani» e che «non esiste più nella sua versione originale negli archivi britannici di Kew Gardens, ma è custodito in quelli supersegreti della Marina». Fasanella conclude: «Sarebbe bello che Londra lo mettesse a disposizio­ne dell’opinione pubblica italiana»; forse sapremmo, infine, per cosa è morto Aldo Moro, nel 1978.

Il dossier de «L’indipendente lucano» (il giornale ha meritato una citazione in prima pagina del «Washington Post») e il libro di Fasanella e Cereghino sul Golpe inglese, fanno intendere la vastità di interessi politici ed economici (ma, a quel livello, economia e politica sono una cosa sola) in cui, per il suo petrolio, si trova coinvolta la piccola Lucania.

Che sia o no in questa regione nascosta la chiave di alcuni dei più oscuri misteri d’Italia, ai primi anni Ottanta (non ancora svanito l’odore d’incenso della messa funebre per Aldo Moro, si direbbe), il mondo apprende della scoperta (di nuovo!), in Lucania, del più grande giacimento petrolifero del continente europeo. E indovinate dove? Ma non s’erano rinsecchiti, quei pozzi?

Saranno state le nuove tec­nologie, messe a punto nel frattempo, a svelare che non erano aridi, anzi. La cosa fa poca impressione, in Lucania, loro lo sanno che fra Tramutola e Grumento Nova, per dire, ci sono posti in cui il petrolio non devi cercarlo, ma scansarlo, sennò ci finisci dentro con le scarpe. E chi sfrut­terà il giacimento, insieme all’Eni? Gli inglesi (ma poi arriverà tutto il mondo).
Nicola Piccenna, però, a proposito della scoperta degli anni Ottanta, cita un rapporto dell’Agip, in cui si parla del petrolio lucano e lo si quantifica in 15 miliardi di barili (ogni barile, 160 litri).

Una quantità enorme: ai prezzi attuali, poco meno di un migliaio di miliardi di euro; l’equivalente, ai livelli di consumo del 2010 (1,5 milioni di barili al giorno, poco più di 500 milioni all’anno) di quasi trent’anni di fabbisogno nazionale! Ma ci sono almeno un altro paio di cose sorprendenti: «Quel rapporto è stato pubblicato nei primi anni Sessanta, dunque precede di due decenni la dichiarata scoperta del giacimento; gli studi per compilarlo, considerati i tempi necessari, dovrebbero risalire, nella peggiore delle ipotesi, agli ultimi anni della gestione di Enrico Mattei, o a molto prima» dice Piccenna. «Quando l’Eni, però, nel 1998, con più moderne tecnologie, torna a stimarne la capacità, i 15 miliardi di barili si riducono a 900 milioni. Strano, perché, di solito, avviene il contrario; anzi, è sempre così, tranne qui in Lucania…»

Per capirci meglio: se fai le radiografie alla ricerca di un tumore e le macchine hanno la capacità di “vedere” di trent’anni fa, il tumore lo scopri soltanto se ha già una certa dimensione; se usi le più sofisticate possibilità di indagine di oggi, riesci a individuare persino la singola cellula cancerosa.

Per questo, quando vai a stimare l’entità di un giacimento petrolifero, con i mezzi più moderni, vedi pure quello che prima sfuggiva. Che fa, a questo punto, uno sospettoso? Pensa: se devo estrarre petrolio e pagare a qualcuno le percentuali che gli spettano, un conto è farlo su 900 milioni di barili e un conto su 15 miliardi. Insomma… convenire, conviene.

Ma, pur ammettendo che un’idea tale possa aver sfiorato la coscienza di enti e persone insospettabili (la coscienza degli enti? E com’è fatta? Di sicuro hanno degl’interessi; a volte un’etica; la coscienza, in effetti, non so…), come diavolo fai a nascondere circa duemila miliardi di litri di petrolio!


02
Apr 16

Quello scandalo a macchia di petrolio che parte dalla Campania e arriva in Basilicata

di Rosario dello Iacovo

Renzi può dire quanto vuole che il problema è la telefonata e che il provvedimento è «sacrosanto», ma lo scandalo petrolio che si allarga a macchia d’olio, dopo le dimissioni della ministra Guidi, svela ancora una volta con l’enorme distanza fra il suo metodo di governo e l’esercizio anche più blando e formale della democrazia. Perché è evidente che la Guidi è solo la punta visibile di un iceberg, di un sistema consolidato che oggi è integralmente sotto accusa: dallo stesso Renzi, alle compagnie petrolifere, ai faccendieri come Gianluca Gemelli, al capo di Stato maggiore della Marina, l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, passando per la potentissima ministra Maria Elena Boschi, fino alla base della piramide istituzionale sui territori.

C’è di tutto in questa storia, secondo un copione che qui in Campania abbiamo già visto in scena tragicamente nel corso degli anni. Profitto, disprezzo per la salute dei cittadini, dati ambientali falsificati, corruzione, collusione fra poteri economici e classe politica. «None, a noi la sicurezza non ce ne fotte niente» dice candidamente nelle intercettazioni Rosaria Vicino, 62 anni, ex sindaco PD di Corleto Perticara. Un paesino di sole 2500 anime ma adagiato su un giacimento petrolifero. Una posizione di forza che, secondo l’accusa, avrebbe permesso alla Vicino di dettare condizioni, stralciare finanche i disoccupati dalle liste del collocamento pur di far assumere i suoi.

Ma c’è dell’altro. Il petrolio estratto in Basilicata è raffinato a Taranto, in un impianto di proprietà dell’Eni. La città pugliese vanta già il triste primato insieme alla Terra dei Fuochi dei malati di tumore, tra i quali moltissimi bambini. L’Arpa Puglia nel 2011 scriveva che: «L’esercizio di questi impianti comporterà un aumento delle emissioni diffuse pari a 10 tonnellate/anno che si aggiungeranno alle 85 tonnellate/anno già prodotte (con un incremento del 12%)». Ma cosa gliene fotte alle lobby e a questa classe politica dei bambini tarantini che muoiono di cancro? Evidentemente nulla, se un emendamento allo Sblocca Italia che rende strategiche pure tutte le opere connesse all’attività estrattiva: gasdotti, porti, siti di stoccaggio – già dichiarato inammissibile dalle commissioni Ambiente e Attività produttive di Montecitorio – rientra dalla finestra attraverso la legge di Stabilità.

Del resto Renzi è lì per questo, per affermare il potere dispotico delle lobby nazionali e internazionali che stanno letteralmente spogliando il nostro paese delle sue ricchezze e i cittadini di potere d’acquisto, salute e diritti. Renzi è peggio di Berlusconi. Faremo bene a ricordarcene noi napoletani, soprattutto dopo la sfida sul’area di Bagnoli lanciata dal primo ministro che, pur appartenendo allo stesso partito che nelle sue diverse denominazioni ha governato la città e la Regione, oggi prova a escludere le istituzioni locali e la cittadinanza dalle decisioni cruciali su un pezzo del nostro territorio, attraverso il ricorso allo strumento del commissariamento che l’antitesi di ogni dialettica democratica.

Ma non è una questione che riguarda solo noi napoletani, riguarda qualunque italiano non si senta complice di un partito della nazione che è ormai oltre il grado di corruzione e dispotismo dei governi della prima Repubblica, articolati intorno alla vecchia DC. Renzi deve andarsene e se gli italiani lo vogliono davvero devono scendere in piazza. Devono metterci il cuore e la faccia, perché nulla accadrà nelle aule del palazzo, dove si annuncia la solita pantomima delle mozioni di sfiducia, nessuna delle quali raccoglierà il consenso necessario per mandare a casa questo governo, che non viene fuori dalle urne ma da un inciucio di potere. È questa l’occasione che gli italiani hanno per dimostrare che sono migliori della loro classe politica. Altrimenti saremo tutti complici.


03
Mar 16

La Shell abbandona la Basilicata?

shell La notizia è rimbalzata sui social ed è in attesa di conferma ufficiale da parte della multinazionale anglo olandese che non sappiamo se uscirà anche dalle joint venture nelle concessioni “Val d’Agri (Eni – Shell) e Gorgoglione (Total- Shell – Mitsuji) vendendo le proprie quote, dopo aver abbandonato le due istanze nel Mar Jonio. Un abbandono – secondo alcune fonti – che potrebbe essere dovuto dal “niet” dei 19 comuni lucani e campani sulle tre nuove istanze idrocarburi “La Cerasa, Monte Cavallo e Pignola”, ai quali si è aggiunta anche la Provincia di Potenza che all’unanimità dei consiglieri si è schierata contro.

Il presunto abbandono della Shell e dell’investimento di 2 miliardi di lire potrebbe essere interpretato anche come un “abbandono tattico”, ovvero solo annunciato finalizzato per spezzare le resistenze dei “comitatini”, oggi appoggiati da gran parte dell’opinione pubblica e parte delle istituzioni ed enti locali.

Ecco quanto scrive il quotidiano Italia Oggi on line: “La notizia è di qualche giorno fa: la Shell, che si candidava alle estrazioni del nostro petrolio in Basilicata, portando 2 miliardi di investimento, saluta e se ne va.

La multinazionale anglo-olandese ha capito che la vicenda dell’Italian oil, del greggio nazionale, si va mettendo male: non c’è solo il referendum ottenuto da molti governatori regionali a maggioranza piddina, che si terrà il 17 aprile, ma nel Bel Paese sta riprendendo forza il partitone antindustriale che pure Matteo Renzi aveva promesso di rottamare, quando aveva varato lo Sblocca Italia facendo indignare i comitati di mezza Italia e s’era impuntato perché a San Foca, nel Salento, si consentisse l’arrivo del gasdotto dall’Azerbaijan.

La notizia del dietrofront della Shell è stata accolta con giubilo dalle varie articolazioni dell’ecologismo patrio ma soprattutto da quelle de Pd del Sud, specialmente in Puglia e in Lucania, che non si sa se detestino di più il premier o temano maggiormente gli eventuali danni delle esplorazioni a mare. Piero Lacorazza, presidente bersaniano del consiglio lucano, o Michele Emiliano, governatore pugliese che ormai ha solo l’ambizione di diventare l’anti Renzi prima del collega toscano Enrico Rossi, hanno festeggiato con tweet estasiati la ritirata della multinazionale, continuando la loro campagna referendaria No Triv.

La vicenda del petrolio «made in Italy» porta alla luce l’ennesima contraddizione in casa dem, mostrando come in questo partito convivano un’idea moderna di sviluppo, che vuol conciliare crescita e tutela ambientale, e un conservatorismo militante che ripete il solito mantra secondo il quale l’unica ripresa per il Sud sarebbe quella di sole, mare, bei panorami e cibo insuperabile, ergo il turismo. Ma con camerieri immigrati. Tutti fanno infatti finta di dimenticarsene, ma il primo e principale sostenitore della necessità di trivellare in Italia si chiama Romano Prodi, il quale, in un articolo di tre anni fa sul Messaggero, avvisò che se non lo avessimo fatto in fretta, i Croati dall’altra parte dell’Adriatico,ci avrebbero depredato. Ora del Professore si può pensare tutto, ma non che si un bieco «industrialista», disposto a sacrificare il nostro ambiente per due barili di greggio in più.

La domanda centrale è infatti se sia possibile estrarre petrolio con un impatto ambientale accettabile, e se la crescita socio-economica che ne deriverebbe, possa valere i rischi. In Basilicata, dove Matera sarà capitale della cultura nel 2019, il Pd è convinto di no e si batte contro le trivelle. Invece di fare come a Stavager, al centro del distretto petrolifero norvegese, dove con le royalties petrolifere la città diventò capitale culturale nel 2008”.

Fonte: Organizzazione Lucana ambientalista


16
Ott 15

Perchè i petrolieri finanziano l’INGV?

di Organizzazione Lucana Ambientalista:

Controllori e controllati del petrolio. Ci sarebbe anche la Total quale committente dell’INVG. L’Istituto Nazionale di Vulcanologia e Geofisica , Organo del Dipartimento della Protezione Civile, finanziato con soldi pubblici è adibito alla sorveglianza e alla ricerca sismica e vulcanica. In teoria dovrebbe essere super partes che, come tale, non dovrebbe assolutamente potere svolgere attività di consulenza finalizzate ad attività industriali e petrolifere che potenzialmente possono mettere a rischio la sicurezza dei cittadini, come nella fattispecie delle trivellazioni petrolifere potrebbe essere in palese conflitto di interesse.

E’ quanto chiede al Ministro MISE, Federica Guidi, l’On Giordano della Sel che ha interrogato il Ministro chiedendo di rivendere l’ambito normativo di riferimento e la disciplina dei rapporti negoziali dell’INGV in particolare con gli operatori economici privati.

L’on Giordano nella sua interrogazione ricostruisce il conflitto di interesse dell’INVG:
“con il Decreto Legislativo n. 381 del 29/09/1999, è stato istituito l’ Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia ( INGV), con annesse disposizioni concernenti gli enti di ricerca ; quale ente non strumentale, avente personalità giuridica di diritto pubblico, con una propria autonomia scientifica, amministrativa, finanziaria e organizzativa.
all’art. 2 del suddetto Decreto, al capo “a)” si indica, tra l’altro, che l’INGV promuove ed effettua, anche nell’ambito dell’Unione Europea e di organismi internazionali, attività di ricerca nel campo delle discipline geofisiche e della vulcanologia, compreso quelle attinenti l’ampio spettro della prevenzione dei terremoti e delle eruzioni vulcaniche, anche in collaborazione con università e con altri soggetti pubblici e privati nazionali e internazionali;
sempre nel succitato Decreto, art. 2 comma 2, si precisa che l’INGV è componente del Servizio nazionale della Protezione Civile e le attività operative di studio e ricerca sono svolte attraverso un regime di convenzione con il Dipartimento della Protezione civile;
questo Istituto contempla, tra le sue possibilità, l’opportunità di concludere delle convenzioni con strutture pubbliche, ma anche private, anche sotto forma di attività di consulenza che si rivelano delle vere e proprie operazioni aziendali di natura commerciale, utili alla finanziarizzazione dell’ente;
tra le numerose attività che hanno prodotto convenzioni, partenariato, incarichi di servizio e contratti di collaborazione, dietro corrispettivo di finanziamenti o compensi all’INGV, ve ne sono diversi di particolare rilievo stipulati con enti pubblici e privati, tra i quali si segnalano:
• ITW & LW – GEOTERMIA S.p.A.
• Scuola edile spezzina
• Autorità portuale di La Spezia
• Gem Fudation
• Enel ingegneria e ricerca S.p.A
• Enel Servizi
• Petroleo Brasilero S.A.
• DLR German Eurospace Center
• Regione Sicilia
• Total E. & P. Italia S.p.A. ;

nell’ambito del Permesso di Ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi, denominato “Nusco” l’attività di esplorazione relativamente al pozzo situato in Irpinia e denominato “Gesualdo” , è svolta dalla società “Compagnia generale Idrocarburi – CO.GE.ID. S.p.A.” con sede legale in Roma alla Via Cavour n. 44 ;
la suddetta società petrolifera è stata oggetto di una formale richiesta avanzata dalla Regione Campania , con nota protocollare 2013.0251404, con la quale si chiedevano chiarimenti di merito al fine di perfezionare la procedura della relativa Valutazione di Impatto Ambientale;
in particolare la Regione Campania al fine di determinare lo stato vibrazionale “ante operam” propone alla suddetta società di idrocarburi di concertare con l’Ente locale e l’ INGV l’installazione di una rete di registrazione sismica locale da rendere operativa almeno 30 giorni prima dell’avvio della cantierizzazione del pozzo di trivellazione;sempre
sempre la Regione Campania invitava il soggetto attuatore della ricerca esplorativa ad attivare forme di collaborazione con l’INGV finalizzata a valorizzare le conoscenze acquisite;

la società CO.GE.ID. S.p.A. a sua volta chiedeva , attraverso una comunicazione del 5 luglio 2013, all’INGV di voler confermare modalità , termini e condizioni di una eventuale collaborazione finalizzata a corrispondere a quanto richiesto dalla Regione Campania, rendendosi immediata mente disponibili ad attivare un tavolo tecnico di lavoro;
sempre nella medesima comunicazione si chiedeva, inoltre, alla Regione Campania di esprimersi in ordine al ruolo e all’estensione del coinvolgimento dell’INGV e al merito delle congruità tecnico – operative del programma di collaborazione;

l’INGV di Grottaminarda (AV) con l’ausilio dell’Amra (Centro di competenza per l’analisi del monitoraggio del rischio ambientale), di Bigea (Università di Bologna) e della Biogem, una società consortile tra Cnr e vari altri enti, tra i quali la Camera di Commercio di Avellino e la Comunità Montana dell’Ufita, nonché il ’Petroleum Institute’ di Abu Dhabi, hanno organizzato un campo scuola di formazione estivo che si è tenuta a Grottaminarda (AV) dal 2 all’8 agosto 2015 e aperta, come si legge dal bando rigorosamente in inglese, a 20 studenti di varie nazionalità con un costo di iscrizione pari a 500.00 euro;

le tipologie di studi che saranno svolti in loco saranno utilizzati dei sistemi, come quello dei vibrosies, utilizzati anche dalle compagnie petrolifere in occasione dei cosiddetti ’rilievi sismici’, e cioè quella fase che di solito preclude la scelta per l’ubicazione di un pozzo;

a conforto di quanto esposto vi sono le parole del Prof. Benedetto De Vivo – Ordinario in Geochimica Ambientale presso l’Università di Napoli Federico II e Adjunct prof. presso Virginia Tech, Blacksburg, VA, USA il quale, in un’intervista rilasciata a un organo di informazione scientifica on line afferma “ … che l’INGV sia l’organo tecnico al quale la Protezione Civile fa riferimento e che da questa riceva cospicui fondi, proprio in relazione alle attività di sorveglianza sia vulcanica che sismica del territorio, finalizzata appunto alla salvaguardia e alla sicurezza dei cittadini…

Si tratta, in verità, di un palese conflitto di interesse, mai sanato, laddove la Protezione Civile finanzia di fatto un Organo di sorveglianza (e anche di ricerca) che dovrebbe essere super partes e che, come tale, non dovrebbe assolutamente potere svolgere attività di consulenza finalizzate ad attività industriali che mettono a rischio la sicurezza dei cittadini”.

tanto premesso, si chiede al Ministro in indirizzo :

se nel rapporto tra il Dipartimento della Protezione Civile che finanzia di fatto un proprio Organo tecnico di riferimento adibito alla sorveglianza e alla ricerca sismica e vulcanica , che in teoria dovrebbe essere super partes che, come tale, non dovrebbe assolutamente potere svolgere attività di consulenza finalizzate ad attività industriali che potenzialmente possono mettere a rischio la sicurezza dei cittadini, come nella fattispecie delle trivellazioni petrolifere in ambito urbano, non si individuino degli elementi di un palese conflitto di interesse che va rimosso alla radice rivendendo l’ambito normativo di riferimento e la disciplina dei rapporti negoziali dell’INGV in particolare con gli operatori economici privati”. (fonte: Organizzazione Lucana Ambientalista)


04
Ott 15

Basilicata: la guerra segreta sulle royalty del gas in Val d’Agri

di Organizzazione Lucana Ambientalista:

Mentre ENI annuncia un incremento di produzione del gas estratto e la lavorato presso la V linea presso il centro olio di Viggiano, che consentirà il raggiungimento dei 104 mila barili di olio al giorno e l’incremento della produzione di gas dagli attuali 3,6 milioni di Sm3/g a 4,6 milioni di Sm3/g (con trattamento  e stoccaggio di ingenti quantitativi di gas acido, il micidiale gas flaring),  è in atto una vera e propria guerra sotterranea, a colpi di carta bollata, tra le compagnie ENI e Shell, titolari della concessione Val d’Agri da un lato, e MISE, Autorità Energie Elettrica e Gas, Regione Basilicata e Comune di Viggiano dall’altro. 

Il TAR lombardia nel mese di luglio 2015 con due ordinanze in un primo grado di giudizio ha dato ragione al MISE, all’Autorità Energie Elettrica e Gas, alla Regione Basilicata e al Comune di Viggiano contro il ricorso presentato da ENI e Shell al TAR Lombardia il 18 giugno 2015.

Le due Ordinanze, la n. 883 e la n. 882 del 3/7/2015, hanno respinto infatti le istanze cautelari rispettivamente richieste dai ricorsi di Eni e Shell, che probabilmente ricorreranno ora presso il Consiglio di Stato contro le ordinanze del TAR Lombardia.

Oggetto del contendere sono le aliquote QE relative al gas del giacimento Val d’Agri. Ovvero la tassazione imposta dal governo che in soldoni, per il solo 2014,  imporrebbe un taglio netto nelle casse dei comuni e della Regione Basilicata di 21 milioni di euro.

Il Comune di Viggiano e la Regione Basilicata si erano costituite davanti al TAR Lombardia nel mese di giugno 2015.

Dal sottosuolo della Basilicata – ricorda la Ola – si estraggono all’anno quasi la totalità dei metri cubi di gas estratto in Italia in terra ferma ed 1/4 della produzione nazionale di gas, se si includono anche le quatità estratte in mare (dati UNMIG 2015).

Ma per le royalty sul gas l’apprezzamento non può essere inferiore a quello definito dall’Autorità per l’energia elettrica e il gas per mezzo dell’indice QE (quota energetica costo materia prima gas) espresso in euro/GJ e calcolato per ciascun trimestre dell’anno di produzione con un complesso sistema che deve tener conto della vendita sul mercato del gas e delle franchigie, ovvero le quote esenti di tassazione per produzione di olio e gas

Un sistema che già avvantaggia le compagnie minerarie e penalizzano i territori, con le compagnie minerarie che oggi puntano ad estrarre e fare affari sul gas oggi che il prezzo del barile crollato ai minimi storici.

Ma sull’accordo segreto le istituzioni regionali e locali non parlano, preferendo muoversi ancora una volta con accordi sotterranei con il governo centrale e le compagnie minerarie.

Quali saranno le nuove emissioni dei gas serra delle fonti fossili in Basilicata? Quale saranno i nuovi costi per i danni che provocheranno all’ambiente e alla salute dei cittadini le emissioni inquinanti in Val d’Agri?


26
Ago 15

Geologo Dellisanti: «per i lucani il petrolio è l’ottava calamità del libro dell’apocalisse»

ruggiero-dellisantiIl Prof. Ruggiero Maria Dellisanti, docente universitario di geografia economica, parlando delle trivellazioni nel Mar Adriatico, definisce l’esempio oil & gas per i lucani «l’ottava calamità del libro dell’apocalisse». Riportiamo di seguito l’intervista pubblicata sul “Quotidiano italiano“on line, proprio mentre i riflettori dei grandi media si riaccendono sul dibattito sulle trivellazioni in terra e mare autorizzate dal governo Renzi con la legge “sblocca Italia” e mentre riemergono vecchie e nuove ambiguità della classe istituzionale regionale che ha provocato solo disastri.

“Quale pugliese e docente di geografia economica, desidero dare il mio contributo all’informazione oggettiva e all’analisi riflessiva su di una problematica particolarmente importante, per il futuro di tutti noi qual è la possibile trivellazione del mare Adriatico, antistante le nostre coste, per ricerche petrolifere”.

Ad intervenire con una specifica nota su un tema di estrema attualità è il professor Ruggiero Maria Dellisanti, docente universitario.

“1) Nel nostro ordinamento giuridico tutto quello che si trova nel sottosuolo e nel soprasuolo appartiene allo Stato. Tutti possono richiedere di effettuare una ricerca per l’estrazione di fluidi o sostanze solide dal sottosuolo e una volta accertata la presenza pagare gli oneri concessori. In particolare, in Italia, i giacimenti di idrocarburi sono patrimonio indisponibile dello Stato (articolo 826 c.c.). Quello che accade in Texas o nei paesi arabi appartiene ad altro diritto.

2) Lo Stato, per ragioni d’interesse nazionale, non può vietare la richiesta di ricerca e la successiva estrazione, perché se ciò avvenisse si troverebbe esposto a ritorsioni internazioni ad opera delle cosiddette “ sette sorelle “, cioè delle principali multinazionali del petrolio, tra le quali spiccano l’inglese BP, il gruppo anglo olandese della Shell, le statunitensi Esso, Chevron, Mobil Oil, la Gulf Oil e la Texaco. Se il nostro governo dovesse impedire la ricerca e l’estrazione di petrolio le compagnie petrolifere, alleate in un cartello, potrebbero decidere di non venderci più petrolio, con immaginabili conseguenze in una società occidentale “ drogata “ dal petrolio.

3) Non può esserci un percorso monopolistico che privilegi la nostra compagnia petrolifera, rispetto ad altre ma essa deve sottostare alla concorrenza internazionale;

4) Il tratto interessato dalla ricerca rientra entro il limite delle acque territoriali (dodici miglia), meno profondo rispetto alle acque internazionali del mare Adriatico e quindi più conveniente rispetto alle zone centrali delle acque internazionali. Se proprio si riuscisse a bloccare l’estrazione e tutto dovesse essere vietato, il problema esisterebbe ancora poiché basterebbe spostarsi appena oltre il limite delle acque territoriali e piazzare la piattaforme petrolifera, senza particolari vincoli.

5) La parte centro meridionale del mare Adriatico si trova nelle condizioni geomorfologiche ideali per la formazioni di rocce serbatoio in grado di contenere petrolio anche se i sedimenti sono relativamente giovani. I primi risultati indicano come queste rocce dovrebbero essere ricche di petrolio, anche se di scarsa qualità, questo significa che nel breve periodo le compagnie petrolifere potrebbero non essere interessate all’estrazione a causa degli elevati costi della raffinazione, rinviando ad altri momenti economicamente più favorevoli l’utilizzo del giacimento.

6) Ricercato ed estratto il petrolio, le compagnie pagano al possessore del suolo (lo Stato italiano) i diritti di estrazione chiamate royalties. Sempre per un tacito accordo di cartello sono le compagnie petrolifere a stabilire il valore dei diritti di estrazione e non come ci si potrebbe aspettare il contrario. Nel mercato internazionale offshore le royalties valgono tra il 7 e il 10 percento del prezzo di mercato di un barile di petrolio (168 litri).

7) In teoria, i diritti di estrazione incassati dovrebbero essere erogati a titolo di rimborso e sotto forma di servizi aggiuntivi, alle popolazioni esposte alle possibili calamità e danni ambientali cagionati dall’estrazione del fluido nero.

L’esperienza della Basilicata, dove è stimata una presenza di petrolio in grado di soddisfare il 50 % del nostro fabbisogno energetico per i prossimi quindici-venti anni, ha dimostrato comeper i lucani il petrolio sia diventata l’ottava calamità del libro dell’apocalisse, perché non ha portato gli auspicati benefici economici alle popolazioni rurali: l’attività estrattiva richiede personale altamente qualificato.

Proprio come una delle sette piaghe bibliche il petrolio ha devastato il territorio un tempo incontaminato.

Le trivellazioni, gli oleodotti, il passaggio dei mezzi pesanti, la raffineria, hanno stravolto l’unica risorsa del territorio lucano, l’ambiente. Molte abitazioni sono state lesionate per micro sismi, causati all’estrazione; le acque sotterranee sono state contaminate dai fanghi di trivellazione; l’aria è diventata irrespirabile per l’inquinamento; le piogge acide, causate dall’aumento dello zolfo immesso dai processi di raffinazione, sta decimando piante e raccolti, mentre il fenomeno migratorio che doveva arrestarsi dall’improvvisa ricchezza, è ripreso in modo consistente.

8) È innegabile, per quanto io sia un convinto sostenitore dell’utilizzo delle fonti rinnovabili, che la trasformazione del petrolio in energia elettrica oggi sia la fonte economicamente più conveniente rispetto al nucleare e alle fonti rinnovabili, (solare, eolico, geotermico, idrogeno, biomasse, talassotermico e marino), ancora molto più costose e poco convenienti. In questo bilancio costi/beneficio si omette però di considerare gli effetti devastanti sui cambiamenti climatici, prodotti dall’utilizzo dei combustibili fossili (petrolio, carbone e gas).

9) In una economia asfittica, interessata da continue crisi globali, costruita esclusivamente sulla logica del profitto e della crescita economica sempre e ad ogni costo, il petrolio a buon mercato diventa inevitabilmente uno strumento da utilizzare per poter uscire dallo stagno della crisi e dare competitività attraverso un costo energetico basso, inoltre esso rappresenta una fonte considerevole di entrata per lo Stato, quando rilascia concessioni per l’estrazione e incassa proventi dalle royalties, al quale molto difficilmente si potrà rinunciare .

A questo punto sorge spontanea la domanda: cosa fare ? Rassegnarsi e assistere impassibili alle logiche delle multinazionali del petrolio ?

Convincere i cinque governatori regionali, presenti sulla costa adriatica (anche se il problema è principalmente della Puglia), ad allearsi per indire un referendum contro l’art. 35 del Decreto Sviluppo del 2012 ?

La decisione del Consiglio provinciale della BAT, di esprimere un netto NO politico alle trivellazioni nel nostro mare, credo che sia la strada da percorrere d’intesa con tutte le forze politiche provinciali, regionali, comunali e con i movimenti spontanei, aventi il solo scopo di proteggere e tutelare le nostre coste.

Imporre alle compagnie petrolifere una serie di clausole vincolanti di natura ambientale in grado di tutelare le coste, l’ambiente, l’habitat e la salute dei suoi abitanti, stabilendo vincoli, controlli e sanzioni particolarmente pesanti in caso di inosservanza, costringerebbe le compagnie a intraprendere l’attività estrattiva in piena sicurezza.

Quanto è accaduto sulle coste del Messico, il 20 aprile 2010, con lo sversamento in mare dalla piattaforma petrolifera, Deepwater Horizon affiliata alla British Petroleum, di milioni di barili, deve essere da monito per evitare il ripetersi di disastri ambientali per i quali la BP è stata condannata al pagamento di 18,7 miliardi di dollari, quale risarcimento per il danno causato”.

FONTE: ORGANIZZAZIONE LUCANA AMBIENTALISTA


08
Ago 15

Organizzazione Lucana Ambientalista: caro Renzi le trivelle selvagge sono realtà

Renzi ieri all’incontro del PD sul Sud ha affermato : «non si può fare un racconto macchiettistico dello Sblocca Italia per cui sembra una trivella selvaggia ovunque. Non c’è nessuna trivella autorizzata dallo Sblocca Italia. Stiamo chiedendo di verificare se ci sono spazi per la ricerca e l’esplorazione».

Questa affermazione di Renzi è stata fatta durante l’incontro di ieri, con gli stati maggiori del PD del sud Italia difendendo lo “Sblocca Italia”, proprio mentre i comitati No Triv incontravano l’ANCI – Basilicata a Policoro per cercare di fermare l’assalto delle trivelle in terra e in mare in Basilicata.

Peccato che il premier Renzi non conosca la Basilicata e, chi avrebbe potuto illustrargliela intervenendo ieri al summit dei segretari e dei governatori del PD del sud, è stato ancora una volta “silente” e non ha descritto cosa stia davvero accadendo in una regione che non è quella di alice nel paese delle meraviglie raccontata da Matteo Renzi, ma dove le “trivelle selvagge” sono purtroppo una triste realtà.

Renzi ha poi aggiunto: «che nell’Adriatico si intervenga nella parte croata e balcanica e da noi non si possa fare ricerca è una contraddizione in termini».

Ovviamente non sappiano se il governatore pugliese Emiliano abbia intonato le note di “bella ciao”, ripetendo la perfomance canora durante la manifestazione del 15 Luglio scorso a Policoro, questa volta però nei confronti del suo segretario di partito (fonte: Organizzazione Lucana Ambientalista)


02
Lug 15

Sindaco di Policoro inizia sciopero della fame contro le trivelle del governo Renzi

Da sabato mattina il Sindaco della Città di Policoro, Rocco Leone, inizierà lo sciopero della fame nella Casa Comunale, per protestare contro la decisione del Governo Renzi, di far trivellare il nostro Mar Jonio dalle società petrolifere.La decisione maturata dal Sindaco, è una conseguenza dell’incontro tenutosi al Ministero di via Cristoforo Colombo, con il Sottosegretario all’Ambiente con delega al mare, Silvia Velo.

“Dopo aver parlato con il Sottosegretario Velo – scrive Leone – ho percepito chiaramente che non vi è nessuna intenzione da parte del Governo di tornare sui suoi passi. L’Italia in questo momento è guidata da gente non eletta dal popolo ed una buona parte di questa politica con la “p” minuscola è venduta agli interessi generati dalle società petrolifere. I dati scientifici dicono che già la sola ricerca con l’Air – Gun e la prospezione 3D generano dei danni irreparabili alla flora e alla fauna marina ed in particolare ai cetacei e ai delfini che popolano il nostro mare.”

“Con questo mio atto – continua Leone – voglio tentare di muovere le coscienze e effettuerò lo sciopero della fame ad oltranza fin quando non sarà convocato un tavolo Stato – Regioni (Puglia, Basilicata, Calabria) che discuta seriamente della tutela del nostro Mare perché non dimentichiamo che lo Jonio è la culla delle civiltà, la storia millenaria che narrano le nostre acque ci insegna che da qui è passata la civilizzazione che ha reso il Mondo grande.

Da qui sono passati un crocevia di uomini e di idee che hanno concorso alla creazione dell’Europa come la conosciamo oggi, una Europa democratica che, come ci ricorda anche la nostra Costituzione, vede il popolo sovrano.

Io in questo momento voglio rappresentare – conclude Leone – la voce del mio popolo che già alla grande manifestazione del 17 Dicembre 2012 , siglando il “Protocollo di Herakleia”, concepì un neologismo: “Ionicità”: si tratta del nostro senso di appartenenza ai luoghi in cui viviamo e abbiamo deciso di crescere i nostri figli. Nel mio lavoro di pediatra quotidianamente sono impegnato a proteggere e custodire il futuro dei miei ragazzi e proprio nel rispetto di quel futuro è nostro dovere lasciare ai nostri figli lo stesso identico mare che i nostri avi hanno lasciato a noi.”

Al sindaco di Policoro val la vicinanza ed il sostegno della Ola che auspica ora anche azioni concrete per fermare l’invasione delle trivelle in mare e in terra da parte di tutti i primi cittadini e delle comunità. (Fonte: Organizzazione Lucana Ambientalista)


26
Giu 15

Continua la “mungitura” del petrolio in Basilicata: messa in produzione per tre pozzi petroliferi

pozziMA6_7_L’ Organizzazione Lucana Ambientalista  rende noto che sul sito istituzionale del Comune di Grumento Novaè stato pubblicato in albo on line, in data 23 Giugno 2015, l’avviso per l’ottenimento del nulla osta idrogeologico per i lavori di work over dei pozzi “Monte Alli 6, Monte Alpi 7  e  Monte Alpi 6 “, ricadenti nel Comune di Grumento Nova ( PZ). La richiesta dell’Eni, oltre al Comune di Grumento è stata inoltrata anche alla Regione Basilicata, ufficio foreste del dipartimento ambiente, ai sensi del R.D. 3267/23 e della L.R. 42/98  s.m.i..

La richiesta di nulla osta al vincolo idrogeologico – si legge nella nota dell’ENI – “consiste in attività di manutenzione in area pozzo, al fine ai ripristinarne la capacità produttiva, in quanto gli stessi da tempo presentano problemi di variazione di pressione rispetto a quella della condotta di collegamento al Centro Olio Val d’Agri , con conseguenti perdite di produzione”.

A valle delle suddette operazioni, si procederà allo smontaggio e al ripristino parziale della configurazione preesistente di allestimento a produzione.

Sul sito dell’UNMIG il pozzo Alpi 7 risulta “non erogante“, mentre il pozzo Alpi 8 risulta “produttivo” assieme ai 27 totali nella concessione Val d’Agri, mentre il pozzo Alli 6 non risulta addirittura censito, pur essendo ubicato sulla stessa postazione, a poche centinaia di metri dall’invaso del Pertusillo (vedi mappa in alto). (Fonte: Organizzazione Lucana Ambientalista