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16
Giu 15

Dopo l’Adriatico, vogliono “spertosare” lo Jonio

Permesso Enel Longanesi d92FR-ENLa Ola rende noto che, con Dec VIA favorevole con prescrizioni da parte dei Ministeri Ambiente e Beni Ambientali e Turismo del 12/6/2015, è stato rilasciato, nonostante i pareri dei comuni e delle associazioni, la compatibilità ambientale relativamente al progetto consistente nell’effettuazione di una indagine sismica 3D nell’ambito del permesso di ricerca di idrocarburi denominato “d 79 F.R-.EN”, nel Mar Ionio Settentrionale, presentato dalla Società Enel Longanesi Developments S.r.l.

L’area interessa 848 Kmq e il progetto interessa le Regioni Calabria, Basilicata e Puglia; Province di Crotone, Cosenza, Matera, Taranto e Lecce; Comuni di Cirò, Cirò Marina, Crucoli, Cariati, Scala Coeli, Mandatoriccio, Pietrapaola, Calopezzati, Crosia, Rossano, Corigliano, Cassano, Villapiana, Trebisacce, Albidona, Amendolara, Roseto Capo Spulico, Montegiordano, Rocca Imperiale, Nova Siri, Rotondella, Policoro, Scanzano, Pisticci, Bernalda, Ginosa, Castellaneta, Palagiano, Massafra, Taranto, Leporano, Pulsano, Lizzano, Torricella, Maruggia, Manduria, Porto Cesareo, Nardò, Galatone, GaIlipoli, Taviano, Racale, AlIise, Ugento, Salve, Morciano, Patù e Castrignano del Capo.

Il progetto prevede l’operazione di acquisizione sismica a mare attraverso strumentazione idonea all’individuazione di accumuli di idrocarburi gassosi nel sottosuolo marino, nell’area ubicata nel Golfo di Taranto ad una distanza minima dalla costa pari a 35 km.

La Ola ricorda che erano state presentate sull’istanza le osservazioni/opposizioni della Città di Policoro in data 03/09/2013,dell’Avv. Giovanna Bellizzi per Comitato Mediterraneo No Triv in data 03/09/2013 ,del comune di Nova Siri in data 05/09/2013, del Comune di Cariati in data 06/09/2013, dll’Organizzazione Lucana Ambientalista in data 06/09/2013, della Provincia di Cosenza in data 09/09/2013, del WWF Italia – sezione regionale Basilicata in data 09/09/2013.

Per la Ola l’autorizzazione dei Ministeri riapre un fronte di opposizione da parte delle comunità e degli imprenditori turistici ed agricoli delle tre regioni contrari alla volontà governativa di imporre le trivelle in un’area marina e costiera le cui vocazioni sono sempre più minacciate dalle trivelle petrolifere.(fonte: Organizzazione Lucana Ambientalista)


10
Apr 15

Trivellare in Italia? Dieci buone ragioni per non farlo

MI è stato segnalato questo interessantissimo articolo di Giuliano Garavini pubblicato sul sito dell’associazione “Paolo Sylos Labini”.

L’autore espone 10 motivi su cui riflettere e per i quali varrebbe la pena non investire nelle trivellazioni petrolifere:

Estrarre in Italia in questo momento è fortemente antieconomico e danneggia fortemente l’ambiente:

1. Oggi l’offerta mondiale di petrolio è maggiore della domanda. Il prezzo del Brent si aggira sui 55 dollari al barile, meno della metà della sua quotazione a giugno del 2014. In queste circostanze lasciare il petrolio sottoterra è il modo migliore per valorizzarlo. Estrarlo è invece il modo migliore per sperperare una ricchezza non rinnovabile che in futuro varrà di più.

2. Non solo non si dovrebbe procedere a nuove trivellazioni, ma lo Stato dovrebbe imporre ai pozzi in funzione di ridurre la produzione. Se c’è troppo petrolio e i prezzi calano in modo abnorme, bisogna produrne di meno in previsione di tempi migliori. Si può fare e si deve fare: la regolazione statale della produzione l’hanno inventata e imposta per primi negli anni ’30 quel paradiso dei petrolieri che sono gli Stati Uniti, attribuendo il potere di controllo ad un’istituzione chiamata Texas Railroad Commission.

3. Le royalty pagate in Italia sulla produzione di greggio sono oltraggiosamente basse: tra il 7 e il 10 per cento per il petrolio su terra e il 4 per cento per quello in mare. A questo si aggiunge loscandalo che le prime 20mila tonnellate di petrolio prodotto su terraferma e 50mila prodotte in mare sono del tutto esenti royalties! Le royalties non hanno nulla a che vedere con le tasse (quelle che le società pagano sui loro profitti). Esse rappresentano il corrispettivo che gli operatori (società petrolifere) pagano al proprietario del terreno per sfruttare una risorsa naturale esauribile. In tutto il mondo (tranne negli Stati Uniti) il proprietario del terreno è lo Stato. l voler seguire l’esempio della Germania le royalty pagate in Bassa Sassonia sono oggi del 37 per cento! La prima cosa da fare è raddoppiare le royalties al 20 per cento. Ogni punto di royalty meno del 20 per cento è un furto ai danni dei cittadini italiani. La produzione del tutto esente da royalty è un furto con scasso.

 4. Gli italiani non traggono alcun beneficio diretto dal consumare petrolio prodotto sul territorio nazionale. Al consumatore italiano non cambia nulla, una volta che fa il pieno dal benzinaio, che il petrolio venga dalla Basilicata o dal Golfo Persico. Tanto vale comprarlo nei Paesi dove esso può essere prodotto con minori danni per l’ambiente e a costi molto più bassi.Quelli che parlarono di “sicurezza energetica” in relazione al gas e al petrolio prodotto in Italia sono comici involontari. L’Italia potrebbe garantirsi la “sicurezza energetica” solo in due modi: smettendo di utilizzare del tutto le energie fossili o tornando a colonizzare la Libia.

5. Secondo gli studi di Nomisma, gli unici effettuati (Prodi è tra i grandi sponsor delle trivellazioni), lo Stato incasserebbe da un raddoppio della produzione di idrocarburi circa 1,2 miliardi di euro l’anno per i prossimi dieci anni. Ma lo studio era del 2014, prima del tracollo dei prezzi del petrolio! Oggi queste stime andrebbero per lo meno dimezzate a 600 milioni di euro l’anno. Dunque si tratterebbe di un introito, certo interessante in tempo di vacche magre, ma assolutamente irrisorio se comparato alla liquidazione delle riserve italiane: un patrimonio per le generazioni future cui finora abbiamo lasciato in eredità solo un bel cumulo di debito pubblico.

6. Nessuno ci ruba il nostro petrolio. Questo lo dicono i gran maestri delle trivellazioni con in testa (scusate il gioco di parole) Chicco Testa. Testa e sodali affermano che in Adriatico, se non lo fanno gli italiani, saranno i Croati ad estrarre il nostro gas e il nostro petrolio ciucciandocelo via da sotto il naso. Cito il Presente di Federpetroli Marsiglia che di idrocarburi dovrebbe intendersene: “Un giacimento è molto vasto, formato da vari pozzi. Sono stupidaggini di persone non competenti quando si legge che la Croazia ci ruberà il nostro petrolio. Non perdiamo idrocarburo”.

7. Argomento ricorrente dei trivellatori è che gas e petrolio italiani ridurrebbero la bolletta energetica degli italiani. A parte che questo sarebbe vero solo se a produrre idrocarbuti fosse unicamente l’ENI (cosa che non è). Bisogna poi capire quanti dei soldi intascati dall’ENI restino effettivamente nel nostro Paese reinvestiti per creare occupazione e nella ricerca, quanti finiscano nella casse di società controllate di ENI, magari in Olanda, o peggio vengano utilizzati per pagare tangenti in Algeria o in Nigeria.

8. Il patrimonio paesaggistico, storico e artistico dell’Italia è, oltre che un bene comune da preservare, anche una fonte di reddito indiscutibilmente superiore a qualsiasi possibile incasso dalle vendita di idrocarburi. Visitando una piattaforma ENI in Adriatico posso testimoniare che l’azienda presta la massima attenzione alla sicurezza e che il personale tecnico della società è degno della massima fiducia. Ma si riuscisse pure a scongiurare ogni possibile fuoriuscita di gas o di olio, si riuscisse a mitigare l’impatto sull’ambiente marino delle trivellazioni, come si fa a non tenere in considerazione l’impatto di centinaia di piattaforme in mezzo al piccolo mare Adriatico? E cosa resterà di questo cimitero di ferro arrugginito una volta terminato il proprio lavoro di suzione? Difficile non ritenere questo scenario una terribile pubblicità negativa per il turismo.

9. L’Italia è un Paese densamente popolato, a forte rischio idrogeologico, soggetto a terremoti. Ogni volta che la terra si scuote riprendono i dibattiti scientifici sul ruolo delle estrazioni di petrolio e di gas e delle “reiniezioni” nei pozzi nello stimolare i terremoti. Ancora una volta: perché non comprare petrolio da Paesi che sono semidesertici e che dai proventi della vendita degli idrocarburi, pagati il loro giusto prezzo, possono ricavare le risorse che servono sia per sostentare al meglio la propria popolazione che per approfittare della manifattura e delle competenze italiane? Anche in Paesi come l’Algeria, che dipendono in tutto dagli introiti degli idrocarburi, vi sono vivaci e coraggiosissime proteste contro il fracking in pieno deserto. Non dovremo dare l’esempio anche noi prendendoci cura del nostro territorio?

10. La vera fonte energetica del futuro, prima ancora delle rinnovabili, è il “risparmio energetico”. Questa è una frontiera che ha praterie davanti a sé e nella quale dovrebbero investire le imprese energetiche italiane, diversificando opportunamente la propria attività. A me, per esempio, fa piacere vedere ENI associata al car-sharing. Solo dal risparmio energetico può nascere un vero beneficio per la bolletta energetica dell’Italia, accoppiata ad miglioramento della qualità della vita dei cittadini. Il binomio perfetto. Occorre permettere alle società energetiche di guadagnare sul risparmio energetico, sulle nuove tecnologie e sull’efficienza delle infrastrutture. Regalare loro petrolio va nella direzione opposta.


05
Apr 15

Basilicata: i petrolieri nelle scuole regalano gadget

gadget distribuiti a Pergola (Marsico Nuovo)

La denuncia è dell’Organizzazione Lucana Ambientalista:

Accade in Val d’Agri, nella frazione “Pergola” di Marsico Nuovo, dove fervono i lavori per la realizzazione del pozzo petrolifero omonimo che ha già procurato una contaminazione nell’area.Ne abbiamo dato notizia nei giorni scorsi, mentre le istituzioni regionali e locali tacciono, ivi compreso l’Osservatorio Ambientale della Val d’Agri, divenuto Fondazione, con sede proprio a Marsico Nuovo. Alcuni genitori e cittadini ci segnalano come nelle locali scuole elementari la compagnia mineraria,attiva nel comune valdagrino, sta attuando un progetto chiamato “piccole scuole di eniScuola“, sulla scia di analoghi progetti nazionali.

La compagnia petrolifera ha distribuito ai bambini delle scuole gadget con loghi e simboli del petrolio (vedi foto in alto) promettendo “computer ed attrezzature varie” alle scuole coinvolte nel progetto.

Gli amministratori locali, con in testa il sindaco di Marsico Nuovo, hanno manifestato “entusiasmo” per questa iniziativa.

Ma quanto accade è, a nostro giudizio, non solo una tangibile colonizzazione da parte degli interessi petroliferi, ma costituisce anche un lavaggio del cervello di minori inconsapevoli, così come di gran parte dei loro genitori.

Questo uso strumentale della scuola pubblica (vorremmo conoscere cosa ne pensano il Collegio dei Docenti, il Dirigente Scolastico ed i genitori degli alunni) non solo evidenzia una una arretratezza culturale, ma costituisce una pratica prepotente ed arrogante che fa riemergere una sottocultura che dovrebbe far parte del passato.

Gli alunni della frazione Pergola di Marsico Nuovo, considerati cavie, non potranno mai, con tablets, lavagne interattive e computers, risanare per magia le sorgenti ed i boschi nell’area dove si sta trivellando il pozzo Pergola 1.


26
Mar 15

Indagine europea sui danni del petrolio in Basilicata

foto Ansa

Rispondendo ad una interrogazione del portavoce eurodeputato Piernicola Pedicini, la Commissione Europea ha comunicato che “ha avviato una procedura d’indagine e sta valutando ora le risposte fornite dalle autorità italiane” per verificare la situazione ambientale e sanitaria provocata dalle estrazioni petrolifere che si stanno effettuando in Val d’Agri (Basilicata), dov’è ubicato il più grande giacimento su terraferma d’Europa.
“Una volta terminata questa valutazione, – ha scritto nella risposta a Pedicini il commissario europeo per l’Ambiente Karmenu ‪#‎Vella‬ – sarà stabilito il seguito appropriato”.

Nell’interrogazione veniva evidenziato che “l’area interessata é attraversata da un parco nazionale ed é ricca di sorgenti sotterranee e bacini idrici, che forniscono acqua potabile e d’irrigazione in Basilicata e Puglia. L’attivitá estrattiva coinvolge un sito di interesse comunitario Sic (ILago del ‪#‎Pertusillo‬). Analisi e studi dimostrano il forte inquinamento sia delle falde acquifere che degli invasi idrici, con la presenza di metalli pesanti in concentrazione superiore ai limiti europei, nonché un’anomala distribuzione di tumori e malattie cardiorespiratorie nell’area.
I fatti riguardano la concessione petrolifera ‪#‎Eni‬/‪#‎Shell‬, denominata “Val d’Agri”, come da decreto del Ministero dello Sviluppo Economico del 28/12/2005. Le direttive europee non rispettate sono sei: la direttiva 92/43/Cee; la 98/83/CE; la 2000/60/Ce; la 2004/35/Ce; la 2006/118/Ce; la 2008/1/Ce”.
“La procedura d’indagine avviata dalla Commissione europea, a seguito delle numerose denunce del ‪#‎M5s‬, – ha sottolineato Pedicini – è un importante risultato per le popolazioni che risiedono nell’area interessata dalle estrazioni petrolifere e per i cittadini della Puglia e della Basilicata che, ogni giorno, utilizzano l’acqua del Lago del Pertusillo per uso potabile. Con questa indagine, – ha concluso il portavoce del M5s – le autorità italiane dovranno spiegare con estrema chiarezza e precisione qual è l’impatto sull’ambiente e sulla salute pubblica che viene provocato dalle estrazioni petrolifere che da circa venti anni vengono effettuate in Basilicata. Nessuno potrà continuare a sottovalutare l’inquinamento dell’acqua e dell’aria, con gravi ripercussioni sull’‪#‎agricoltura‬ e sul‪#‎turismo‬ locale, e sul drammatico aumento delle malattie respiratorie e tumorali”.


17
Mar 15

Il petrolio lucano fa bene all’export pugliese

Secondo i dati trimestrali forniti dall’Istat, l’export pugliese del 2014 fa registrare un segno positivo: +1,9%, in linea con il dato italiano (+2%) e superiore a quello del Mezzogiorno continentale (più 1,1%).

Un risultato certamente positivo per la regione forse più vivace imprenditorialmente del Sud, ma il dato risulta “drogato” dalla voce«cokee prodotti petroliferi raffinati», che registra un +156% dal 2013 al 2014.

Il petrolio che parte dal porto di Taranto e quindi contabilizzato statisticamente tra l’export pugliese sapete da dove proviene? Dalla Basilicata, che, di fatto è cornuta e mazziata.

Soddisfacenti i risultati, al di là delle esportazione petrolifera, nel campo dell’alimentare +8,7% , del 10,3% di quelli del tessile abbigliamento, del 12,6% del pellame.


10
Mar 15

Sblocca Italia: 95 comuni lucani a rischio trivelle

Sarebbero quasi 100 i comuni lucani che fanno gola alle società petrolifere, la denuncia è dell’ Organizzazione lucana ambientalista che dichiara:

La legge Sblocca Italia potrebbe aprire scenari inquietanti per il territorio della Basilicata, a breve e medio termine. Si prospetta, infatti, una vera e propria “petrolizzazione” per gran parte della superficie regionale, estesa su 9.992 Kmq. Per la Ola (Organizzazione lucana ambientalista) i dati illustrati da Presa Diretta (Rai Tre) non sono affatto “disinformati”, mentre lo sono quelli di quanti hanno interesse a fare disinformazione sui dati ufficiali. Dopo le 20 concessioni di coltivazione di idrocarburi già operanti in Basilicata che impegnano una superficie di 1.993,99 Kmq, incombono ben altre 18 istanze di permesso di ricerca, con una superficie territoriale “petrolizzabile” pari a 3.856,63 Kmq che interesserebbero 95 comuni lucani.

A questa superficie bisogna aggiungere quella relativa ai 10 permessi di ricerca (di cui 8 attualmente sospesi) pari a 1.358,51 Kmq, 1 concessione di stoccaggio in Val Basento (“Cugno le Macine” della società Geogastock spa) con una superficie di 48,16 Kmq ed 1 istanza di riattribuzione del giacimento marginale denominato “Canaldente” – della società Canoel – pari a 65,26 Kmq.

Il totale complessivo della superficie assoggettata a titoli minerari vigenti è di 7.322,65 Kmq. Essa rappresenta oltre il 78% della superficie regionale. Ma quale sarebbe la mappa del rischio petrolizzazione a breve e medio termine in Basilicata?

Ed ancora:

Per 95 comuni (vedi cartina in alto che riguarda solo le 18 istanze di permesso di ricerca e non le attuali concessioni e permessi di ricerca) si aprono scenari imprevedibili, che potrebbero assumere accelerate incontrollabili, ove si guardi agli attuali status degli iter autorizzativi per il rilascio dei pareri della VIA regionali in via di trasferimento al Ministero dell’Ambiente. Oltre alle 3 istanze già di competenza del Ministero dell’Ambiente (“Monte Foi”, “San Fele”, “Muro Lucano”) potrebbero aggiungersi altre 11 istanze oggetto di sollecito di rilascio di Intesa regionale regionale da parte del Ministero dello Sviluppo Economico già nel 2012 e/o quelle con procedure VIA già avviate. Una petrolizzazione che le comunità e le amministrazioni locali non vogliono e che, invece, il governo Renzi vorrebbe imporre ai territori della Basilicata.

La preoccupazione dei cittadini verte sull’inquinamento ambientale denunciato da cittadini ed associazioni e ai conseguenti danni alla salute.


09
Mar 15

Basilicata: ecco come le estrazioni fanno scempio del paesaggio (foto)

Le foto in basso appartengono all’associazione No Profit OLA testimoniano lo scempio delle attività petrolifere sulle montagne lucane. Riguardano l’area ove si sta perforando il pozzo Pergola 1. Le foto “prima” (a sinistra) dell’area pozzo Pergola 1 nel Comune di Marsiconuovo, sono state scattate prima dello scempio. Risalgano alla primavera del 2014. Mentre a destra le foto della stessa area pozzo Pergola 1, come si presentavano qualche mese fa, prima che venisse montata la torre di trivellazione.

Pergolaprimadopo2


26
Feb 15

Ma quanto è costato “Il Foglio” (anche) ai lucani?

Oggi ho usato Google per cercare se il quotidiano il Foglio (quello dei lucani pecorai e morti di fame senza petrolio) avesse mai preso finanziamenti pubblici. Viene in soccorso Il Fatto Quotidiano che pubblica i dati  della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per l’informazione e l’editoria.

“Certo, qualcosa al bilancio dello Stato è costato”:  ha detto un rilassato Giuliano Ferrara parlando del suo giornale “Il Foglio” davanti alla Commissione Cultura della Camera dei deputati  nell’ambito dell’esame della proposta di legge del Movimento 5 Stelle per l’abolizione del finanziamento pubblico all’editoria. Qualcosa? 50 milioni 899 mila 407 euro, ecco per l’esattezza quello che  “Il Foglio” di Ferrara è costato ai contribuenti a partire dal 1997, data in cui il giornale ha cominciato a riscuotere i contributi pubblici per l’editoria: 2 milioni 994 mila euro l’anno,  250 mila euro al mese, 8 mila euro al giorno. Per 17 anni. Una bella sommetta (Il Fatto Quotidiano).

 

Ecco i dati:

 

CONTRIBUTI STATALI PERCEPITI DA “IL FOGLIO” (1997-2013)

 

1997     114.966,73 €
1998 3.250.158,97 €
1999 3.157.813,05 €
2000 3.408.615,54 €
2001 3.674.626,21 €
2002 3.202.032,77 €
2003 3.511.906,92 €
2004 3.821.781,05 €
2005 3.821.781,05 €
2006 3.821.781,06 €
2007 3.745.345,44 €
2008 3.745.345,44 €
2009 3.441.668,78 €
2010 3.205.317,44 €
2011 2.251.696,55 €
2012 1.523.106,65 €
2013 1.201.463,75 €

TOT. 50.899.407,39 €

 

Insomma con 8000 euro al giorno sai quanti bei investimenti in terra di Lucania, senza le trivellazioni petrolifere ed evitare “il ritorno di pecorai e morti di fame”? Che poi, che male c’è nel fare il pastore di ovini? Mah…


25
Feb 15

La Basilicata? Senza petrolio è una terra di pecorai e morti di fame

Ipse dixit, Federico Pirro in questo articolo apparso su Il Foglio commentando la trasmissione di Presa Diretta andata in onda domenica, che trattava del provvedimento “Sblocca Italia” anche detto “sblocca trivelle” a proposito delle estrazioni petrolifere in Basilicata.

Scrive Pirro:

Un autorevole dirigente dell’Eni – dopo aver visto il programma – mi ha detto che se lo si vorrà, a causa dell’estremismo ecologista, l’Eni potrebbe anche andarsene dall’Italia e dalla Basilicata, cosìcché – là dove Rocco Scotellaro celebrava l’uva puttanella – tornerebbero finalmente i pecorai e i morti di fame.

 

Il quotidiano online Basilicata24 risponde a Pirro in maniera sdegnata e ponendo una serie di domande.

Scrive Eugenio Bonanata:

Se (Pirro,ndr) uscisse dal solipsismo del suo desk e si facesse un giro a Viggiano e Pisticci Scalo, anche la penna dell’illuminato giornalista si ribellerebbe al suo padrone. Nel frattempo, segnaliamo il passaggio di ieri del Procuratore nazionale Antimafia Roberti, il quale, nella relazione annuale presentata a Roma, ha dedicato grande attenzione “ai reati ambientali per sfruttare il ricco sottosuolo lucano”. Si riferiva all’inchiesta sul presunto “smaltimento illecito di reflui petroliferi” che vede indagati proprio i vertici di Eni. Ma i fatti non contano per il Foglio. La chiusura del pezzo dedicato alla Basilicata petrolizzata, infatti, è solo un esempio di razzismo antimerdionalista .(Fonte Basilicata24)

 

In un articolo a firma della redazione di Basilicata 24 si legge:

Federico Pirro è professore associato di Storia dell’Industria presso il Dipartimento di Filosofia, Letteratura, Storia e Scienze Sociali (FLESS) dell’Università di Bari. Dal suo curriculum si legge che dal 2007 è componente del Centro Studi di Confindustria Puglia; collabora inoltre alla rivista economica del Mezzogiorno della Svimez ed è autore, con Angelo Guarini direttore di Confindustria Brindisi, del volume Grande Industria e Mezzogiorno 1996-2007, con prefazione di Luca Cordero di Montezemolo cui nel 2009 sono stati conferiti il Premio Sele d’Oro Mezzogiorno e il Premio Basilicata. Perché un professore pugliese mostra il suo interessamento alla questione lucana al punto tale da riportare meschine e gratuite offese pur di sostenere l’importanza dell’operato delle compagnie petrolifere nella nostra Regione? Sarà forse perché le politiche industriali pugliesi, in materia di petrolio, sono legate alle estrazioni petrolifere lucane? Sarà forse perché il Distretto Meridionale dell’ENI, con un livello di produzione che si attesta sugli 82.000 barili di olio/giorno e 3,4 milioni Smc/giorno di gas, rappresenta la maggiore realtà italiana quanto a produzione di idrocarburi? Sarà forse  per la presenza dell’oleodotto di circa 137 km adibito al trasporto dell’olio grezzo prodotto dal Centro Olio Val d’Agri e diretto alla Raffineria di Taranto per le successive lavorazioni ed in funzione dal lontano 2001? Sarà forse perché il Centro Olio di Pisticci che, occupandosi della separazione del gas dalle acqua di strato, provvede a stoccarlo in appositi serbatoi e avviarlo tramite autobotti alla Raffineria di Taranto? Solo il 16 dicembre scorso, sul giornale on-line “formiche.net” la cui società editrice vede nel consiglio di amministrazione Chicco Testa, compare un articolo a firma di Federico Pirro in cui si legge: “il governo avrebbe intenzione, introducendo un emendamento alla legge di stabilità, di consentire l’effettiva attuazione del Progetto “Tempa Rossa” e soprattutto della sua sezione terminale riguardante l’area di Taranto, ove – all’interno della raffineria dell’Eni – si dovrebbero costruire due serbatoi di stoccaggio della capacità complessiva di 180mila metri cubi per conservare il greggio proveniente dall’area estrattiva di Corleto Perticara in Basilicata e destinato, dal raggruppamento Total, Shell e Mitsui che lo estrarrà all’esportazione e non alla lavorazione presso l’impianto di raffinazione tarantino” (**).(Fonte Basilicata24)

 

Nonostante il petrolio, la Basilicata è la regione più povera d’Italia, acquistata per qualche buono benzina elargito solo ai titolari di una regolare patente di guida: ah, andate a guardare a quanto ammontano le royalties pagate al territorio lucano e comparatele con quelle date, ad esempio, alla Nigeria…

Siamo sicuri che l’agroalimentare ed il turismo, su cui investire veramente rendano meno e creino meno occupazione?


22
Nov 14

Puglia, MO Basta: fermiamo la mano nera del petrolio

Come per Basilicata, Sicilia e Campania anche in Puglia si muovono i comitati (“comitatini” per Renzi) che si battono contro la trivellazione del territorio, incoraggiata dal recente “Sblocca Italia”.

Il decreto sblocca Italia del governo Renzi sblocca gli interessi degli speculatori e delle multinazionali del petrolio, mentre condanna la Puglia e l’intero Sud alla povertà assoluta.
Le misure palesemente anticostituzionali di Renzi sottraggono la tutela del territorio alle Regioni facendo del governo il giudice unico dell’ambiente, senza alcuna possibilità di veti da parte delle istituzioni locali e dei cittadini organizzati in comitati popolari, da lui definiti “comitatini”, in maniera assolutamente arrogante e antidemocratica.

 

Così esordisce il coordinamento dei  comitati Mo Basta Puglia, che prosegue:

La trivellazione petrolifera in Italia, e più di tutto delle coste meridionali, ridurrà l’intero Sud come la Basilicata, già devastata per il 45% del suo territorio dalle estrazioni petrolifere, con conseguente distruzione dell’agricoltura e inquinamento degli invasi che portano acqua non più potabile in Puglia.
Le estrazioni petrolifere sono una terribile minaccia all’intero ecosistema del mare Adriatico e all’economia turistica, l’unica sopravvissuta al Sud, dopo l’azione distruttrice degli ultimi decenni di governi paraleghisti, di destra e di sinistra, che hanno condannato le regioni meridionali al ruolo di colonia interna dove sfruttare risorse naturale ed umane ed insediare impianti distruttivi, come l’Ilva e la centrale a carbone di Brindisi, il gasdotto Tap nel Salento, gli inceneritori cancerogeni e le mega discariche di rifiuti tossici, senza prevedere alcuna spesa di bonifica.
In cambio di tutto ciò, il Sud ha il 21% di disoccupazione, con il 65% di quella giovanile, dati paurosi affogati nelle “medie nazionali” del 12 e del 40%, un reddito pro capite di 16,500 euro, la metà di quello del nord, ed inferiore di 2.000 euro a quello di Grecia e Portogallo.
Il decreto prevede lo stanziamento di quasi 5 miliardi di Euro per le ferrovie, il 98,8% dei quali destinati per ulteriore alta velocità al centro nord, come il Tav in Val di Susa, 12 miliardi di Euro per un inutile traforo, e solo 60 milioni ovvero l’1,2% al sud, lasciato con treni lumaca, senza aeroporti e con strade improbabili. Di più, il Cipe stanzia 2 miliardi di Euro per lo sviluppo, interamente destinati al centro nord. Zero centesimi per il Sud, che si vede privato da Renzi anche di ben 4 miliardi di fondi europei dirottati verso il nord.

Il Comitato dà appuntamento ai cittadini, per il 4 dicembre a Bari per:

spingere Vendola a ricorrere contro il decreto Renzi, laddove governatori di altre regioni, come il lucano Pittella e il siciliano Crocetta rifiutano di farlo, in cambio di soli 30 centesimi di proventi petroliferi per abitante