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18
Feb 17

Pino Aprile: vi racconto il mio Squitieri

Dal proprio profilo Facebook, Pino Aprile racconta il “proprio” Pasquale Squitieri, con una serie di aneddoti interessanti a proposito del regista de “Li Chiamarono Briganti”, rivelando che avrebbe voluto realizzare un nuovo film proprio sul proprio Sud.

Un brigante in meno; e nessuno ha raccontato i briganti come lui. Pasquale Squitieri è andato a litigare da qualche altra parte. Resterà nella storia del cinema. Ma io ne parlo per un film che fece, e che tutti abbiamo visto di contrabbando, e per uno che non fece.
Mi chiamò: «Dobbiamo fare un film per “Terroni”, perché non ne parliamo?». Ci vedemmo al bar Rosati a Roma, in piazza del Popolo, che era una specie di suo ufficio. «Ma hai già fatto “E li chiamarono briganti”», obiettai. «Non rischi di fare un doppione?». Mi mise subito a posto: quello che faceva i film era lui, io scrivevo libri. Ci vedemmo altre volte; spesso, all’ultimo momento mi avvisava che non poteva. Stava male, aveva dolori forti.

Alcune volte, mentre parlavamo, si interrompeva per qualche fitta e se la prendeva con se stesso: quasi facendosi colpa del suo male. Non accettava di considerarsi a scartamento ridotto. Subito, però, ricominciavamo a progettare. «Quanto tempo hai?». «Poco, Pasquale. Ma per un film con te, su questi temi, butto tutto a mare per sei mesi». «Ci vogliono due anni per farlo come si deve». Ahi!
E, un giorno, cominciammo a immaginare la trama. Io vedevo la storia legata alla vita di una sola persona, un sopravvissuto di Pontelandolfo, figlio di una delle donne stuprate dai bersaglieri. Lui non ne era convinto. Mi disse: «E quale sarebbe la prima scena?». Qualche giorno dopo gli esposi un’idea. Non la bocciò, ma inziò a chiedere: «E dopo che succede?». Suggerivo qualcosa, e lui: «No, no, che cazzata. E se…?». «Sì, ma…». Alla fine, la storia prese forma.
Ma lui ebbe qualche problema in più e le assenze erano sempre più lunghe; io ero sempre più in giro e quando poteva lui non potevo io. Ci sentivamo per telefono. Ci vedemmo a Catania, per una serata con il suo film e il mio libro, in una piazza piena. Poi io mi dedicai agli altri libri.
Mi raccontava del suo film sui meridionali a Torino; la sua rabbia perché ne avevano voluto le braccia, ma non ne sopportavano la vista, infatti i quartieri per i terroni erano a parte, fuori città; mi disse come aveva filmato nella Fiat, anche se non volevano. Era disgustato, perché gli intellettuali del tempo lo avevano lasciato solo (lui spirito anarchico eletto con la destra), pure quando riuscirono a mandarlo in galera.
Mi disse come aveva fatto “E li chiamarono briganti”, con quattro soldi, incluso i suoi. «Hai visto tutte quelle scene a cavallo? Hai notato che i cavalli, nel film, sono sempre diversi? Sai cosa costa, al giorno, nel cinema, una cavalcatura? Così, io li noleggiavo al macello, a 50mila lire. Ma il giorno dopo, erano già sui banchi del macellaio. Insomma: cambiavano sempre…».
«Ma perché hai venduto i diritti del film alla Rai?», chiesi. Mi spiegò che si era messo nei guai, economicamente, per portare a termine l’opera. Che vide boicottata, perché trasmessa in pochissime sale, per un paio di giorni, se ricordo bene. Quindi, escludendo la possibilità di recupero delle spese. E, a quel punto, non ebbe scelta. La Rai acquistò il film per nasconderlo, di fatto.
Chi si occupa di questi temi sa che ci scambiavamo le copie pirata; lo vedevamo al computer, da soli, o in salette carbonare… È stato fatto un gran torto a tutti noi, agli italiani, a un grande autore dal carattere duro, difficile, controverso, che spiazzava per le scelte a volte estreme, ma sempre passionali, forti. Capace, me lo ricordo, di intervenire in una trasmissione radio, telefonando non atteso e non invitato, e ribaltare il conduttore che su come fu unificata l’Italia non la stava dicendo giusta. Non ricordo se era lo stesso con il quale avevo discusso, su Terroni, con uso di spigoli, diciamo. Neanche il tempo di riattaccare il telefono e mi arrivò la chiamata di approvazione di Pasquale.
Era un combattente. Qualche volta mi pareva esagerasse. Combinai un incontro con lui e Nicola Bove, presidente della proloco di Casalduni: voleva invitarlo per la commemorazione dell’eccidio, con proiezione del film. E gli disse che ci sarebbe stato, fra i tanti relatori, anche un piemontese (no, non Del Boca), ottima persona, onesto intellettuale. Appena sentì “piemontese”, Pasquale cominciò a trattare il buon Nicola e il suo accompagnatore a pezza da piedi. Era (al solito) al bar Rosati.
«Ah, Pi’», mi chiamò mortificatissimo Nicola, «ci ha fatto fare ‘na figura… Una mortificazione!». «Pasquale, ma che ti ha fatto Nicola? È la persona più mite del mondo!». «I piemontesi, Pino. Ti rendi conto? Mi voleva mettere con i miei nemici!». Tentai, stupidamente, di obiettare che non ha senso generalizzare. Alzò subito la voce: «Ooohh! Non ti permettere: sono i miei nemici. I nostri nemici!». Capii che non era il caso di dire: e Lorenzo Del Boca, allora? E Piero Gobetti? E… lasciai perdere, perché non è vigliaccheria, è capire quando la battaglia è inutile.
Pasquale era così. Prendere o lasciare. Un lupo solitario che vinceva e perdeva le sue battaglie contro tutto e tutti, fottendosene delle forme, delle mode, delle convenienze. Ma capace di mettersi nei guai, per raggiungere il risultato, per via diretta o scorciatoia. Uno tosto. Uno vero. Uno difficile con cui aver a che fare. Ma meno male; perché solo uno così poteva fare “E li chiamarono briganti”, l’equivalente, nel cinema, di “Brigante se more”, di Eugenio Bennato, nella musica.
Quando si progetterà il nostro Olimpo, accanto ai Giacinto De Sivo, i Francesco Proto, i Carlo Alianello, gli Antonio Gramsci, i Nicola Zitara, gli Angelo Manna, i Silvio Vitale, i Michele Topa, i Pietro Golia, i Tommaso Pedio e i tanti, tanti altri, Pasquale Squitieri ci sarà. Magari in disparte e di cattivo umore, perché non gli piaceva intrupparsi. Ma ci sarà, mentre Lina Sastri urla e piange il monologo “briganti o emigranti” che chiude il suo film e racconta la nostra storia taciuta da questo secolo e mezzo.


08
Ott 16

Colpo di scena: mancano i soldi per il “Patto per il Sud”

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Patti per il Sud? No, pacchi per il Sud. I soldi promessi e sbandierati all’elettore buon selvaggio meridionale, non ci sono.

Così Pino Aprile parla di questa incresciosa scoperta sul proprio profilo Facebook:

Due bravi giornalisti de “Il Fatto”, Carlo Di Foggia e Marco Palombi, sono andati a spulciare nella “Relazione sugli investimenti pubblici”, stilata dal ministero dell’Economia, nelle mani di Pier Carlo Padoan, e hanno scoperto che vi si dice, papale-papale: se davvero si vogliono mandare avanti i lavori previsti nei patti per il Sud, bisogna trovare i soldi, perché non ce ne stanno, a partire da subito (1,1 miliardi sui 9 sino al 2018).

È quello che succede quando compri pentole fallate da uno che strilla alla sagra della ribollita: quando vai a casa e scarti il pacco, ti accorgi che ti hanno fregato. Ora, per evitare una colossale figura renziana, il governo dovrà raccattare soldi da qualche parte. Da dove, vattelappesca, se lo stesso ministero alle Infrastrutture di Graziano Manolesta Delrio, nella sua relazione, fa l’elenco (impressionante) delle opere già in corso e rimaste senza quattrini o ridotte a zero virgola (persino le strafinanziate e coccolate opere inutili lombarde, come la Pedemontana che va ad aggiungersi a una già deserta autostrada Brebemi, Brescia-Bergamo-Milano).

E non ci sono soldi per aiutare le famiglie che non riescono a pagare l’affitto; non ce ne sono per Vigili del fuoco e le forze dell’ordine; e appena 74 milioni sono stati impegnati dei 9 miliardi annunciati contro il dissesto idrogeologico (altro “Grande Piano” di Sua Eccellenza il Capo del Governo mai eletto, ma nominato per capriccio dell’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, iscritto, secondo “Massoni”, a una loggia di destra statunitense, dal 1978, quando era comunista).

Insomma, chiacchiere al vento di dilettanti allo sbaraglio che, invece di dedicarsi alla soluzione dei problemi, li aggirano puntando tutto e solo su un referendum e riforme costituzionali scritte da un macellaio e da un cervello che il mondo ci invidia (la ministra Maria Elena Boschi).

Ah, dimenticavo: e si fa il Ponte sullo Stretto. Dice. Chi? Lui, quello dei “patti”, del “Grande Piano contro il dissesto idrogeologico” e presidente del Consorzio della mozzarella di Mondragone (con tutte le bufale che partorisce…).


14
Ago 16

L’indignazione diversamente leghista per quei terroni con la lode

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Una Italia (quella che inizia a nord della linea del Garigliano) intrisa di razzismo contro “negri, zingari e terroni” non puo’ ammettere che questi ultimi (come i primi ed i secondi) possano eccellere nella istruzione.

Pure Brera rimase stupito dalla velocità di quel terrone di Mennea, non poteva essere.

Ora monta l’indignazione per le lodi profuse nelle scuole meridionali. Pure i governatori delle regioni del nord si sono indignati dimenticando che il figlio di un notabile, pezzo grosso patano leghista la laurea se l’era comprata direttamente in Albania.

E chi lo dice che ci sarebbe il trutto? Quella boiata pazzesca dei test Invalsi.

Ecco cosa scrive Pino Aprile a tal proposito:

E se fosse falsa, sbagliata, inattendibile la valutazione Invalsi, contestata quasi ovunque, fortemente avversata in Italia, boicottata, condotta con dati monchi, criteri superati in molti Paesi e, secondo parecchi eperti, poco oggettivi?

Sud è essere messi nella condizione di non fare e non essere, ed essere poi accusati di non fare e non essere.

E l’Invalsi sembra fatto apposta… Vi sembra corretto paragonare i risultati di uno studente che ha una scuola ben attrezzata con uno che a stento ha il banco? Uno che ha una famiglia con reddito sicuro e l’altro che deve preoccuparsi di cosa deve mangiare oggi? Uno che ha biblioteca, computer, laboratori e palestre e l’altro che se li sogna? Uno che ha il tempo pieno e l’altro il tempo corto? Uno che ha la mensa e l’altro il panino da casa? Uno che ha mezzi pubblici a iosa per raggiungere la scuola e l’altro che ha i treni e i collegamenti del Sud? E poi ci si stupisce se con questi criteri, negli Usa, stabilirono “scientificamente” che i neri sono meno intelligenti dei bianchi?

Quello che suona intollerabile ai razzisti del Nord (e non solo a loro) è che in qualcosa il Sud non sia “sotto” il Nord. Poco importa che sia vero o no: è l’idea che il dogma della minorità meridionale venga infranto e si metta in crisi la base di una identità a sfondo razziale, costruita con le armi (fucilazioni, stragi, carcere, deportazioni, rappresaglie) e in un secolo e mezzo di discriminazioni in infrastrutture, investimenti pubblici e diffamazioni a mezzo stampa “nazionale”.

E questa perdita di sicurezza “razziale” (ormai sono i termini da usare) è misurabile dal livore con cui si grida al complotto, al trucco, all’imbroglio; e rivoli di indignazione colano dalle boccucce a culo di gallina di censori padani, a difesa “del futuro dei nostri ragazzi” (quelli del Sud sarebbero figli di nessuno), vittime dello “squilibrio” (hanno avuto il coraggio di usare questo termine!!) che li sfavorisce rispetto ai loro colleghi meridionali.

Non voglio rifare tutta la storia (autostrade a Nord sì, a Sud Salerno-Reggio; treni a Nord sì, a Sud gli scarti del Nord e a Matera manco quelli; alta velocità solo al Nord e una coda al Centro; aeroporti ogni 50 chilometri a Nord, a Sud intere regioni, come la Basilicata o larga parte di regioni, senza…: per nessuno di questi “squilibri” gli “indignati” nordici hanno sentito vibrare le loro offese antennucce e si son messi a fare i conti per denunciarne l’ingiustizia); fermiamoci alla scuola.

A memoria e al volo: chi si è indignato quando, a opera di una disgraziata serie di ministri all’Istruzione (Maria Stella Gelmini, Francesco Profumo, Maria Grazia Carrozza, Stefania Giannini), si è:

sottratto al Sud quasi mezzo miliardo destinato alle scuole pericolanti, per spenderlo altrove;

sono stati esclusi dai programmi di studio della Letteratura del Novecento, nei nostri licei, tutti gli autori e i poeti meridionali, anche se premi Nobel per la letteratura e ancora è così, dopo sei anni di battaglie, mozioni, interrogazioni parlamentari, Relazione al governo (questo) della Commissione parlamentare Cultura;

si è stabilito che il tempo pieno fosse a Nord e al Sud no;

sono state rese “razziali” anche le borse di studio per gli universitari, grazie a uno dei soliti ragionamenti “finto-logici” modello Lega Nord: a Sud possono averle i meritevoli (sino a esaurimento dei fondi: quindi tanti le meritano, pochi le pigliano, perché i soldi sono scarsi) con reddito familiare entro i 15mila euro; al Nord entro i 26mila (lasciate perdere i discorsi: la vita costa di più. Palle. Con un reddito solo, a Sud, devono campare più persone che al Nord, vista la disoccupazione altissima, e l’assenza o pochezza dei servizi pubblici assorbe buona parte del reddito e le tasse sono più alte). Quindi, se vuoi la borsa di studio, vai al Nord;

i soldi per le scuole terremotate (24mila, di cui quasi 13mila in sole tre regioni meridionali: Sicilia, Calabria, Campania) sono stati distribuiti per il 97 per cento a Centro-Nord, un terzo della somma alla sola, terremotatissima Lombardia (noi credevamo L’Aquila…);

i soldi per combattere l’evasione scolastica, record europeo a Scampia e alcuni quartieri di Palermo, sono stati dati in buona parte alla Lombardia e al resto del Nord;

le norme sulla “spesa standard” sono state violate “a maggioranza”, per impedire che andassero al Sud soldi per gli asili nido, e continuare a darli tutti o quasi al Nord, sorvolando sul fatto che lì gli asili li hanno già, e in gran parte del Sud zero asili;

l’immondo decreto Carrozza-Letta sulla “meritocrazia” universitaria (sono proprio spudorati!) stabilisce che sono “migliori” gli atenei più ricchi, che sorgono in territori dove ci sono molte aziende che danno contributi; in cui si pagano tasse più alte (il reddito al Nord è quasi doppio che a Sud) e i cui laureati trovano più facilmente lavoro, nell’anno, entro 100 chilometri dalla sede dell’università. Criteri clamorosamente razzisti, derivanti da un piano che prevede la chiusura delle università meridionali, cui si nega la possibilità di fare ricerca (anche se il Politecnico di Bari, per dire, con quattro soldi, rispetto a Genova e Milano, è uno dei migliori). Solo un esempio: in base a questi criteri, se il Trota si laureasse a Padova e lo assumesse un’azienda dei dintorni, mentre trenta Einstein si laureassero a Potenza, prendessero trenta premi Nobel, e fossero assunti alla Sorbona, a Oxford e alla Nasa, l’università lucana meriterebbe la chiusura e le sottrarrebbero risorse che andrebbero a Padova…

E questa gentaglia parla di “squilibri”? O ritiene tali sono quelli che non siano, come tutti gli altri, a danno del Sud? Quanti posti per insegnanti al Sud ci sarebbero se fossero corrette le storture razziali della scuola italiana? (Uso il termine razziale, per rendere meglio l’idea; forse, da non marxista, bisognerebbe rispolverare termini desueti e di nuovo attualissimi, come “scuola di classe”: via poveri, terroni e cani dalla scuola “pubblica” riservata, ma con i soldi di tutti, a lorsignori. I quali, poi, si riserverebbero di chiamare “ignoranti” gli esclusi: Sud è essere messi nella condizione di non fare e non essere, ed essere poi accusati di non fare e non essere).

Gli indignati per i voti, se in buona fede, rifacciano i conti e ne diano conto. Nessuno è indenne da errori e la qualità delle persone è nel non temere di ammetterli, il che accresce la loro autorevolezza. I finti indignati per paraculismo razziale (ma IlFattoQuotidiano.it che chiede lumi all’iperleghista Zaia sullo “squilibrio”, ne vogliamo parlare?) sono ormai persi alla decenza. E non possono ripensare alle proprie azioni: correrebbero il rischio di dover denunciare per diffamazione la propria biografia.

 


03
Ago 16

Lo sapete dove li portiamo i tesori del Museo Archeologico di Napoli? A Comacchio.

una suggestiva immagine delle valli di Comacchio

una suggestiva immagine delle valli di Comacchio

Tra le ben note anguille, nella splendida cornice di Comacchio troveremo, noi emigranti o turisti, vestigia della cara amata Napoli..e di Ercolano.

Che è successo? Così racconta la vicenda Pino Aprile dal proprio profilo Facebook:

Ci risiamo: la solita partita con le carte truccate. Visto che il Sud non è stato dotato di strutture per valorizzare quello che ha, portano i suoi gioielli altrove, che così avranno la giusta “visibilità” e i “fruitori” sapranno dove possono far a meno di andare, dal momento che di quel che vi avrebbero trovato han già potuto godere altrove.

La vicenda dei reperti archeologici del Mann, il Museo archeologico nazionale di Napoli, “prestati” a Comacchio ne è una ennesima, clamorosa, irritante conferma.

Riassumiamo la vicenda: il museo di Napoli è di leggendaria ricchezza di oggetti di grande valore archeologico. Talmente tanti, ne ha, che solo pochi possono essere esposti negli spazi di cui dispone. E quel che resta escluso non vale meno di quel che si mette alla luce. Altrettanto si può dire di altri tesori culturali napoletani, come, per citarne (non a caso) uno, il museo nazionale di Capodimonte, con le sue immense gallerie di opere d’arte antica e contemporanea.

Quindi, quale sarebbe la cosa giusta e ovvia da fare, in un Paese non diviso fra chi deve avere e chi deve dare? Le varie autorità ed enti nazionali e locali coinvolti agirebbero, con investimenti adeguati, per riuscire a esporre anche quello che non trova spazio, in modo da valorizzare tutto, stupire per la qualità, e va bene, ma anche per la quantità. Il che comporterebbe, per esempio, che non potendosela cavare in un giorno solo, i turisti sarebbero piacevolmente costretti a fermarsi di più. E il Paese ne guadagnerebbe, non solo Napoli o qualsiasi altra città (a caso…: Reggio Calabria, con i suoi Bronzi raggiungibili solo da Indiana Jones, con treni dismessi dal Nord; a costi da Steve Jobs in aereo; o su una Salerno-Reggio Calabria in gran parte risanata, ma destinata a rimanere incompiuta, nonostante la minaccia di un “inauguratore seriale” quale Renzi, che pensa basti dichiarare le cose “fatte”, perché lo siano. O la gente ci creda).

Mancano a Napoli edifici da poter recuperare per farne spazi espositivi? Ma figurati! Quanti ne vuoi. E perché non si fa? La solita storia: i soldi. Quelli, “l’Italia unita”, dopo averli razziati al Sud e mentre frega ai meridionali anche i fondi europei (facendo firmare “patti di sottomissione” a Renzi, per poter leccare le briciole sotto il tavolo), li manda solo al Nord.

Così, ogni disequilibrio ne produce altri e amplifica il divario. Se rendi irraggiungibili le capitali del Sud (Napoli, almeno in questo, si salva), come puoi candidarle a ospitare manifestazioni quali l’Expo, per dirne una? Quindi, lì se fai l’alta velocità, autostrade, pure vuote, costose, tangentofore, inutili (Brebemi, Pedemontana…), e qui no, l’Expo la fai dove ci sono già le strutture. E, per l’occasione, ne aggiungi.

Ma una volta che hai fatto le strutture e l’Expo finisce, devi trovare come riutilizzare il di più che hai messo a quel che già c’era. E ti inventi il Centro ricerche Human Technopole, che assorbe, da solo, più soldi che tutto il resto del Paese messo insieme. Il che prepara un nuovo “di più” perché non diventi spreco questa l’ennesima aggiunta.

Così, chi è lasciato dietro anche una volta e di poco, accumula ritardi; chi viene favorito, anche una volta e di poco, accumula vantaggi. Finché la differenza diviene (o fa comodo che sia ritenuta) incolmabile. E, ovviamente, non è colpa di chi è stato lasciato indietro, ma di chi ci è “rimasto”; in tal modo il danno inferto viene trasformato in colpa del danneggiato (chiedere ai prof di completemento).

Così, torniamo alla trovata del museo di Napoli che va a Comacchio. Su questa pagina abbiamo riportato le osservazioni di Angelo Forgione: per la nomina a capitale culturale d’Italia 2018, sono in corsa Comacchio ed Ercolano. E guarda caso, il sovrintendente del museo di Napoli, nominato da Franceschini, si accorda con la municipalità di Comacchio, per “prestare”, alla capitale delle anguille, i reperti di Napoli, fra cui anche quelli di Ercolano. Dopo di che, Ercolano può pure candidarsi a capitale del torneo di boccette, visto che Comacchio, potendo esporre, avrà quel che è di Comacchio e quel che è di Ercolano. I soliti malpensanti potranno sospettare che Franceschini, che è di Ferrara, abbia voluto favorire la “sua” Comacchio e il sovrintendente di Napoli, franceschinamente nominato, abbia voluto compiacere il ministro.

E tanta malizia, solo perché Franceschini è lo stesso che già progettò di “riportare” a Parma la collezione d’arte “portata via” dai Borbone, e ora a Capodimonte, quando si trasferirono a Napoli (trascurando, il ministro, che quelle opere erano patrimonio privato della famiglia; e, di solito, quando uno cambia casa, si porta appresso la roba sua). La cosa non andò in porto. Ma da questo a voler dubitare del signor ministro! E dddai, ma come si fa?

Naturalmente, il “prestito” è in cambio di niente. Al Sud si sottrae, non si dà.

Cosa avrebbero detto a Ferrara e Comacchio se un ministro napoletano alla cultura avesse disposto (e finalmente!) finanziamenti per ampliare la capacità espositiva di Napoli e, dionescampi, di Ercolano, con il recupero dei tanti edifici storici, chiedendo a Comacchio “in prestito gratuito” la sagra dell’anguilla, da fare sul lungomare di Ercolano? (Quelle che non riescono a portare in tavola e devono rimanere nelle “valli”, a che pro tenerle inutilizzate sott’acqua?).

Tranquilli, un ministro napoletano ritenuto capace di fare questo non diventerebbe mai ministro: gli avrebbero preferito qualche Picierna. E se de Magistris avesse provveduto di suo, da Renzi sarebbe arrivato un commissariato, come per Bagnoli. [..]

Drusiana Vetrano ha sentito per Identità Insorgenti proprio il direttore del Mann che accusa la stampa:

Paolo Giulierini, attuale direttore del Mann, se la prende con la stampa che ha lanciato l’allarme sul trasferimento di alcune opere del Mann a Comacchio senza riceverne nulla in cambio, come ha ben raccontato – e argomentato – il vicedirettore di questo giornale, Drusiana Vetrano, nei giorni scorsi.

Ovviamente è la stampa che è superficiale, perché secondo lui si tratta di uno spostamento di pochi mesi (quando l’accordo tra Napoli e Comacchio da lui chiuso è di due anni e non se ne comprendono nei dettagli nè motivi nè, soprattutto, vantaggi per Napoli e le sue opere d’arte: lo pubblicizzasse, ce lo inviasse e lo pubblicheremo subito.[…]

Ora sono in campo varie iniziative, un flash mob il 4 alle 18, un’altra manifestazione il 6: perché i napoletani certe cose non le fanno passare in silenzio. E vogliono quanto meno spiegazioni che non siano un’alzata di spalle… proprio a conferma, se ce ne fosse bisogno, che se pur avesse ragione Giulierini, evidentemente fa una pessima comunicazione.


27
Lug 16

SWG: il Sud è una polveriera pronta ad esplodere

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Così Pino Aprile dal proprio porfilo Facebook commenta un recente dossier della SWG sulla rabbia che monta al Sud:

“Rabbia. Risentimento. Disgusto per la politica. Ansia e apprensione per il futuro… Bisogno di mutamenti forti, decisi, netti… il dito puntato contro tutte le élite; contro i poteri forti (anche locali) che hanno bloccato, fermato, ma, soprattutto, sfruttato e saccheggiato a proprio vantaggio il Mezzogiorno… Il Sud è sempre più una polveriera… può avere effetti politici dirompenti nel futuro prossimo”.

Sono parole dell’analisi di cosa accade oggi nel Mezzogiorno, di uno dei più stimati istituti di sondaggi, la Swg. Se uno qualsiasi di noi avesse usato queste espressioni, ci saremmo sorbiti i soliti professorini della moderazione, di “ma le responsabilità della classe dirigente locale?” (per caricare tutto sulle spalle della gentaglia-gregaria del posto, e salvare la gentaglia colonialista che impone il sistema e il saccheggio, ma fa campare i professorini); o “è tutta colpa del Sud” (questa vince sempre: mai si trovasse una colpa altrove!); “e perché non spendete i soldi dell’Europa?” (forse perché se li fottono Renzi e Delrio per spenderli al Nord; esattamente come hanno fatto gli altri e Tremonti, prima di loro? Ma dirlo è maleducazione); o “possibile che sia sempre colpa degli altri?” (certo non di quelli che, pur di inondare il Nord di soldi, fanno le autostrade inutili; inutili dighe anti-acqua alta a Venezia: sarebbero bastate le mazzette del Mose a prosciugare l’alto Adriatico; continuano a forare l’Appennino all’amianto per un “terzo valico” che fa solo danni e non serve a nulla, salvo riempire le tasche dei soliti noti; eccetera); e che ne dite di: “ma tutti i soldi che hanno dato al Sud?” (era stata fatta un’agenzia, dal governo Ciampi, per rendere chiaro, momento per momento, dove e a chi andavano i soldi. Fu la prima cosa che il governo Lega-Berlusconi tolse di mezzo, perché non si sapesse). Che faccio, continuo?

Cosa dice questo sondaggio? Che al potere coloniale che ha unificato i confini della Penisola con annessione armata, distruzione delle fabbriche meridionali, saccheggio delle risorse e genocidio della popolazione incapace di apprezzare tanta fortuna, spoliazione che dura da un secolo e mezzo, non basta più raccontare balle sulla storia nazionale nelle scuole; non bastano più i giornaloni, le tv pronti a scatenare campagne “di denuncia” lunghe mesi sui “furbetti del cartellino” che timbrano e vanno al bar, tacendo sulla criminalità finanziaria che sta dissestando parte sempre più ampia del sistema bancario italiano (i dirigenti rapinano gli istituti di credito dall’interno e si arricchiscono insieme agli amici, ben protetti da leggi cucite loro addosso, dall’“aspettiamo la Cassazione” e persino da buone parentele con amicizie in ambienti mafiosi e al governo).

Non basta più accusare il macchinista o il capotreno per le stragi ferroviarie sui binari unici del Sud, in quelle fortunate parti del Mezzogiorno dove il treno comunque c’è, come sia sia.

Non basta più la pagliacciata di un venditore di pentole fallate alla sagra della porchetta, convinto che basti rompere il silenzio con il rumore della sua voce, per prendere tutti in giro. Non ha capito che le pentole fallate (i “patti per il Sud”, “l’Italia è partita”, seee, di testa…) puoi portale una volta allo stesso mercato, forse due, ma la gente poi ti sgama.

Questo sondaggio dice che il Sud ha ritirato, per disgusto (62 per cento), la delega politica a questi peracottari e spende la rabbia accumulata (49 per cento) nell’acquisizione di informazioni, sapere, consapevolezza; in forme nuove di aggregazione per far politica sull’uscio di casa e risolvere da solo i problemi, pur se enormi, o almeno provarci, ignorando le istituti complici e corrotte e muovendosi contro di loro, ove sia ostacolo o parte del problema.

Lo vediamo nella Terra dei Fuochi, a Taranto contro l’inquinamento industriale, in Basilicata contro l’appecoronamento della dirigenza locale e delle istituzioni alle prepotenze dei petrolieri (non hanno manco il coraggio di chiedere che si metta il contatore all’oleodotto, per sapere, così, per curiosità, quanto petrolio si fottono), in Sicilia contro il racket del pizzo, come in Calabria, specie nella Locride. Lo vediamo nel recupero della storia propria, delle eccellenze locali (dal Bergamotto all’accoglienza, ai centri storici…).

Non hanno capito, non hanno voluto capire; hanno paura, adesso, di capire.
“Il tempo sta per scadere e il livello di esasperazione è al calor bianco. L’emergenza Sud non è solo economica e sociale, assume i tratti di un cambio di paradigma politico: un processo di radicalizzazione strutturato e consolidato, che trova nella distanza e nell’essere altro rispetto alle vecchie classi dirigenti locali e regionali il collante dell’identificazione”.
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Non lo dico io, ma la Swg di Trieste. A modo suo, lo aveva anticipato Luigi de Magistris, in gergo non scientifico, ma sicuramente più chiaro: “Vi dovete cacare sotto!”.
Mi sa che hanno cominciato.


23
Giu 16

Giù al Sud, inizia la stagione estiva e chiudono la Siracusa-Catania

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Potrebbero campare col turismo, ci suggeriscono da lassù, se non fosse che le ex (presunte) Ferrovie dello Stato, hanno soppresso pure la Siracusa Catania.

 Così Pino Aprile commenta l’infausto evento:

Una volta c’erano “le ferrovie italiane”; poi, per fottere meglio il Sud e concentrare soldi, appalti e, purtroppo, succede…, tangenti, solo al Nord, si sono inventati TrenitaliadelCentroNord, che con i soldi nostri fa l“azienda privata”. La affidarono a un ex sindacalista, Mauro Moretti, che seppe così bene fare gli interessi dei lavoratori, da divenire capo dell’azienda, ovvero sedersi dall’altra parte. Per i trasporti ferroviari e l’economia del Sud ha fatto più danni lui dei bombardamenti alleati e dei sabotaggi tedeschi nell’ultima guerra. Ovviamente, avendo agito “come doveva”, ed essendosi lamentato di guadagnare troppo poco (un sindacalista è per sempre…), invece di avere la risposta che meritava, è stato messo a capo di Finmeccanica, perché possa gestire più soldi.

1 – Renato Mazzoncini, amministratore delegato delle Ferrovie (stanno comprando l’Anas: quindi, dopo le linee ferroviarie, chiuderanno pure le strade?): “In Sicilia abitano 6 milioni di persone, in Puglia 4. Questo è il Sud, Napoli con 1 ora e 7 minuti da Roma è già diventato Centro. O uniamo il Sud al resto del Paese o il problema del Mezzogiorno non lo risolveremo mai”.

Bello! A partire da quando?

2 – “Sono soltanto due i treni diretti che da Roma arrivano in Sicilia, oltrepassando lo stretto di Messina, senza lasciare i passeggeri siciliani a Villa San Giovanni, come avviene per la restante parte dei convogli. Per la Federconsumatori, dunque, il modo penalizzante con cui è stata chiusa, per tre mesi estivi, la linea ferroviaria Catania-Siracusa non è altro che l’ultima vergogna”.

Sergio Mattarella, palermitano, presidente della Repubblica, a Palermo, ci va in aereo. E così gli altri “rappresentanti del popolo”. E se vogliono continuare a rappresentare il popolo, continuino a tacere ed essere complici.

Intanto in esclusiva, un video che mostra le prove per l’alta velocità proprio in Sicilia


14
Giu 16

Aprile: la partita dell’Italia che sarà si gioca al Sud

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Un interessante spunto di riflessione dell’autore di Carnefici e Terroni, il giornalista Pino Aprile:

Non ci credevano che si gioca al Sud la partita dell’Italia che sarà (se ancora sarà…), quei quattro cialtroncelli che pensavano di sistemarsi al governo e al potere, garantendo a qualsiasi costo flussi di denaro (sottratti al Sud) al Nord parassitario dei gestori di autostrade avute in regalo attraverso la politica gregaria; colossali appalti pubblici scandalosamente inutili (vedi la Brebemi: l’autostrada più deserta dell’emisfero); alte velocità da fare a costi al chilometro più alti da sei a dodici volte, rispetto ad altri Paesi; Expo fallimentari spacciate per successi; Mose persino dannosi per una delle città più belle del mondo; faraonici centri di ricerca il cui unico scopo è fare arrivare a Milano più soldi che in tutto il resto d’Italia messo insieme (e la ricerca? Va be’, una cosa alla volta…, come si è già visto per l’analogo centro di Genova).

Alla fine, tira e tira, la coperta si strappa (con i Graziano Delrio che si divertono a prenderci per il culo, parlando di ricerche geologiche per capire se si possono posare i binari sul suolo terronico. E quel Renzi che con la faccia di… Renzi, che a Confindustria denuncia l’irraggiungibilità di Matera in treno, come non sapesse e non sapessimo chi ha destinato 4500 milioni su 4560, per le ferrovie, al solo Nord).

Parlamentari e dirigenti del Pd (al Nord, opportunisti che “acchiappano”; al Sud, servi cui la complicità nel furto ai danni della loro gente porta personale arricchimento) hanno pensato di poter continuare senza fine così, avendo in mano tutte le leve del potere (Rai tappetino; giornali a pagine unificate; sindacati, banche e Confindustria di complemento; Parlamento reso inutile). Contro chi non si adegua, in ogni campo, dal giornalismo, alla magistratura, alla politica e all’interno degli stessi partiti, si è agito e si agisce con il fastidio e la prepotenza di chi non sa, non vuole (e forse non può) ascoltare altri che chi consente, illudendosi di forzare la realtà ad aderire alle loro pretese e ambizioni.

Ed eccolo il risultato: il Pd è un partito in estinzione, ma al Sud è già marcito ed estinto un po’ ovunque, a partire dalla sua roccaforte, Napoli; mentre esiste ancora solo dove resiste alla politica razzista del governo, come in Puglia. È lo stesso per i partituzzi d’appoggio provenienti dalla destra estrema o berlusconiana, come quello di Alfano, o da ambienti massonico-affaristi, con aderenze piduiste e “punti di riferimento” mafiosi (Dell’Utri), come rivendica, con orgoglio e deferenza, Denis Verdini, l’uomo che consente al governo (da cotali maestri ispirato), di avere ancora una maggioranza. Il loro isolamento dal paese è ormai totale: hanno numeri in Parlamento, non esistono più nelle urne.

In nome di chi governano e addirittura vorrebbero fare a pezzi la Costituzione, sottoponendola a “riforme” di bassa macelleria (vista la professione del “padre costituente” Verdini)? E quando mai si è visto, se non in regimi totalitari (lì che si vuole arrivare, con queste prove tecniche?), che una minoranza ormai poco più che risicata, adatti la legge fondamentale alle sue voglie? È Verdini che lo vuole? E chi glielo ha detto, Dell’Utri? O è un altro consiglio (dopo quello sulla banca Etruria) che il papà della ministra Boschi ha chiesto al pregiudicato piduista Flavio Carboni, in rapporti con la cosca dei Corleonesi e la banda della Magliana?

La cosa è molto evidente con il Pd, ma riguarda tutti: vedi lo sfarinamento del centrodestra. A Napoli, il Pd gregario che lascia amputare la città dai commissari di Renzi, è stato ridicolizzato alle elezioni, nonostante l’aiuto fraterno (aggettivo non casuale) delle impresentabili truppe raccattate in loco da Verdini. All’assemblea dei delegati del partito, su 468, se ne sono presentati 58 (avevano litigato in casa e, pur di uscirsene…). Non hanno deciso niente. E Bassolino (che a paragone sembra un gigante: e ho detto tutto), ha spiegato che la gran parte di quei delegati ha già abbandonato il partito.

A Napoli, come in tutto il Sud vince chi è contro la politica antimeridionale di Renzi e complici: vince de Magistris. E la cosa è ormai così evidente, che pure Leoluca Orlando, a Palermo, vuol fare il de Magistris, anche se per ora si limita a volerlo sembrare.

E vince in Puglia Michele Emiliano, che deve buona parte dei suoi consensi (tanto indigesti a Renzi) a una politica che, pur fra qualche contraddizione e qualche cautela di troppo, risponde al territorio non al partito. Tanto che molti pensano, forse a ragione, che la sua permanenza nel partito, forse per il disegno di conquistarlo e raddrizzarlo, gli faccia perdere più adesioni di quante gliene garantisca restarci. Il futuro dirà chi ha ragione. Nel frattempo, lui si espone con i no-triv contro il governo, annuncia il ricorso alla Consulta contro l’ennesimo privilegio dato da Renzi all’Ilva (poter inquinare impunemente), cerca di tutelare gli ulivi-padri di Puglia.

In tutto il resto del Sud, il Pd appecoronato alla politica antimeridionale dei Renzi e Delrio, ha visto sprofondare le sue percentuali di voti, nonostante cinesi di complemento e pacchi di pasta in regalo, salvo rare eccezioni (vedi Vincenzo De Luca e… famiglia), spesso iper-clientelari. A Taranto è un partito che fra un po’ si coniugherà al passato. Su 11 comuni della provincia che erano chiamati al voto, il Pd è stato capace di perdere ovunque, restando fuori anche dai cinque ballottaggi.

Ora de Magistris progetta una entità politica non nazionale, che unisca le forze di città europee con gli stessi problemi. Idea non si sa se prematura, che ha già qualche precedente dalla Grecia (ci lavora Varoufakis, dopo la misera fine del primo tentativo). L’idea è giusta, comunque, perché i partiti nazionali sono figli degli Stati nazionali, espressione della civiltà industriale; la nuova civiltà informatica (per convenzione nata nel 1989, con la caduta del muro di Berlino), si caratterizza per mercati e comportamenti globali, in cui ci si offre con il valore delle proprie identità locali: non Italia e Spagna, ma Napoli e Barcellona; non Europa e Africa, ma Paesi mediterranei… eccetera.

La domanda è se a guidare il nuovo corso che parte da Sud sarà de Magistris da Napoli, con il vantaggio di rappresentare la vecchia capitale; o Emiliano, da dentro il Pd (naaaa!) o da fuori. O una politica che unisca le loro forze su progetti comuni. Senza escludere sorprese dal basso, sempre possibili.

Il Sud, in questo, per necessità, per salvarsi, è più avanti; mentre il Nord peggiore tenta di prolungare il vecchio che muore, alleandosi con il peggio del Sud (mafia, attraverso massoneria ormai maffioneria). Non si sa quanto possano resistere, ma l’annuncio della loro sconfitta potrebbe arrivare sulle macerie…

A che serve candidare gli impresentabili Giuseppe Sala dello scempio Expo, dei bilanci in rosso, dei numeri taroccati sull’afflusso dei visitatori, dei cinesi intruppati con fogliettino in mano e nome segnato, a votare per lui? (chi li ha intruppati? Chi gli ha imposto o gentilmente suggerito di votare Sala? In cambio di cosa?). Il successo dei 5stelle ovunque, per completare il quadro, è la conferma della fuga dai poteri marci e autoreferenziali.

Il Pd, diventa residuale: (ha perso la sua storia, l’identità, ora anche i voti). In questo discorso, però, non vale come partito, ma (esattamente come il centrodestra, dunque indistinguibile) come strumento ed espressione del potere nord-centrico impostosi a mano armata un secolo e mezzo fa. I guasti di quella unione malfatta vengono al pettine.

Il Sud, chiamato a pagare la crisi ultima di quella civiltà industriale, in funzione della quale nacque il Paese-nazione (con la soppressione violenta e malriuscita delle diverse nazioni-identità, dalla napoletana alla veneta, alla siciliana, alla sarda…), non ci sta più.

Quel tempo è alla fine; il gioco è ormai un altro. La partita si vince e si perde a Sud. Loro sono ancora forti, ma lo sanno. E adesso hanno paura.


17
Apr 16

I sindacati lucani snobbati da Trenitalia

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Pino Aprile sulla propria pagina Facebook da conto di una vicenda tutta italiana:

È passata quasi come una non-notizia una faccenda che avrebbe dovuto suscitare indignazione, proteste, imbarazzi in Parlamento e nel governo, prese di posizione dure e ufficiali da parte di ministri.

Di cosa parlo? Della trasferta di un centinaio di sindaci lucani che si sono recati a Roma, per chiedere a TrenitaliaDellaLegaNord di rendere i collegamenti con la loro regione meno da Terzo Mondo (ops, chiedo scusa, non si può più dire: quello che fa TrenitaliaDellaLegaNord nel Mezzogiorno non è consentito nel Terzo Mondo). I dirigenti dell’azienda non si sono nemmeno degnati di riceverli i sindaci, di ascoltarli. Manco fare finta. Dinanzi alle insistenze, hanno mandato da loro qualcuno con funzione di usciere a liberare il passaggio dai disturbatori.

Se la maledetta TrenitaliaDellaLegaNord ha potuto sbattere in faccia a cento rappresentanti delle istituzioni e dei cittadini, lì con la fascia tricolore, tutto il disprezzo, il fastidio, il razzismo che contraddistingue questa azienda che mangia a sbafo con i soldi nostri e ci sputa in faccia i noccioli, è solo perché si sente al sicuro e spalleggiata dai governi anti-meridionali che si sono succeduti, con particolare virulenza, negli ultimi vent’anni e passa.

Se questo accade, è solo (inutile nascondersi dietro un dito) perché sia quei governi che TreniItaliaDellaLegaNord sono gestiti dagli stessi poteri, di cui si intravede presenza e identità nella distribuzione degli appalti e delle tangenti, oltre che nella imposizione del dove investire e come.

I personaggini messi a far finta di governare, gestire ministeri e ferrovie sono meri esecutori di strategie e spartizioni decise altrove, con il silenzio e la nutrita connivenza dei rappresentanti politici meridionali, di qualunque colore (dominante, di fatto, è quello dei soldi). Poche e ininfluenti le eccezioni.

Per questo ci si può permettere di sbeffeggiare pubblicamente e impunemente i meridionali (dicendo che, per fare le ferrovie al Sud, dopo un secolo e mezzo, i geologi devono prima analizzare le rocce), come fa, con foreste di peli sullo stomaco, quel Graziano Delrio che in dieci anni sindaco a Reggio Emilia non si è mai accorto che la sua città diventava “il bancomat della ‘ndrangheta”, nonostante avesse persino affrontato, per la prima volta in vita sua, nientemeno che il superamento della latitudine terrona, in gita istituzionale con fascia tricolore a Cutro, nel Crotonese, per arruffianamento-voti, si presume (foltissima e potente la colonia cutrese a Reggio Emilia), per la festa del santo patrono: nel feudo del boss Grande Arachi, imprenditore a Reggio Emilia.

Per questo è così importante l’iniziativa, finalmente, dei cento sindaci lucani (complimenti; bravi), guidati dall’assessore regionale ai trasporti, Aldo Berlinguer, dal presidente dell’Associazione dei sindaci lucani, Salvatore Adduce (il sindaco che ottenne per Matera la nomina a capitale della cultura 2019 e che il Pd trombò immediatamente dopo, alle elezioni successive, per rispettare, a occhio, la regola che nessuno deve emergere oltre la nota troika al servizio di ogni governo e il cui silenzio è stato molto istruttivo, in occasione del recente scandalo petrolifero), e dai presidenti delle Province di Potenza, Giuseppe Valuzzi e di Matera, Francesco De Giacomo.

La colleganza, in politica, e soprattutto all’interno dello stesso partito o allo stesso livello di carriera (sindaci) è normalmente “odio vigilante”. Quindi essere stati capaci di agire insieme, per un obiettivo sacrosanto e comune, va a tutto merito e onore dei sindaci e degli altri esponenti delle istituzioni lucane che hanno dato vita a questa civilissima protesta. Il che fa risaltare ancora di più l’immondo comportamento dei dirigenti di TrenitaliaDellaLegaNord: una vergogna che andrebbe punita come merita, se chi dovrebbe farlo non fosse legato mani e piedi alle stesse logiche. Chiamiamole così.

Verrebbe da pensare che i sindaci, considerato l’andazzo di questo governo e dei precedenti, e dei criteri trenitalioti, non dovevano rivolgersi ai dirigenti dell’azienda, che conteranno come il due di coppe con briscola a denari, nelle scelte, ma, come il papà della ministra Boschi, chiedere consiglio a Flavio Carboni, di comprovata autorevolezza massonica “deviata” (da che?), dalla P2 in poi, sino a oggi, debitamente munito, come si conviene per essere importanti, in Italia, di una condanna definitiva; o rivolgersi a Denis Verdini, guardiano di Renzi e grande ammiratore del condannato definitivo per mafia Marcello Dell’Utri. Sono questi quelli che contano (di cui si sa; poi ci sono quegli altri…).

Soltanto questo genere di logiche depravate e degradate può spiegare la “regionalizzazione” del traffico ferroviario, per rendere “federale”, ovvero razzista, persino il treno. Per legge. Il che comporta che solo le regioni più ricche (con sistematica sottrazione di risorse alle altre) possono permettersi un trasporto ferroviario meno indegno.

E non se la passano meglio le zone interne del Nord, diciamo le linee che interessano i lavoratori meno facoltosi, i pendolari. Le ferrovie decenti sono per il Nord e per i ricchi. Ai molti è concesso di pagare il privilegio ai pochi. Persino lo sciopero penalizza, come nel caso del più recente (e non solo), i pendolari, ma lascia correre i treni ad alta velocità. Vorremo mica infastidire lorsignori? Quindi, la difficoltà, a opera dei sindacati, è stata creata per i meno abbienti.

Ma questa iniziativa dei sindaci lucani è un segnale importante; da sostenere, coltivare, far crescere. Se si adoperassero per estendere la loro protesta, tutti dovremmo aiutarli. Questa mossa può essere l’inizio di qualcosa, a cui ognuno dovrebbe contribuire, senza badare a colore politico, simpatie e antipatie.

I lucani sono quattro gatti (ottimi generali, ma senza esercito); sono lenti a muoversi, ma quando lo fanno, fermarli è dura (Tutt ‘e paise da Baselecat, se so’ scetat e vonn luttà). Chiedete a Carmine Crocco, a Ninco Nanco.

Il nemico è lo stesso per tutti: TrenitaliaDellaLegaNord e quel pungo di affaristi che usa governo e azienda per i propri comodi (non crederete mica che quando l’immondo governo Renzi-Delrio ha destinato 4560 milioni di euro per le ferrovie, 4500 da Firenze in su e 60 da Firenze in giù, lo abbia fatto perché “hanno deciso”, eh? Qualcuno ha deciso, certo; ma non loro). Di questo passo faranno, non rimpianti da nessuno, la fine dell’Alitalia: il Sud non perderebbe niente, avrebbe solo da guadagnarci.

Ma queste logiche che paiono imbattibili temono una cosa sola: la gente che si muove. Intanto, potremmo far sapere a TrenitaliaDellaLegaNord cosa pensiamo del loro modo di agire. Poi non sarebbe male, a partire dalle volontà che cominciano a manifestarsi, costruire una opposizione ferroviaria meridionale.
Scanniamoci pure fra di noi, ma tutti insieme contro di loro.


05
Apr 16

L’omicidio Matteotti e il petrolio lucano

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Un filo rosso, secondo lo scrittore Pino Aprile, unirebbe il petrolio lucano all’omicidio di Giacomo Matteotti.

In un interessante post pubblicato oggi sulla propria pagina, “Terroni di Pino Aprile”, riprende quanto già uscito sulle pagine del proprio libro del 2013 ” Il Sud Puzza”.

In particolare, lo scrittore pugliese scrive:

Matteotti sapeva dell’esistenza di due scritture private “in un certo ufficio” della Sinclair Oil. «Dalla prima risultava che Vittorio Emanuele III, dal 1921, era entrato nel “register” degli azionisti, senza sborsare nemmeno una lira; dalla seconda risultava l’impegno del re a mantenere il più possibile ignorati (“covered”) i giacimenti del Fezzan tripolino e in altre zone del retroterra libico (…) in modo da consentire alla Sinclair anche la vendita del proprio petrolio all’Italia.»

Al punto, che, con lodevole tempismo, i pozzi lucani di Tramutola si rinsecchiscono e le ricerche di un petrolio che tutti sanno dov’è sono cedute, per niente, a una multinazionale straniera.

Secondo questa ricostruzione, fu il re, d’accordo con Emilio De Bono, capo della polizia (che con lui e altri dirigenti fascisti sarebbero stati a libro-paga della Sinclair Oil), a decidere che la lezione da dare a Matteotti si trasformasse in esecuzione.
(…)
E perché, nonostante la fame di energia, l’Italia non ha mai sfruttato il petrolio lucano, al punto che, ogni tanto, lo si doveva “riscoprire”, pur sapendo benissimo e da sem­pre dov’è (ci sono luoghi in cui addirittura affiora in superficie)? Solo nel 1939, nell’imminenza della guerra e co­stretta dall’embargo internazionale a cui è stata sottoposta l’Italia, l’Agip scava 47 pozzi in Lucania.

È esagerato pensare che mentre gli interlocutori italiani di quegli antichi patti cambiano, la sostanza dei patti resti, suggellata da altri? (Quell’accordo garantiva l’esclusiva per mezzo secolo; quindi fino agli anni Settanta inoltrati.) Ed è troppo mali­zioso chiedersi come mai i furbi italiani abbiano il record del peggiore affare petrolifero del mondo, con le royalties (le percentuali) più basse del pianeta (4 per cento in Sicilia, 7 in Lucania: da un ventesimo a meno di un decimo di quello che si riconosce a Paesi del Terzo Mondo)?

Il carbonaio ubriaco che si risveglia marchese del Grillo non ci andrebbe delicato e, come per il vino, che apprende essere frutto delle sue vigne, chiederebbe al suo massaro petrolifero: «Dici che er petrolio è mio? Bono… E dimme: oltre che a casa tua, ’ste royalties, ’ndo stanno?». Ma un conto è il vino, uno il petrolio, di cui i carbonai non capiscono niente, se non che gli ha distrutto il business, da quando la gente, invece della carbonella per il braciere, per scaldarsi compra gasolio e metano per l’impianto centralizzato o autonomo.

Ma, nel dopoguerra, qualcosa cambia: Enrico Mattei decide che l’Italia deve avere la sua società petrolifera, stabilire i suoi bisogni ed essere in grado di soddisfarli (se il rubinetto della tua fonte di energia è nelle mani di un altro, è quell’altro a regolare le tue possibilità di sviluppo, di futuro). È una sfida che non richiede solo genio, ma anche tanto coraggio.

Mattei, cui non difettano né l’uno né l’altro, salta le sette sorelle, con particolare irritazione degli inglesi (che ritengono l’Italia una sorta di proprio protettorato energetico), tratta direttamente con i Paesi produttori e offre percentuali maggiorate, rispetto a quelle delle altre compagnie (75, invece che 50). A rendere ancora più intollerabile la cosa ai petrolieri di sua maestà, è il fatto che questo avviene soprattutto nelle aree del Nord Africa e del Medio Oriente, in cui la presenza britannica è dominante.

Non solo: «Mattei era al corrente dell’entità dei giacimenti lucani e, nonostante quei vecchi patti non lo consentissero, era intenzionato a sfruttarli a beneficio del Paese» dice Nicola Piccenna. Per gli inglesi, Mattei era diventato «un’escrescenza», ormai, riferisce Fasanella «secondo una definizione ricorrente nei documenti». In quelli «del ministero dell’Energia viene definito una “verruca” da estirpare in ogni modo». E quando tutti i tentativi di farlo ragionare falliscono, il governo britannico «decide di passare la pratica all’intelligence». Sei mesi dopo, Mattei muore, «in un incidente aereo provocato da un sabotaggio». È il 1962.

Per la Gran Bretagna, però, il vantaggio è quasi zero, perché Aldo Moro diviene «il continuatore della politica mediterranea, terzomondista e petrolifera di Enrico Mattei»; al punto che l’Eni sbarca persino in Iraq e in Libia, a fine anni Sessanta. Proprio mentre si riscopre (ma quante volte?…) il petrolio lucano. La stima del giacimento è paz­zesca: 15 miliardi di barili! Moro è leader di una corrente di minoranza nella Dc, il partito che governa l’Italia, ma per la sua autorevolezza, può imporre la propria visione politica.

Sino all’idea del compromesso storico con il Pci di Enrico Berlinguer (per il Vaticano «la crescita dell’influenza dell’Eni e quindi dell’Italia nel Terzo mondo», apriva «possibilità per la Chiesa cattolica di diffondersi in quell’area»). È allora che nasce il progetto del “Golpe inglese”, di cui Fasanella e Cereghino hanno ritrovato documenti inediti: per la Gran Bretagna, l’avessero vinta il compromesso storico e Aldo Moro, sarebbero a rischio non solo i suoi interessi petroliferi, ma addirittura gli equilibri mondiali stabiliti fra Est e Ovest a Yalta, a fine della Seconda guerra mondiale. «Quindi,» riporto la sintesi che lo stesso Fasanella fa del suo libro «per mesi e mesi, gli inglesi prepararono un colpo di stato militare da attuare in Italia, nel 1976.»

Un anno prima è stato ammazzato Pier Paolo Pasolini. Alla versione ufficiale su ragioni e modi del delitto, piena di contraddizioni, si crede sempre meno, ormai; mentre guadagna terreno l’ipotesi di omicidio legato al nuovo romanzo della voce più critica e libera d’Italia di quegli anni, Petrolio, i cui protagonisti, pur con altri nomi, son facilmente riconoscibili: Mattei e Cefis (suo successore, sul cui ruolo restano molti interrogativi).

A uccidere Pasolini sarebbe stato un gruppo di fascisti; mentre la bomba sull’aereo di Mattei l’avrebbero messa uomini di Cosa nostra. Sulla morte del poeta e scrittore grava ancora il mistero del capitolo mancante del suo libro. Che sarebbe adesso, a quanto dice lui stesso, nelle mani di Marcello Dell’Utri condannato per mafia (sentenza non definitiva), braccio destro di Berlusconi e fondatore di Forza Italia.

Dell’Utri, scrive in Porto franco, l’ex presidente della Commissione parlamentare antimafia, Francesco Forgione, ha interessi nel campo degli idrocarburi e, con il superlatitante Aldo Miccichè, poi arrestato dall’antimafia di Reggio Calabria, acquistava gas e petrolio “per conto di società legate alla Gazprom” russa.

Il progetto del golpe in Italia è preparato da «un comitato ristretto del ministero degli Esteri e di quello della Difesa britannici» (vengono reclutati l’ex comandante fascista Valerio Borghese e l’ex partigiano Edgardo Sogno). Ed è poi «sottoposto al giudizio degli Stati Uniti, della Francia e della Germania». «La Francia si dimostra entusiasta», gli inglesi, però, «davanti alle resistenze americane e tedesche e soprattutto facendo un calcolo realistico dei rischi, abbandonano il progetto, ma optano per una subordinata.»

Ovvero: l’«Appoggio a una diversa azione sovversiva», rivela il titolo di un memorandum «secretato a francesi, tedeschi e americani» e che «non esiste più nella sua versione originale negli archivi britannici di Kew Gardens, ma è custodito in quelli supersegreti della Marina». Fasanella conclude: «Sarebbe bello che Londra lo mettesse a disposizio­ne dell’opinione pubblica italiana»; forse sapremmo, infine, per cosa è morto Aldo Moro, nel 1978.

Il dossier de «L’indipendente lucano» (il giornale ha meritato una citazione in prima pagina del «Washington Post») e il libro di Fasanella e Cereghino sul Golpe inglese, fanno intendere la vastità di interessi politici ed economici (ma, a quel livello, economia e politica sono una cosa sola) in cui, per il suo petrolio, si trova coinvolta la piccola Lucania.

Che sia o no in questa regione nascosta la chiave di alcuni dei più oscuri misteri d’Italia, ai primi anni Ottanta (non ancora svanito l’odore d’incenso della messa funebre per Aldo Moro, si direbbe), il mondo apprende della scoperta (di nuovo!), in Lucania, del più grande giacimento petrolifero del continente europeo. E indovinate dove? Ma non s’erano rinsecchiti, quei pozzi?

Saranno state le nuove tec­nologie, messe a punto nel frattempo, a svelare che non erano aridi, anzi. La cosa fa poca impressione, in Lucania, loro lo sanno che fra Tramutola e Grumento Nova, per dire, ci sono posti in cui il petrolio non devi cercarlo, ma scansarlo, sennò ci finisci dentro con le scarpe. E chi sfrut­terà il giacimento, insieme all’Eni? Gli inglesi (ma poi arriverà tutto il mondo).
Nicola Piccenna, però, a proposito della scoperta degli anni Ottanta, cita un rapporto dell’Agip, in cui si parla del petrolio lucano e lo si quantifica in 15 miliardi di barili (ogni barile, 160 litri).

Una quantità enorme: ai prezzi attuali, poco meno di un migliaio di miliardi di euro; l’equivalente, ai livelli di consumo del 2010 (1,5 milioni di barili al giorno, poco più di 500 milioni all’anno) di quasi trent’anni di fabbisogno nazionale! Ma ci sono almeno un altro paio di cose sorprendenti: «Quel rapporto è stato pubblicato nei primi anni Sessanta, dunque precede di due decenni la dichiarata scoperta del giacimento; gli studi per compilarlo, considerati i tempi necessari, dovrebbero risalire, nella peggiore delle ipotesi, agli ultimi anni della gestione di Enrico Mattei, o a molto prima» dice Piccenna. «Quando l’Eni, però, nel 1998, con più moderne tecnologie, torna a stimarne la capacità, i 15 miliardi di barili si riducono a 900 milioni. Strano, perché, di solito, avviene il contrario; anzi, è sempre così, tranne qui in Lucania…»

Per capirci meglio: se fai le radiografie alla ricerca di un tumore e le macchine hanno la capacità di “vedere” di trent’anni fa, il tumore lo scopri soltanto se ha già una certa dimensione; se usi le più sofisticate possibilità di indagine di oggi, riesci a individuare persino la singola cellula cancerosa.

Per questo, quando vai a stimare l’entità di un giacimento petrolifero, con i mezzi più moderni, vedi pure quello che prima sfuggiva. Che fa, a questo punto, uno sospettoso? Pensa: se devo estrarre petrolio e pagare a qualcuno le percentuali che gli spettano, un conto è farlo su 900 milioni di barili e un conto su 15 miliardi. Insomma… convenire, conviene.

Ma, pur ammettendo che un’idea tale possa aver sfiorato la coscienza di enti e persone insospettabili (la coscienza degli enti? E com’è fatta? Di sicuro hanno degl’interessi; a volte un’etica; la coscienza, in effetti, non so…), come diavolo fai a nascondere circa duemila miliardi di litri di petrolio!


12
Dic 15

Pino Aprile: 8 regioni del Sud valgono meno di Milano

  
Se vivete in una delle regioni meridionali, isole comprese dovreste sapere che al di là dei proclami di don Matteo, la vostra regione vale meno della metà di Milano in termini di investimenti pubblici. 

È quello che evidenzia Pino Aprile dalla sua pagina Facebook:

In cifre, per quattro anni, ci sarà uno sconto del credito d’imposta, per le imprese meridionali, compreso fra il 10 e il 20 per cento, secondo l’entità del loro fatturato. Il tutto, per circa 600 milioni di euro e spiccioli; ovvero, 150 milioni milioni all’anno.

 Renzi (un odio così sfrenato per il Sud dovrà pur avere una ragione), ha appena inondato Milano di un altro fiume di denaro, per una istituenda succursale dell’Istituto italiano di tecnologia di Genova (la patacca creata da Tremonti con i soldi nostri e che, a parità di spesa, dimostrano gli specialisti del Roars, ogni 100mila euro, vale meno della metà, come produzione scientifica, del Politecnico di Bari; lo stesso Politecnico risultato migliore di quello di Milano, quando sono state corrette le classifiche “amatoriali” del ministero dell’Istruzione, gestione disgraziatamente Maria Grazia Carrozza, persino peggiore della Gelmini, che da ministro si è gratificata scoprendo che la sua università, il Sant’Anna di Pisa, era la migliore d’Italia; peccato che non fosse vero, ha accertato l’implacabile Roars dei ricercatori italiani, quando i calcoli sono stati rifatti).

Ed ancora

a Milano andranno 150 milioni all’anno, per dieci anni, per il solo botteghino di ricerca dislocato lì da Genova, giusto per mettere qualcosa nell’immondezzaio pagato ai privati dieci volte il suo valore e su cui è stata fatta l’Expo, senza nemmeno bonificare il terreno delle sostanze inquinanti e tossiche di cui era disseminato (in un secolo di Expo, mai la rassegna era stata fatta su un’area non demaniale.

Insomma:

A Milano, 150 milioni all’anno, per dieci anni: 1,5 miliardi; dopo che gliene sono stati mollati altri 15, di miliardi, per quella Expo di cui non sono riusciti nemmeno a completare i capannoni, ma che-è-stata-un-successo, ma un tale successo, che si vergognano dei numeri veri di affluenza dei visitatori (però c’erano le file; pure allo sportello dell’anagrafe; normalmente, non è un bel segno); e adesso ci tocca pure ripianare il baratro del deficit del “grande-successo”: dopo successi del genere, le aziende sono obbligate a portare i libri in tribunale, di solito.
 Riassumo e smetto: a Milano (dopo il troppo e in attesa del tanto ancora), 150 milioni all’anno per dieci anni; a Campania, Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna, 150 milioni (non ciascuno: diviso 8) per quattro anni. Come dice la Costituzione, articolo 3? Patapatà, patapatà… “sono uguali”… lasciamo perdere, va’. Come dire che a Milano, 150, la gallina canta; al Sud, 150, la gallina schianta. Ed è quello che vogliono.