Crea sito


17
Apr 17

Gianni Brera, le casseruole lombarde e quella “colonia” chiamata Sud

Uno dei miti del giornalismo sportivo che ho sempre apprezzato è stato Gianni Brera.

Soprattutto per la dotta polemica e per quel sottile anti meridionalismo, meno volgare di quello di Giorgio Bocca, che partendo dal pallone arrivava al fegato e ti faceva incazzare. Soprattutto negli anni in cui il Napoli di Maradona dava del filo da torcere proprio al Milan di Brera.

Oggi, quasi per caso, un post apparso sulla timeline di Facebook, ad esempio, mi ha ricordato di quando Brera, giocava a fare il leghista ante litteram, mostrando quell che poi era un sentimento piuttosto comune all’epoca che mai si è sopito:

[…] nel giugno del 1970, accompagnato da Guido Gerosa, Gianni Brera,
candidato per il Psi in un collegio senatoriale della Lombardia, tenne
un comizio in una sezione di Rozzano. “Se mi eleggerete” promise ai
molti presenti che affollavano la sala “la prima cosa che farò sarà
quella di dotare l’Italia d’impianti sportivi”. L’adunanza applaudì con
fervore. “La seconda” suggiunse non appena scemarono i battimani “sarà
quella di fare aprire le case chiuse”. Qualche solitario entusiasmo fu
smorzato dall’imbarazzato silenzio dell’establishment socialista
locale. “La terza” elencò subito dopo “sarà quella di rimandare i meridionali al Sud”.

Dal mare di teste che nereggiava nella sala emerse un ometto.
“Compagno Brera” protestò “io sono di Potenza. Faccio il maestro ed
insegno qui da anni. Sono stimato da tutti. Perché mi vuoi cacciare?”

Quel terrone impudente, ancorché insegnante, pretendeva
probabilmente di mettere in imbarazzo Gioannbrerafucarlo, come amava
connotarsi il giornalista. Era mai possibile? Aveva quel “napoli”
qualunque, una qualche chance di riuscire a mettere in difficoltà il
famoso Brera, colui che in cinquant’anni di agone giornalistico, s’era
scontrato con eminenti colleghi (anche a cazzotti); aveva sostenuto e
imposto a insigni allenatori pratiche di gioco; aveva affibbiato
soprannomi teneri e appellativi graffianti a giocatori e a giornalisti;
si era azzuffato con scrittori e letterati che misconoscevano
l’originalità del suo stile e il valore dei suoi lemmi; aveva zittito e
aspreggiato cuochi valenti ed esperti sommelier?

Questa sfilata di pregnanti interrogativi si disegnò a mezz’aria tra
la calca e il soffitto. Tutti si chiedevano che cosa avrebbe risposto
Brera senza perdere la faccia e i voti. Come avrebbe replicato il
grande giornalista a quella domanda che pure sembrava legittimamente
motivata oltre che sul piano umano anche su quello politico?

Gioannbrerafucarlo, ribatté senza imbarazzi. Da par suo.”Tu rimani”
disse rivolto all’ometto. “Tu sei l’eccezione che conferma la regola”.[..] (fonte: odg della Lombardia)

In una lettera al comandante Lauro, presidente dell’allora Calcio Napoli, pubblicata nella rubrica ” l’Arcimatto” del Guerin Sportivo, il 27 novembre 1961, Brera dimostrava grande conoscenza di talune dinamiche economiche che sottendevano l’ (presunta) epopea risorgimentale:

Vedendo Napoli, comandante, mi sono un poco adirato di notare che era “scontata”, e che dovevo la delusione alle troppe cartoline illustrate, perfino alle scatole di un cacao piemontese. Fuor dall’atmosfera per tricromie, a due passi dal mare, il grigiore ossessivo della miseria: e la rassegnazione atavica dei napoletani che indignava in me il populista che sono sempre stato (non per degnazione, comandante, bensì per nascita).

Nonché infastidirmi per i trucchi di cui sovente ero vittima, i napoletani producevano in me profondissima tristezza e solidarietà umana. I loro occhi, più antichi e desolati dei miei, sapevano di privazioni e di stenti, di furberie disperate, di umiliazioni continue di fronte alla vita.
Ben presto ebbi il sospetto, tuttora vivo in me, che ai poveri napoletani si rivolgessero mille e un elogio gratuito per gabbarli. Noti, comandante, che io non sono di quegli italiani che auspicano seriosamente lo scavo di un canale divisorio a sud di Siena. Ho studiato abbastanza per capire che l’unione nazionale, perfezionata con la conquista del Sud, ha assicurato alle Regioni del Nord un buon mercato per le loro industrie. Che poi l’Italia unita presenti il quasi comico paradosso di un Paese governato politicamente dalle proprie colonie economiche, questo non mi riguarda. io so che vendere una casseruola lombarda a Canicattì è soltanto possibile perché i nostri governanti – meridionali per il 90 per cento – ci proteggono con alti dazi dalle casseruole tedesche o inglesi, che costerebbero forse la metà delle nostre. So pure che quelle casseruole sono di difficile logorio nelle cucine meridionali. E non disgiungo affatto, nei napoletani, la facile resa al sentimento dal difficile logorio delle casseruole.

Dimostrando di conoscere quel fenomeno di ascarismo meridionale che tanto ha aiutato l’industria padana della nuova Italia e soprattutto che i napoletani non sono quei gran furbi che si vuole far credere , con il solo intento di continuare a prenderli per il culo.


20
Apr 16

Controstoria del Risorgimento: i “Briganti” regalano un libro

944872_10208959423560042_1701035797712740871_n

Il giorno 19 aprile del 2016, l’Associazione Briganti, a completamento del
Progetto Scuola, avviato già da un anno, ha dato alle stampe un libro di testo
che analizza in modo critico il cosiddetto “Risorgimento”. Il volume, destinato
agli alunni delle scuole secondarie di 1° e 2° grado, quale approfondimento ai
testi scolastici già in uso, si intitola: “L’Altra Storia, analisi critica del Risorgimento. L’Unità d’Italia vista dalla parte dei Briganti”. Il libro fa un lungo percorso storico, ricostruendo un periodo di “splendore” in tutti i campi sociali ed economici, che ha caratterizzato l’ex Regno delle Due Sicilie, fino ad arrivare al cosiddetto “Risorgimento” che, invece, ha rappresentato la fine brusca di tutto ciò che di buono era stato fatto.
Da quel 1861, nulla fu come prima e, nel testo, si evidenziano sia lo scempio
fatto dai “conquistatori”, mediante stragi e soprusi, sia la creazione di un’Italia
con al suo interno una colonia: il Sud.

Al fine di favorirne l’adozione, Briganti ne invierà una copia, a titolo
completamente gratuito, ai docenti (certificati) che ne faranno richiesta,
mediante mail, all’indirizzo: [email protected]


16
Ott 15

Cambiare il contenuto dei testi scolastici?

sudde

Pino Aprile risponde a questa domanda con un interessante post:

Libri di scuola contestati, perché riportano sul Sud, pre e post unitario, informazioni scorrette, magari frutto di una storiografia e una pubblicistica consolidata, ma dimostrate del tutto o in parte infondate, da una serie nutrita di ricerche fatte da università, centri studi, autori accademici e no.

Nel caso di uno di questi volumi, pubblicato da La Scuola, la dirigenza della casa editrice ha accettato il dialogo, ha verificato l’esattezza delle obiezioni e ha ritirato il libro, mettendone in cantiere uno che tenesse conto degli aggiornamenti resi possibili dai più recenti studi. Tanto di cappello.

Altri editori, come la Mondadori-scuola, per il volume Spazio-storia, di Vittoria Calvani, hanno ritenuto di regolarsi diversamente. Continueremo a ricordare (lo abbiamo fatto per tutto lo scorso anno scolastico) che la descrizione lì riportata del Sud di miseria assoluta, senza manco un cencio per coprire un neonato (la paglia l’avevano prestata a Cristo bambino o se l’erano mangiata il bue e l’asinello), opposta alla condizione “dura ma non miserabile” del Nord, si commenta da sé. E si commenta malissimo.

Analoghe critiche vengono rivolte a “Chiedi alla storia”, di Franco Almerighi e Roberto Roveda. La prima scuola in cui gli studenti si rifiutarono di studiare su libri che continuano a raccontare il Sud e la sua storia in termini che ormai sfiorano la caricatura (il bimbo ignudo, il papà morente o già morto… di miseria terronica grave e atavica e soprattutto irrecuperabile, si capisce!), fu il liceo linguistico “de Bottis” di Torre del Greco, nel 2013; poi fecero lo stesso gli studenti della media “Alfonso Gatto” di Battipaglia; altrettanto è ora accaduto in una scuola in Abruzzo.

Cinque anni fa (lo raccontai in Giù al Sud), il primo esame di Stato in cui uno studente si presentò alla Commissione con la pila dei libri su cui aveva dovuto studiare, in quegli anni, e cominciò a demolire, con documenti, slide proiettate, testi di altri autori italiani e stranieri, molte verità storiche mummificate, palesemente non più sostenibili. La madre era disperata: ora me lo bocciano.

Specie quando il presidente della Commissione obiettò che lui non condivideva quello che il ragazzo stava dicendo. «Se ha documenti che smentiscono i miei, sono pronto a discuterne», replicò, parola più, parola meno, il giovanotto. Fu promosso con il massimo dei voti. E ormai non le conto più le tesine della maturità, le tesi universitarie in cui la storia viene ridisegnata più correttamente.

Parliamoci chiaro: nessuno potrà mai scrivere “la verità”, ma più ne cercheremo (senza dare per vera quella che più ci fa comodo), più ne troveremo; il che significa essere pronti a rivedere quel che sappiamo, se non regge dinanzi a nuovi documenti. E non basta: la storia non si può cambiare, solo tentare di capirne un po’ di più; il che significa che non ha senso (ed è pure infame) lardellare strade e piazze con i nomi di conquistatori e massacratori fatti passare per fratelli idealisti (ma chi? Cialdini e gli altri boia come lui?); ma non ha nemmeno senso pensare che “avremo vinto” quando al posto di quelli ci saranno i nomi di Carmine Crocco, Ninco Nanco e Francesco II.

Quello che è stato non puoi cancellarlo, solo imparare a riconoscerlo, accettarlo e condividerlo, che ti piaccia o no. Uso dire che avremo fatto pace con la nostra storia e noi stessi, quando potremo darci appuntamento in via Garibaldi, angolo via Sergente Romano; a piazza Cavour, imbocco corso Beneventano del Bosco; al bivio fra viale Regina Margherita e viale Regina Sofia.

Siamo lontani? Anche dalle contestazioni dei libri di storia da parte degli studenti ci pensavamo distantissimi; e le stiamo vedendo. Tanto che circa un anno fa, il professor Ernesto Galli della Loggia scrisse, sul Corriere del Mezzogiorno, che la percezione che la storia di com’è stata unita l’Italia sia altra da quella insegnata finora, è ormai maggioritaria nelle nostre scuole.

Non stiamo giocando una partita, non c’è niente da vincere, se non la decenza di ridiscutere come sono andate davvero le cose e smetterla di insozzare la scuola con testi che rappresentano una parte del Paese e dei suoi abitanti come trogloditi condotti alla civiltà da una eletta razza di armati che scese ad abbracciarla per condurla alla civiltà.

Incivili erano quelli che saccheggiarono, stuprarono, fucilarono in massa, distrussero fabbriche, rubarono l’oro delle banche, fecero guerra senza manco dichiararla.

Tutto passato, vero; ma che pesa sull’oggi, solo se si cerca di nasconderlo. Sono nati così anche altri Paesi; la differenza è che nelle loro scuole, si dice come.


17
Set 14

Chi ha paura di raccontare la storia d’ Italia?

Offre notevoli spunti di riflessione un articolo di Gigi di Fiore pubblicato nella edizione online de Il Mattino. Una riflessione sulla mancanza, in Italia, della volontà di raccontare con serenità una storia che sia condivisa e appartenga a due parti di un Paese mai, nei fatti, veramente unito.

Lo spunto è il referendum scozzese per la secessione dal Regno di Sua Maestà britannica, della Scozia.

Il premier inglese David Cameron promette: “Se restiamo insieme, la Scozia godrà di autonomia senza precedenti”. Gli replica Alex Salmond primo ministro scozzese: “Abbiamo l’1 per cento della popolazione del Regno, con il 60 per cento di petrolio e il 20 per cento della produzione nel commercio del pesce. La nazione di Adam Smith può diventare ancora più ricca da sola”.

Scrive di Fiore:

In Gran Bretagna, la Scozia, il Galles, l’Irlanda hanno propria bandiera, propria nazionale di calcio, propri rappresentanti politici. Nessuno si scandalizza se gli scozzesi non si fanno chiamare inglesi, se raccontano la loro storia, se tifano per i loro calciatori. Come mai?

In Catalogna, il tifo per il Barcellona diventa pretesto identitario. Negli Stati Uniti, uno dei due momenti storici fondanti della nazione è la guerra di secessione. Ebbene, nessuno si scandalizza se al Sud hanno musei della Confederazione (molto bello quello a New Orleans), o ci sono, così come negli Stati del Nord, associazioni in ricordo di reggimenti sudisti. Nessuno, ancora, si scandalizza se, sugli edifici pubblici, sventolano bandiere confederate insieme con quella americana.

La verità è che negli Stati Uniti riescono a convivere con la loro storia. Anche se si tratta di storia sofferta e di divisione della nazione.

E se pure Via col Vento racconta con romanticismo e oleografia un pezzo della storia americana dalla parte dei vinti, analoga vicenda non può essere letta in Italia, dove se non si ripete che il Sud era brutto, arretrato, sporco e cattivo ed i meridionali prototipi di delinquente dalla fossettta occipitale diffusa, non si può avere la patente di storico.

Scrive il giornalista napoletano:

Se si tenta con serenità di raccontare cosa avvenne nel Sud nel periodo pre e post unificazione si scatena il putiferio. E le accuse: borbonici, secessionisti, suddisti (con due d), revanchisti, reazionari, gente di destra! Dimenticando gli insegnamenti e le ricostruzioni di Gramsci, Molfese e tanti altri che di destra proprio non si possono definire.

Insomma in Italia non si riesce a raccontare la storia senza sganciarla da valutazioni di carattere etico.

Insomma per Gigi di Fiore, non si riesce a raccontare la storia italiana se non si ricorda continuamente che :

 che il Sud era arretrato ed è stato civilizzato da un Nord migliore, che al Sud c’erano i peggiori tiranni contrapposti a democratica gente del Nord, che il Sud era dominato da stranieri contrapposti al Nord italianissimo, che eravamo straccioni e siamo progrediti con l’aiuto dell’unificazione pilotata dal Nord.

Semplificazioni tra l’altro contraddette negli ultimi tempi anche da storici e soprattutto economisti di un certo peso che hanno tracciato un quadro del presente e della storia del Mezzogiorno che alla luce di certe analisi risulta più coerente.

Il timore è, conclude il giornalista che :

in Italia non sappiamo fare i conti con la storia. La nostra storia nazionale. Ne abbiamo paura, nel timore di mettere in discussione qualche attuale rendita di posizione. Figuriamoci se a Napoli, ad esempio, si potrebbe mai realizzare un museo delle Due Sicilie come quello della Confederazione a New Orleans. Si scatenerebbero polemiche e accuse su qualche giornale. Me le immagino: neoborbonici e arretrati


17
Lug 14

Gigi di Fiore: quelle parole ignorate del magistrato antimafia sull’Unità

Gira da qualche anno ormai, su youtube (e pubblicato anche su questo blog) un video del magistrato antimafia Nicola Gratteri sul Risorgimento. Parole pesanti, pesantissime. In pochi le riportano e le ricordano. Per fortuna ci pensa la memoria della rete a conservarle e e reiterarle nonostante i pareri dei professori con la patente. Gratteri ne ebbe anche per loro (“Dei caproni ignoranti, che non leggono e non hanno studiato, ma insegnano all’università e vanno ai convegni antimafia, non sono in grado di distinguere le origini della picciotteria dal brigantaggio”)

Oggi Gigi di Fiore,nel proprio blog sul Mattino, riprende proprio quelle parole.

Eppure, il 2011 era anche l’anno del 150esimo anniversario dell’unità d’Italia. E Gratteri, per fortuna in un passaggio documentato in video dal solito telefonino e poi scaricato su youtube, ebbe da dire anche su questo. Fuori dai denti e contro ogni conformismo politicamente corretto.

“Sono per l’unità d’Italia, ci mancherebbe altro”, la premessa. Con una serie di “ma” successivi. Come questo: “I piemontesi hanno imposto la chiusura delle acciaierie di Mongiana, in provincia di Reggio Calabria, a favore di quelle di Brescia, in cambio della promessa della riforma agraria”.

E come inizio non c’è male. Il seguito è ancora più duro: “Chi ha imposto l’unità d’Italia, che non fu discussa ma imposta, ha tradito quelle popolazioni che sono diventate sempre più povere ed emarginate”. Aggiungendo: “Non sono qui a fare del vittimismo, ho letto documenti. L’unità d’Italia è stata imposta in cambio della modifica dei patti agrari. E’ proliferato il brigantaggio, che è cosa diversa dalla picciotteria”.

 

Gratteri sa come combattere le mafie, senza invocare indulti o fare business. Per fortuna nessuno lo ha ancora tacciato di essere un “meridionalista suddista bobbonico”.

L’articolo completo di Gigi di Fiore


04
Lug 14

“Confessioni di un Settentrionale”, per il recupero della storia (Video)”

Questo è il trailer di un’opera teatrale, “Confessioni di un Settentrionale”, realizzata da un gruppo, Compagnia Formediterre Teatro. A scanso di equivoci si tratta di artisti non del Sud che raccolgono l’invito lanciato spesso dal mondo meridionalista (tacciato in malafede di “neobobbonismo” o “sudismo”) e da questo blog per il recuperto di una  chiarezza storica scevra da pregiudizi e clichè che hanno di fatto creato da una parte l’Italia dall’altra, una sua colonia.

Nelle Confessioni di un Settentrionale si darà voce ai grandi fondatori della patria (regolarmente settentrionali) che “a microfoni spenti” confessano le loro reali ambizioni.

Una vera e propria esposizione di una serie di documenti tutti datati fra il 1840 e il 1890.
Lettere, scritti privati, poetiche e dichiarazioni parlamentari di personaggi quali Bixio, Nievo, Cavour, Garibaldi, Abba, Saffi e altri protagonisti che la storia ha consacrato come eroi e liberatori appartenenti ormai alla leggenda della nostra Nazione.

Va chiarito l’intento dell’operazione che non vuole essere una restaurazione della monarchia precedente o condanna della monarchia successiva, tantomeno una sponda politica mirata alla secessione

Piuttosto la volontà di una chiarezza storica mirata a una vera unificazione, con la convinzione che un’Italia veramente unita potrebbe nuovamente portare quell’esempio di civiltà che il mondo ha apprezzato per secoli, o meglio, fino al 1861.

Regia e interpretazione: Antonio Minelli

Ecco il trailer di 11 minuti dello spettacolo teatrale:


27
Mar 14

Pontelandolfo: quello che gli storici con la “patente” non dicono

Il guanto della sfida è ormai stato lanciato da un pezzo.
Da una parte giornalisti e scrittori (Pino Sprile, Gigi di Fiore, Gennaro de Crescenzo, Lorenzo del Boca, Angelo Forgione, Marco Esposito, Lino Patruno) senza patente di storico, anche se, inqualche caso, specializzati in archivistica, e tutti gli storici, con la patente,pregni di risorgimentalismo.
Quello puro, mitico, dei buoni che redimono i terroni incivili che, nonostante tutto non riescono ad affrancarsi dalla loro minorità. Quelli del tipico bigottismo dell’italiano brava gente, che  non fa mai la guerra ma esporta sempre da 153 anni, democrazia e libertà ove richiesto. E lo fa senza colpo ferire. Su bianchi destrieri avvolti dall’aura dell’eroismo e della santità.
In questa ottica il lager di Finestrelle è una invenzione dei neobbobonici, Lombroso era un rispettabile scienziato che crea pericolosi precedenti in altri paesi, ma tutti fanno finta di non vedere le somiglianze, e Pontelandolfo una rissa di paese.

Proprio a proposito di Pontelandolfo, il professor Gennaro de Crescenzo, specializzato in Archivistica presso l’Archivio di Stato di Napoli, scrive:

Nell’articolo del’11/3 pubblicato da Giancristiano Desiderio sul Corriere del Mezzogiorno nel titolo e nel testo si evidenzia che i morti di Pontelandolfo “furono solo tredici”.
Desiderio riporta i dati di una pubblicazione (di circa 15 anni fa!) di Fernando Panella ma, preso dal desiderio di “ridicolizzare la vulgata corrente” (in testa i dati di Pino Aprile), non riporta interamente le verità di quella ricerca così come aveva fatto correttamente lo stesso Pino Aprile (!) dimostrando di non aver letto bene né i suoi “avversari” né le sue stesse fonti.
Prima di tutto se Desiderio avesse frequentato sistematicamente gli archivi
saprebbe bene che, quando si parla di libri di morti parrocchiali, si tratta sempre di dati del tutto parziali: non sempre, specie in situazioni di estrema gravità come quelle di cui stiamo parlando, c’era il tempo o il modo di registrare i morti sui libri e, come attestato da Panella, “non tutti i feriti e gli ustionati perirono subito”.
Lo stesso ricercatore testimonia che i registri civili del Comune andarono bruciati e la sua pubblicazione, del resto, fa esplicito e corretto riferimento già nel titolo ai soli “documenti parrocchiali”.
E’ chiaro che (visto che i registri furono bruciati) a Casalduni, come evidenziato da Desiderio, non risultassero morti.
Molto simile ai libri del periodo risorgimental-fascista (che puntualmente criminalizzavano o ignoravano Pontelandolfo) il raffronto tra i soldati italiani uccisi (45, si scrive nell’articolo ma erano in realtà 41, come scientificamente dimostrato da Gigi Di Fiore) e quei civili innocenti massacrati con modalità davvero troppo simili a quelle utilizzate a Marzabotto.
Lo stesso Panella sostiene che “la pena doveva esercitarsi contro i singoli colpevoli e non contro la città”.
E se il bersagliere Carlo Margolfo, testimone oculare del tempo, riferisce che, appena entrati in paese, avevano “incominciato a fucilare i preti ed uomini, quanti capitava” (“quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti, e chi sotto le rovine delle case”…); se lo stesso Mastrogiacomo, altro testimone oculare citato (ma non del tutto) nell’articolo attesta che morirono arsi “poveri infermi, ciechi, zoppi e anime innocenti”; se lo stesso giornale filo-governativo Il “Popolo d’Italia” parla di 164 morti; se lo stesso Panella, incrociando i dati (sempre parziali) dei morti dei mesi successivi e confrontandoli con quelli (pure parziali) dei morti degli anni precedenti evidenzia che l’incendio non solo arrecò danni ingenti alle case, ma “si deve ritenere la causa diretta di tanti decessi e il dato di centinaia di vittime è forse esagerato ma più vicino alla realtà”, “negazionisti”, allora, sarebbero quelli che parlano di 13 morti o quelli che evidenziano la necessità di continuare le ricerche e di rispettare la nostra memoria storica?
Una sola considerazione.
Per Desiderio questi sono stati “anni balordi e incattiviti”.
Come dire: se raccontate certe cose siete “balordi e cattivi” (e sarebbero tali anche gli stessi Paolo Mieli o Gian Antonio Stella) e, evidentemente, è meglio ignorarle come è stato fatto da quelli “intelligenti e buoni” per 150 anni…
Solo che senza “balordi” senza “cattivi” (altro che “negazionisti”) nessuno oggi conoscerebbe i fatti di Pontelandolfo e tante verità su come l’Italia è stata unita.

Se in occasione del 150esimo dell’unità anche il Capo dello Stato ha portato le scuse della Nazione a Pontelandolfo, tra l’altro, un motivo ci sarà. O lo ha fatto per una semplice scaramuccia di paese?


15
Mar 14

Corriere della Mezzanotte: quei fetentissimi ribelli meridionali

1974251_797519670275560_740193966_oLa Pravda della Mezzanotte continua nell’opera di rieducazione degli intellettuali sudisti e delle plebi terroniche alla riscoperta della propria storia.

Oggi c’è un approfondimento sull’inserto pugliese del Corriere della Sera dal sottotitolo “la ferocia dei ribelli meridionali”. Che poi basterebbe leggere un pò di Carlo Levi e Gramsci, anche solo da wikiquote, per avere un’idea di questi fetentissimi ribelli meridionali (alcuni di essi erano anche piemontesi e, disillusi dalla nuova Italia, combatterono al Sud per un ideale, tipo Antonio Gastaldi).

Così il giornalista e scrittore pugliese Raffaele Vescera, replica dal proprio profilo Facebook :

E’ un piacere per noi meridionalisti assistere alla giostra di interventi e dichiarazioni dei nostri oppositori, concentrati vieppiù sul milanese Corriere della Sera, sotto la prevedibile regia del “risorgimentalista” Galli della Loggia. Oggi, sulle pagine dell’edizione pugliese de Il Corriere del Mezzogiorno” è toccato suonare la tromba al pur pugliese José Mottola.
Costoro temono il risveglio del Sud, la sua nuova consapevolezza, a detta dello stesso Galli della Loggia, ormai maggioritaria tra i Meridionali, temono che si affermi la verità storica che il Sud, prima dell’unità d’Italia, non era né povero e né arretrato. Semmai lo è diventato dopo, grazie alla riduzione coloniale subita con la violenza. Il loro nemico maggiore è ovviamente Pino Aprile che con i suoi libri, letti da milioni di persone ha fatto svoltare la coscienza meridionale verso un ritrovato orgoglio dei “terroni”, da sempre calpestati, irrisi, umiliati, depredati e sfruttati dai “fratelli d’Italia” di nordica provenienza.
Se ci attaccano in maniera così grossolana, vuol dire che stiamo davvero vincendo, gli avversari del meridionalismo, non avendo più argomenti spendibili contro chi propugna il necessario riscatto del Mezzogiorno dallo stato di miseria economica e civile in cui è stato relegato dall’Italia unita, ci accusano di degenerazione “sudista”. Il passo da sudista a “sudicio” è davvero breve, lo ha già compiuto un secolo fa un tale Prampolini, emiliano fondatore del partito socialista, mentre il pur socialista Salvemini, pugliese, scriveva pagine bellissime sullo stato di inferiorità coloniale cui il nostro Sud era stato ridotto.
[…]
Continua Vescera : José Mottola, pur conoscendo la verità sugli stermini di massa compiuti dall’esercito piemontese contro popolazioni inermi, come è avvenuto a Pontelandolfo e Casalduni, giustifica gli scellerati massacri come giusta risposta a quelli compiuti dai briganti.
Sfugge al Mottola la piccola differenza che laddove i piemontesi rappresentavano un esercito a noi straniero, (a quel tempo i sabaudi parlavano francese) i cosiddetti briganti erano partigiani che difendano la propria terra dagli invasori. E sfugge al Mottola la differenza tra quanto hanno potuto fare i partigiani del Sud, armati di roncole e vecchi fucili, contro un esercito armato di tutto punto che radeva al suolo interi paesi con la propria artiglieria massacrando preti, donne e bambini.
Ma la logica della rappresaglia dei piemontesi che sterminavano tutti gli abitanti di un paese per vendicare qualche loro soldato ucciso e fatto a pezzi dai “briganti” non ha forse preceduto quella nazista alle Fosse Ardeatine e a Marzabotto?
E la scritta posta all’ingresso del campo di concentramento di Fenestrelle in cui i piemontesi internarono e sterminarono miglia di meridionali, “Vali quello che produci”, non ha forse preceduto l’ “Arbeit macht frei” di Aushwitz? Le teorie razziste contro i “Meridionali razza mediterranea inferiore e criminale” del piemontese Lombroso, cui Torino ha recentemente dedicato persino un museo, non hanno preceduto forse l’arianesimo nazista?
Il negare o minimizzare queste stragi compiute da un esercito regolare non è pari, forse, al negazionismo dei neonazisti?

Chissà quanto era feroce Angelina Romano, di anni 9. Dall’archivio storico militare si legge “Castellammare del Golfo, 3 gennaio 1862, Romano Angelina, di anni 9, fucilata, accusata di Brigantaggio”.


14
Feb 14

Vogliamo la verità sul risorgimento! Nasce il premio letterario “Giuseppe Villella”

I meridionali cominciano a prendere coscienza delle loro radici storiche e la cosa fa un po’ paura e fa riflettere. E’ per questo che la sezione “Michelina De Cesare” del Partito del Sud – Lamezia Terme, coordinata dall’Ing. Francesco Cefalì, ha deliberato di bandire un concorso letterario intitolato a Giuseppe Villella, presunto brigante vittima del Risorgimento, aperto ai neomaggiorenni dell’ultima classe delle scuole superiori.
Fortemente voluto dall’Ing. Cefalì che ne è l’ideatore, il concorso ha come obiettivo la presa di coscienza delle nostre giovani generazioni rispetto a ciò che raccontano i libri della storia scritta dai vincitori di quel tempo. I ragazzi che vorranno cimentarsi nella ricerca storica relativa a quegli anni terribili  che vanno dal 1859 al 1871 dovranno attenersi al regolamento del concorso che potrà essere richiesto anche alla mail [email protected] .
Il tema del concorso è “LA STORIA DEL  RISORGIMENTO ITALIANO VISTA OGGI”.
Il plico con gli elaborati dovrà essere spedito (farà fede il timbro postale) o consegnata pro manibus al coordinatore di sezione di Lamezia Terme entro e non oltre le ore 12 del giorno 15/04/2014. 
 Ormai è acclarato, l’esercito  piemontese, con il pretesto di unire l’Italia, massacrò la popolazione inerme, incendiò centinaia di villaggi e causò il genocidio di migliaia soldati borbonici, fatti prigionieri dopo la resa di Francesco II e portati a morire di stenti a Fenestrelle. Per non parlare della famigerata legge Pica, promulgata dal governo Minghetti il 15 agosto del 1863, che da sola produsse nel Meridione 5212 condanne a morte, 6564 arresti, 54 paesi rasi al suolo e forse 1 milione di morti, come sostengono alcuni.
Il risorgimento secondo i revisionisti fu una rapina a mano armata posta in essere a danno del Regno delle Due Sicilie  che aveva una riserva aurea di ben 443,2 in milioni di lire contro gli 8,1 milioni di lire della Lombardia ed i 27,00 del Piemonte.
Vale dunque la pena di approfondire quel periodo storico affinchè i nostri giovani sappiano chi siamo e da dove veniamo, per riscoprire “l’orgoglio di chi siamo e di chi fummo” come recita la splendida canzone Gloria interpretata da Mimmo Cavallo e da Albano.
Per informazioni rivolgersi a: Cefalì Francesco Antonio (Coordinatore  Partito del Sud Lamezia Terme) e-mail [email protected]
Il link col regolamento

22
Nov 13

Gli sciacalli: un fumetto sulla controstoria del risorgimento

L’autore di questo fumetto è Alessandro del Leo, crotonese, appassionato di fumetti.

 Forse non ci poteva essere termine più appropriato per definire il comportamento dei piemontesi nei confronti delle popolazioni meridionali restìe a subire, più che un processo di unifi cazione delle diverse regioni italiane in un unico Stato indipendente, una vera e propria annessione allo Stato sabaudo. Più che una guerra di indipendenza da parte degli italiani verso gli invasori stranieri, fu una vera e propria guerra civile, un processo di annessione “legittimato” da plebisciti locali che rasentarono la farsa, che ha registrato aspetti cruenti ingiustifi cabili, con atti di violenza gratuita che nessuna guerra può giustifi care. […].
Ma la peculiarità del lavoro di De Leo è la parte del fumetto, la raffigurazione per disegni delle vicende storiche narrate, comprese le più cruente che hanno segnato la vita del popolo meridionale. In questa parte del libro l’autore offre il meglio di se stesso. La raffigurazione visiva, grazie alla marcata espressività dei suoi disegni, rende molto bene la brutalità degli atti cruenti che caratterizzarono l’intervento piemontese nel processo di annessione del Regno delle due Sicilie. […]. (dalla prefazione di Giancarlo Colella)