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31
Mar 17

Santià al Sud: i conti migliorano ma cure pessime

da iapreliuocchie.it

Cosa ci si aspetterebbe dalla sanità italiana, così come principio garantito dalla carta costituzionale (articoli 3 e 32) ? Che chi necessità di assistenza medica venga curato bene, ovunque si trovi e chiunque esso sia.

Il paradosso è che invece, giù al Sud, nella landa dei terroni, i conti della sanità iniziano ad essere in regola, solo che, piccolo particolare, le cure sono sotto gli standard minimi. Che sarebbe un po’ come dire che in una famiglia il conto corrente è a posto solo che non si riescono a comprare libri e cibo per i figli. O che ho la febbre alta però ci sono 50 euro in più nel portafogli. Grazie.

Dice la Lorenzin:

 

Il punteggio minimo da raggiungere per essere adempienti rispetto all’attuazione dei Livelli essenziali di assistenza (Lea), ha spiegato il ministro, “è 160 ma dai primi risultati del 2015, anche se non ufficiali, sono ancora sotto soglia la Calabria (147 punti), il Molise (156 punti), la Puglia (155 punti), la Sicilia (153 punti) e la Campania con 99 punti”. Il dato della Campania poi, ha sottolineato, “è davvero preoccupante perché, rispetto al 2014, dove la regione raggiungeva un punteggio di 139, nell’ultimo anno si è notato un calo di ben 40 punti”. Ad aver peggiorato le performance rispetto al 2014, ha precisato, “sono però anche Puglia, Molise e Sicilia”

Si può curare un cittadino con calcoli ragionieristici? E’ evidente che no, e senza investimenti pubblici, i cittadini delle regioni meridionali vengono curati peggio.

Sapete ciò cosa genera? La cosiddetta migrazione sanitaria : i cittadini sono costretti a spostarsi al Nord per curarsi arricchendo alcune regioni settenttrionali che si pappano un giro d’affari di quasi 4 miliardi, ma la condizione è che le regioni del Sud continuano a non essere autosufficienti e quindi a esportare i loro malati, cioè a fare da miniera dalla quale estrarre la materia prima.

Ed arricchendo il settore privato convenzionato.

in parole povere  con il de-finanziamento, o meglio il taglio ragioneristico verso la sanità delle regioni meridionali, si sta accentuando la spaccatura tra nord e sud, e tra regioni e regioni.


23
Apr 16

Un Popolo in Cammino: la militarizzazione contro la camorra, non serve

diciamo-no-alla-camorra-21

Questo quanto dichiara l’associazione “Un Popolo in Cammino” che manifesta contro la camorra, manifestazione di un potere autoritario ed oppressivo del tutto simile a quello nazifascista da cui Napoli comunque riuscì a liberarsi:

Oggi siamo stati in Piazza Sanità per ribadire che la città non appartiene a chi spara, ma a chi ama le strade ed i propri quartieri. Lo sconforto e la rabbia non può sopraffare la speranza e la determinazione di chi da mesi, dopo la morte di Genny e di tutte le vittime innocenti si sta opponendo allo status quo. Sono mesi che diciamo che la militarizzazione non serve, ma serve un esercito di maestri di strada, politiche sociali e lavoro. Il silenzio del Governo in questi mesi é imbarazzante, abbiamo provato a chiedere risposte, ma non ne abbiamo ottenute.
Per questo rilanciamo i percorsi di mobilitazione sin dai prossimi giorni. Il 25 Aprile la manifestazione in occasione della giornata della Liberazione finirà proprio in Piazza Sanità per ribadire, se ce ne fosse ancora bisogno, che i militari non sono la soluzione. Proprio oggi abbiamo bisogno di liberarci dall’oppressione delle Camorre, come ieri ci siamo liberati dal giogo del nazifascismo.
Inoltre il giorno 3 maggio ci sarà un ulteriore tavolo in Prefettura per parlare del progetto proposto da ‪#‎UnPopoloInCammino‬ di scuole aperte in tutti i quartieri di Napoli. Se le risposte non ci soddisferanno annunceremo una mobilitazione nel mese prossimo a Roma, sotto al Parlamento. Troviamo scandaloso l’atteggiamento dei Parlamentari Italiani che si ricordano solo in campagna elettorale del problema delle Mafie e che, dopo circa 70 morti negli ultimi mesi, non hanno mai calendarizzato una discussione in merito. Quel giorno chiederemo anche un incontro con il Primo Ministro Renzi.
#UnPopoloIncammino


03
Mar 16

Se ti ammali spera di non essere meridionale

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Il motto non è di un fanatico secessionista, ma del presidente dell’ordine dei medici di Napoli, Silvestro Scotti «Spera di non ammalarti, ma se ti ammali spera di non essere Meridionale».

La campagna mediatica che partirà domani 4 marzo tra le strade della regione, servirà a sensibilizzare l’opinione pubblica sul dramma del definanziamento in sanità per regioni come la Campania che comporta disparità, nelle cure, tra cittadini dello stesso (presunto) paese.

Così il presidente dell’ordine dei medici di Napoli attraverso i social:

Dopo la notizia di interesse nazionale della ricetta elettronica, torniamo con i piedi sulla nostra terra quella del meridione d’Italia e richiamiamo attenzione alla necessità che le forze politiche, professionali e civili senza sottovalutare quelle religiose levino a gran voce una protesta per il mantenimento dei meccanismi di finanziamento della sanità regionale legati esclusivamente alla media d’età (furto Calderoli) e si richiedano regole chiare omogenee e che includano indicatori di rischiosità sociale culturale e reddituale che sono note cause di peggioramento delle condizioni di salute di una popolazione.

Si, si siamo tutti italiani. Chi un po’ di più, chi un po’ di meno. Come no.


31
Lug 15

Sanità made in Italy: meno fondi dove si muore prima. Così si beffa la Campania.

La denuncia in un lungo articolo di oggi sulle pagine de Il Mattino, formato da Marco Esposito che ne anticipa i contenuti sul proprio profilo Facebook:

Provo a far chiarezza sulla vicenda dei fondi sanitari. Intanto di che si parla? Dei criteri per il riparto di qualcosa come 109 miliardi di euro (109!).

La formula attuale, inventata da Calderoli nel 2011, prevede un solo criterio: più anziani, più soldi. In Campania, dove si vive due anni in meno, in troppi si ammalano giovani e ciò fa perdere risorse per prevenzione e cure. Una follia che solo la mente cinica di un leghista poteva partorire.

Per il 2015 la musica doveva cambiare. La legge 190/2014 al comma 601 prevedeva nuovi criteri, che tenessero conto per esempio di situazioni specifiche di rischio territoriale come la Terra dei Fuochi.

Perché i nuovi criteri entrassero in vigore, però, serviva l’intesa delle Regioni, con la scadenza del 30 aprile 2015 indicata nella legge. In caso di mancato accordo, valevano le vecchie regole (cioè quelle del leghista Calderoli) anche per il 2015.

Come racconto oggi sul Mattino né il 30 aprile, né nella prima riunione utile dopo il voto del 31 maggio e cioè il 2 luglio, si è trovato l’accordo. Anzi: il Sud non ha neppure avviato la discussione. E così il Veneto, che ha in mano il pallino della sanità regionale, ha avuto buon gioco a far passare con una noticina l’utilizzo anche per il 2015 dei vecchi criteri, danneggiando in modo gravissimo il Sud, Campania in testa.

Danneggiando i cittadini, sia chiaro, perché i governatori vecchi e nuovi avranno sempre una buona scusa per dire che loro non hanno colpa.

Coerente in fondo con le scelte di un governo che ha completamente escluso il Sud dall’agenda degli investimenti.


26
Apr 15

Spesa procapite sanità: Bolzano vale due volte la Campania

Immagine La Stampa

Immagine La Stampa

Da tempo su questo blog denunciamo il criterio per l’assegnazione di fondi per sanità e istruzione che si basano sulla “spesa storica” (riprendendo le battaglie di Marco Esposito dalle pagine de Il Mattino), per cui più hai speso in passato e più ti viene assegnato per il futuro, criterio che si fonda sull’errato assunto che se uno ha sempre necessitato di 100 euro, debba continuare a goderne a prescindere dall’uso (e della bontà del medesimo) che ne viene fatto.

Secondo questo criterio la provincia autonoma di Bolzano vale due volte la Campania e la Sicilia. Anche se nelle arene della domenica pomeriggio fa più notizia il costo della siringa di Trinacria.

L’inchiesta della rivista specializzata «About Pharma» su dati della Fiaso, la Federazione di Asl e ospedali, mette in luce gli sprechi evidenziando le mille distorsioni del sistema di finanziamento delle nostre Asl.

Scrive la redazione di About Pharma:

Le inefficienze dei sistemi di finanziamento di Asl e ospedali non aiutano la sostenibilità e la gestione virtuosa della sanità pubblica italiana. In primo luogo perché l’allocazione delle risorse ad Asl e ospedali troppo spesso non è commisurata ai fabbisogni sanitari del territorio né ai costi di produzione dei servizi offerti, rimanendo in gran parte ancorata al criterio della spesa storica. Poi a causa della ripartizione dei fondi spesso fuori dal contesto di programmazione dei Piani sanitari regionali e dall’incertezza sull’assegnazione delle risorse, deliberate a fine esercizio se non nell’anno successivo. E, infine, per le debolezze del sistema di remunerazione tariffaria degli ospedali (Drg) che non copre quasi mai il costo reale delle prestazioni.

Ed ancora:

Soltanto in nove Regioni (Valle d’Aosta, Lombardia, Friuli, Lazio, Campania, Sicilia, Veneto, Marche e Basilicata) la ripartizione dei fondi tra le aziende sanitarie avviene in un quadro di programmazione definito dai Piani sanitari regionali (Psr). Nelle Regioni sprovviste di un Psr sono le delibere di ripartizione dei fondi che finiscono di fatto per identificare gli obiettivi da raggiungere e “strategiche”. Una “vera programmazione” – spiegano gli autori della ricerca – richiederebbe la “definizione anticipata delle risorse disponibile”, ma così non è “in larga parte dei casi”.

Il presidente della Fiaso mette in evidenza le distorsioni del sistema che si basa sulla spesa storica:

Il sistema di finanziamento è modellato in misura solo marginale sulla valutazione delle risorse necessarie per erogare, in condizioni di efficienza, livelli di salute individuati in sede programmatoria nazionale o regionale, in base al principio dei costi e dei fabbisogni standard”.

Il quotidiano La Stampa aggiunge:

Il sistema non funziona granché nemmeno quando sono le Regioni a spartirsi tra loro i 110 miliardi La logica è quella di premiare chi ha un maggior numero di anziani da assistere. Ma le regioni meridionali la contestano, sostenendo la necessità di spartire le risorse anche in base a un indice di deprivazione, perché chi vive ai limiti della soglia di povertà ha comunque più necessità di assistenza. E poi alcune regioni stornano parte delle risorse sanitarie destinandole ad altre funzioni, altre fanno l’esatto contrario. Così in Abruzzo, Valle d’Aosta, Trento Bolzano si viaggia oltre i 2.000 euro ad assistito, mentre in Friuli ci si accontenta di 1.022 euro.

 Tornando alle singole Asl, oltre a Bolzano in cima alla classifica di quelle che ricevono la dote più alta, sempre superiore ai duemila euro pro-capite, troviamo le aziende di Trento ed Aosta e tutte quelle abruzzesi, seguite con 1.951 euro dalla Asl Roma E. Una pioggia di denaro, rispetto alle 50 aziende che ricevono meno della media nazionale di 1.444 euro, che in parte ha delle spiegazioni. Le Asl abruzzesi ricomprendono anche tutti gli ospedali della regione e la «Roma E», nell’anno di rilevazione dei dati, ha percepito ben sette milioni di ripiano debiti a pie’ di lista. Che poi è un’altra riprova del fatto che più sprechi e più soldi ricevi.

Decisamente sopra la media nazionale di risorse a disposizione per assistito troviamo anche le Asl Torino 2 e 4, rispettivamente con 1.872 e 1.670, mentre ad Alessandria vanno 1.703 euro.

In soldoni la Asl di Bolzano,riceve per ogni assistito dalla sua regione 2.421 euro contro i 1218 della Campania, i 1205 della Sicilia e i 661 della provincia di Pordenone.


08
Apr 15

Muori prima? Ricevi meno fondi per la sanità: la “formula Calderoli”

La denuncia viene dalla lista civica campana ” Mo!” guidata da Marco Esposito:

Dalla fine del 2013 nella sanità si applica la micidiale “formula Calderoli”, una regola in base alla quale il fondo sanitario nazionale si distribuisce tra le regioni in base al solo parametro dell’età. In pratica più anziani ci sono, più arrivano fondi sanitari. L’effetto paradossale è che se c’è un territorio dove per ragioni ambientali ci si ammala e muore presto, spariscono i fondi sanitari. Tale formula è talmente assurda che il Parlamento ha deciso di ripescare una legge mai abrogata, del 1996, che di criteri per stabilire il giusto fabbisogno sanitario ne indicava almeno quattro.

Se si riflette un attimo, è assurdo che serva una legge per dire di applicare una legge in vigore; ma siamo in Italia e non ci si deve stupire di nulla. Fatto sta che la legge di stabilità del 2015 dice che si applica la legge del 1996 purché ci sia entro il 30 aprile del 2015 l’accordo nella Conferenza Stato Regioni, ovvero anche l’accordo delle Regioni del Nord che però non ne vogliono sapere di cambiare un criterio che le avvantaggia, a partire dal presidente della Conferenza, il piemontese Sergio Chiamparino.

Cosa accade in caso di mancato accordo? Che resta in vigore il solo parametro legato all’età, cioè la formula Calderoli che danneggia soprattutto la Campania dove c’è una speranza di vita di due anni più bassa rispetto alla media.

Ecco il documento parlamentare che illustra lo stato dell’arte del Patto sulla Salute. E’ scritto un po’ in complicatese ma il senso è chiaro.

“In attuazione dell’Accordo e delle disposizioni del Patto, la legge di stabilità 2015 (L. 190/2014 co., 681) ha stabilito che, a decorrere dal 2015, i pesi per la determinazione della spesa media pro-capite (quota capitaria) dovranno essere definiti con decreto del Ministro della salute, di concerto con il MEF, previa intesa con la Conferenza Stato-regioni. I pesi saranno determinati sulla base dei criteri indicati dall’art. 1, co. 34, della legge 662/1996: popolazione residente, frequenza dei consumi sanitari per età e per sesso, tassi di mortalità della popolazione e indicatori relativi a particolari situazioni territoriali ritenuti utili al fine di definire i bisogni sanitari delle regioni ed indicatori epidemiologici territoriali. Nella ripartizione del costo e del fabbisogno sanitario standard regionale, dovrà essere tenuto in conto anche il percorso regionale di miglioramento per il raggiungimento degli standard di qualità, misurabile in base al sistema di valutazione della qualità delle cure e dell’uniformità dell’assistenza sul territorio nazionale di cui all’art. 30 del D.Lgs. 68/2011 (sistema di valutazione atteso – come già detto – per dicembre 2014, ma non ancora messo a punto).
L’effettiva applicazione del nuovo sistema di ripartizione del costo e del fabbisogno sanitario standard regionale avverrà solo nel caso in cui venga raggiunta entro il 30 aprile 2015 l’Intesa prevista per il decreto di determinazione dei pesi. In caso contrario, anche per il 2015 continueranno ad applicarsi i pesi per classi di età della popolazione residente”


11
Apr 14

La sanità al tempo dei Borbone

Con buona pace dei professori e degli storici con la patente e dei direttori di quotidiani un pò narcisi:

Sara’ inaugurata domani presso il Museo delle Arti Sanitarie in Napoli, la Mostra documentaria sul governo della salute nel Regno di Napoli e delle Due Sicilie, dal 1734 al 1860. Curata dall’associazione culturale ‘Il Faro di Ippocrate’ che gestisce il museo, la mostra e’ la prima esposizione dedicata al tema della medicina in epoca borbonica. ”Abbiamo voluto rendere omaggio alla Scuola di scienziati e medici che diede lustro alle contrade del Sud – sottolinea il professor Gennaro Rispoli, fondatore del Museo e curatore della mostra – creando al tempo stesso la base operativa di un vero e proprio centro raccolta-dati il cui obiettivo finale e’ quello di ricostruire l’intera pagina dell’assistenza sanitaria al Sud, quella rete che ebbe l’ospedale degli Incurabili come fondamentale centro di riferimento. E da quello che e’ gia’ emerso – conclude il professor Rispoli – e cioe’ l’attenzione del governo, le campagne vacciniche, le opere di beneficenza e la scienza espressa nel periodo, possiamo tranquillamente affermare che in questa antica regione d’Europa la cura fu di cosi’ buon livello da non sfigurare di fronte alle altre capitali del tempo, anzi, in qualche occasione persino superiore” (Agenzia Asca)


10
Dic 13

I conti della sanità con i pesi di Calderoli

di Marco Esposito

Ho fatto i conti sugli effetti della formula ideata da Calderoli per ripartire la somma per la sanità pubblica (110 miliardi). La Campania “perde” 481mila residenti e quindi soldi in proporzione. Il Piemonte “guadagna” 317mila abitanti fittizi, utili solo ad aumentare il riparto delle risorse.

Al contrario di quel che si era detto sui costi standard, il prezzo della siringa eccetera, la ripartizione si fa in base al comma 7 dell’articolo 27 del decreto legislativo 68 del 2011, cioè in base alla popolazione “pesata per età”. In pratica chi ha più anziani e in particolare più anziani sopra i 75 anni riceve più soldi. Una regione con speranza di vita di due anni più bassa, come la Campania, si trova così quasi mezzo milione di abitanti diventati dei fantasmi per la sanità pubblica, e con un taglio molto forte di risorse (800 milioni a regime). Il tutto non perché si sono accertati sprechi (che con tale sistema nessuno misura) bensì con l’assurda motivazione che tanto si muore prima.

Oltre alla Campania, perdono residenti e risorse soprattutto Sicilia, Puglia e Calabria. Oltre al Piemonte, ne guadagnano soprattutto Liguria, Emilia Romagna e Toscana.

Tali regole entrano in vigore da subito e si applicano progressivamente in cinque anni.

Ma questa è una battaglia che si può vincere. Una legge del 1996 (la 622, articolo 1, comma 34) fa l’elenco dei parametri da utilizzare per ripartire la spesa sanitaria. C’è, com’è giusto, l’età. Ma ci sono anche sesso, speranza di vita, particolari epidemiologia, specificità territoriali e numero semplice di abitanti. Insomma l’età non può essere l’unico peso e un decreto legislativo non può abrogare una legge. Dobbiamo fermare questo sconcio non solo perché illegale, ma perché ingiusto.

(sul Mattino in edicola ieri 9 dicembre l’articolo con le tabelle sui pesi, fascia d’età per fascia d’età, e il confronto tra gli effetti in Campania e in Piemonte).


12
Nov 13

Adda passà a nuttata…

“E’ bello ed è facile chiudere gli occhi. Immaginarsi altrove.
Sognare di fuggire lontano da una città vecchia che ti promette di realizzare sogni che alla fine scopri essere solo miraggi.
E’ triste ma ugualmente facile dare la colpa di ciò a qualcuno o qualcosa che non sia se stessi.
Difficile invece è aprirli gli occhi, guardare la realtà per quella che realmente è e decidersi a migliorarla.

Noi abbiamo deciso di combattere nell’esercito della speranza perché amiamo la nostra terra!
Ci appartiene! E’ nostra! Rimprendiamoci le nostre città! INSIEME”
[Davide D’Errico]

Adda Passà ‘a Nuttata nasce dall’idea di quattro ragazzini appena maggiorenni di voler combattere per la propria città. Di voler giocare da protagonisti la partita del cambiamento.

Ecco il video dell’associazione:

 


12
Set 13

L’Istituto Superiore di Sanità: impossibile bonificare 2600 campi di calcio.

In fondo, aveva ragione Schiavone. Il ragionamento della commissione sulle ecomafie è coerente con quanto affermato anche dall’Istituto Superiore di Sanità in questi giorni, a proposito della Ex Are Resit a Giugliano: 220 ettari di veleni senza possibilità di bonifica.

«Realisticamente la bonifica appare impossibile – ammette il commissario di governo, Mario De Biase – Per legge, infatti, bisognerebbe raccogliere tutti i materiali, rimuoverli e trasportarli altrove. Stesso discorso vale per le acque. Un’impresa proibitiva»

Immaginate 2600 campi da calcio (secondo il Mattino a tanto ammonterebbe l’area da bonificare complessivamente), l’uno accanto all’altro. Con la gente che ci vive intorno.

Ed immaginate anche che lo Stato, a conoscenza da 20 anni di questa emergenza,  ammetta candidamente : non possiamo farci nulla. Anzi. Ha continuato a inviare, rifiuti industriali da fuori regione, perchè venissero smaltiti in Campania (ma perchè, scusate, la Campania ha, forse, siti per lo stoccaggio di rifiuti industriali? Se si, quanti ne sono?).

Schiavone ha anche dichiarato che la magistratura ha in mano nomi e cognomi dei “proprietari” di quei rifiuti.

Uno Stato che viene meno alla tutela del diritto, constituzionalmente garantito, alla salute, diritto inviolabile, tra l’altro, sospende scientemente il patto che lo lega ai propri cittadini e non ne garantisce più la tutela.

Dal basso Lazio all’area Flegrea, lo Stato Italiano ha scelto di secretare non solo informazioni determinanti sia a punire i colpevoli di questa apocalisse umana ed ambientale, sia per informare i cittadini di quanto accadeva, ma anche di non garantire, consapevolmente, la salute di italiani, evidentemente, di dignità inferiore agli altri.. E’ “un’impresa proibitiva”. Tale atteggiamento crea, inoltre, un pericolosissimo precedente. La creazione, di fatto, di uno stato di emergenza (fattispecie non contemplata dal nostro ordinamento) che sospende taluni diritti costutizionalmente garantiti.

Prendiamone atto.