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31
Mar 17

Santià al Sud: i conti migliorano ma cure pessime

da iapreliuocchie.it

Cosa ci si aspetterebbe dalla sanità italiana, così come principio garantito dalla carta costituzionale (articoli 3 e 32) ? Che chi necessità di assistenza medica venga curato bene, ovunque si trovi e chiunque esso sia.

Il paradosso è che invece, giù al Sud, nella landa dei terroni, i conti della sanità iniziano ad essere in regola, solo che, piccolo particolare, le cure sono sotto gli standard minimi. Che sarebbe un po’ come dire che in una famiglia il conto corrente è a posto solo che non si riescono a comprare libri e cibo per i figli. O che ho la febbre alta però ci sono 50 euro in più nel portafogli. Grazie.

Dice la Lorenzin:

 

Il punteggio minimo da raggiungere per essere adempienti rispetto all’attuazione dei Livelli essenziali di assistenza (Lea), ha spiegato il ministro, “è 160 ma dai primi risultati del 2015, anche se non ufficiali, sono ancora sotto soglia la Calabria (147 punti), il Molise (156 punti), la Puglia (155 punti), la Sicilia (153 punti) e la Campania con 99 punti”. Il dato della Campania poi, ha sottolineato, “è davvero preoccupante perché, rispetto al 2014, dove la regione raggiungeva un punteggio di 139, nell’ultimo anno si è notato un calo di ben 40 punti”. Ad aver peggiorato le performance rispetto al 2014, ha precisato, “sono però anche Puglia, Molise e Sicilia”

Si può curare un cittadino con calcoli ragionieristici? E’ evidente che no, e senza investimenti pubblici, i cittadini delle regioni meridionali vengono curati peggio.

Sapete ciò cosa genera? La cosiddetta migrazione sanitaria : i cittadini sono costretti a spostarsi al Nord per curarsi arricchendo alcune regioni settenttrionali che si pappano un giro d’affari di quasi 4 miliardi, ma la condizione è che le regioni del Sud continuano a non essere autosufficienti e quindi a esportare i loro malati, cioè a fare da miniera dalla quale estrarre la materia prima.

Ed arricchendo il settore privato convenzionato.

in parole povere  con il de-finanziamento, o meglio il taglio ragioneristico verso la sanità delle regioni meridionali, si sta accentuando la spaccatura tra nord e sud, e tra regioni e regioni.


18
Mar 17

Caro Calenda, sul Sud basta fuffa e retorica: partiamo dal costo del denaro

Carlo Calenda, Ministro dello Sviluppo economico ha deciso di dire qualcosa di originale fuori da ogni scala o indice di “fuffa” :

“Spogliare il Sud della retorica che lo avvolge e prevedere le stesse politiche, ma anche amministrazioni locali che funzionino, perché fanno il 99% dello sviluppo”.

E allora proviamo a diradare la cortina di retorica. Taccio l’enumerazione dei soliti problemi logistici ed infrastrutturali, quelli legati alle disparità sui premi assicurativi (che pure incidono su chiunque abbia voglia di intraprendere) e sulla presenza della criminalità organizzata che droga il mercato e drena risorse economiche.

Facciamo un esempio: sapete che il costo del denaro al Sud è più alto che al Nord?

In soldoni, se volete produrre ricchezza come richiedono Calenda e Confindustria, ed avete bisogno di danaro, ed abitate in Calabria, dovrete restituire interessi molto più alti di quanto avreste dovuto fare se il destino vi avesse fatto nascere in Trentino Alto Adige (non che in Umbria, Marche o Toscana stiano meglio, sia chiaro).

Nonostante gli interventi straordinari della BCE e qualche timido segnale di ripresa dei prestiti concessi al complesso del settore privato, i volumi degli impieghi bancari italiani diretti alle imprese risultano tutt’al più stagnanti. Se le manovre espansive sul credito bancario non hanno, almeno per il momento, influito sui volumi, sembra invece che un positivo effetto lo stiano avendo sul costo del denaro.

I tassi d’interesse sugli impieghi mostrano – per ogni diversa tipologia di operazione, che qui comunque dobbiamo analizzare in forma aggregata – una riduzione generalizzata e quantificabile, per il 2015 rispetto all’anno precedente, in circa un punto percentuale. Sulla base di queste analisi, si potrebbe concludere che il dato incoraggiante riguarda pertanto il costo del denaro, piuttosto che la sua disponibilità. […]

È interessante notare che anche in questo caso le differenze tra aree regionali, già di per sé molto significative, hanno mostrato una recente tendenza all’aumento. Ciò è soprattutto vero per gli anticipi e le aperture di credito in conto corrente, che costano alle imprese del Sud ora il 2,42% in più in media rispetto al Nord (era il 2,04% nel terzo trimestre del 2014 e l’1,67% nel 2010).

Per quanto concerne le operazioni a scadenza, la tendenza è invece più complessa da analizzare e mostra una riduzione delle differenze rispetto all’anno precedente ma comunque un aumento rispetto ai livelli 2010. I mutui alle imprese meridionali costano in media tra lo 0,79% e l’1,09% in più rispetto alle imprese del nord (in base alle diverse durate), e la forbice pur drasticamente diminuita rispetto al 2014 – risulta più ampia di circa 15-16 punti base medi rispetto ai valori di cinque anni prima [fonte: Centro Studi Impresa Lavoro su dati Bankitalia]

Questo vuol dire che risulterà più conveniente rivolgersi all’ “amico di famiglia”, il quale, evidentemente, non chiederà  alcuna garanzia reale sul credito, ma che strozzerà lentamente l’attività produttiva fino ad impossessarsene con la benedizione del ras locale della criminalità organizzata.

Questa è la “retorica” che avvolge il Mezzogiorno caro Ministro, ovvero scaricare la responsabilità su quei quattro terroni che non sanno neppure scegliersi amministratori locali “smart” e che quindi sono costretti ad emigrare. Come duecento anni fa. Fornendo manodopera a basso costo a quell’Europa dell’austerity che voi assecondate supinamente.

 


28
Feb 17

Ministero dello Sviluppo Economico leghista, fai una ricerca e ti chiamano terrone

E vi giuro che non si tratta di un titolo di Lercio.

Avete presente i “Captcha”? Ovvero quel sistema di sicurezza che compare per verificare che non siate robot, quando compilate un “form” su internet?

Bene, Francesco Lanza, (che da quanto ho capito non è proprio di Casavatore) dopo aver effettuato una ricerca sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico (evidentemente padano), riceve un bel richiamo dal sito istituzionale che realizza per lui un bel captcha con la scritta “Terroni”. Ecco la foto della schermata:

Un insulto subliminale? Un omaggio al best seller di Pino Aprile? O un tentativo di hackeraggio del fratocugino di Borghezio? Mah…

I lettori più esperti mi segnalano comunque sia un problema imputabile  Google, ne prendo atto ma a questo punto si configurerebbe comunque una ipotesi di “culla in vigilando”, da parte del Ministero.

Continueremo a vivere, nonostante tutto, immaginando tutta una serie di prossimi captcha di questo tenore, quanto meno per par condicio: “a soreta” “mammt” “vafammocc” “lota”, o più italiani “zingaro” “frocio” “negro”, insomma tutta la più classica congerie di stereotipi nazional popolari tanto cari agli italiani in camicia verde e nera. E poi si chiedono pure perché questo Paese è l’unico che non cresce…


22
Feb 17

L’agricoltura guida la “ripresina” del Sud

Il settore agricolo, insieme a quello turistico, è strategico per lo sviluppo delle regioni meridionali. Lo scrivo da anni e lo dimostrano anche le statistiche. Ecco perché colpire indiscriminatamente proprio il settore agricolo (vedi crisi “Terra dei Fuochi”) con inutili generalizzazioni, crea danni rilevanti all’intera economia meridionale.

Anche per il 2016 l’agricoltura resta uno dei driver dell’economia meridionale. Più che al Centro Nord, diventando occasione di impiego e micro imprenditorialità soprattutto per i giovani.

Il Rapporto ISMEA-SVIMEZ sull’agricoltura del Mezzogiorno evidenzia l’ottima performance che il settore primario ha avuto nel 2015 e nel 2016. L’agricoltura diventa protagonista della ripresa economica: crescono valore aggiunto, esportazioni, investimenti e occupazione, al Sud ancor più che al Nord.

In occasione della presentazione del Rapporto ISMEA-SVIMEZ il Direttore Generale dell’Ismea, Raffaele Borriello, ha dichiarato: “Il Rapporto ci racconta di un Mezzogiorno che dà segnali positivi e sembra essere al centro della ripartenza dell’economia italiana, specialmente grazie all’ottima performance dell’agricoltura: la crescita delle esportazioni, degli investimenti e dell’occupazione agricola nel Mezzogiorno, più che al Centro-nord, sono i segni di rinnovato protagonismo. Il dato più significativo si registra sul versante dell’occupazione, in particolare quella giovanile (+13%). C’è una ritrovata consapevolezza del valore della terra che porta con sé una rinnovata attenzione al settore agricolo, anche in termini di progetti di vita e di attività imprenditoriali da parte dei giovani. Ne sono dimostrazione l’incremento del 20% delle iscrizioni alle facoltà di agraria e la crescita, nei primi nove mesi del 2016, di circa 90 mila nuove imprese agricole ad opera di giovani under 35, di cui ben 20 mila nel Mezzogiorno”. (fonte: Ismea)

 


24
Gen 17

Al Sud meno treni che in Lombardia (e pure più vecchi e lenti)

Il rapporto di Legambiente “Pendolaria 2016” certifica una tendenza vecchia: pochi treni e pure vecchi al Sud. Ogni giorno circolano in tutto il Mezzogiorno meno treni che nella sola regione lombarda.

Ogni giorno in Italia quasi 5,5 milioni di persone prendono il treno per spostarsi per ragioni di lavoro o di studio, un numero solo leggermente superiore al 2015 (+0,2%), quando i pendolari del treno erano 5,43 milioni (e 5,1 nel 2014). A crescere in maniera evidente sono, invece, le diseguaglianze tra le Regioni rispetto al numero di viaggiatori e alle condizioni del servizio offerto. È questo il dato saliente del rapporto Pendolaria 2016 di Legambiente, presentato oggi a Palermo.

Sui 5,5 milioni di pendolari, sono 2milioni e 832mila quelli che usufruiscono del servizio ferroviario regionale (divisi tra 1,37 milioni che utilizzano i convogli di Trenitalia e gli altri 20 concessionari) e 2milioni e 655mila quelli che prendono le metropolitane presenti a Milano, Roma, Napoli, Torino, Genova, Brescia e Catania. Nel 2016 il numero dei pendolari del treno è aumentato di poco: +0,7% rispetto al 2015 per il trasporto ferroviario e +0,6% per quello metropolitano.

La crescita dei pendolari è però un dato con differenze macroscopiche, perché aumenta dove il servizio non è stato tagliato e dove sono stati realizzati investimenti nell’acquisto di nuovi treni, come in Lombardia dove sono arrivati a 712mila (con un +1,3%), in Emilia-Romagna (+3%) e in Alto Adige (dove sulle linee riqualificate con treni nuovi sono triplicati, da 11.000 nel 2011 a quasi 32.000). Mentre continua a calare in Regioni dove dal 2010 a oggi sono stati realizzati solo tagli ai servizi (in Calabria -26,4% treni in circolazione e -31% passeggeri, in Campania -15,1% treni e -40,3% passeggeri, in Piemonte –8,4% e -9,5%) e nelle città dove il servizio è scadente, con sempre meno treni e sempre più vecchi come a Napoli sulla Circumvesuviana (le corse sono state ridotte del 30% dal 2010)

In questi anni si è inoltre assistito alla chiusura di oltre 1.120 chilometri di linee ferroviarie, cui vanno aggiunti 412 km di rete ordinaria che risulta “sospesa” per inagibilità dell’infrastruttura, come per la Trapani-Palermo, la Gemona-Sacile, la Priverno-Terracina, la Bosco Redole-Benevento e la Marzi-Soveria Mannelli in Calabria. Per fare qualche esempio, in Molise non esiste più un collegamento ferroviario con il mare: da qualche mese sono scomparsi i treni che dal 1882 collegavano Campobasso con l’Adriatico e con Termoli. In tutto sono 1.532 km di linee ferroviarie su cui non esiste attualmente alcun servizio passeggeri.

 

È un Italia che viaggia sempre di più a velocità differenti, quella che viene fuori dal rapporto che, dal 2008, presenta la fotografia della situazione del trasporto ferroviario in Italia e ne racconta i cambiamenti. Sono proprio le differenze e diseguaglianze tra le diverse aree del Paese, ad essere al centro del focus quest’anno. Con realtà dove la situazione è migliorata ed altre, più numerose, in cui ci sono meno treni e anche più lenti che in passato, per via dei tagli ai treni Intercity e a lunga percorrenza e a quelli regionali (tagliati rispettivamente del22,4% e del 6,5% rispetto al 2010. Continuano intanto i successi dell’alta velocità, con un servizio sempre più in crescita e articolato (dal 2007 +394% sulla Roma-Milano) e un numero crescente di passeggeri (+6% nel 2016, dopo il +7 del 2014 e 2015). Ma risultati positivi li troviamo in altre realtà dove si è puntato sul ferro: dal Tram Firenze-Scandicci (30mila passeggeri giorno) a quelli nuovi di Palermo, alle linee dove si è investito in Alto Adige, alla linea Palermo-Catania, ad alcune linee pugliesi. E in ogni parte d’Italia, dove si investe nel ferro il successo è garantito come dimostrano 30 buone pratiche raccontate nel Rapporto.

Il sud è la seconda emergenza del trasporto ferroviario in Italia.

Alcuni numeri raccontano meglio di tante parole come la questione meridionale esista eccome in Italia nel 2016. Al Sud circolano meno treni. L’attuale livello di servizio nelle Regioni del Sud è imparagonabile per quantità a quello del Nord. Ogni giorno in tutto il Sud circolano meno treni regionali che nella sola Lombardia. Per fare un esempio, ogni giorno le corse dei treni regionali in tutta la Sicilia sono 429 contro le 2.300 della Lombardia, una differenza di 5,3 volte, ma a livello di popolazione la Lombardia conta “solo” il doppio degli abitanti siciliani (10 e 5 milioni). Per la sola Trenitalia il numero di corse giornaliere nelle regioni del Sud e’ passato da 1.634 nel 2009 a 1.276 nel 2016, una diminuzione del 21,9%. Senza considerare che l’Alta Velocità si ferma a Salerno e, malgrado la continuazione di alcune Frecce verso Reggio Calabria, Taranto o Lecce il Roma Ostiense-Viterbo 65.000 Milano-Gallarate 30.000 Napoli-Sorrento (Circumvesuviana) 55.000 Napoli-Sarno (Circumvesuviana) 30.000 Rho-Milano-Como-Chiasso 48.000 Genova Voltri-Genova Nervi 25.000 Roma Termini-Frosinone 45.000 Pisa-Firenze 22.000 Roma Termini-Castelli Romani (FL4) 42.000 Bologna-Porretta Terme 19.000 Roma Termini-Nettuno 40.000 Milano-Mortara 17.000 Roma Termini-Civitavecchia 40.000 Bologna-Ferrara 16.500 Milano-Novara-Vercelli 38.000 Domodossola-AronaMilano 15.000 Napoli-Torregaveta (Circumflegrea e Cumana) 37.000 Bologna-Poggio Rusco 10.000 14 numero in rapporto a quelli che circolano al Centro-Nord di questi treni è insignificante.

Il problema più rilevante è che il dibattito politico continua ad avere come unica prospettiva quella delle grandi opere (il Ponte di Messina, la Napoli-Bari, l’alta velocità Palermo-Catania) mentre è il gap di collegamenti regionali, la riduzione dei treni e la lentezza dei convogli lungo le principali direttrici il dramma che vive ogni giorno che vive nel Mezzogiorno.

Al Sud i treni sono più vecchi. Non è solo la quantità dei treni ad essere incredibilmente squilibrata, ma è anche la qualità del servizio a non avere confronti. L’età media dei convogli al Sud è nettamente più alta con 20,3 anni, praticamente invariata rispetto ai 20,4 dello scorso anno, rispetto ai 14,7 del Nord (ed in calo, era 16,6 nel 2015) ma anche alla media nazionale di 17,2. Si trovano poi casi come quelli di Basilicata (23,3), Sicilia (23,2) e Calabria (22,1) dove la media è ben più alta con punte di treni che sono davvero troppo “anziani” per circolare.

Al Sud i treni sono più lenti, sia per problemi di infrastruttura sia perché, come visto, circolano treni vecchi e non più adatti alla domanda di mobilità. Muoversi da una città all’altra, su percorsi sia brevi che lunghi, può portare a viaggi di ore e a dover scontare numerosi cambi obbligati anche solo per poche decine di chilometri di tragitto, mentre le coincidenze e i collegamenti intermodali rimangono un sogno. Alcuni esempi? Tra Cosenza e Crotone e’ stato tolto anche l’unico collegamento diretto esistente e serve quindi almeno un cambio e 3 ore di tragitto per soli 115 km di distanza. Si assiste poi ad una condizione tragica del tragitto tra Ragusa e Palermo dove ormai solo 3 collegamenti al giorno effettuano il percorso tutti con un cambio impiegando almeno 4 ore per arrivare a destinazione, sicuramente una situazione in miglioramento ma che rimane emblematica della condizione del trasporto ferroviario in questa regione. Gli altri esempi rimangono comunque drammatici: ancora in Basilicata per muoversi tra i due capoluoghi di Provincia, Potenza e Matera, con Trenitalia non è più previsto alcun collegamento (nemmeno con cambi) se non con autobus. Altro caso e’quello tra due capoluoghi pugliesi, Taranto e Lecce dove almeno e’ stato introdotto un Intercity Notte che transita in orari di pendolarismo solo la mattina.

[…]

Quello che serve al Sud non sono grandi opere, ma progetti che permettano di ridurre i tempi di percorrenza lungo le linee esistenti. E’ quanto si è cominciato a fare tra Palermo e Catania, dopo l’interruzione dell’autostrada, e ha dimostrato di funzionare. Ora questi obiettivi vanno estesi su tutte le linee principali, attraverso fondi europei, statali e regionali. Come è evidente dalla tabella successiva i vantaggi su tutte le linee segnalate sarebbero notevoli attraverso nuovo materiale rotabile, e velocizzazioni realizzabili con costi contenuti. Perché un errore che si continua a compiere nel dibattito pubblico è di pensare che l’obiettivo fondamentale al Sud sia di velocizzare i collegamenti con il Nord Italia. Tema vero, ma che riguarda solo una parte dei collegamenti e che va letto dentro una mobilità oggi sempre più articolata (basti considerare gli spostamenti in aereo e navi cresciuti fortemente negli anni), e che soprattutto ha portato a risposte sempre costose e con tempi lunghissimi. Servono investimenti attenti a migliorare l’offerta tra i centri capoluogo (treni nuovi e più veloci) nell’attesa che si realizzino gli investimenti capaci di ridurre il gap con il resto d’Italia che soffrono Regioni come la Sicilia (dove l’89% dei 1.430 km della rete ferroviaria è a binario unico e quasi la metà della stessa rete non è elettrificata). Il secondo errore sta nell’idea diffusa che al Sud il treno rimarrà sempre marginale. Una tesi senza senso, smentita dai dati e dagli esempi in questo rapporto, che serve a giustificare politiche nazionali e regionali inadeguate.

Nel Mezzogiorno questi interventi sono quanto mai urgenti perché, occorre dirlo con chiarezza, con le attuali politiche nulla cambierà. Continueranno ad esserci sempre molti meno treni che al Nord, sempre più lenti e nel frattempo invecchiati ancora. Perché non esiste alcun piano per migliorare i collegamenti ferroviari tra le Regioni attraverso un coordinamento dei treni locali e un potenziamento di 32 Intercity e Frecce. In questi mesi l’arrivo di alcune Frecce a Taranto, Lecce o Reggio Calabria è stato salutato come un grande successo, frutto di trattative e risorse aggiuntive, quando 15 anni fa erano molti di più gli Eurostar in circolazione. Si può aspettare fino al 2035, quando forse saranno state realizzate l’alta velocità tra Napoli e Bari e quella tra Palermo e Catania (che al momento sono le sole opere prioritarie al Sud) per vedere qualche cambiamento? Noi pensiamo di no e per questo proponiamo di intervenire subito su alcune linee prioritarie nei collegamenti tra i capoluoghi con interventi di velocizzazione dei percorsi e acquisto di nuovi treni, per rendere più confortevole il viaggio e ampliare l’offerta ( PENDOLARIA 2016).

Oggi progetti fondamentali di rilancio della mobilità sostenibile nelle città, non sono finanziati e nel Mezzogiorno non esiste alcun progetto di miglioramento del servizio tra le città attraverso progetti di adeguamento delle linee e acquisto di treni.

Tali dati devono far riflettere, soprattutto quando in situazioni di emergenza come quella che stiamo vivendo al Centro Sud, l’utilizzo della linea ferroviaria avrebbe evitato di paralizzare completamente alcune aree del Paese che invece vengono lasciate al completo e totale abbandono. Con tutti i problemi annessi anche alla sicurezza (passaggi a livello incustoditi e senza sbarre funzionanti).


10
Gen 17

A.A.A. coltivatore per la vigna della Reggia di Caserta cercasi

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La Direzione della Reggia Di Caserta ha deciso di concedere in gestione un’area di circa 2 ettari ubicata all’interno del Bosco di San Silvestro per ripristinare la coltivazione dell’antica vigna borbonica omonima facente parte dell’antico complesso vanvitelliano.

A tale scopo sul sito della Reggia di Caserta è stato pubblicato un avviso per raccogliere le manifestazioni di interesse da parte di operatori economici.

Il canone di concessione sarà fissato in sede di procedura concorsuale ma è orientativamente stimabile in duemila euro mensili, da corrispondere a partire dal terzo anno della concessione oltre alle royalties sulla vendita del prodotto.

Una vicenda che certamente andrà monitorata e seguita per valutare, in eventuale sede di assegnazione, l’operato del “prescelto” e quanto, in termini fattuali, seguirà all’assegnazione.

Per ora i requisiti per effettuare la richiesta sonoquelli generali di idoneità morale, capacità tecnico-professionale ed economico-finanziaria previsti dall’art. 80 del D. Lgs. 50/2016 del Codice dei Contratti.

Il servizio ha per oggetto la gestione dell’area all’interno del Bosco di San Silvestro per ricreare l’antica vigna borbonica con la piantumazione dei vitigni originari e la successiva produzione vinicola. L’attività dell’impianto potrà comprendere le seguenti funzioni: 1) Impianto della vigna secondo le indicazioni storiche disponibili; 2) Lavorazione della vigna secondo le necessità agronomiche stagionali;  Raccolta delle uve e conferimento in cantina dell’azienda per la produzione del vino; 3) Piano di marketing per la Commercializzazione del prodotto con marchio esclusivo dedicato alla Reggia. E’ inclusa la possibilità di utilizzo del marchio ufficiale della Reggia di Caserta.

Una iniziativa che,  se “fatta bene”, costituisce comunque un potenziale valore aggiunto per la valorizzazione di un sito che accresce di anno in anno il numero dei propri visitatori.

Cliccate qui per poter visionare il bando completo


30
Nov 16

Così Renzi s’è inventato un torneo per distribuire risorse alle Università

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Pensavo fosse una boutade, una sciocchezza. Poi mi sono detto, e no, su ROARS, così attenti all’informazione sulla ricerca universitaria di idiozie solitamente non ne scrivono.

E, infatti, pare proprio che non sia una castroneria.

La redazione di Roars lo chiama Renzi University Trophy e lo presenta così:

In un contesto di cronico sottofinanziamento, aggravato dai tagli dell’ultimo quinquennio, la Legge di Stabilità inaugura un “Torneo VQR” in cui alcuni dipartimenti riceveranno un premio non indifferente (da 1.080.000 a 1.620.000 Euro annui), mentre altri rimarranno a bocca asciutta. Ma chi vince e chi perde in questo Renzi University Trophy (RUT)?

Rovistando nelle pieghe del sito ANVUR, abbiamo rintracciato quanto serviva per condurre una simulazione realistica dell’intero torneo, ottenendo lista e premi dei 180 dipartimenti vincitori. Non mancano le sorprese: nel girone IUS, vengono  premiati i giuristi di Messina, mentre quelli di Padova rimangono al palo. Ma il punto scottante è un altro. Dietro la cortina fumogena della gara meritocratica, il RUT nasconde un piano quinquennale molto chiaro: 1,06 miliardi di Euro agli atenei del Centro-Nord, contro soli 154 milioni di Euro a quelli del Sud. Ma, dopo tutto, sono soldi in più, obietterà qualcuno. Non è nemmeno detto che lo siano, perché sono promessi a partire dal 2018. Se non arriveranno, i premi del RUT verranno presi dall’FFO e l’effetto netto sarà il travaso di 200 milioni dal Sud al Nord. Ma da dove spunta questa brillante idea del torneo dei dipartimenti?

Una classifica internazionale di questo tipo è in voga tra gli economisti che sono arrivati addirittura a sviluppare una sorta di fanta-calcio dipartimentale (IDEAS Fantasy League). Un simpatico onanismo, pseudoscientifico ma innocuo (le dicerie sulla cecità sono altrettanto infondate quanto la bibliometria anvuriana). Il problema è che qualche consigliere di Renzi ha pensato di convertirlo in un metodo di allocazione delle risorse. Creando un mostro talmente sgangherato che …

Vi anticipo alcune delle conclusioni:

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Le prime quattro posizioni sono occupate istituzioni universitarie statali ad ordinamento speciale, che godono pertanto di un trattamento di assoluto favore rispetto agli atenei “normali”. È pure interessante notare che per incontrare un ateneo meridionale bisogna scendere fino alla 17-esima posizione (Sannio) e che gli atenei del Sud si affollano nella coda di chi ha premi pro-capite bassi o nulli. Ma della ripartizione territoriale dei fondi RUT dobbiamo discutere più estesamente nella prossima sezione.

E ancora:

Vediamo ora come si ripartiscono i premi RUT.

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«Tesoro, mi si è ristretto il Sud!» verrebbe da dire. In effetti, i numeri parlano chiaro. Il premio totale annuo, che risulta essere pari 242 M€ (inferiore, pertanto, ai 270 M€ menzionati nell’art. 43), si ripartisce come segue:

  • 133 M€ – Nord (55%)
  • 78 M€ – Centro (32%)
  • 31 M€ – Sud (13%)

Mentre il Centro ottiene un premio grosso modo paragonabile alla sua quota dimensionale (32% del premio contro 34% dei soggetti valutati), il Sud perde 17 punti percentuali (13% del premio contro 30% dei soggetti valutati) a favore del Nord che, infatti, ne guadagna 19 (55% del premio contro 36% dei soggetti valutati).

Se volete leggere in maniera precisa (l’articolo è piuttosto lungo e complesso) come funziona il RUT, una sorta di ludi gladiatorii universitari  (così li definisce Umberto Izzo che ne conia anche il motto «AVE MIUR ET ANVUR, MORITURI VOS SALUTANT!»che distribuirà 1 mld di euro circa al centro Nord e 150mln al Sud, cliccate al link sottostante:

ROARS


25
Nov 16

Da Sud, un tranquillo ma convinto “NO” al referendum

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Questo appello è stato pubblicato il 22 novembre su Il Manifesto:

Ad avviso delle firmatarie e dei firmatari di questo documento, il 4 dicembre è opportuno votare NO se si hanno a cuore le prospettive di sviluppo di lungo periodo dell’Italia e del Mezzogiorno in particolare.

Il progetto di riforma costituzionale è complesso. Già questo ne rende difficile la valutazione da parte dell’elettore. Alcune modifiche sono apprezzabili, come sottolineato nel documento dei 50 costituzionalisti per il No (in cui ci riconosciamo ampiamente), a partire dal superamento del bicameralismo perfetto. Tuttavia, come gli stessi costituzionalisti sottolineano: “questi aspetti positivi non sono tali da compensare gli aspetti critici”.

Due sono a nostro avviso particolarmente rilevanti. In primo luogo, la forte concentrazione e personalizzazione del potere esecutivo; che, fra l’altro, disporrà di una corsia preferenziale nel nuovo processo legislativo. Un processo affidato in gran parte ad una sola Camera saldamente controllata dal Premier, grazie alla nuova legge elettorale (per la quale gli annunciati propositi di cambiamento, oltre a essere poco credibili in caso di vittoria del Sì, non mutano in maniera sostanziale questo dato). Siamo convinti, invece, che in un sistema democratico ben rappresentativo e ben funzionante debbano esservi più forti meccanismi di “controllo ed equilibrio” e un ruolo più rilevante per il Legislativo. La capacità di governo non è minata oggi da fattori istituzionali, ma dalle debolezze della politica.

In secondo luogo, il forte accentramento nell’esecutivo nazionale dei poteri di governo del paese, a danno delle Regioni. Una forma di accentramento confusa e incoerente. Gli ingiustificati privilegi per le regioni a statuto speciale vengono lasciati intatti; mentre per le regioni più ricche, con i bilanci più sani, vi è la possibilità di tornare ad acquisire rilevanti competenze. Certo, le regioni non hanno dato buona prova (specie al Sud – anche se non sempre e non solo). Ma, di nuovo, questo è un problema più politico che istituzionale. I Ministeri, del resto, non hanno dato miglior prova delle regioni. Una società articolata e multiforme, come la nostra, non si governa per decreti da Roma, ma attraverso un’indispensabile collaborazione fra livelli di governo e rendendo i cittadini partecipi delle scelte.

Il Sud è nel pieno della peggiore crisi della storia unitaria. Presenta tendenze assai preoccupanti. Per il suo futuro, e quindi per il futuro dell’intero paese, è indispensabile tanta buona politica e tante buone politiche: un forte rilancio degli investimenti e un ridisegno dei grandi servizi pubblici che ne accresca qualità, efficienza e sostenibilità economica. Occorre assicurare che i diritti di cittadinanza siano riconosciuti per tutte le italiane e gli italiani, e che i servizi ai cittadini (soprattutto in materia sociale) siano di livello elevato e il più possibile omogeneo in tutto il paese.

Ma la logica di “ricentralizzazione” che ispira la riforma non garantisce in alcun modo questo obiettivo: provvede solo a dare al Governo centrale la possibilità d’imporre ai territori le sue scelte, anche quelle potenzialmente dannose. Ciò è ancora più rilevante perché le scelte politiche già compiute negli ultimi anni – promosse dagli esecutivi senza un sufficiente dibattito parlamentare – stanno rendendo diritti e servizi diseguali, sempre più dipendenti dalla ricchezza dei territori; stanno accrescendo di più la pressione fiscale in quelli più deboli, concentrando i pochi investimenti nelle aree più forti del paese, ridisegnando sanità, scuola, welfare in misura diseguale, a danno del Sud. Specie con l’attuale esecutivo, ha preso forma ad esempio una profonda trasformazione e concentrazione del sistema universitario che avrà effetti gravissimi sul futuro civile ed economico del Sud.

Pensiamo che in Italia, specie al Sud, ci sia tanto da cambiare, da innovare. E in fretta. E, specie al Sud, facendo tesoro anche dei propri errori. Ma siamo fermamente convinti che nella nostra società le vere riforme – quelle che servono e poi funzionano davvero – possano nascere solo da un profondo confronto democratico, anche con un’attenta rappresentazione e composizione delle diverse esigenze territoriali; e dall’interazione tra più saperi, conoscenze, culture politiche. Il Principe illuminato – come frutto della riforma costituzionale – che guarisce un paese indebolito con le sue infinite conoscenze e le sue rapide azioni è, a nostro avviso, solo una pericolosa illusione.

Gianfranco Viesti e Onofrio Romano (Università di Bari). Aderiscono: Pino Aprile (saggista), Franco Arminio (paesologo), Piero Bevilacqua (storico), Nando Blasi (Popu) (musicista), Nicola Costantino (ex rettore Politecnico Bari), Maurizio De Giovanni (scrittore), Carmine Di Pietrangelo (Left, Brindisi), Marco Esposito (giornalista), Dino Falconio (Paradox, Napoli), Andrea Gargiulo (direttore orchestra), Enzo Lavarra (ex europarlamentare), Piero Lacorazza (Consigliere Regionale Basilicata), Oronzo Martucci (giornalista), Luigi Masella (Fond Gramsci Puglia), Eugenio Mazzarella (ex parlamentare) Leonardo Palmisano (saggista), Ferdinando Pappalardo (ANPI Puglia), Corrado Petrocelli (ex rettore Univ Bari), Isaia Sales (saggista, ex sottosegretario), Antonio Stornaiolo (attore), Alessio Viola (scrittore), Alberto Baccini (Università di Siena), Ugo Ascoli (Università Politecnica delle Marche), Anna Simone (Università di Roma Tre), Giovanni Cerchia, Michele Della Morte, Alberto Tarozzi (Università del Molise), Melina Cappelli, Davide De Caro, Paola De Vivo, Pompea Del Vecchio, Nicola Durante, Giuliano Laccetti, Alberto Lucarelli, Enrica Morlicchio, Fabio Murena (Università Federico II di Napoli), Maurizio Migliaccio (Università di Napoli-Parthenope), Giso Amendola, Davide Bubbico, Mimmo Maddaloni, Raffaele Rauty, Maria Antonietta Selvaggio (Università di Salerno), Paolo Fanti, Fara Favia (Università della Basilicata), Marco Barbieri, Aldo Ligustro, Irene Strazzeri (Università di Foggia), Giuseppe Campesi, Michele Capriati, Franco Chiarello, Nicola Colonna, Tiziana Drago, Lea Durante, Fabrizio Fiume, Lidia Greco, Raffaele Licinio, Isidoro Mortellaro, Luigi Pannarale, Ivan Pupolizio, Francesco Prota, Francesca Recchia Luciani, Stefania Santelia, Mario Spagnoletti, Carlo Spagnolo, Roberto Voza (Università di Bari), Giampaolo Arachi, Mario Castellana, Valentina Cremonesini, Stefano Cristante, Fabio De Nardis, Antonio Donno, Guglielmo Forges Davanzati, Nicola Grasso, Angelo Salento, Luigi Spedicato, Ferdinando Spina (Università del Salento), Domenico Cersosimo, Piero Fantozzi, Sonia Fiorani, Guido Liguori, (Università della Calabria), Ignazia Maria Bartholini (Università di Palermo), Fabio Mostaccio, Tonino Perna (Università di Messina), Maurizio Caserta (Università di Catania), Marco Pitzalis, Giuseppe Puggioni, Marco Zurru (Università di Cagliari), Antonio Moretti (CNR Bari), Angelo Gallo (dirigente scolastico, Napoli), Patrizia Perrone (insegnante, Napoli), Gioia Costa (Esplor/azioni Roma)


19
Nov 16

De Magistris: basta discriminazioni ai danni del Sud

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Dal proprio profilo Facebook, il sindaco di Napoli si scaglia contro le discriminazioni sulla spesa pubblica in Italia che si fanno beffa dei principi sanciti dall’articolo 3 della Costituzione:

Ogni giorno, in ogni settore della spesa pubblica, il Sud viene discriminato e penalizzato rispetto al Nord. E’ ora di cancellare definitivamente questa falsa credenza secondo la quale il Mezzogiorno è la patria dell’assistenzialismo e della spesa pubblica. Se mai lo è stato, non è più così da molti anni.

I criteri, ad esempio, con i quali in questi anni sono stati applicati il federalismo fiscale e sanitario sono stati pensati per penalizzare sistematicamente le regioni del Sud. Ma non solo. Dai trasporti, agli asili, all’Università, il governo nasconde nei criteri di ripartizione dei fondi dei veri e propri trucchi per favorire il Nord. Stiamo parlando di una ripartizione annuale di 123 miliardi di euro di spesa pubblica. Una cosa enorme.

Nella sanità, ad esempio, che assorbe la fetta più grossa, i fondi vengono ripartiti in modo proporzionale all’età media degli abitanti delle Regione ed essendo molto più alta al Nord, questo criterio danneggia fortemente il Sud colpendo in particolare la Campania, col paradosso che i cittadini che hanno una speranza di vita media più bassa e che quindi avrebbero bisogno maggiore di assistenza, vengono penalizzati.

Per i contributi alle Università pubbliche sono stati introdotti criteri come il numero di frequentatori di progetti Erasmus o la capacità di raccolta di fondi privati che, inevitabilmente, favoriscono le Università del Nord.

Per la manutenzione stradale invece della misurazione dei KM di strada, come sarebbe ovvio, il fondo viene ripartito in base al numero degli occupati della Regione! Anche in questo caso le regioni del sud, dove la disoccupazione è molto più forte, vengono fortemente penalizzate.

Insomma, ci si fa beffa del principio costituzionale per cui “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che impediscono l’uguaglianza giuridica e sociale…”

Noi, nel nostro piccolo, stiamo provando a rimuovere questi gli ostacoli con una grande lotta sociale, popolare e democratica. In questi anni le oligarchie di tecnocrati, affaristi e mafiosi di Stato, stanno opprimendo la democrazia del nostro paese e stanno provando ad affossare il Sud.


11
Nov 16

Il Sud cresce e fa crescere anche il Nord, ma emigra

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L’ultimo rapporto Svimez, segna a mio parere, due dati significativi ed apparentemente contraddittori: a fronte di una crescita (per carità modesta) del Mezzogiorno, che rialza anche l’economia del Nord, corrisponde continua e mai sopita emigrazione delle forze che quella crescita dovrebbero proporla e sostenerla (i giovani ad esempio).

In particolare, il rapporto rileva che:

Il 2015 è stato un anno per molti versi eccezionale per il Mezzogiorno: non solo ha interrotto una serie consecutiva di cali del prodotto che durava da sette anni, ma ha anche realizzato una crescita  maggiore di quella del Centro-Nord. Purtroppo le condizioni che hanno portato a questi risultati appaiono difficilmente ripetibili nei prossimi anni, ma hanno comunque consentito al Mezzogiorno di continuare ad
ancorarsi alla ripresa del Paese, un processo che potrà svilupparsi con forza anche maggiore se adeguatamene sostenuto da politiche economiche lungimiranti.  Secondo valutazioni di preconsuntivo elaborate dalla SVIMEZ, nel 2015 il Prodotto interno lordo (a prezzi concatenati) è cresciuto nel Mezzogiorno dell’1%, recuperando parzialmente la caduta registrata l’anno precedente (-1,2%).

L’incremento è stato superiore di 0,3 punti a quello rilevato nel resto del Paese (0,7%) (Tab. 1.3).  Dopo sette anni di crisi, l‘economia delle regioni meridionali ha quindi iniziato la ripresa, sebbene in ritardo non solo rispetto al resto dell’Europa ma anche al resto del Paese: dal 2007 il prodotto in quest’area è calato del -12,3%, quasi il doppio della flessione registrata nel Centro-Nord (-7,1%).  La crescita del prodotto nelle regioni del Sud ha beneficiato, come si è detto, nel 2015 di alcune condizioni peculiari: l’annata agraria particolarmente favorevole, con un incremento di valore aggiunto del 7,3%, che ha più che compensato la forte flessione (-6,1%) registrata l’anno precedente; la crescita del valore aggiunto nei servizi, specie nel settore del turismo, probabilmente legata alle crisi geopolitiche nell’area del Mediterraneo che hanno dirottato parte del flusso turistico verso il Sud d’Italia; la chiusura della programmazione dei Fondi strutturali europei 2007-2013, che ha portato ad un’accelerazione della spesa pubblica legata al loro utilizzo per evitarne la restituzione. Tali fattori hanno contribuito al miglioramento delle condizioni nel mercato del lavoro, con una crescita dei consumi privati (0,7%), e ad aspettative più favorevoli degli imprenditori che, insieme ai bassi livelli dei tassi di interesse, hanno sostenuto la domanda di beni d’investimento nel settore privato oltre che in quello pubblico, in linea con quella nazionale (0,8%). Inoltre, anche la domanda estera netta ha dato un contributo positivo, con un incremento delle esportazioni verso il resto del mondo del  4%.

Cresce l’agroalimentare, cresce il turismo (alla faccia di chi sostiene che Napoli deve tornare ad essere luogo di “produzione” intesa come industria pesante), cresce il Sud.

Alla faccia dei secessionisti legaioli, inoltre, cresce l’interdipendenza dell’economia settentrionale con quella meridionale:

La ripresa della domanda interna nel Mezzogiorno ha inoltre un effetto positivo sulla crescita di tutto il paese: lo sviluppo del Centro-Nord è infatti legato in buona misura anche all’andamento favorevole dell’economia meridionale, data la forte integrazione tra i mercati delle due parti del Paese. Recenti analisi della Banca d’Italia mostrano come il Sud rappresenti un mercato di sbocco fondamentale della produzione nazionale, pari a oltre un quarto di quella del Centro-Nord, oltre tre volte il peso delle esportazioni negli altri paesi della UE. Inoltre, circa il 40% della spesa per investimenti al Sud attiva produzione nel Centro-Nord.

A tutto ciò corrisponde una emorragia costante dei giovani:

Negli ultimi venti anni il Sud ha perso 1 milione e 113 mila unità (l’intera popolazione di Napoli negli anni ‘90), la maggior parte dei quali concentrati nelle fasce d’età produttiva tra 25-29 anni e 30-34 anni, (23 mila unità). A questi si accompagna una perdita di popolazione di 2 mila unità nella fascia di 0-4 anni in conseguenza al flusso di bambini che si trasferiscono con i genitori