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07
Set 17

L’allarme di Save the Children: al Sud mancano mense per le scuole

Io non mi stupisco, considerati gli investimenti riservati al “Mezzogiorno”. Sostantivo che evoca pranzo e piatto a tavola, ma non per i piccoli studenti meridionali dove mancano mense scolastiche e, soprattutto aumenta la dispersione scolastica.

E poco importa se il 26 aprile 2016, l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi aveva dichiarato, in pieno orgasmo da campagna elettorale, che le scuole napoletane sarebbero rimaste aperte addirittura anche d’estate! Ovviamente non se ne è fatto nulla ed il progetto è stato rimandato di un ulteriore anno. Nulla di nuovo sotto il sole del meridione, dove a scuola non si riesce a mettere neanche il piatto a tavola (sic!)

A certificare questo stato di disinteresse totale da parte dello Stato, nella mancanza di misure di investimento per le scuole del Sud è Save The Children nel suo ultimo report “(Non) Tutti a Mensa”, dove conferma la stretta correlazione tra dispersione scolastica, mancanza di mense e mancata attuazione del tempo pieno.

Ovvero ragazzi che, nelle realtà più degradate delle nostre periferie, diventano preda della richiesta di manovalanza da parte della criminalità organizzata.

Gli alunni in Italia iscritti alle primarie delle scuole statali per l’a.s. 2016/2017 secondo i dati forniti dal Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca (MIUR)71 sono 2.572.969, divisi in 131.372 classi, aloro volta inserite in 15.088 sedi scolastiche statali.
Tra questi milioni di bambini poco meno della metà non possono accedere alla mensa scolastica, non avendo dunque la possibilità di usufruire di tutti i benefici che essa comporta in termini nutrizionaliquanto educativi. Per comprendere la vastità del
problema della mancanza di accesso al servizio, basti pensare che nell’anno scolastico 2015/2016 solo il 52% circa degli alunni delle scuole primarie e secondarie di primo grado ha avuto accesso alla mensa. A ben vedere questi dati risultano più che preoccupanti, soprattutto se affiancati al dato sulla dispersione scolastica, che proprio nei territori
dove il tempo pieno e la mensa sono carenti, è più diffusa. Come dimostrato anche nei precedenti monitoraggi, permane una forte correlazione tra i
fenomeni.

Nella tabella di seguito riportata si analizza il dato aggiornato degli early school leavers72 in relazione ai dati forniti dal MIUR73 relativi alla % di alunni frequentanti le scuole primarie che non accedono alla mensa scolastica e la % di classi prive di tempo pieno. Come si può vedere dalla tabella, la differenza tra il Sud e Nord è molto ampia, così come le alte percentuali di mancato accesso al servizio mensa in tutta Italia
vengono di fatto confermate. Si va da un’altissima percentuale di alunni che non usufruiscono della mensa in Sicilia (80,04%), Puglia (73,10%), Molise
(69,34%), Campania (64,58%) e Calabria (63,11%) a percentuali sotto il 30% per le regioni Piemonte (28,85%) e Liguria (29,86%). Rispetto alle variazioni percentuali, oltre a un leggero aumento per la Valle d’Aosta (+2,93%), le altre regioni, seppur con piccole
variazioni, rimangono stabili nella classifica. Questi dati confermano dunque la gravità della mancanza di un’offerta congrua del servizio mensa in tutte le regioni italiane e in misura ancora maggiore nel Mezzogiorno, dove insistono le prime
cinque regioni che hanno un’offerta più scarsa di tempo pieno, e si confermano le stesse in cui il servizio mensa è disponibile solo per una fascia percentuale di alunni che va dal 20% al 37% circa. Il mancato accesso al servizio mensa, superiore al
50% degli alunni in ben 8 regioni italiane, è davvero allarmante: più di 1 bambino su 2 in queste regioni non ha la possibilità di usufruire del servizio mensa. 

La situazione migliorerà per il prossimo anno? Assolutamente no, visto che il criterio di ripartizione di fondi e risorse tra i comuni, si basa sulla “spesa storica”. Ovvero rispetto al fabbisogno degli anni precedenti. In parole povere se non c’erano mense due anni fa, non v’era esigenza vi fossero e quindi non ci saranno neppure in futuro.

La richiesta ai comuni, secondo quanto riporta Marco Esposito su Il Mattino sarebbe stata fatta attraverso un questionario:

Del resto, qualche giorno fa, col principio era d’accordo anche un esponente dell’ Anci, ovvero l’associazione dei comuni italiani (?!?!?!): se Reggio Calabria ha meno asili è giusto che abbia meno fondi.

Come a dire che se una macchina ha solo 3 ruote è inutile investire nel comprare una quarta, in fondo ne ha già abbastanza, perché spendere soldi per un’altra?!?!

Tra l’altro la richiesta di Save The Children al Governo è proprio quella di trasformare il servizio mensa in servizio pubblico essenziale.

Fateci un piacere, per combattere la camorra meno esercito e più scuole aperte. Pure 24 ore!!


05
Giu 17

Limes: Napoli non è più Italia, il Nord ha licenziato il Sud

Su questo blog lo vado scrivendo da ormai 5 anni, venendo tacciato immeritatamente e senza alcuna ragione di neoborbonismo. Ed invece ecco che la rivista italiana di geopolitica per eccellenza, Limes, per bocca di Isaia Sales, prende una posizione chiara e netta su una realtà di fatto: Napoli non è più Italia per esplicita volontà politica di una parte del Paese.

La capitale del Mezzogiorno è stata diffamata e abbandonata dai poteri italiani. Un burrone geopolitico e culturale taglia la penisola. Il divario economico è tornato al 1965. Ma nell’immaginario globale questa città incarna l’italianità.

alla domanda su chi comanda a Napoli, bisogna partire da una premessa semplice: quanto Napoli e il Sud contano negli equilibri della politica nazionale? Le due cose sono strettamente legate e interdipendenti. Si è consumato da tempo un distacco, quasi un divorzio tra la classe dirigente nazionale e la città più importante del Sud dell’Italia. Le relazioni tra Napoli e i vertici del sistema politico e di governo della nazione sono caratterizzati da una lunga, algida indifferenza intervallata da brevi scoppi di attenzione, particolarmente quando si verifica qualche episodio criminale che impressiona l’opinione pubblica nazionale. Per cui chi comanda a Napoli e nel Sud non comanda nella politica nazionale, non vi ha più un ruolo centrale, come è avvenuto dal secondo dopoguerra in poi fino al ventennio di Antonio Bassolino. È un potere locale senza proiezione e influenza nazionale. Un potere dimezzato.La cultura politica ed economica del paese è oggi senza dubbi e senza imbarazzi pienamente ameridionale. Il fatto che l’obiettivo della «separazione» sia scomparso dal linguaggio politico della Lega di Salvini può semplicemente dire che la missione è stata compiuta senza scontri, tensioni e modifiche istituzionali. Si può essere separati senza ratifica giuridica, vivere nello stesso paese ed essere estranei. Oggi il Sud e la sua capitale sono estranei alla nazione. Dispiace, ma bisogna prenderne atto.(fonte: Limes)

Tutto ciò è stato fatto scientemente, inducendo anno dopo anno, i cittadini del Sud, a immaginarmi non meritevoli di appartenere all’altra parte del Paese. Figli di un Dio minore che si è fermato al Garigliano e non è andato oltre.


27
Mag 17

Tutti indignati contro Napoli Autonoma

Da qualche giorno il progetto di autonomia napoletana, punto di forza del mandato demgagistrisiano, è sotto il fuoco incrociato di accademici e testate giornalistiche.

Vi propongo qui il confronto che mi sembra più sensato tra il prof. Barbagallo ed il prof. Pace.

[…]Di fronte alla diffusione di un neo-sudismo antiunitario, che è diventata la scadente ideologia delle più varie forme di rivendicazionismo subalterno, pare opportuno ripristinare una memoria più precisa di eventi lontani, la cui complessa dinamica rischia di sfuggire alla frenetica attualizzazione dei social media.

Allora parliamo dell’unità d’Italia, che un quarto di secolo fa, quando finì la cosiddetta impropriamente Prima Repubblica, fu contestata e rifiutata dalla Lega Nord, divenuta nel frattempo Lega Italia. Oggi l’Italia unita viene radicalmente criticata anche dai Comuni e dalle Regioni del Sud, in nome di un’autonomia meridionale conculcata e repressa da uno Stato unitario soggiogato dal potere nordista.
Visto che siamo ormai alla diffusa esaltazione dei briganti e delle brigantesse meridionali, indicati come patrioti insorti contro invasori stranieri da più parti e da sedicenti rivoluzionari, incapaci peraltro di amministrare le comunità locali loro affidatesi, è utile ricordare alcune cose importanti.
I piemontesi, guidati da quel genio politico di Cavour, si allearono nel 1859 con la Francia di Napoleone III, che intendeva sostituire l’egemonia francese a quella austriaca sul territorio italiano.

L’obiettivo era limitato: ampliare il Regno di Sardegna a Regno dell’Alta Italia. Le cose andarono diversamente, come spesso accade, e in modi del tutto imprevisti.
I patrioti dell’Italia centrale cacciarono i granduchi austriaci e i rappresentanti del Papa e vollero unire Toscana, Emilia e Romagna al nuovo Regno. Il Sud sarebbe rimasto sotto il dominio borbonico se Francesco II, appena salito al trono, avesse accettato l’invito del cugino Vittorio Emanuele II a partecipare nel 1859 alla guerra contro l’Austria. Ma questa potenza era stata la protettrice dei Borbone per la repressione delle rivolte del 1820-21 e del 1848 e lo spergiuro delle relative Costituzioni.

I piemontesi non avevano pensato alla conquista del Regno delle Due Sicilie. Furono l’iniziativa democratica e rivoluzionaria di Garibaldi (sostenuta da Mazzini e da Cattaneo) e la rivolta antiborbonica di tutta la Sicilia (dai principi ai contadini) a far crollare il più grande ma anche più arretrato regno insediato sul territorio italiano.
Vittorio Emanuele II poté cavalcare fino a Napoli (e annettere all’Italia anche le Marche e l’Umbria) soltanto grazie all’indispensabile consenso di Napoleone III, il quale voleva impedire a tutti costi che Garibaldi e Mazzini conquistassero Roma, in un remake stavolta vittorioso della Repubblica Romana del 1848-49, quando Papa Pio IX era stato costretto all’esilio a Gaeta.

Il cosiddetto brigantaggio meridionale già nel 1861 fu definito “una guerra civile” dal deputato democratico milanese Giuseppe Ferrari. Certamente fu l’effetto più sanguinoso e drammatico di un improvviso e imprevisto processo unitario, che sfuggì largamente dalle mani dei protagonisti.

La rivolta dei contadini meridionali, che non ebbero la terra promessa, dei militari rimasti fedeli al Regno borbonico, della Chiesa, nemica del nuovo Regno che le aveva sottratto territori e proprietà, rischiò di mandare subito all’aria l’imprevista costruzione di un solo grande Stato sul territorio italiano.
Perciò, contro le indicazioni date da Cavour sul letto di morte, il neonato Stato italiano usò lo stato d’assedio e la violenta repressione della rivolta meridionale. E si diede un assetto centralizzato, secondo il modello giacobino-napoleonico francese, abbandonando il primitivo progetto di più liberale decentramento amministrativo di stampo britannico.
L’unione del Sud all’Alta Italia fu voluta quindi dai democratici e rivoluzionari, da Mazzini e da Garibaldi. Fu subìta da Cavour, ma fu apprezzata da Vittorio Emanuele II perché ampliava il suo nuovo Regno. L’Italia nacque in questo strano modo, sovvertendo l’ordine internazionale fissato dalla Restaurazione di Metternich, che aveva definito l’Italia “una semplice espressione geografica”.

Questa invece la posizione del Prof. Pace Consigliere Comunale e membro del Coordinamento Nazionale “demA” :

Si parla dei “movimenti di de Magistris” che avrebbero richiesto “una giornata della memoria per i briganti meridionali”. Il movimento di cui de Magistris è presidente (Democrazia e Autonomia – demA) non ha mai richiesto nulla in merito: in sede di Consiglio Comunale, il gruppo demA, insieme agli altri gruppi di maggioranza, non ha approvato le mozioni presentate in tal senso dal Consigliere di “Fratelli d’Italia” Andrea Santoro e dal gruppo M5S, rinviando le richieste all’attenzione della Commissione Cultura.

In Commissione, tanto il Consigliere del gruppo demA, Salvatore Pace, tanto l’Assessore alla Cultura, Gaetano Daniele, hanno chiaramente esposto la necessità di uscire da schemi semplificatori e primitivi di contrapposizione Nord-Sud e di non accedere a narrazioni storiograficamente incerte e troppo spesso populisticamente utilizzate (da destra e da sinistra, da nord a sud) per immediati ed effimeri riscontri politici.

Altra cosa, infatti, è ragionare su quale sia stata la gestione e gli esiti dell’Unità d’Italia, che per noi di demA resta un valore primario ed irreversibile, fondante la nostra Carta Costituzionale e la nostra identità storica.

E’ sicuramente innegabile la subalternità e lo stato di “minorità” in cui il Mezzogiorno è stato tenuto ad opera, in primo luogo, delle stesse élites meridionali e delle loro espressioni politiche, spesso conniventi se non artefici prime della spoliazione di risorse e del mancato sviluppo. Infatti, da subito, le scelte dello Stato unitario costituirono un fattore di ulteriore impoverimento dei territori meridionali: a principiare dall’affermazione del centralismo (che non era certo l’unica delle opzioni in campo ma fu quella che prevalse, grazie anche alla prematura scomparsa di Cavour) e dell’omologazione culturale ed economica. Si continuò poi con la sistematica esclusione del Meridione dalle politiche di sviluppo in tutta l’età liberale, dalle fasi di prima espansione industriale alle successione scelte di politiche industriali ed agrarie in età giolittiana e poi fascista. Non che sia andata meglio in età repubblicana, in cui il ceto politico meridionale (che pure ha avuto in mano il governo del Paese in momenti cruciali del secolo scorso ), ad esito della stagione del boom economico e della Cassa per il Mezzogiorno, ha gestito come sappiamo la definitiva catastrofe umana del Mezzogiorno italiano.

Noi di demA riteniamo che, al di là delle approssimazioni e delle strumentalizzazioni politiche, la Questione Meridionale – lungi dall’essere attribuibile a complottistiche volontà discriminatorie del “Nord” – sia soprattutto una questione di sfruttamento di classe, di modello di sviluppo in cui – come ben sa il prof. Barbagallo – si sono utilizzate le risorse pubbliche a meri fini di calmierazione delle sofferenze sociali e di consolidamento di una classe dominante meridionale incancrenita in meccanismi clientelari e speculativi: gli imprenditori onesti e la borghesia attiva hanno dovuto prima resistere e poi arretrare di fronte all’uso mafiogeno e depressivo delle risorse pubbliche.

E’ in questo senso che noi accettiamo il termine “colonizzazione” come schema di saldatura tra un soggetto che si appropria di un territorio e lo gestisce insieme ai soggetti “indigeni” forti per creare un nuovo ordine fondato su precise coordinate: spoliazione delle risorse, “progresso senza sviluppo” fondato sull’elefantiasi del terziario e sullo smantellamento del settore primario e secondario, con le conseguenti drammatica espansione della forbice tra ricchi e poveri e deindustrializzazione selvaggia, soprattutto tra crisi petrolifera e avvento della globalizzazione. Un Sud che, stante queste premesse, è quello che ha pagato in termini marcati ed assolutamente insostenibili i costi della crisi del 2011 e che, strangolato dal patto di stabilità nella sua versione più socialmente criminale che è la “spending review” , ha ridotto in ginocchio anche le già residue e depresse leve dei servizi sociali e rilanciato alla grande il fenomeno dell’emigrazione intellettuale.

Al riguardo dei temi sollevati dall’intervento del prof. Barbagallo, riconosciamo la necessità di recuperare un senso profondo dell’analisi politica recuperando – con la dovuta attenzione al tempo che passa ed all’ “invecchiamento” delle idee – ciò che di meglio ha prodotto la cultura del nostro Paese e che è ancora vivo culturalmente e politicamente significativo. In primo luogo, gli apporti di metodo e di contenuto forniti non solo dall’analisi gramsciana, tanto nei suoi elementi di lettura marxiana dei conflitti strutturali quanto nella decodifica dell’organizzazione sovrastrutturale del Paese; le riflessioni di Luigi Sturzo, fondamentale non solo per l’analisi della relazione del Mezzogiorno d’Italia con il Mediterraneo, ma anche per il riconoscimento della necessità dell’articolazione di ampie autonomie amministrative con cui liberare le energie dei territori e rendere i cittadini attivi anche sul piano produttivo. Ancora più forte è la coscienza che abbiamo di cosa siano state per l’Italia le lotte del Movimento Operaio e Contadino, cui ancora oggi si deve la residua tenuta sociale e culturale del Paese.

Per restare a tempi più vicini a noi, come non pensare anche alla lucida analisi di “Nord e Sud” ed al prolifico ed attivissimo ambiente culturale che vi ruotava attorno; riteniamo per mlti versi ancora vivo il contributo di Francesco Compagna sulla dimensione regionale dello sviluppo, sui rapporti città/campagna e sul ruolo di una infrastrutturazione dimensionata e razionale (cosa diversa dalle “autostrade a prescindere” intese come bancomat dei politici): una riflessione che resta ancora oggi un lascito tanto ineludibile quanto misconosciuto e rifuggito dalle scelte politiche.

Nel nostro tempo, questo patrimonio così diverso nella genesi ma così convergente ci legittima a concepire un progetto nuovo e di ampio respiro, sganciato da posizionamenti partitici e centrato sulla prospettiva (che già a Napoli con fatica, difficoltà, anche con errori ma con energia, competenza ed entusiasmo stiamo realizzando) di un nuovo assetto del Paese. Bisogna voltare pagina rispetto al ridicolo “federalismo” del 2001 e puntare allo sviluppo delle Autonomie solidali ed a forme di partecipazione a scelte e decisioni politiche operate dal basso e non sia inquinate, condizionate o confuse ma fondate sulla base del concetto cardine, nuovo e dirompente, di “Bene Comune”.

 


19
Mag 17

Io, foggiano e musulmano, patriota delle Due Sicilie

Bazzico il mondo cosiddetto “meridionalista” o, meglio, “neo meridionalista”, da una decina di anni. Più come “osservatore” interessato, che come attore di un palcoscenico piuttosto variegato e trasversale (dall’estrema destra all’estrema sinistra) e in moltissimi casi fortemente post ideologico.

Da qualche anno incrociavo, nei commenti ai vari gruppi, un signore che si firmava (e si firma) come Mustafà e credo di averlo incontrato anche a qualche manifestazione.

Pensavo che quel nome fosse sempre stato un vezzo, un “nome di battaglia”, e mi è sempre sembrato indelicato chiedergliene la ragione.

Finché, ieri, sulla timeline della mia bacheca Facebook mi è apparso un pezzo scritto proprio da Mustafà “Io musulmano e patriota delle Due Sicilie”, che in un mondo attraversato (in alcuni suoi settori) da sentimenti di profonda supremazia cristiana , suscita comunque curiosità e interesse.

Così scopro che Mustafà, nasce italianissimo, anzi duosiciliano (se no si incazza), di Foggia e si chiama Giovanni.

Ho amato la mia terra già da ragazzo, ma anche il Medio Oriente mi affascinava. Federico II fu la prima passione. Visitai tutti i suoi castelli calcando le orme dell’Imperatore che tanto amò il Regno. Accanto alle sue orme, quelle dei fidi saraceni, e l’Islam era pronto ad attivarsi in me. Poi nel 1979 una luce si accese a Teheran, la Rivoluzione Islamica, e la figura dell’Ayatollah Khomeyni catturò la mia ammirazione.

“Cosa muove un intero popolo a sollevarsi contro l’oppressore?” mi chiedevo e ne cercai la risposta nel Corano. Lessi libri e Vangeli. Infine abbracciai l’Islam. Per almeno 20 anni, crebbi in consapevolezza e conoscenza dell’Islam, praticandone i sacri principi.

Questo l’inizio del percorso di Giovanni che diventa Mustafà e che da duosiciliano e musulmano è due volte “straniero” in Italia e (paradossalmente) mi confessa:

Quando ero musulmano e “italiano” mi sentivo un po’ straniero. Una volta, ero in compagnia di altri stranieri, a un controllo sulla strada mi chiesero il permesso di soggiorno…

Già perché Giovanni Mustafà non si sente più italiano e la religione che ha abbracciato lo aiuta sulla via dell’adesione ad una nuova identità che non è solo religiosa e culturale, ma anche politica:

Da musulmani convertiti si ha la tendenza ad estraniarsi dal proprio paese di origine. Un po’ per il profondo cambiamento degli stili di vita e la tendenza a considerare negative tutte le abitudini precedenti (alcol, ballo, feste e divertimento, ricorrenze religiose) un po’ per motivi ideologici (rigetto dei principi politici occidentali), si ha la sensazione di sentirsi estranei alla propria società di origine.

L’Islam è completo. Ti da l’indirizzo per tutto. Dalla fede alla politica alla famiglia all’igiene personale.

Dici che la tua è anche una ribellione all’occidente. Ma essere duosiciliano non è essere, gioco forza, anche occidentale?

Dal punto di vista geopolitico sì, anche se diventare musulmani è una dichiarazione di non accettazione dei valori occidentali. L’Islam è la religione delle regole, dei ruoli, della sottomissione, tanto quanto i valori occidentali sono il libero arbitrio esasperato, la confusione dei ruoli e l’affermazione dell’ego di ciascuno al disopra di tutto e tutti.
Ma le Due Sicilie stanno in mezzo al mare. Sono un hub naturale per tutto il Mediterraneo:  sia dal punto di vista storico che religioso e artistico. Siamo una terra di mezzo. Orientali e occidentali, dal punto di vista geografico.

Essere duosiciliano vuol dire scoprire di appartenere ad una identità storico-culturale ben definita e che invece, incredibilmente, è stata cancallata con l’immersione in un gran calderone chiamato italia.

Del resto il Sud è pieno di contaminazioni islamiche ed ebraiche…

Esattamente. Ti faccio un esempio: noi foggiani, per le feste di Natale facciamo le cosiddette “cartellate”, una pasta dolce fritta e condita con miele o vino cotto. Ora che anche da noi ci sono i negozi islamici, ho scoperto che i marocchini, per le feste di Ramadan, fanno un dolce praticamente identico alle cartellate e fra poco che arriverà Ramadan vi invito a comprarli ed assaggiarli. Provare per credere.

Musulmani ed ebrei del resto, dai tempi di Federico II, hanno convissuto coi cristiani (anche i Borbone avevano, a corte, ebrei convertiti, i cosiddetti marrani)

Qualche tempo fa ho visitato il palazzo reale di Napoli. Ricordo di aver visto diversi grandi dipinti che raffiguravano l’ingresso di alcuni sovrani, dagli Altavilla ai Borbone in diverse città del Regno. Il tratto comune di questi dipinti è la presenza di personaggi in abiti di foggia orientale. Questo attesta che il nostro Regno era multiculturale anche se, lo ripeto, nessuno vuol negare che comunque la componente cattolico-occidentale era ed è quella più rappresentariva sotto tutti gli aspetti.

Poi ti racconto una cosa, in occasione della manifestazione dello scorso anno, contro il provvedimento di Alfano che voleva affidare alla Curia di Napoli il “tesoro di San Gennaro” (che appartiene al popolo napoletano da secoli, ndr) mi incontrai con un duosiciliano ebreo sul sagrato della cattedrale di S.Gennaro, anche lui in difesa della appartenenza popolare del tesoro di un santo cattolico: tutti per una (Patria), una (Patria) per tutti!

Insomma la comune difesa delle pertinenze identitarie napolitane, a prescindere dalla appartenenza religiosa.

Come coniughi il tuo essere musulmano con una certa parte del mondo meridionalista che crede nella supremazia del cristianesimo ed è intollerante verso l’Islam?

Con tanta pazienza. Diciamo che ci sono abituato, dopo 38 anni.
Devo dire che in questi ultimi 10 anni di frequentazioni meridionaliste,  non ho mai avuto cattive esperienze dirette. Tutti mi hanno sempre considerato uno di “loro”, come tra esseri umani, quali siamo. A cominciare dal compianto don Massimo Cuofano ( un sacerdote da anni votato alla causa meridionalista, ndr) con il quale c’era un rapporto di reciproca stima.

Su Facebook, invece, le incomprensioni sono dietro l’angolo ed è più facile “litigare”. Qualcuno mi ha cancellato dalle sue amicizie, qualcuno l’ho cancellato io. Specie quelli che condividono bufale padane e razziste che non dovrebbero far parte del nostro modo di essere.

Grazie Giovanni, Shalom , Salam Aleikum, Statt ‘Bbuon.

 


18
Mag 17

Roars: i ludi accademici e il de profundis delle università meridionali

Interessantissimo articolo di Baccini e De Nicolao sulla rivista online Roars:

Rettori, direttori di dipartimento e colleghi sono in fibrillazione perché è partita una gara tra i dipartimenti universitari “eccellenti”. In palio, 1,3 miliardi euro, ripartiti in tranche da 271 milioni di Euro annui per cinque anni. I dipartimenti vincitori riceveranno tra 1,1 e 1,6 milioni di euro annui più altri 250mila per le “scienze dure”. Abbiamo provato a simulare i torneo fino alla determinazione dei 180 vincitori (vedi Appendice). I dipartimenti del Centro-Nord si aggiudicheranno l’87% delle risorse pari a quasi 1,2 miliardi in cinque anni; al Sud ed Isole resterà il 13%, cioè complessivamente circa 180 milioni in cinque anni. Per avere una idea della sperequazione, basti pensare che le università del Sud e Isole rappresentano il 31% del corpo docente e che la quota percentuale di finanziamento premiale sarà meno della metà. Il combinato disposto di costo standard (incostituzionale) e premialità FFO ha già drenato risorse dagli atenei del Sud agli atenei del Nord, ma qualcuno dei Renzi’s boys ha pensato che era bene accelerare il drenaggio. Come? Dando un sacco di soldi ad una minoranza di dipartimenti “eccellenti” e sottraendo risorse agli altri. Perché, non è male ricordarlo: a meno di stanziamenti aggiuntivi nella prossima legge di stabilità, i soldi saranno sottratti al Fondo di Finanziamento Ordinario.

L’articolo completo


31
Mar 17

Santià al Sud: i conti migliorano ma cure pessime

da iapreliuocchie.it

Cosa ci si aspetterebbe dalla sanità italiana, così come principio garantito dalla carta costituzionale (articoli 3 e 32) ? Che chi necessità di assistenza medica venga curato bene, ovunque si trovi e chiunque esso sia.

Il paradosso è che invece, giù al Sud, nella landa dei terroni, i conti della sanità iniziano ad essere in regola, solo che, piccolo particolare, le cure sono sotto gli standard minimi. Che sarebbe un po’ come dire che in una famiglia il conto corrente è a posto solo che non si riescono a comprare libri e cibo per i figli. O che ho la febbre alta però ci sono 50 euro in più nel portafogli. Grazie.

Dice la Lorenzin:

 

Il punteggio minimo da raggiungere per essere adempienti rispetto all’attuazione dei Livelli essenziali di assistenza (Lea), ha spiegato il ministro, “è 160 ma dai primi risultati del 2015, anche se non ufficiali, sono ancora sotto soglia la Calabria (147 punti), il Molise (156 punti), la Puglia (155 punti), la Sicilia (153 punti) e la Campania con 99 punti”. Il dato della Campania poi, ha sottolineato, “è davvero preoccupante perché, rispetto al 2014, dove la regione raggiungeva un punteggio di 139, nell’ultimo anno si è notato un calo di ben 40 punti”. Ad aver peggiorato le performance rispetto al 2014, ha precisato, “sono però anche Puglia, Molise e Sicilia”

Si può curare un cittadino con calcoli ragionieristici? E’ evidente che no, e senza investimenti pubblici, i cittadini delle regioni meridionali vengono curati peggio.

Sapete ciò cosa genera? La cosiddetta migrazione sanitaria : i cittadini sono costretti a spostarsi al Nord per curarsi arricchendo alcune regioni settenttrionali che si pappano un giro d’affari di quasi 4 miliardi, ma la condizione è che le regioni del Sud continuano a non essere autosufficienti e quindi a esportare i loro malati, cioè a fare da miniera dalla quale estrarre la materia prima.

Ed arricchendo il settore privato convenzionato.

in parole povere  con il de-finanziamento, o meglio il taglio ragioneristico verso la sanità delle regioni meridionali, si sta accentuando la spaccatura tra nord e sud, e tra regioni e regioni.


18
Mar 17

Caro Calenda, sul Sud basta fuffa e retorica: partiamo dal costo del denaro

Carlo Calenda, Ministro dello Sviluppo economico ha deciso di dire qualcosa di originale fuori da ogni scala o indice di “fuffa” :

“Spogliare il Sud della retorica che lo avvolge e prevedere le stesse politiche, ma anche amministrazioni locali che funzionino, perché fanno il 99% dello sviluppo”.

E allora proviamo a diradare la cortina di retorica. Taccio l’enumerazione dei soliti problemi logistici ed infrastrutturali, quelli legati alle disparità sui premi assicurativi (che pure incidono su chiunque abbia voglia di intraprendere) e sulla presenza della criminalità organizzata che droga il mercato e drena risorse economiche.

Facciamo un esempio: sapete che il costo del denaro al Sud è più alto che al Nord?

In soldoni, se volete produrre ricchezza come richiedono Calenda e Confindustria, ed avete bisogno di danaro, ed abitate in Calabria, dovrete restituire interessi molto più alti di quanto avreste dovuto fare se il destino vi avesse fatto nascere in Trentino Alto Adige (non che in Umbria, Marche o Toscana stiano meglio, sia chiaro).

Nonostante gli interventi straordinari della BCE e qualche timido segnale di ripresa dei prestiti concessi al complesso del settore privato, i volumi degli impieghi bancari italiani diretti alle imprese risultano tutt’al più stagnanti. Se le manovre espansive sul credito bancario non hanno, almeno per il momento, influito sui volumi, sembra invece che un positivo effetto lo stiano avendo sul costo del denaro.

I tassi d’interesse sugli impieghi mostrano – per ogni diversa tipologia di operazione, che qui comunque dobbiamo analizzare in forma aggregata – una riduzione generalizzata e quantificabile, per il 2015 rispetto all’anno precedente, in circa un punto percentuale. Sulla base di queste analisi, si potrebbe concludere che il dato incoraggiante riguarda pertanto il costo del denaro, piuttosto che la sua disponibilità. […]

È interessante notare che anche in questo caso le differenze tra aree regionali, già di per sé molto significative, hanno mostrato una recente tendenza all’aumento. Ciò è soprattutto vero per gli anticipi e le aperture di credito in conto corrente, che costano alle imprese del Sud ora il 2,42% in più in media rispetto al Nord (era il 2,04% nel terzo trimestre del 2014 e l’1,67% nel 2010).

Per quanto concerne le operazioni a scadenza, la tendenza è invece più complessa da analizzare e mostra una riduzione delle differenze rispetto all’anno precedente ma comunque un aumento rispetto ai livelli 2010. I mutui alle imprese meridionali costano in media tra lo 0,79% e l’1,09% in più rispetto alle imprese del nord (in base alle diverse durate), e la forbice pur drasticamente diminuita rispetto al 2014 – risulta più ampia di circa 15-16 punti base medi rispetto ai valori di cinque anni prima [fonte: Centro Studi Impresa Lavoro su dati Bankitalia]

Questo vuol dire che risulterà più conveniente rivolgersi all’ “amico di famiglia”, il quale, evidentemente, non chiederà  alcuna garanzia reale sul credito, ma che strozzerà lentamente l’attività produttiva fino ad impossessarsene con la benedizione del ras locale della criminalità organizzata.

Questa è la “retorica” che avvolge il Mezzogiorno caro Ministro, ovvero scaricare la responsabilità su quei quattro terroni che non sanno neppure scegliersi amministratori locali “smart” e che quindi sono costretti ad emigrare. Come duecento anni fa. Fornendo manodopera a basso costo a quell’Europa dell’austerity che voi assecondate supinamente.

 


28
Feb 17

Ministero dello Sviluppo Economico leghista, fai una ricerca e ti chiamano terrone

E vi giuro che non si tratta di un titolo di Lercio.

Avete presente i “Captcha”? Ovvero quel sistema di sicurezza che compare per verificare che non siate robot, quando compilate un “form” su internet?

Bene, Francesco Lanza, (che da quanto ho capito non è proprio di Casavatore) dopo aver effettuato una ricerca sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico (evidentemente padano), riceve un bel richiamo dal sito istituzionale che realizza per lui un bel captcha con la scritta “Terroni”. Ecco la foto della schermata:

Un insulto subliminale? Un omaggio al best seller di Pino Aprile? O un tentativo di hackeraggio del fratocugino di Borghezio? Mah…

I lettori più esperti mi segnalano comunque sia un problema imputabile  Google, ne prendo atto ma a questo punto si configurerebbe comunque una ipotesi di “culla in vigilando”, da parte del Ministero.

Continueremo a vivere, nonostante tutto, immaginando tutta una serie di prossimi captcha di questo tenore, quanto meno per par condicio: “a soreta” “mammt” “vafammocc” “lota”, o più italiani “zingaro” “frocio” “negro”, insomma tutta la più classica congerie di stereotipi nazional popolari tanto cari agli italiani in camicia verde e nera. E poi si chiedono pure perché questo Paese è l’unico che non cresce…


22
Feb 17

L’agricoltura guida la “ripresina” del Sud

Il settore agricolo, insieme a quello turistico, è strategico per lo sviluppo delle regioni meridionali. Lo scrivo da anni e lo dimostrano anche le statistiche. Ecco perché colpire indiscriminatamente proprio il settore agricolo (vedi crisi “Terra dei Fuochi”) con inutili generalizzazioni, crea danni rilevanti all’intera economia meridionale.

Anche per il 2016 l’agricoltura resta uno dei driver dell’economia meridionale. Più che al Centro Nord, diventando occasione di impiego e micro imprenditorialità soprattutto per i giovani.

Il Rapporto ISMEA-SVIMEZ sull’agricoltura del Mezzogiorno evidenzia l’ottima performance che il settore primario ha avuto nel 2015 e nel 2016. L’agricoltura diventa protagonista della ripresa economica: crescono valore aggiunto, esportazioni, investimenti e occupazione, al Sud ancor più che al Nord.

In occasione della presentazione del Rapporto ISMEA-SVIMEZ il Direttore Generale dell’Ismea, Raffaele Borriello, ha dichiarato: “Il Rapporto ci racconta di un Mezzogiorno che dà segnali positivi e sembra essere al centro della ripartenza dell’economia italiana, specialmente grazie all’ottima performance dell’agricoltura: la crescita delle esportazioni, degli investimenti e dell’occupazione agricola nel Mezzogiorno, più che al Centro-nord, sono i segni di rinnovato protagonismo. Il dato più significativo si registra sul versante dell’occupazione, in particolare quella giovanile (+13%). C’è una ritrovata consapevolezza del valore della terra che porta con sé una rinnovata attenzione al settore agricolo, anche in termini di progetti di vita e di attività imprenditoriali da parte dei giovani. Ne sono dimostrazione l’incremento del 20% delle iscrizioni alle facoltà di agraria e la crescita, nei primi nove mesi del 2016, di circa 90 mila nuove imprese agricole ad opera di giovani under 35, di cui ben 20 mila nel Mezzogiorno”. (fonte: Ismea)

 


24
Gen 17

Al Sud meno treni che in Lombardia (e pure più vecchi e lenti)

Il rapporto di Legambiente “Pendolaria 2016” certifica una tendenza vecchia: pochi treni e pure vecchi al Sud. Ogni giorno circolano in tutto il Mezzogiorno meno treni che nella sola regione lombarda.

Ogni giorno in Italia quasi 5,5 milioni di persone prendono il treno per spostarsi per ragioni di lavoro o di studio, un numero solo leggermente superiore al 2015 (+0,2%), quando i pendolari del treno erano 5,43 milioni (e 5,1 nel 2014). A crescere in maniera evidente sono, invece, le diseguaglianze tra le Regioni rispetto al numero di viaggiatori e alle condizioni del servizio offerto. È questo il dato saliente del rapporto Pendolaria 2016 di Legambiente, presentato oggi a Palermo.

Sui 5,5 milioni di pendolari, sono 2milioni e 832mila quelli che usufruiscono del servizio ferroviario regionale (divisi tra 1,37 milioni che utilizzano i convogli di Trenitalia e gli altri 20 concessionari) e 2milioni e 655mila quelli che prendono le metropolitane presenti a Milano, Roma, Napoli, Torino, Genova, Brescia e Catania. Nel 2016 il numero dei pendolari del treno è aumentato di poco: +0,7% rispetto al 2015 per il trasporto ferroviario e +0,6% per quello metropolitano.

La crescita dei pendolari è però un dato con differenze macroscopiche, perché aumenta dove il servizio non è stato tagliato e dove sono stati realizzati investimenti nell’acquisto di nuovi treni, come in Lombardia dove sono arrivati a 712mila (con un +1,3%), in Emilia-Romagna (+3%) e in Alto Adige (dove sulle linee riqualificate con treni nuovi sono triplicati, da 11.000 nel 2011 a quasi 32.000). Mentre continua a calare in Regioni dove dal 2010 a oggi sono stati realizzati solo tagli ai servizi (in Calabria -26,4% treni in circolazione e -31% passeggeri, in Campania -15,1% treni e -40,3% passeggeri, in Piemonte –8,4% e -9,5%) e nelle città dove il servizio è scadente, con sempre meno treni e sempre più vecchi come a Napoli sulla Circumvesuviana (le corse sono state ridotte del 30% dal 2010)

In questi anni si è inoltre assistito alla chiusura di oltre 1.120 chilometri di linee ferroviarie, cui vanno aggiunti 412 km di rete ordinaria che risulta “sospesa” per inagibilità dell’infrastruttura, come per la Trapani-Palermo, la Gemona-Sacile, la Priverno-Terracina, la Bosco Redole-Benevento e la Marzi-Soveria Mannelli in Calabria. Per fare qualche esempio, in Molise non esiste più un collegamento ferroviario con il mare: da qualche mese sono scomparsi i treni che dal 1882 collegavano Campobasso con l’Adriatico e con Termoli. In tutto sono 1.532 km di linee ferroviarie su cui non esiste attualmente alcun servizio passeggeri.

 

È un Italia che viaggia sempre di più a velocità differenti, quella che viene fuori dal rapporto che, dal 2008, presenta la fotografia della situazione del trasporto ferroviario in Italia e ne racconta i cambiamenti. Sono proprio le differenze e diseguaglianze tra le diverse aree del Paese, ad essere al centro del focus quest’anno. Con realtà dove la situazione è migliorata ed altre, più numerose, in cui ci sono meno treni e anche più lenti che in passato, per via dei tagli ai treni Intercity e a lunga percorrenza e a quelli regionali (tagliati rispettivamente del22,4% e del 6,5% rispetto al 2010. Continuano intanto i successi dell’alta velocità, con un servizio sempre più in crescita e articolato (dal 2007 +394% sulla Roma-Milano) e un numero crescente di passeggeri (+6% nel 2016, dopo il +7 del 2014 e 2015). Ma risultati positivi li troviamo in altre realtà dove si è puntato sul ferro: dal Tram Firenze-Scandicci (30mila passeggeri giorno) a quelli nuovi di Palermo, alle linee dove si è investito in Alto Adige, alla linea Palermo-Catania, ad alcune linee pugliesi. E in ogni parte d’Italia, dove si investe nel ferro il successo è garantito come dimostrano 30 buone pratiche raccontate nel Rapporto.

Il sud è la seconda emergenza del trasporto ferroviario in Italia.

Alcuni numeri raccontano meglio di tante parole come la questione meridionale esista eccome in Italia nel 2016. Al Sud circolano meno treni. L’attuale livello di servizio nelle Regioni del Sud è imparagonabile per quantità a quello del Nord. Ogni giorno in tutto il Sud circolano meno treni regionali che nella sola Lombardia. Per fare un esempio, ogni giorno le corse dei treni regionali in tutta la Sicilia sono 429 contro le 2.300 della Lombardia, una differenza di 5,3 volte, ma a livello di popolazione la Lombardia conta “solo” il doppio degli abitanti siciliani (10 e 5 milioni). Per la sola Trenitalia il numero di corse giornaliere nelle regioni del Sud e’ passato da 1.634 nel 2009 a 1.276 nel 2016, una diminuzione del 21,9%. Senza considerare che l’Alta Velocità si ferma a Salerno e, malgrado la continuazione di alcune Frecce verso Reggio Calabria, Taranto o Lecce il Roma Ostiense-Viterbo 65.000 Milano-Gallarate 30.000 Napoli-Sorrento (Circumvesuviana) 55.000 Napoli-Sarno (Circumvesuviana) 30.000 Rho-Milano-Como-Chiasso 48.000 Genova Voltri-Genova Nervi 25.000 Roma Termini-Frosinone 45.000 Pisa-Firenze 22.000 Roma Termini-Castelli Romani (FL4) 42.000 Bologna-Porretta Terme 19.000 Roma Termini-Nettuno 40.000 Milano-Mortara 17.000 Roma Termini-Civitavecchia 40.000 Bologna-Ferrara 16.500 Milano-Novara-Vercelli 38.000 Domodossola-AronaMilano 15.000 Napoli-Torregaveta (Circumflegrea e Cumana) 37.000 Bologna-Poggio Rusco 10.000 14 numero in rapporto a quelli che circolano al Centro-Nord di questi treni è insignificante.

Il problema più rilevante è che il dibattito politico continua ad avere come unica prospettiva quella delle grandi opere (il Ponte di Messina, la Napoli-Bari, l’alta velocità Palermo-Catania) mentre è il gap di collegamenti regionali, la riduzione dei treni e la lentezza dei convogli lungo le principali direttrici il dramma che vive ogni giorno che vive nel Mezzogiorno.

Al Sud i treni sono più vecchi. Non è solo la quantità dei treni ad essere incredibilmente squilibrata, ma è anche la qualità del servizio a non avere confronti. L’età media dei convogli al Sud è nettamente più alta con 20,3 anni, praticamente invariata rispetto ai 20,4 dello scorso anno, rispetto ai 14,7 del Nord (ed in calo, era 16,6 nel 2015) ma anche alla media nazionale di 17,2. Si trovano poi casi come quelli di Basilicata (23,3), Sicilia (23,2) e Calabria (22,1) dove la media è ben più alta con punte di treni che sono davvero troppo “anziani” per circolare.

Al Sud i treni sono più lenti, sia per problemi di infrastruttura sia perché, come visto, circolano treni vecchi e non più adatti alla domanda di mobilità. Muoversi da una città all’altra, su percorsi sia brevi che lunghi, può portare a viaggi di ore e a dover scontare numerosi cambi obbligati anche solo per poche decine di chilometri di tragitto, mentre le coincidenze e i collegamenti intermodali rimangono un sogno. Alcuni esempi? Tra Cosenza e Crotone e’ stato tolto anche l’unico collegamento diretto esistente e serve quindi almeno un cambio e 3 ore di tragitto per soli 115 km di distanza. Si assiste poi ad una condizione tragica del tragitto tra Ragusa e Palermo dove ormai solo 3 collegamenti al giorno effettuano il percorso tutti con un cambio impiegando almeno 4 ore per arrivare a destinazione, sicuramente una situazione in miglioramento ma che rimane emblematica della condizione del trasporto ferroviario in questa regione. Gli altri esempi rimangono comunque drammatici: ancora in Basilicata per muoversi tra i due capoluoghi di Provincia, Potenza e Matera, con Trenitalia non è più previsto alcun collegamento (nemmeno con cambi) se non con autobus. Altro caso e’quello tra due capoluoghi pugliesi, Taranto e Lecce dove almeno e’ stato introdotto un Intercity Notte che transita in orari di pendolarismo solo la mattina.

[…]

Quello che serve al Sud non sono grandi opere, ma progetti che permettano di ridurre i tempi di percorrenza lungo le linee esistenti. E’ quanto si è cominciato a fare tra Palermo e Catania, dopo l’interruzione dell’autostrada, e ha dimostrato di funzionare. Ora questi obiettivi vanno estesi su tutte le linee principali, attraverso fondi europei, statali e regionali. Come è evidente dalla tabella successiva i vantaggi su tutte le linee segnalate sarebbero notevoli attraverso nuovo materiale rotabile, e velocizzazioni realizzabili con costi contenuti. Perché un errore che si continua a compiere nel dibattito pubblico è di pensare che l’obiettivo fondamentale al Sud sia di velocizzare i collegamenti con il Nord Italia. Tema vero, ma che riguarda solo una parte dei collegamenti e che va letto dentro una mobilità oggi sempre più articolata (basti considerare gli spostamenti in aereo e navi cresciuti fortemente negli anni), e che soprattutto ha portato a risposte sempre costose e con tempi lunghissimi. Servono investimenti attenti a migliorare l’offerta tra i centri capoluogo (treni nuovi e più veloci) nell’attesa che si realizzino gli investimenti capaci di ridurre il gap con il resto d’Italia che soffrono Regioni come la Sicilia (dove l’89% dei 1.430 km della rete ferroviaria è a binario unico e quasi la metà della stessa rete non è elettrificata). Il secondo errore sta nell’idea diffusa che al Sud il treno rimarrà sempre marginale. Una tesi senza senso, smentita dai dati e dagli esempi in questo rapporto, che serve a giustificare politiche nazionali e regionali inadeguate.

Nel Mezzogiorno questi interventi sono quanto mai urgenti perché, occorre dirlo con chiarezza, con le attuali politiche nulla cambierà. Continueranno ad esserci sempre molti meno treni che al Nord, sempre più lenti e nel frattempo invecchiati ancora. Perché non esiste alcun piano per migliorare i collegamenti ferroviari tra le Regioni attraverso un coordinamento dei treni locali e un potenziamento di 32 Intercity e Frecce. In questi mesi l’arrivo di alcune Frecce a Taranto, Lecce o Reggio Calabria è stato salutato come un grande successo, frutto di trattative e risorse aggiuntive, quando 15 anni fa erano molti di più gli Eurostar in circolazione. Si può aspettare fino al 2035, quando forse saranno state realizzate l’alta velocità tra Napoli e Bari e quella tra Palermo e Catania (che al momento sono le sole opere prioritarie al Sud) per vedere qualche cambiamento? Noi pensiamo di no e per questo proponiamo di intervenire subito su alcune linee prioritarie nei collegamenti tra i capoluoghi con interventi di velocizzazione dei percorsi e acquisto di nuovi treni, per rendere più confortevole il viaggio e ampliare l’offerta ( PENDOLARIA 2016).

Oggi progetti fondamentali di rilancio della mobilità sostenibile nelle città, non sono finanziati e nel Mezzogiorno non esiste alcun progetto di miglioramento del servizio tra le città attraverso progetti di adeguamento delle linee e acquisto di treni.

Tali dati devono far riflettere, soprattutto quando in situazioni di emergenza come quella che stiamo vivendo al Centro Sud, l’utilizzo della linea ferroviaria avrebbe evitato di paralizzare completamente alcune aree del Paese che invece vengono lasciate al completo e totale abbandono. Con tutti i problemi annessi anche alla sicurezza (passaggi a livello incustoditi e senza sbarre funzionanti).