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11
Nov 16

Il Sud cresce e fa crescere anche il Nord, ma emigra

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L’ultimo rapporto Svimez, segna a mio parere, due dati significativi ed apparentemente contraddittori: a fronte di una crescita (per carità modesta) del Mezzogiorno, che rialza anche l’economia del Nord, corrisponde continua e mai sopita emigrazione delle forze che quella crescita dovrebbero proporla e sostenerla (i giovani ad esempio).

In particolare, il rapporto rileva che:

Il 2015 è stato un anno per molti versi eccezionale per il Mezzogiorno: non solo ha interrotto una serie consecutiva di cali del prodotto che durava da sette anni, ma ha anche realizzato una crescita  maggiore di quella del Centro-Nord. Purtroppo le condizioni che hanno portato a questi risultati appaiono difficilmente ripetibili nei prossimi anni, ma hanno comunque consentito al Mezzogiorno di continuare ad
ancorarsi alla ripresa del Paese, un processo che potrà svilupparsi con forza anche maggiore se adeguatamene sostenuto da politiche economiche lungimiranti.  Secondo valutazioni di preconsuntivo elaborate dalla SVIMEZ, nel 2015 il Prodotto interno lordo (a prezzi concatenati) è cresciuto nel Mezzogiorno dell’1%, recuperando parzialmente la caduta registrata l’anno precedente (-1,2%).

L’incremento è stato superiore di 0,3 punti a quello rilevato nel resto del Paese (0,7%) (Tab. 1.3).  Dopo sette anni di crisi, l‘economia delle regioni meridionali ha quindi iniziato la ripresa, sebbene in ritardo non solo rispetto al resto dell’Europa ma anche al resto del Paese: dal 2007 il prodotto in quest’area è calato del -12,3%, quasi il doppio della flessione registrata nel Centro-Nord (-7,1%).  La crescita del prodotto nelle regioni del Sud ha beneficiato, come si è detto, nel 2015 di alcune condizioni peculiari: l’annata agraria particolarmente favorevole, con un incremento di valore aggiunto del 7,3%, che ha più che compensato la forte flessione (-6,1%) registrata l’anno precedente; la crescita del valore aggiunto nei servizi, specie nel settore del turismo, probabilmente legata alle crisi geopolitiche nell’area del Mediterraneo che hanno dirottato parte del flusso turistico verso il Sud d’Italia; la chiusura della programmazione dei Fondi strutturali europei 2007-2013, che ha portato ad un’accelerazione della spesa pubblica legata al loro utilizzo per evitarne la restituzione. Tali fattori hanno contribuito al miglioramento delle condizioni nel mercato del lavoro, con una crescita dei consumi privati (0,7%), e ad aspettative più favorevoli degli imprenditori che, insieme ai bassi livelli dei tassi di interesse, hanno sostenuto la domanda di beni d’investimento nel settore privato oltre che in quello pubblico, in linea con quella nazionale (0,8%). Inoltre, anche la domanda estera netta ha dato un contributo positivo, con un incremento delle esportazioni verso il resto del mondo del  4%.

Cresce l’agroalimentare, cresce il turismo (alla faccia di chi sostiene che Napoli deve tornare ad essere luogo di “produzione” intesa come industria pesante), cresce il Sud.

Alla faccia dei secessionisti legaioli, inoltre, cresce l’interdipendenza dell’economia settentrionale con quella meridionale:

La ripresa della domanda interna nel Mezzogiorno ha inoltre un effetto positivo sulla crescita di tutto il paese: lo sviluppo del Centro-Nord è infatti legato in buona misura anche all’andamento favorevole dell’economia meridionale, data la forte integrazione tra i mercati delle due parti del Paese. Recenti analisi della Banca d’Italia mostrano come il Sud rappresenti un mercato di sbocco fondamentale della produzione nazionale, pari a oltre un quarto di quella del Centro-Nord, oltre tre volte il peso delle esportazioni negli altri paesi della UE. Inoltre, circa il 40% della spesa per investimenti al Sud attiva produzione nel Centro-Nord.

A tutto ciò corrisponde una emorragia costante dei giovani:

Negli ultimi venti anni il Sud ha perso 1 milione e 113 mila unità (l’intera popolazione di Napoli negli anni ‘90), la maggior parte dei quali concentrati nelle fasce d’età produttiva tra 25-29 anni e 30-34 anni, (23 mila unità). A questi si accompagna una perdita di popolazione di 2 mila unità nella fascia di 0-4 anni in conseguenza al flusso di bambini che si trasferiscono con i genitori


20
Mag 16

Svimez: al Sud male il lavoro ma ottimo il benessere dei cittadini

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Insomma alla faccia delle classifiche sulla qualità della vita, al Sud manca il lavoro, scarsa è la competitività ma svetta per benessere dei cittadini ed intermediazione finanziaria.

Un Sud sempre meno competitivo rispetto all’Europa, con forti deficit soprattutto nella preparazione tecnologica (37,3 punti rispetto a 50), mercato del lavoro (37,7 contro 50) e qualità delle istituzioni (36,6 contro 51,4), ma che svetta per benessere fisico della popolazione (54,3 punti rispetto alla media europea di 49,4). A livello regionale nel settore dell’intermediazione finanziaria e delle consulenze specialistiche Calabria, Sardegna, Molise e Campania registrano performances superiori alla media europea.

È quanto emerge dallo studio “Divari di competitività tra regioni duramte la sovereign debt crisis: il Mezzogiorno tra resistenza e resa” dei professori M. Aria, G. Lucio Gaeta e U.Marani, pubblicato sulla Rivista Economica del Mezzogiorno, trimestrale della SVIMEZ edito da Le edizioni del Mulino e diretto da Riccardo Padovani.

Lo studio su www.svimez.it


17
Mag 16

Patto per la Campania: il Rapporto sulla Mobilità Svimez sbugiarda Renzi

foto globochannel

foto globochannel

Molto interessante quanto Svimez e Unione degli Indsustriali, evidenziano nel loro rapporto, presentato in questi giorni, sulla mobilità nell’area metropolitana dia Napoli.

Per la realizzazione di tutte la rete di infrastrutture già pianificata servono investimenti per 13,9 miliardi di cui il 55,84%, pari a 7,8 miliardi disponibili : servono invece altri 6,2 miliardi da finanziare, questo scrive Vera Viola sul Sole 24 Ore.

Ma l’aspetto interessante è quello riportato nell’ultimo capitolo del rapporto, relativamente al famigerato patto per la Campania, strombazzato dallo storytelling renziano (e che conferma quanto già scritto su questo blog):

Il Rapporto sulla mobilità si chiude con un capitolo dedicato al Patto per la Campania, uno dei patti per il Sud firmato da Governo e Regione il 24 aprile scorso: in esso compare una parte delle opere in programma (censite anche del Rapporto) ma, nel tirare le somme, riporta cifre più contenute: 3,5 miliardi di fabbisogno, di cui 1,8 (51,09%) assegnati e con un fabbisogno residuo di 1,7 miliardi. La copertura di questi è affidata per la maggior parte al Fondo di sviluppo e coesione.

Anzi, ad alcune opere viene perfino assegnato meno:

Lo studio svela anche un “giallo”: confrontando dieci opere presenti in entrambi i documenti (Patto per la Campania e Rapporto sulla Mobilità, ndr), il fabbisogno residuo totale nel Rapporto viene indicato in
1,4 miliardi e nel Patto per la Campania in soli 383 milioni. Il patto di Renzi, insomma, assegna minori risorse a tre opere in particolare: linea 6 della Metropolitana, acquisto di materiale rotabile ferroviario, nodo ferroviario di Napoli.  (fonte: Il Sole 24 Ore)

Magie della campagna elettorale che ancora prende in giro chi investe in un territorio privo di infrastrutture e logistica necessarie per un reale e concreto sviluppo.

La situazione di maggiore incertezza – mette in evidenza la Svimez – riguarda le infrastrutture ferroviarie di competenza di Rfi per le quali servirebbero 5,7 miliardi e ne sono disponibili meno di 2. La fetta più consistente riguarda la tratta campana della linea ad alta velocità Napoli Bari, a cui mancano ben 3,5 miliardi. Ad oggi è stato realizzato solo il 7,6% dell’intervento.

Si sa, come sostenne Delrio, tutta colpa degli Appennini tra Puglia e Campania.


03
Feb 16

Svimez: tagli alla cultura? Sud cornuto e mazziato

Sempre contro lo “storytelling” del governo che investe al Sud, ecco come la Svimez scopre la bufala dimostrando che negli ultimi anni  la cultura (della serie potrebbero campare solo di turismo con tutti i beni archeologici che hanno) sia stata “sforbiciata” a Mezzogiorno più che altrove ecco, leggete:

Negli ultimi tredici anni la cultura è stata tagliata di più al Sud. Dal 2000 al 2013, infatti, la spesa totale nel settore della cultura ha subito un crollo di oltre il 30% nel Mezzogiorno, passando da 126 a 88 euro pro capite, contro il -25% del Nord. Nel 2013 fatto pari a 100 il livello medio nazionale la spesa pro capite per la cultura è stata del 69% nel Mezzogiorno, a fronte del 105% del Nord e del 141% del Centro. Sono solo alcuni dei dati che emergono dalla Nota di ricerca “Le spese per la cultura nel Mezzogiorno d’Italia” del Consigliere della SVIMEZ Federico Pica e Alessandra Tancredi, (Agenzia per la Coesione Territoriale, CPT, Unità tecnica centrale). Condotta sulla base di dati del Ministero dello Sviluppo – Dipartimento Sviluppo e Coesione economica/CPT (Conti Pubblici Territoriali), la Nota analizza l’andamento delle spese correnti, in conto capitale e totali per la cultura, a livello delle circoscrizioni Nord/Sud e di alcune regioni italiane negli anni 2000-2013. I dati sono aggregati e consolidati con le tecniche dei CPT e si riferiscono al totale delle erogazioni per cassa di tutte le amministrazioni pubbliche nel territorio. Nella voce “cultura e servizi ricreativi” della Nota si intendono principalmente interventi a tutela e valorizzazione di musei, biblioteche, cinema, teatri, enti lirici, archivi, accademie, ma anche attività ricreative e sportive quali piscine, stadi, centri polisportivi, fino alla gestione di giardini e musei zoologici. Due i soggetti maggiormente coinvolti da queste spese: i comuni e lo Stato, insieme al CONI. Decisamente minori gli apporti delle Regioni, che destinano al settore risorse soprattutto di provenienza europea. Nel 2013 per ogni cittadino del Nord è stato speso per la cultura il 35% in più di quanto speso per un cittadino del Sud – Guardando alla spesa totale del settore cultura per circoscrizione, dal 2000 al 2013 il Sud ha subìto un taglio del 30,6%, passando dai 126 euro pro capite del 2000 agli 88 del 2013, mentre il Nord ha subìto un taglio del 25% nello stesso periodo temporale, passando da 177 euro pro capite del 2000 a 132 del 2013. Da rilevare in particolare il peso dei tagli negli anni 2009-2012: in piena crisi, la spesa in conto capitale per la cultura è passata al Sud dai 45 euro pro capite del 2009 ai 17,3 del 2011, per poi risalire a 19,6 nel 2013. Non a caso dal 2007 al 2013 la stessa spesa è crollata del 55% al Sud contro il 39% del Nord. Inoltre, in termini di divario e spostandoci verso anni più recenti, fatto pari a 100 il valore nazionale, nel 2013 ogni cittadino del Nord ha ricevuto beni e servizi per la cultura nella misura del 105%, il 35% in più di quanto ricevuto da un cittadino del Sud (69,6%). Scorporando la spesa totale nelle componenti correnti e di conto capitale, emergono con maggiore chiarezza le forti riduzioni di spesa al Sud. In particolare, per quanto riguarda la spesa corrente, dal 2000 al 2013 il taglio è stato del 23% al Sud a fronte del -17% nazionale. Gli 88,8 euro pro capite del 2000 sono scesi a 68,3 tredici anni dopo, con punte di 58,9 nel 2005. Fatto pari a 100 euro il dato nazionale, ogni cittadino del Sud ha ricevuto nel 2013 il 68%, un cittadino del Nord il 101,9%, uno del Centro addirittura il 150,8%. Passando alla spesa in conto capitale, il crollo è stato al Sud del 48,2% , con punte del -55% negli anni 2007-2013: si è passati da 38 euro pro capite del 2000 ai 19,6 del 2013. Fatto pari a 100 il dato nazionale, nel 2013 al Sud si è speso per la cultura il 74% contro il 116% del Nord. La spesa per la cultura nei diversi livelli di governo – Andando ad analizzare la spesa per la cultura delle amministrazioni centrali, locali e regionali, emerge che a livello nazionale le spese in conto capitale nel settore sono crollate, dal 2000 al 2013, del 49% e al Sud del 48%. In altri termini, i 52 euro pro capite del 2000 sono diventati nel 2013 26,5 a livello nazionale; nel Sud i 38 euro del 2000 sono diventati tredici anni dopo 19,6. I tagli più drastici si sono concentrati nelle amministrazioni centrali: il crollo al Sud è stato del 74,6%: i 13,6 euro pro capite del 2000 sono quasi spariti tredici anni dopo, arrivando a 3,48 euro. La spesa per la cultura in alcune regioni – Venendo invece all’analisi degli andamenti della spesa totale per la cultura in alcune regioni del Centro-Nord e del Sud, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Campania, Puglia e Calabria, se a livello nazionale dal 2000 al 2013 il calo è stato del 27%, il Veneto ha perso oltre il 21%, Emilia-Romagna e Toscana ben il 38-39%, ma la Calabria arriva a -43,6%. Situazione particolare per la Toscana, che perde il 39%, di cui il -36% dal 2000 al 2007. Il divario Nord/Sud risulta in modo particolare dal raffronto con i numeri indici. Fatto infatti pari a 100 il dato nazionale, il Veneto nel 2013 si è praticamente allineato spendendo il 101%, Emilia Romagna e Toscana si sono fermate rispettivamente all’88 e 96%, mentre la Campania spende il 58%, e Puglia e Calabria superano di poco il 54% del dato nazionale. Come dire: in Puglia e Calabria nel 2013 la spesa per abitante per la cultura è stata poco più della metà di quella media nazionale, cioè 68-69 euro contro 126.(ITALPRESS)


01
Ago 15

Viesti: anche il Nord da inizio secolo è cresciuto meno della Grecia

Il professor Gianfranco Viesti, dati alla mano, si inserisce nel dibattito sul Sud moribondo al pari della Grecia, così come fotografato dai dati della Svimez.

Il professore pugliese, alla liturgia dei sociologisti da ombrellone aggiunge una serie di considerazioni, che val la pena di sottolineare e che, in forma completa, potete trovare sulle pagine de Il Mattino in edicola oggi:

Non vi è dubbio che gli andamenti del Mezzogiorno, da quattro anni a questa parte siano significativamente peggiori del resto del paese, molto più acute le sofferenze sociali. Ma il Centro-Nord non se la passa certo bene. Si è usato un paragone fra il Mezzogiorno e la Grecia, che appare per molti motivi del tutto fuori luogo: ma se proprio si vuole usare questo confronto non si fa fatica a scoprire che dall’inizio del nuovo secolo anche il CentroNord è cresciuto meno della Grecia. Oltre che molto, molto meno rispetto alle aree più avanzate d’Europa con cui solitamente lo si paragona: un recentissimo rapporto della Banca d’Italia sul Nord-Ovest lo documenta con ricchezza di particolari. Il Sud non è altro rispetto all’Italia; è la parte più debole, più in sofferenza, di un paese debole. E’ la gravità, non il segno, delle dinamiche ad essere diversa.

Un po’ di sale sulle ferite della superficialità di chi sta pianificando una secessione da Sud, dopo aver portato via quanto possibile e aver lasciato credere a tutti che il problema dei meridionali sia genetico e culturale (sic!): non vogliono lavorare e non pagano tasse, roba che in un’altra parte del mondo scatenerebbe rivolte di piazza.

Come sostiene Viesti il problema vero è strutturale e da ricercare nella mancanza di una strategia di investimenti almeno ventennale.

sono letteralmente crollati gli investimenti pubblici, tanto da essere diventati, dal 2011, “negativi”: il nuovo capitale pubblico che si crea è inferiore al normale decadimento di quello che c’è già; in altri termini, non è che non si costruiscono nuove strade: è non si riesce neanche a riparare le buche su quelle che ci sono. Non si crea quel capitale pubblico di qualità, dalla banda larga ai grandi centri di ricerca e diffusione tecnologica, che connota il panorama dei paesi avanzati. Questi andamenti sono, specie da qualche anno, peggiori nel Mezzogiorno. Questo è certo il frutto della maggiore debolezza delle imprese e delle famiglie meridionali. Ma è anche il risultato di una grande scelta che si è venuta consolidando ormai da molto tempo: quella di anteporre il benessere della propria comunità, della propria regione, ad una prospettiva nazionale.

Le ragioni? Semplice, come vado scrivendo da tempo si preferisce ripartire in maniera non equa le risorse confidando nella “locomotiva” del Paese capace (???) di trainare il resto. Volontà velleitaria e fallimentare. E, proprio come sostiene Paolo Savona sull’interdipendenza economica delle macro regioni italiane, il professor Viesti affonda:

Si è diffusa pericolosamente fra le classi dirigenti, politiche ed economiche italiane, l’idea perniciosa che ogni euro destinato ad una parte del paese sia solo un euro tolto all’altra, senza ricordare come, nella storia dello sviluppo italiano ed europeo, un euro investito in una regione è sempre benefico anche per le altre. E l’effetto massimo sia ha proprio dove si è più indietro: se si investono 100 euro nel Mezzogiorno si ha un effetto immediato di aumento di reddito di 40 euro nel Centro-Nord; ma soprattutto che se una regione cresce diventa anche un importante mercato: le imprese del Centro-Nord vendono un quarto della loro produzione al Sud (e solo meno del 10% nel resto dell’Europa Occidentale). Si è diffusa pericolosamente l’idea che cioè che conta è essere una regione forte, non importa se in un paese debole: così che il futuro della Lombardia non sta più nell’essere regione di testa di un’Italia tutta forte, ma magari di diventare un altro piccolo satellite della grande Germania.

Ma tutto questo i panzer radical chic italiano, lo ignorano, tronfi delle comparsate televisive, in un palinsesto estivo dove sono monocoli in terra coecorum,


30
Lug 15

Svimez: Sud sempre più alla deriva, rischio sottosviluppo permanente. Nascite mai così basse da 150 anni.

Un Paese diviso e diseguale, dove il Sud scivola sempre più nell’arretramento: nel 2014 per il settimo anno consecutivo il Pil del Mezzogiorno è ancora negativo (-1,3%); il divario di Pil pro capite è tornato ai livelli di 15 anni fa; negli anni di crisi 2008-2014 i consumi delle famiglie meridionali sono crollati quasi del 13% e gli investimenti nell’industria in senso stretto addirittura del 59%; nel 2014 quasi il 62% dei meridionali guadagna meno di 12mila euro annui, contro il 28,5% del Centro-Nord. Questa la fotografia che emerge dalle anticipazioni del Rapporto SVIMEZ sull’economia del Mezzogiorno 2015 presentate oggi a Roma. Pil e Mezzogiorno – In base a valutazioni SVIMEZ nel 2014 il Pil è calato nel Mezzogiorno dell’1,3%, rallentando la caduta dell’anno precedente (-2,7%), con un calo superiore di oltre un punto percentuale rispetto al Centro-Nord (-0,2%).

Da rilevare che per il settimo anno consecutivo il Pil del Mezzogiorno registra segno negativo, a testimonianza della permanente criticità dell’area. Il peggior andamento del Pil meridionale nel 2014 è dovuto soprattutto ad una più sfavorevole dinamica della domanda interna, sia per i consumi che per gli investimenti. Anche gli andamenti di lungo periodo confermano un Paese spaccato e diseguale: negli anni di crisi 2008-2014 il Sud ha perso -13%, circa il doppio del pur importante -7,4% del Centro-Nord. Il divario di Pil pro capite tra Centro-Nord e Sud nel 2014 ha toccato il punto più basso degli ultimi 15 anni, tornando, con il 53,7%, ai livelli del 2000. La crisi nel 2014 si attenua nella maggior parte delle regioni del Centro-Nord, molto meno in tutte quelle del Sud – A livello regionale nel 2014 segno negativo per quindici regioni italiane su venti; si distinguono soltanto le Marche quasi stazionarie (+0,1%), lo +0,3% dell’Emilia Romagna e del Trentino Alto Adige, +0,4% del Veneto. Miglior performance in assoluto a livello nazionale per il Friuli Venezia Giulia, +0,8%. Le regioni del Centro-Nord oscillano tra il -0,3% del Lazio e della Toscana e il -1-1% dell’Umbria.

Piemonte e Valle d’Aosta segnano -0,7%. Nel Mezzogiorno la forbice resta compresa tra il -0,2% della Calabria e il -1,7% dell’Abruzzo, fanalino di coda nazionale. In posizione intermedia la Basilicata (-0,7%), il Molise (-0,8%), la Campania (-1,2%). Giù anche la Sicilia (-1,3%), e Puglia e Sardegna, allineate a -1,6%. Guardando agli anni della crisi, dal 2008 al 2014, anche se risultano negative tutte le regioni italiane, a eccezione dell’Umbria (-13,7%), delle Marche (-13%) e del Piemonte (-12%), le perdite più pesanti sono al Sud, con profonde difficoltà in Puglia (-12,6%), Sicilia (-13,7%), Campania (-14,4%). Situazione ancora più negativa in Basilicata (-16,3%) e Molise (-22,8%). Nel periodo 2001-2014 il Sud molto peggio della Grecia – Dal 2001 al 2014 il tasso di crescita cumulato è stato + 15,7% in Germania, +21,4% in Spagna, + 16,3% in Francia. Negativa la Grecia, con -1,7%, ma mai quanto il Sud, che, con -9,4% tira giù al ribasso il dato nazionale (-1,1%), contro il +1,5% del Centro-Nord. Pil per abitante e divari storici – In termini di Pil pro capite, il Mezzogiorno nel 2014 è sceso al 53,7% del valore nazionale, un risultato mai registrato dal 2000 in poi. In valori assoluti, a livello nazionale, il Pil è stato di 26.585 euro, risultante dalla media tra i 31.586 euro del Centro-Nord e i 16.976 del Mezzogiorno. Nel 2014 la regione più ricca è stato il Trentino Alto Adige, con 37.665 euro, seguito dalle Valle d’Aosta (36.183), dalla Lombardia (35.770), l’Emilia Romagna (33.107 euro) e il Lazio (30.750 euro). Nel Mezzogiorno la regione con il Pil pro capite più elevato è stata l’Abruzzo (22.927 euro); seguono la Sardegna (18.808), la Basilicata (18.230 euro), il Molise (18.222 euro), la Puglia (16.366), la Campania (16.335), la Sicilia (16.283). La regione più povera è la Calabria, con 15.807 euro. Il divario tra la regione più ricca, il Trentino Alto Adige, e la più povera, la Calabria, è stato nel 2014 pari a quasi 22mila euro. I consumi continuano a calare al Sud, mentre riprendono a crescere nel resto del Paese – I consumi delle famiglie meridionali sono ancora scesi, continuando a ridursi nel 2014 dello 0,4%, a fronte di un aumento del +0,6% nelle regioni del Centro-Nord. Qui si è registrato un recupero dei consumi di beni durevoli, con un aumento delle spese per vestiario e calzature (+0,3%) e di altri “beni e servizi”, categoria che racchiude i servizi per la cura della persona e le spese per l’istruzione (+0,9%). In crescita nel Centro-Nord anche i consumi alimentari (+1%), a fronte della contrazione del Mezzogiorno (-0,3%). In generale nel 2014 i consumi pro capite delle famiglie del Mezzogiorno sono stati pari al 67% di quelli del Centro-Nord.

Guardando invece agli anni di crisi 2008-2014, la caduta cumulata dei consumi delle famiglie ha superato nel Mezzogiorno i 13 punti percentuali (-13,2%), risultando di oltre due volte maggiore di quella registrata nel resto del Paese (-5,5%). In particolare, negli anni 2008-2014 il calo cumulato della spesa è stato al Sud del -15,3% per i consumi alimentari, a fronte del -10,2% del Centro-Nord; e di ben il -16% per il vestiario e calzature, il doppio del resto del Paese (-8%). Significativo e preoccupante anche il crollo della spesa delle famiglie relativo agli altri “beni e servizi”, che racchiudono, come indicato, i servizi per la cura della persona e le spese per l’istruzione: -18,4% al Sud, oltre tre volte in più rispetto al Centro-Nord (-5,5%) Continua la caduta degli investimenti, specie al Sud – Anche nel 2014 gli investimenti fissi lordi hanno segnato una caduta maggiore al Sud rispetto al Centro-Nord: -4% rispetto a -3,1%. Dal 2008 al 2014 sono crollati del 38% nel Mezzogiorno e del 27% nel Centro-Nord, con una differenza tra le due ripartizioni di 11 punti percentuali. A livello settoriale, crollo epocale al Sud degli investimenti dell’industria in senso stretto, ridottisi dal 2008 al 2014 addirittura del 59,3%, oltre tre volte in più rispetto al già pesante calo del Centro-Nord (- 17,1%). Giù anche gli investimenti nelle costruzioni, con un calo cumulato del -47,4% al Sud e del – 55,4% al Centro-Nord; in agricoltura, (-38% al Sud, quasi quattro volte più del Centro-Nord, -10,8%). Quasi allineata nella crisi la dinamica dei servizi: -33% al Sud, -31% al Centro-Nord. Il crollo della spesa in conto capitale, a danno del Sud – In tempi di spending review, è interessante rilevare che a livello nazionale dal 2001 al 2013 la spesa pubblica in conto capitale è diminuita di oltre 17,3 miliardi di euro, passando da 63,7 a 46,3 miliardi di euro. Fatto pari a 100 il livello complessivo del 2001, nel 2013 la spesa è scesa al 72,2%, quale media tra l’80% del Centro-Nord e il 61% del Sud. In altri termini, dal 2001 al 2013 la spesa nel Mezzogiorno è diminuita di 9,9 miliardi di euro, passando da 25,7 a 15,8. In più, la spesa complessiva in conto capitale della PA è arrivata a pesare nel Mezzogiorno nel 2013 sul totale del Paese per il 34,1%, cifra nettamente inferiore all’obiettivo programmatico del 45% fissato in vari documenti di programmazione nei primi anni Duemila.

Giù inoltre soprattutto al Sud i trasferimenti in conto capitale a favore delle imprese pubbliche e private: tra il 2001 e il 2013 si è registrato un calo del 52%, pari a oltre 6,2 miliardi di euro. A trainare al ribasso i trasferimenti, il crollo degli incentivi alle imprese private. Nella crisi, giù tutti i settori; al Sud il calo continua nel 2014 – Negli anni della crisi 2008-2014 la riduzione del valore aggiunto è stata più intensa al Sud in tutti i settori produttivi.

Peggio di tutti l’industria: qui il valore aggiunto è crollato al Sud negli anni 2008 – 2014 cumulativamente del -35%, a fronte del -17,2% nel resto del Paese. In calo anche le costruzioni, il cui valore aggiunto è diminuito cumulativamente al Sud del -38,7% a fronte del – 29,8% del Centro-Nord. Scendono nel periodo in questione anche i servizi, -6,6% al Sud e -2,6% al Centro-Nord. Segno negativo anche se si guarda al solo 2014, ma soprattutto al Sud: l’agricoltura perde infatti nel Mezzogiorno addirittura -6,2%, mentre il Centro-Nord guadagna +0,4%; l’industria flette nel Sud del 3,3%, una perdita di due punti percentuali superiore a quella del Centro-Nord (-1,3%); i servizi segnano -0,5% al Sud contro +0,3% dell’altra ripartizione.

Divari regionali in Europa: dal 2001 al 2013 la crescita del Pil in PPA del Sud è stata pari a 1/5 di quella delle regioni deboli dei nuovi Paesi entranti dell’Est europeo – Dal 2008 al 2013 il Pil è aumentato del 3,6% nell’area dell’Euro (18 Paesi) ma con andamenti decisamente differenti a seconda delle regioni: +4,5% nelle aree più forti, le regioni della Competitività, -1,1% nelle aree più deboli, le regioni della Convergenza, cioè le aree più povere che dall’inizio del ciclo di programmazione avevano un reddito pro capite inferiore al 75% della media europea. Andamento diverso nelle stesse aree invece nel periodo pre-crisi 2001-2007: le regioni più deboli dell’Area Euro avevano mostrato segni di effettiva convergenza, crescendo del 39,6%, addirittura più delle aree forti (+31,3%). Interessante rilevare le dinamiche dei tre grandi paesi europei che ospitano molte regioni Convergenza, cioè Spagna, Germania e Italia. In Spagna negli anni 2001-2007 pre-crisi la crescita cumulata delle aree più deboli è stata superiore a quella delle aree più forti (+62,4% contro +55,4%). Successivamente, dal 2008 al 2013, la flessione delle aree della Convergenza è stata invece superiore a quella delle regioni Competitività (-5,1% contro -3,2%). In Germania si registra invece una maggiore omogeneità sia nei periodi pre e di crisi, sia a livello territoriale: dal 2001 al 2007 le aree Convergenza e Competitività tedesche sono cresciute rispettivamente del 28,2% e del 29,1%; negli anni 2008-2013, a differenza della Spagna e dell’Italia, le due aree hanno registrato un segno positivo, rispettivamente del +8,5% e del +9,7%, segno di una forte sintonia di crescita tra le regioni tedesche occidentali e i Laender orientali.

Non così in Italia, dove, nel periodo pre crisi, Sud e Centro-Nord sono cresciuti rispettivamente del 19% e del 21,8%, con una differenza di tre punti percentuali, mentre hanno rilevato andamenti divergenti negli anni 2008-2013: +0,6% il Centro-Nord, -5,1% al Sud. In generale, comunque, le asimmetrie interne alle regioni periferiche dell’Europa si sono aggravate a partire dal 2004, con l’allargamento ad Est dell’Unione; da quel momento il Sud ha sofferto in misura crescente la concorrenza del dumping fiscale e della mancanza degli obblighi valutari dei nuovi Stati membri. Da segnalare che in tredici anni, dal 2000 al 2013, l’Italia è stato il Paese che, in termini di Pil in PPA, è cresciuto meno di tutti i paesi considerati, +20,6% rispetto al +37,3% dell’area Euro a 18, addirittura meno della Grecia, che ha segnato +24% quale effetto della forte crescita negli anni pre crisi, che è riuscita ad attenuare in parte il crollo successivo. Situazione decisamente più critica al Sud, che nel 2001-2013 cresce nel periodo n questione la metà della Grecia, +13%: oltre 40 punti percentuali in meno della media delle regioni Convergenza dell’Europa a 28 (+53,6%). Industria del Sud: il crollo degli investimenti erode la base produttiva e accresce i divari di competitività –

Nel 2014 a livello nazionale il valore aggiunto del manifatturiero è diminuito dello 0,4% rispetto al 2013, quale media tra il -0,1% del Centro-Nord e il -2,7% del Sud. Un valore ben diverso dalla media della Ue a 28 (+1,6%), con la Germania a +2,1% e la Gran Bretagna a +2,8%. Complessivamente negli anni 2008-2014 il valore aggiunto del settore manifatturiero è crollato in Italia del 16,7% contro una flessione dell’Area Euro del -3,9%. A pesare, ancora una volta, soprattutto il Mezzogiorno: dal 2008 al 2014 il settore manifatturiero al Sud ha perso il 34,8% del proprio prodotto, e ha più che dimezzato gli investimenti (-59,3%). La crisi non è stata altrettanto profonda nel Centro-Nord, dove la diminuzione è stata meno della metà, -13,7% del prodotto manifatturiero e circa un terzo negli investimenti (-17%). Nel 2014 la quota del valore aggiunto manifatturiero sul Pil è stata pari al Sud all’8%, un dato ben lontano dal 17,9% del Centro – Nord e dal 20% fissato dalla Commissione europea nella nuova strategia di politica industriale. In deciso ribasso anche la capacità produttiva; rispetto ai livelli pre crisi il Sud ha perso oltre il 30%, contro il -17% del Centro-Nord e il -5% della media della Ue a 28. Tra il 2007 e il 2013 è sceso anche lo stock di capitale lordo, -7,4% al Sud, + 3,1% nel resto del Paese. Quanto agli occupati, nel 2014 gli addetti al comparto scendono dello 0,2% al Sud contro il +0% dell’altra ripartizione. Nell’intero periodo 2008-2014, comunque, la caduta dell’occupazione è stata di oltre il -20% al Sud, contro il -13,4% del Centro-Nord. In continua discesa anche la produttività del manifatturiero meridionale, sceso al 58,2% del Centro-Nord nel 2014 (nel 2000 era pari al 74,5% dell’altra ripartizione). Negative al Sud nel 2014 anche le esportazioni, -4,8%, che sono cresciute invece nel Centro-Nord (+3%). Stesse dinamiche se si osservano gli anni 2008-2014: -2,1% al Sud, +11,1% al Centro-Nord. In questo quadro pesa decisamente il crollo delle agevolazioni concesse alle imprese private: dal 2008 al 2013 sono scese al Centro-Nord del -17%, passando da 3,2 a 2,6 miliardi di euro, mentre al Sud sono sprofondate del 76%, passando da 5,5 a 1,3 miliardi di euro. Le agevolazioni alle imprese del Mezzogiorno sul totale nazionale si sono quindi dimezzate: erano il 63,5% nel 2008, sono diventate il 33,2% nel 2013. Il Sud è ormai a forte rischio di desertificazione industriale, con la conseguenza che l’assenza di risorse umane, imprenditoriali e finanziarie potrebbe impedire all’area meridionale di agganciare la possibile ripresa e trasformare la crisi ciclica in un sottosviluppo permanente. Nel 2014 occupati al Sud come nel 1977 – Il Mezzogiorno tra il 2008 ed il 2014 registra una caduta dell’occupazione del 9%, a fronte del -1,4% del Centro-Nord, oltre sei volte in più. Delle 811mila persone che in Italia hanno perso il posto di lavoro nel periodo in questione, ben 576mila sono residenti nel Mezzogiorno. Nel Sud, dunque, pur essendo presente appena il 26% degli occupati italiani si concentra il 70% delle perdite determinate dalla crisi. Nel 2014 i posti di lavoro in Italia sono cresciuti di 88.400 unità, tutti concentrati nel Centro-Nord (133mila). Il Sud, invece, ne ha persi 45mila. Il numero degli occupati nel Mezzogiorno torna così a 5,8 milioni, sotto la soglia psicologica dei 6 milioni; il livello più basso almeno dal 1977, anno da cui sono disponibili le serie storiche dell’Istat. Tornare indietro ai livelli di quasi quarant’anni fa testimonia, da un lato, il processo di crescita mai decollato, e, dall’altro, il livello di smottamento del mercato del lavoro meridionale e la modifica della geografia del lavoro. Segnali di un debole miglioramento nell’ultimo periodo: tra il primo trimestre del 2014 e quello del 2015 gli occupati sono saliti in Italia di 133mila unità, di cui 47mila al Sud e 86mila al CentroNord. In calo le persone in cerca di occupazione, scese in Italia nel primo trimestre 2015 a 3 milioni 302mila unità, 145mila in meno rispetto all’anno precedente. Donne: al Sud lavora solo una giovane su cinque – Le donne continuano a lavorare poco: nel 2014 a fronte di un tasso di occupazione femminile medio del 51% nell’Ue a 28 in età 35-64 anni, il Mezzogiorno è fermo al 20,8%.

Ancora peggio se si osserva l’occupazione delle giovani donne under 34: a fronte di una media italiana del 34% (in cui il Centro-Nord arriva al 42,3%) e di una europea a 28 del 51%, il Sud si ferma al 20,8%. Tra i 15 e i 34 anni è quindi occupata al Sud solo una donna su 5. Dal 2008 al 2014, inoltre, i posti di lavoro per le donne sono cresciute di 135mila unità al Centro-Nord, mentre sono scesi di 71mila al Sud. Quanto ai tipi di lavoro, crescono nel periodo in questione del 14% le professioni non qualificate, mentre diminuiscono del 10% le qualificate. I giovani e il lavoro: una “frattura” senza paragoni in Europa – Continua l’andamento contrapposto dell’occupazione tra i giovani e i meno giovani. I primi, under 34, hanno visto perdere in Italia dal 2008 al 2014 oltre 1 milione e 900mila posti di lavoro, pari a -27,7%; quasi il -32% al Sud. Il Sud negli anni 2008-2014 perde 622mila posti di lavoro tra gli under 34(-31,9%) e ne guadagna 239mila negli over 55. Il tasso di disoccupazione arriva nel 2014 al 12,7% in Italia, quale media tra il 9,5% del Centro-Nord e il 20,5% del Sud. Colpiti ancora i più giovani: gli under 24 nel 2014 registrano un tasso di disoccupazione del 35,5% nel Centro-Nord e quasi del 56% al Sud. In più, rispetto alla media europea a 28 del 76%, i giovani diplomati e laureati italiani presentano un tasso di occupazione di oltre 30 punti più basso, pari al 45%. Si inizia a credere che studiare non paghi più, alimentando così una spirale di impoverimento del capitale umano, determinata da emigrazione, lunga permanenza in uno stato di disoccupazione e scoraggiamento a investire nella formazione avanzata. I 3 milioni 512mila giovani Neet (Not in education, employment or training) nel 2014, sono aumentati di oltre il 25% rispetto al 2008. Di questi, quasi due milioni sono donne, e quasi due milioni sono meridionali. Anche gli stranieri iniziano a fare meno figli –

Dal 2001 al 2014 la popolazione è cresciuta a livello nazionale di circa 3,8 milioni, di cui 3,4 milioni al Centro-Nord e 389mila al Sud. In dieci anni, dal 2001 al 2014 sono migrate dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord oltre 1 milione 667mila persone, rientrate 923mila, con un saldo migratorio netto di 744mila persone, di cui 526mila under 34 e 205mila laureati.

Il tasso di fecondità al Sud è arrivato a 1,31 figli per donna, ben distanti dai 2,1 necessari a garantire la stabilità demografica, e inferiore comunque all’1,43 del Centro-Nord. Nel 2014 al Sud si sono registrate solo 174mila nascite, il valore più basso dall’Unità d’Italia; nel 1862 i nati furono 391mila, 217mila in più di oggi. Nascite in calo anche al Centro-Nord e, per la prima volta, anche nelle coppie con almeno un genitore straniero, che in precedenza avevano invece contribuito ad alimentare la ripresa della natalità nell’area. Il Sud sarà quindi interessato nei prossimi anni da un stravolgimento demografico, uno tsunami dalle conseguenze imprevedibili, destinato a perdere 4,2 milioni di abitanti nei prossimi 50 anni, a fronte di una crescita di 4,6 milioni nel Centro-Nord, arrivando così a pesare per il 27,3% sul totale nazionale a fronte dell’attuale 34,3%. Allarme povertà: una persona su tre a rischio al Sud, una su dieci al Nord – In Italia negli ultimi tre anni, dal 2011 al 2014, le famiglie assolutamente povere sono cresciute a livello nazionale di 390mila nuclei, con un incremento del 37,8% al Sud e del 34,4% al Centro-Nord. Quanto al rischio povertà, nel 2013 in Italia vi era esposto il 18% della popolazione, ma con forti differenze territoriali: 1 su 10 al Centro-Nord, 1 su 3 al Sud. La regione italiana con il più alto rischio di povertà è la Sicilia (41,8%), seguita dalla Campania (37,7%). La percentuale di famiglie in povertà assoluta sul totale delle famiglie è aumentata al Sud nel 2014 rispetto al 2011 del 2,2% (passando dal 6,4% all’8,6%) contro il +1,1% del Centro-Nord (dal 3,3% al 4,4%). Nel periodo 2011-2014 al Sud le famiglie assolutamente povere sono cresciute di oltre 190mila nuclei in entrambe le ripartizioni, passando da 511mila a 704mila al Sud e da 570mila a 766mila al Centro-Nord. A livello di reddito, guadagna meno di 12mila euro annui quasi il 62% dei meridionali, contro il 28,5% del Centro-Nord. Particolarmente pesante la situazione in Campania (quasi il 66% dei nuclei guadagna meno di 12mila euro annui), Molise (70%) e Sicilia (72%). (Fonte: Svimez)


08
Apr 15

Svimez: anche nel 2015 Renzi taglia sopratutto al Sud

 I dati sono di  uno studio della Svimez e dell’Irpet, nel corso del 2015, la spending review prevista dal governo, in percentuale sul Pil, sarà del 6,2% nel Mezzogiorno, più del doppio del calo, pari al 2,9%, del Centro-Nord. 

Nell’anno in corso, la manovra correttiva in relazione al prodotto lordo, grava sulle già fragili spalle del Sud per il 9,5%, nel Centro Nord per il 6%. 

Secondo i vertici della Svimez: «In questo modo la spending review non riduce gli effettivi sprechi ma determina un crollo generalizzato di investimenti pubblici e di incentivi alle imprese».

Tale processo tuttavia è coerente con l’andamento degli anni precedenti e dei governi che hanno preceduto quello attuale. Ad esempio nel triennio 2013-2015, il Mezzogiorno ha subìto tagli alla spesa doppi rispetto al Centro-Nord. i del Consiglio, ma la scelta di penalizzare le aree deboli del Paese resta sempre inalterata. Guardiamo ciò che è avvenuto nel 2013: le minori spese hanno inciso sul Pil italiano per il 2,7%, che, però, significa meno 2,2% nelle regioni centrali e settentrionali e meno 4,5% in quelle meridionali. Stessa performance nel 2014: al Centro-Nord meno 2,8%, al Sud meno 5,5%. Peraltro, la spending review penalizza il Mezzogiorno soprattutto per quanto riguarda gli investimenti pubblici, la componente di spesa più colpita, contraendo così ulteriormente la domanda necessaria a stimolare la ripresa dell’economia meridionale. La Infatti, secondo uno studio della Svimez e dell’Irpet, nel 2015, il taglio della spesa pubblica, in percentuale sul Pil, sarà del 6,2% nel Mezzogiorno, più del doppio del calo, pari al 2,9%, del Centro-Nord. Nell’anno in corso, la manovra correttiva in rapporto al prodotto lordo, pesa nel Mezzogiorno per il 9,5%, nel Centro Nord per il 6%. «In questo modo la spending review non riduce gli effettivi sprechi ma determina un crollo generalizzato di investimenti pubblici e di incentivi alle imprese» sostengono all’unisono il presidente e il direttore della Svimez, Adriano Giannola e Riccardo Padovani. Se nell’anno in corso il trend è molto negativo per il Sud, non è certo andata meglio in quelli precedenti: infatti, nel corso del triennio 2013-2015, il Mezzogiorno ha subìto tagli alla spesa doppi rispetto al Centro-Nord. 

Se analizziamo quanto ha inciso la minora spesa pubblica sul prodotto interno (e quindi la ricchezza ) delle macro aree nel corso del 2013 ci accorgiamo di un meno 2,2% nelle regioni centrali e settentrionali e meno 4,5% in quelle meridionali. Stesso andamento nel 2014: al Centro-Nord meno 2,8%, al Sud meno 5,5%. Meno investimenti pubblici che hanno un effetto negativo sulla spesa in conto capitale che ha fatto registrare al Sud riduzioni da due a tre volte in più rispetto al Centro-Nord.

In un decennio i cittadini del Sud sono passati dal ricevere quasi 800 euro (2001) a 334 euro attuali. Andamento diverso al Centro/Nord dove si è passato dai 99 pro capite delle aree sottoutilizzate agli 85 attuali.

Sono le imprese pubbliche nazionali ad investire meno al Sud. Nel 2012 ad esempio queste ultime investivano al Sud con una spesa pari a 215 euro pro capite, contro i 318 del Centro-Nord. 

Intanto la disoccupazione al Sud aumenta e con essa l’emigrazione a dimostrazione del fatto che senza un intervento pubblico serio e non clientelare, la desertificazione industriale e sociale di una parte del Paese prosegue.


13
Mar 15

Svimez: ecco come l’attuale politica economica sta aggravando la depressione nel Mezzogiorno

In Italia il sistema dei trasferimenti dallo Stato ai Comuni delle regioni a statuto ordinario non riduce ma accresce il divario tra ricchi e poveri: in base a simulazioni SVIMEZ sugli schemi proposti da Luca Antonini e Piero Giarda, nel 2013 ai comuni del Centro-Nord è stato trasferito rispettivamente il 25% e quasi il 300% in più del fabbisogno teorico standard, mentre ai comuni meridionali è arrivato soltanto il 53,5% di quanto ipotizzato. È quanto emerge dallo studio “La finanza dei Comuni nel disegno di legge di stabilità 2015 e i principi della Costituzione” di Federico Pica e Fabrizio Greggi pubblicato sulla “Rivista economica del Mezzogiorno”, trimestrale della SVIMEZ.

Fondo di solidarietà comunale tagliato del 25,5% ma pressione fiscale più alta al Sud del 46,7% rispetto al resto del Paese – Nella Legge di stabilità 2015 il Fondo di solidarietà comunale, istituito dal D.Lgs 23/2011 in attuazione della legge delega sul federalismo fiscale con l’obiettivo di prelevare dai Comuni risorse prestabilite in base ai fabbisogni standard e ridistribuirle soprattutto ai territori con minore capacità fiscale, è stato tagliato del 25,5% rispetto all’anno precedente, passando da 4,6 miliardi di euro a 3,4. A fronte di questi ennesimi tagli, in base agli ultimi dati disponibili relativi al 2013, per fare cassa, i Comuni del Mezzogiorno hanno aumentato ancora la pressione fiscale (intesa come rapporto tra imposte e reddito), arrivata al 2,48% nel Sud contro l’1,69% del Centro-Nord, pari al 46,7% in più. In altri termini, ad esempio, due famiglie italiane con un reddito di 20mila euro annui, ma residenti una al Sud e l’altra al Centro-Nord, pagheranno importi decisamente diversi di imposte comunali: 496 euro la prima, 338 euro la seconda.

Trasferimenti “sperequativi”: con lo “schema Antonini” ai comuni del Sud solo il 54% del fabbisogno standard, al Centro-Nord +25% – In base allo “schema Antonini”, nel 2013, per garantire un livello standard di servizi in tutti i comuni italiani, avendo come benchmark i comuni veneti, occorrerebbero 591 euro pro capite. Nel 2013 però ogni cittadino del Centro-Nord ha versato nelle casse del suo comune di residenza 428 euro e ogni cittadino del Mezzogiorno 184 euro in meno, cioé 244 euro. Di conseguenza, in base allo “schema Antonini”, per raggiungere i 591 euro pro capite lo Stato avrebbe dovuto trasferire per ogni cittadino 163 euro al Centro-Nord e 347 euro al Sud.

In realtà, nel Centro-Nord nel 2013 sono stati erogati 203 euro pro capite, il 25% in più del dovuto, mentre al Sud solo 187, cioè soltanto il 54% di quanto ipotizzato. Tutto questo con forti differenze regionali: in Emilia Romagna, ad esempio, anziché 141 euro pro capite ne sono arrivati 228, il 62% in più del fabbisogno standard, e lo stesso nel Lazio (269 euro invece dei 168 dovuti, +60%). Fra le altre regioni del Centro-Nord, mentre Piemonte e Veneto ottengono all’incirca quanto dovuto, Liguria e Toscana incassano il 10% in più (rispettivamente 220 euro anziché 200 e 199 euro invece di 181) e la Lombardia il 48% in più (171 euro invece di 115). Non raggiungerebbero la quota standard soltanto Umbria (211 euro su 261) e Marche (156 euro invece di 228, oltre il 30% in meno).

Situazione decisamente peggiore nel Mezzogiorno. Tranne infatti l’Abruzzo, che con 305 euro pro capite su 276 ottiene il 10% in più di quanto dovuto, va male per le altre regioni meridionali: con 233 euro trasferiti su 346 la Basilicata incassa solo il 67% di quanto dovuto, seguita dal Molise (185 euro su 309, pari a -40%). Trasferimenti dimezzati anche per la Calabria (184 euro trasferiti su 361) e la Puglia (179 euro su 353). La Campania, con soli 162 euro pro capite trasferiti ottiene il 65% in meno di quanto sarebbe necessario per coprire il fabbisogno, cioè 356 euro.

Trasferimenti “sperequativi”: con il “modello Giarda” ai comuni del Sud -47% del livello standard ipotizzato, al Centro-Nord + 278% – Numeri e risultati molto simili anche nell’altra simulazione basata sul “modello Giarda”. In base infatti a questo calcolo nel 2013, per garantire un livello standard di servizi in tutti i comuni italiani, avendo come benchmark questa volta i comuni della regione Lombardia, il fabbisogno pro capite per cittadino dovrebbe essere pari a 727 euro. In base a questi calcoli i trasferimenti dallo Stato ai comuni del Centro-Nord avrebbero dovuto essere pari a 73 euro pro capite e nel Sud a 354 euro. In realtà, come ricordato, a ogni cittadino del Centro-Nord sono stati trasferiti 203 euro, un importo quasi tre volte maggiore dei 73 euro ipotizzati; al Sud, invece, sono arrivati nel 2013 187 euro pro capite, cioè soltanto il 53% di quanto dovuto. Il “modello Giarda” conferma completamente le dinamiche emerse dall’applicazione dello “schema Antonini”: a essere particolarmente avvantaggiati sono anche in questo caso i comuni del Lazio (269 euro pro capite contro gli 81 dovuti, +334% rispetto al fabbisogno standard) e dell’Emilia Romagna, che addirittura ottiene un importo quasi sei volte superiore (228 euro invece di 40, +575%). Ai comuni del Piemonte sono stati erogati 203 euro pro capite invece di 129 (+158%), alla Liguria + 169%, al Veneto + 189% e quasi il doppio del dovuto anche per la Toscana (199 euro invece di 100). In Umbria e nelle Marche cifre di poco inferiori a quanto previsto (211 euro su 223 e 156 su 173). Anche in questo caso nel Sud la situazione è decisamente diversa. Eccezione fatta per l’Abruzzo, che ha ottenuto 305 euro invece dei 246 dovuti, con una maggiorazione del +124%, la Basilicata ha incassato soltanto 233 euro su 353 (-44%), il Molise 185 euro su 296 (-48%). Praticamente dimezzati i trasferimenti per la Puglia e la Calabria (-51%), mentre anche in questo caso alla Campania sono andati soltanto 162 euro pro capite dei 369 dovuti, con uno scarto del 66%. (Fonte Svimez)

Tutto ciò in barba allegramente all’articolo 119 della Costituzione che  istituisce un Fondo perequativo per i territori con minore capacità fiscale per abitante, con la funzione di compensare, con i trasferimenti, la minor capacità fiscale delle aree più svantaggiate del Paese, sia al Nord che al Sud.


04
Mar 15

Svimez: utilizzare i cassintegrati per il recupero delle aree portuali del Sud

L’idea e la proposta sono della Svimez: utilizzare i cassintegrati in deroga del settore edile per il recupero delle aree  aree industriali retroportuali di Napoli, Salerno, Catania, Taranto, Messina, Termoli, Torre Annunziata e Gioia Tauro attraverso opere di bonifica degli edifici dimessi, costruzione di infrastrutture, filiere e servizi logistici ad alto valore aggiunto che aumentino il valore delle merci in transito generando ricchezza. Un’operazione che costerebbe alle casse dello Stato, secondo stime SVIMEZ, da 1 a 3 miliardi di euro, con un rientro pari al doppio del costo dell’investimento.

Magazzinaggio, assemblaggio, controllo qualità, etichettatura, confezionamento, imballaggio, in parole semplici logistica un settore che incide sul totale del Pil, in paesi come la Cina ad esempio, per il 10%.

Cifre importanti che determinano anche il costo dei prodotti e che potrebbero trasformare i porti del Sud, come avviene già in altri settori, in luoghi geograficamente strategici vista la posizione al centro delle direttrici internazionali tra l’Europa e l’Africa, e tra il Mediterraneo e l’Estremo Oriente dove una politica che incentivi le imprese delle costruzioni ad assumere cassaintegrati permetterebbe di valorizzare professionalità temporaneamente “ferme” inserendole in un contesto produttivo potenzialmente strategico, offrendo prezzi competitivi. Recuperando allo stesso tempo aree urbane che versano in stato di abbandono.

Meno assistenzialismo, più investimenti per creare opportunità reali.


06
Dic 14

Viesti: il Sud è “cornuto e mazziato”; ovvero del paradosso per cui più sei povero e più tasse paghi

Immagine La Repubblica

Interessantissimo articolo del professor Gianfranco Viesti apparso oggi sul quotidiano napoletano “Il Mattino”, sulla crisi economica del Mezzogiorno.

Un Mezzogiorno che per Viesti è “cornuto e mazziato” perchè tacciato d’essere l’unico responsabile delle proprie sventure, che, invece pure sono figlie di scelte politico economico dei governi che si sono succeduti nel tempo a livello nazionale

Se è vero come è vero che, come afferma Viesti, gran parte della crisi dell’economia meridionale deriva dalla scarsa capacità di esportazione incapace di compensare al calo della domanda interna, è altrettanto vero che un ruolo fondamentale in tutto ciò hanno giocato politiche sbagliate.

Il docente pugliese spiega molto bene le ragioni: in Italia la redistribuzione del reddito (grazie alla progressività delle tasse secondo cui, chi più ha, più versa) tra i cittadini è affidata all’intervento dello Stato. In teoria le regioni più povere versano meno tasse di quelle più ricche ma ricevono dal bilancio dello Stato più spesa del gettito fiscale che conferiscono. Tale differenza si chiama “residuo fiscale”. Ciò per permettere a chi guadagna 0, ad esempio, di ricevere comunque l’assistenza sanitaria gratuita.

Quanto più le regioni povere guadagnano in termini di ricchezza (e quindi pagano più tasse), tanto più il residuo fiscale si riduce. Questo in teoria, in uno Stato che funziona senza eccezioni.

In Italia, infatti, dopo  2010 ciò non avviene più provocando dei paradossi che generano povertà sempre maggiore. Secondo i dati della Banca d’Italia, infatti, dal 2012 (ultimo anno di cui si ha disponibilità del dato) la spesa pubblica per il Mezzogiorno si è ridotta drasticamente, passando da 60 a 44 miliardi, nonostante non sia aumentata la ricchezza procapite. Mentre tale spesa diminuiva, aumentava , contemporaneamente (ed ovviamente) la pressione fiscale, proprio nelle aree più povere del Paese (da qualche parte il denaro doveva pur arrivare per mandare avanti la baracca, quanto meno per l’essenziale) e proprio sulle spalle dei contribuenti meridionali. Anche la Corte dei Conti ha certificato, infatti, un aumento della pressione fiscale degli enti locali, nel 2011-12,  del Sud, che ha prodotto un incremento del gettito fiscale annuale dell 1,7%, mentre le entrate fiscali al Nord sono rimaste stabili.

Per quanto riguarda la spesa pubblica corrente per il biennio 2011-12, secondo Viesti, ad esempio, per il settore della sanità a fronte di una diminuzione percentuale della spesa pari a 2.9 al Centro Nord, abbiamo avuto una diminuzione del 6,7% per il Sud. La spesa per l’istruzione? – 8,1% per il Nord, -14,6% per il Sud.

E vogliamo parlare della spesa per i dipendenti pubblici (alla faccia dei soliti luoghi comuni)? Per il Nord c’è stato un incremento della spesa del 3,7% per il Sud la diminuzione è stata del 9,6% (ma come, non era il Sud sprecone pieno di dipendenti pubblici?).
Mancano i dati 2013/2014.
Anche il quadro della spesa in conto capitale segue il medesimo andamento con un taglio annuale nel triennio 2010-12 di 11,8 punti percentuali per il Sud a fronte di una diminuzione del 10% al Nord.
Anche in questo caso mancano i dati degli anni in corso ma non sono cambiate le politiche dei governi che si sono succeduti nel frattempo, anzi.
Viesti conclude con un dato ancor più paradossale:
“il rapporto fra gettito fiscale e Pil è ormai nel Mezzogiorno ad un livello prossimo di quello del Centro Nord, cosa che non dovrebbe essere, dato che al Sud il livello del reddito è molto più basso e la tassazione sugli individui dovrebbe essere progressiva”
Di chi è la colpa? Il professore l’attribuisce fondamentalmente alla latitanza di una classe politica meridionale capace di fare gli interventi dei cittadini del Sud
Ed una chiosa che sa di sentenza:
“Ma che si abbia diffusa conoscenza del fatto che in Italia il Mezzogiorno sta tirando la cinghia molto più del resto del Paese, è davvero il minimo sindacale da pretendere.”