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17
feb 15

Cento milioni di euro di danni all’agroalimentare campano, chi ci ha guadagnato?

Raccontavo proprio ieri, dati Eurispes alla mano, del boom delle agromafie nostrane che hanno macinato utili, nel 2014, nonostante la profonda crisi economica a dimostrazione del fatto che in Italia il settore agroalimentare è strategico e, in particolare, è una delle due gambe su cui si muove, insieme al Turismo, l’economia della Campania (o almeno era).

Lo era perchè nonostante i suoi 500mila ettari di superficie agricola (come Catalogna e Puglia), il comparto dell’agroalimentare campano ha subito, negli ultimi anni, un danno economico di oltre cento milioni di euro.

Dalla mozzarella ai pomodori, passando per le cipolle ed il caffè, un intero settore è stato messo alla berlina da una serie di scandali e da azioni mediatiche (secondo qualcuno create a tavolino) che gli hanno sottratto importantissime fette di mercato. Basta l’immagine, virale sui social network, di un limone malformato perchè affetto da un comunissimo parassita, a paventare, anche quando non occorre, l’incubo incombente sulla salute, proveniente dalla Terra dei Fuochi e a suscitare la psicosi del consumatore che, con le sue scelte, filtrate da una comunicazione artefatta, manda al macero prodotti sicuri e mette in ginocchio aziende sane.

Se ne è occupato ieri Luciano Pignataro dalle pagine de Il Mattino mettendo in evidenza un episodio emblematico:

Esemplare la vicenda di Gaia, principale azienda produttrice di Cipolle di Montoro in provincia di Avellino, un territorio a oltre 60 chilometri dall’area a rischio, esportatrice in Germania di prodotti bio di quarta gamma. Ebbene i tedeschi hanno bloccato la vendita e sottoposto la merce a nuove analisi, a spese dell’azienda. «I risultati -spiega il propietario Nicola Barbato – sono stati di assoluta sicurezza per la salute e abbiamo ripreso ad esportare».
Ma anche quei 5000 euro spesi per fare le analisi rientrano nei danno subiti dal nostro sistema agroalimentare.

 

Dalle successive inchieste gastronomicamente psicodrammatiche sul caffè napoletano che faceva schifo, passando per la pizza cotta nel forno a legna e quindi cancerogena, un carosello di allarmismo ingiustificato che, accostato a quello della Terra dei Fuochi, ha dato un ulteriore mazzata al comparto agroalimentare campano. L’ultimo caso quello di due settimane fa:

in una trasmissione di Rai Due si parlava di brucellosi con una mozzarella
in studio omettendo di dire che il livello di incidenza di questa malattia in Campania è sotto la media nazionale e che, soprattutto, non c’entra nulla con il latticino perché per produrlo bisogna riscaldare il latte a una temperatura in cui tutti i batteri muoiono.

 

Disinformazione (in malafede?) che, lo ripeto, ha provocato un danno economico alla regione di 100 milioni di euro. Ma il mercato globale è liquido, quei soldi sono andati a finire certamente da un altra parte. Chi si è arricchito? Sempre Luciano Pignataro scrive che il vuoto lasciato dall’agroalimentare campano è stato colmato dalle:

aziende di pomodori del Nord, multinazionali che hanno vantaggio dalla difficoltà della dop nonostante che le uniche mozzarelle sequestrate siano state quelle blu riconducibili alla Granarolo. Per non parlare dei mediatori di ortofrutta che hanno fatto «girare» i prodotti campani dal Lazio e dalla Puglia. Nel frattempo nasce il marchio Mozzarella Stg sostenuto da Zaia e molti hanno iniziato a riconvertire gli allevamenti
da bovini in bufalini.

 

Se poi a tutto ciò aggiungiamo i dati sulle agromafie che, a differenza del saldo negativo campano, non hanno registrato alcun segno meno, beh il quadro appare ancora più inquietante. O, probabilmente, esplicativo.


14
feb 15

Risolvere il problema nella Terra dei Fuochi? Acquistate altre dieci, cento, Carditello

Esercito? Droni? Milioni di euro spostati dalla Terra dei Fuochi all’Expo? La soluzione al dramma dell’area a Nord della Campania è semplice e proviene direttamente dalla mano lorda di sangue e rifiuti tossici della camorra.

La notizia è di questi giorni, nuove (le prime qualche mese fa) minacce, inviate a Il Mattino, all’ex Ministro Massimo Bray, un deputato meridionale, salentino per la precisione, che faceva il Ministro dei Beni Culturali nel Governo Letta. Un uomo che senza scendere a compromessi con nessuno fece quello che lo Stato avrebbe dovuto fare, riprendersi la Reggia di Carditello nella piena disponibilità della criminalità organizzata, dal dì che, come scrive Gian Antonio Stella dopo l’Unità d’Italia nel bottino del re Vittorio Emanuele II, che già aveva le sue tenute dove sfogare la passione venatoria a Venaria e a San Rossore, la reggia agreste fu affidata perché se ne occupasse all’allora capo della camorra locale. Il primo di tanti errori e tante scelleratezze. Che importava, ai Savoia, di quella meravigliosa proprietà terriera.

Fino a quando, affascinato dall’Angelo di Carditello, la buonanima di Tommaso (e da associazioni che parlavano di Carditello quando gran parte degli intellettualoidi radical chic credeva si trattasse di un liquore aromatico e di un capriccio da “suddisti bobbonici”)che se ne prendeva cura a gratis, come sovente accade da queste parti, tra la gente che ama visceralmente la propria terra e non fa notizia e che cerca di supplire alle carenze dello stato (nonostante gli stereotipi diffusi a certe latitudini forse per spostare l’attenzione da affari oggetto delle cronache giudiziarie, chissà) un ex ministro dei Beni Culturali, Massimo Bray, in punta di piedi decise di riacquistarla e toglierla alla disponibilità di quella vasta congerie di individui che ne disponevano un pò come volevano. Rispettando, la vasta congerie, se vogliamo, proprio il primo affido fatto da Vittorio Emanuele II. Un monnezzaio per i comodi altrui, proprio come hanno fatto con la Terra dei Fuochi nei cui confini, ironia della sorte, Carditello si ritrova.

Come diceva Raffaele del Giudice in “a Biutiful Cauntri” , riferendosi alla provincia di Caserta: hanno reso questo posto un posto di merda, senza un museo, un cinema, un centro d’aggregazione, un centro culturale, una università, coscientemente. Perchè altrimenti non avrebbero potuto interrarci monnezza tossica proveniente da ovunque e trasformarlo nella pattumiera d’Italia. Carditello ha dimostrato che lo Stato può togliere, concretamente, terreno alla camorra e restituire esperienze di “bello” alla popolazione.

Al di là della retorica Bray ha rimesso un presidio dello Stato in un’area che evidentemente è cruciale per gli interessi malavitosi, per questo motivo, la seconda tranche di minacce che forniscono la risposta a come risolvere il problema della Terra dei Fuochi e della criminalità organizzata diventata sistema: creare luoghi d’arte, di interesse pubblico, di “presenza” fisica dello Stato. Sempre che quest’ultimo abbia interesse a farlo visto che Bray è stato rimosso dal tandem Renzi/Delrio che ha pure spostato a Milano i soldi destinati alle aree interessate.

C’ero anche io, un anno e mezzo fa, a Carditello anche per ringraziare Bray, che quel giorno sembrava Luigi Necco quando faceva i collegamenti dal San Paolo negli anni di Maradona, con gente intorno che lo acclamava. Credetemi, c’era tanta, tanta gente quel giorno, come da chissà quanto tempo la piccola reggia non la vedeva. Altro che omertosa. Era lì. Presente e sfrontata.

L’acquisto di Carditello ha dimostrato a loro (e alla camorra che controlla il territorio con logiche e direttive colonialiste, seguendo logiche proprie ed altrui) che non meritano solo monnezza e tumori,e che possono aspirare al bello, ai luoghi dell’arte e a briciole di sviluppo e turismo. L’Armageddon dell’interramento dei rifiuti tossici, mettetevelo in testa, è iniziato con la crisi dell’agricoltura in Terra di Lavoro che ha eliminato le sentinelle di controllo fisico del territorio ed ha costretto tanti a “concedere”, consapevolmente o inconsapevolmente” terreni ai signori delle ecomafie.

Volete risolvere il dramma della Terra dei Fuochi? Acquistate altre cento Carditello.

PS: nel frattempo già dopo le prime minacce, Massimo Bray è finito sotto scorta, pur non avendo scritto alcun best seller di successo o sceneggiato serie televisive di grido. Solo per aver fatto il proprio dovere ed aver restituito brandelli di dignità ad un territorio.


05
feb 15

M5S: i soldi per il pattugliamento della Terra dei Fuochi dirottati sull’Expo

Diciamolo con franchezza, a tanti, me compreso, la cosa dell’esercito che veniva a pattugliate la terra dei fuochi è apparsa sempre come enorme idiozia non in grado di risolvere il problema. Ed infatti, dando ragione a tutti i critici,  i roghi sono continuati, poco disturbati.

La solita misura emergenziale per risolvere con superficialità le criticità del Mezzogiorno, da sempre: inviare l’esercito. Facite ammujna.

Anche il governo evidentemente si è accorto che si trattava di un provvedimento inefficace ed infatti, secondo quanto riferisce una nota del Movimento 5 Stelle, ha deciso di spostare quelle risorse economiche previste per il pattugliamento, verso l’Expo.

Ecco cosa scrivono i deputati pentastellati:

«Dei 10 milioni di euro stanziati per il 2015 per la Terra dei fuochi ben 9,7 milioni di euro vengono dirottati altrove. Noi non siamo contrari a che eventi a rischio terrorismo come l’Expo 2015 godano del servizio di vigilanza straordinario delle nostre Forze Armate, ma chiediamo che questo non avvenga a discapito delle operazioni di contrasto della criminalità organizzata in Campania. Per questo – proseguono i parlamentari – avevamo proposto di finanziare la nuova operazione attingendo risorse dai fondi destinati alle missioni militari internazionali, ma la nostra proposta emendativa non è stata neanche presa in considerazione». I deputati M5S ricordano come la Commissione Difesa «a larga maggioranza ha approvato una risoluzione che chiede al governo di sperimentare forme di pattugliamento della Terra dei Fuochi più moderne ed efficaci, come quelle con l’ausilio dei droni. Con il Milleproroghe si toglie ogni riserva finanziaria per questa sperimentazione, di fatto rinviandola al 2016. Riteniamo questo un fatto grave e un regalo indiretto alla camorra»

La cosa del pattugliamento affidato ai droni appare come l’ennesima “supercazzola” che lascia intatto il problema. Nelle più classiche delle soluzioni all’italiana. Non riescono a controllare il territorio con esseri umani figuriamoci coi droni…

Jatevenne..


18
gen 15

Paola Dama, Terra dei Fuochi: oltre il 60% dei suoli inquinato? Falso, ecco perchè.

Paola Dama, Dottore di ricerca in oncologia molecolare presso la Ohio State University, che da tempo, come sostiene, si occupa di corretta informazione sul tema della Terra dei Fuochi, in queste ore sta contestando un’anticipazione di Fanpage sui risultati delle analisi dei terreni tra Acerra e Caivano.

Scrive la ricercatrice, contestando la testata online:

Terra dei fuochi: i risultati delle analisi. Ad Acerra e Caivano oltre il 60% dei suoli è inquinato

In merito a questo titolo, ancora una volta ci troviamo a smentire l’ennesimo tentativo di disinformazione.
Premesso che ancora oggi, pur in presenza di una chiara e definitiva sentenza di Cassazione, si pretende di classificare dei terreni agricoli sulla base del superamento o meno delle CSC (concentrazione soglia di contaminazione),mancando la definizione dei valori di fondo (es. berillio o zinco). Il superamento delle CSC non significa che un suolo è contaminato, un suolo è contaminato solo se supera la concentrazione soglia di rischio CSR.

Si manipolano i numeri in modo vergognoso travisando la realtà e lanciando la notizia che “il 66% dei terreni di Caivano e l’87% di quelli di Acerra sarebbero “inquinati”.
Bene, intanto, i terreni controllati dal comitato tecnico ministeriale, sono i 64 ettari delle classi 3, 4 e 5 individuati e riportati sulla GU n. 75 del 31/03/2014. In queste classi, ricadono circa 16 ettari di Acerra ed 8 di Caivano.
Dando per buone le percentuali comunicate, staremmo parlando di circa 14 ettari ad Acerra e circa 6 ettari di Caivano, vale a dire lo 0,40% della superficie agricola di Acerra e l’1% di quella di Caivano. La matematica non è una opinione.

Anche in questo caso, probabilmente la verità è nel mezzo. Intanto, mentre il dibattito prosegue, ci sono due certezze: le bonifiche non sono partite ed i roghi tossici continuano. Amen.


06
gen 15

Terra dei Fuochi. Paola Dama: Gigi d’Alessio non aveva torto.

Immagino adesso di attirarmi gli strali della maggioranza dei lettori, ma mi ha colpito un intervento di Paola Dama, dottore di ricerca in oncologia molecolare presso the Ohio University, che da tempo si occupa, come lei stessa scrive, di corretta informazione sul fenomeno della Terra dei Fuochi.

Nella polemica scoppiata nei giorni scorsi con Gigi d’Alessio, la ricercatrice spiega perchè il cantante in realtà aveva ragione. Ecco cosa ha pubblicato sul proprio profilo Facebook:

Il contenuto delle affermazioni fatte dal cantante, che ha un notevole seguito anche al di fuori della Campania, forse può destare ancora incredulità nelle persone sfiduciate e/o convinte che sia in atto un biocidio ed un disastro irreversibile, ma secondo noi la questione principale è nel dover usare metodi poco ortodossi o personaggi noti per veicolare una informazione che è sostanzialmente corretta: “solo l’1% dei terreni della Campania sono contaminati”. In realtà, è addirittura assai di meno: infatti dei terreni non urbanizzati degli 88 comuni cui si è dedicato il Gruppo di Lavoro voluto a tale scopo dal Ministero dell’Agricoltura, una volta definiti i 64 ettari classe 3, 4 e 5, è partita la campagna di analisi sui terreni che presentano non necessariamente una “contaminazione”, ma dei superamenti dei livelli soglia per alcune sostanze, alcune delle quali naturali nei nostri terreni, oppure segni di rimaneggiamento superficiale che richiedono approfondimenti investigativi.

Gigi D’Alessio ha solo fatto riferimento alle conclusioni dello studio suddetto, commissionato sulla mappatura delle aree a rischio, la cui relazione finale -per la prima volta- non è stata scritta nelle stanze di un Ministero, ma in maniera partecipata da un GdL composto da: AGEA, ARPAC, CRA, ISPRA, ISS I Ministeri: Agricoltura, Salute, Ambiente, Sviluppo Economico, Le Regioni: Campania, Emilia‐Romagna, Lombardia, Piemonte, Puglia Università di Napoli, dopo avere esaminato tutte le documentazioni ufficiali esistenti, comprese quelle giudiziarie.
La Task Force Pandora, oramai quasi ad un anno dal suo debutto a Città della Scienza lo scorso 8 gennaio del 2014, ha scritto e fornito documenti referenziati e dati disponibili sul sito www.taskforcepandora.com dove spiega in un apposita nota (http://goo.gl/t0AtoV), basandosi sui medesimi documenti e sull’analisi scientifica degli stessi, ricordando che sono tutti pubblici e anche pubblicati nel web da tempo. In più, Pandora ha avuto accesso, oltre ai dati pubblici appena ricordati, anche ad altre analisi specifiche sui prodotti ortofrutticoli, sia freschi che confezionati, analisi fornite dagli stessi agricoltori che da tempo provvedono a sottoporre i loro prodotti a controllo in laboratori riconosciuti a livello comunitario ed anche extra comunitario. E’ il caso di sottolineare che il comparto agroalimentare campano è esportatore, da decenni, dei propri prodotti di eccellenza, ed in ambito europeo è consentita la libera circolazione anche degli alimenti se e solo se rientrano tra i parametri di igiene e sicurezza alimentare stabiliti dall’Unione Europea, estremamente rigidi e continuamente aggiornati da apposite commissioni internazionali di scienziati.

Il comparto agro-alimentare campano ha subito danni ingentissimi da uno scellerato accanimento mediatico causato da una campagna di informazione approssimativa, spesso ingiustificatamente allarmistica, che ha prodotto una drammatica caduta dei consumi dei prodotti ortofrutticoli. Il recente intervento della Corte di Cassazione sul significato delle “soglie di contaminazione”, che non sono limiti ma solo indici per procedere all’analisi del rischio sanitario, segna finalmente un passo avanti verso la verità già nota da almeno 2 anni sull’assenza di rischio sanitario dei prodotti ortofrutticoli campani, oscurata dalla campagna stampa e dalle informazioni distorte che l’hanno causata.
E’ noto a tutti l’ingente investimento della Regione Campania per ripristinare una immagine di Campania Felix soffocata dall’ aver dato spazio e voce a gente incompetente privi di credibilità scientifica (sempre accertabile in modo obbiettivo sulla rete) che ha usato in maniera sconsiderata la percezione della popolazione che vede nella perdita dei propri cari solo i nefasti effetti di anni di attività illecite di rifiuti.
Ribadiamo che gli eventuali rischi per la salute potrebbero essere, o peggio ancora essere stati a nostra insaputa altrove, specie per gli episodi tumorali che come noto richiedono tempi lunghi di azione: e questo non ci pare sia una cosa molto tranquillizzante, anzi come cittadini dovremmo sentirci anche più preoccupati. Alcuni (troppi) hanno sostenuto o sostengono che evitando i prodotti della nostra Terra si riduca il rischio di ammalarsi di cancro, tacendo ed inducendoci ad ignorare che molti fattori cancerogeni o comunque nocivi ritenuti presenti sulle verdure ed ortaggi possono solo ricadervi dall’aria, l’aria della ‪#‎terradeifuochi‬ quella stessa aria che respiriamo ogni giorno, perché -come anche il Prof Veronesi ha detto più volte- le piante hanno dei potentissimi filtri naturali nelle radici che impedisce l’assorbimento delle sostanze tossiche per l’uomo, che sono tossiche anche per gli esseri viventi in genere.

Paola Dama pubblica anche costantemente immagini dei prodotti campani che mangia, provenienti proprio dalla famigerata Terra dei Fuochi.

Chi avrà ragione? Quel che è certo è che i roghi continuano e le bonifiche non sono ancora iniziate.


02
gen 15

Legambiente: ecco tutte le rotte verso la Terra dei Fuochi

Le dichiarazioni di Gigi d’Alessio nel corso del concerto di Capodanno in diretta da Napoli, a proposito dell’esistenza della Terra dei Fuochi, ha suscitato molte polemiche.

La Terra dei Fuochi esiste in Campania, come anche in molti altre regioni italiane, da Nord a Sud, come ho sempre documentato in questo blog. Ora senza ritornare in inutili allarmismi e generalizzazioni ingiustificate che servono solo a speculare sulle eccellenze enogastronomiche italiane, vale comunque la pena di ricordare le risultanze di un recente dossier di Legambiente.

Dal 1991 al 2013 sono state censite ben 82 inchieste per traffico di rifiuti che hanno incanalato veleni da ogni parte d’Italia per seppellirli direttamente nelle discariche legali e illegali della Terra dei Fuochi, gestite della criminalità organizzata casertana e napoletana; inchieste concluse con 915 ordinanze di custodia cautelare, 1.806 denunce, coinvolgendo ben 443 aziende: la stragrande maggioranza di queste ultime con sede sociale al centro e al nord Italia.
In questo quarto di secolo lungo le rotte dei traffici illeciti è viaggiato di tutto: scorie derivanti dalla metallurgia termica dell’alluminio, polveri di abbattimento fumi, morchia di verniciatura, reflui liquidi contaminati da metalli pesanti, amianto, terre inquinate provenienti da attività di bonifica. E ancora rifiuti prodotti da società o impianti, noti nel panorama nazionale, come quelli di petrolchimici storici del nostro Paese: i veleni dell’Acna di Cengio, i residui dell’ex Enichem di Priolo, i fanghi conciari della zona di Santa Croce. In ventidue anni sono stati smaltiti nella Terra dei Fuochi, tra la provincia di Napoli e di Caserta (Fonte Legambiente).

Qui è possibile scaricare il dossier completo.


27
nov 14

Così un’azienda piemontese sversava rifiuti nel Sannio secondo la Procura di Napoli

Ancora per ribardire che la civiltà e legalità non hanno alcuna base geografica, razziale od etnica e che un sistema fatto di imprese (nella maggior parte dei casi del Nord), politici (del Sud) e autotrasportatori compiacenti (di ovunque) riesce ad inquinare in sordina mezza Italia. Davanti a certi tipi di business non ci sono mai state ipotesi di secessione e l’Italia è sempre stata unita (ancora ricordo le parole di Fabrizio Rondolino che invitava i campani a ripulire la terra dei fuochi a proprie spese, ignorando la provenienza dei rifiuti)

La storia che le cronache riportano alla ribalta oggi, raccontano della piemontese Accornero srl (che si occupava di estrazione di minerali, produzione e successiva commercializzazione di sabbie silicie) che, secondo le indagini della Procura della Repubblica di Napoli, per anni avrebberp sversato abusivamente rifiuti speciali, derivanti dalla lavorazione di minerali estratti, all’interno di terreni di privati, in una ex Cava e, da ultimo, nella miniera di Castelpagano, nel Sannio. Rifiuti provenienti da uno stabilimento che la stessa azienda aveva in Molise. Tutto ciò è stato reso possibile grazie a funzionari pubblici infedeli e ad autotrasportatori compiacenti.

Le indagini, articolatesi lungo l’arco di oltre un anno, hanno posto in evidenza come l’azienda, dopo aver svolto la lavorazione dei minerali estratti presso lo stabilimento industriale di località Escamare di Riccia, in provincia di Campobasso, provvedeva far trasferire i rifiuti speciali, derivanti dal processo produttivo, sversandoli abusivamente nel territorio beneventano sia presso terreni di privati, sia presso una ex Cava e, da ultimo, presso la miniera di Castelpagano, in violazione della normativa concernente la tracciabilità dei rifiuti. Omettendo anche di procedere al doveroso trattamento e al rimboschimento del sito adibito a sfruttamento e violando così le prescrizioni contenute nella concessione amministrativa.(fonte ntr.tv)

12
nov 14

Giù al Sud: come ti muovi, sbagli

Da qualche tempo ho denunciato la pessima abitudine della saccenza caratteristica dell’ intellighenzia radical chic italiana, nel bacchettare i cittadini meridionali a prescindere.

Se non denunciano,sono omertosi. Se lo fanno rischiano di essere tacciati di “camorrismo” (vedi quanto accaduto per le manifestazioni recenti a Bagnoli o quelle del 2008 per la discarica di Chiaiano, con le indagini della magistratura che dimostrarono a posteriori le ragioni dei residenti, senza che la stampa italiana ne desse la giusta notizia).

Lo stesso radicalchicchismo lamenta la mancanza di una società civile meridionale. Poi scendono in piazza a fiumi contro la terra dei fuochi, contro le trivellazioni indiscriminate, contro la speculazione su Bagnoli, contro l’inquinamento dell’Ilva e non va bene.

Oggi anche Pino Aprile , sul proprio profilo Facebook, affronta, come solo la sua penna sa fare, l’argomento:

Loro sanno tutto. Dio ti vede, ma qualche volta si distrae. Loro mai. Sei nei guai? Colpa tua: non protesti. Protesti? Lo fai male: senza concetto e senza progetto. Con concetto e progetto? Hai sbagliato il primo o il secondo, o tutti e due. Se la gente non si muove, sbaglia perché non si muove. Se si muove, ma dal basso, sbaglia, perché non ha saputo coinvolgere la gente alta. Se si muove la gente alta, sbaglia perché non ha saputo coinvolgere lu populu vascio. Se si muovono la gente dal basso e dall’alto, è sbagliato il modo. Se il modo non è sbagliato, lo è il momento. Se non sono sbagliati il modo e il momenti, lo sono “i toni”…
Loro sanno sempre dove sbagliato gli altri (che sbagliano sempre). E glielo dicono, con la noia e la spocchia di chi è stufo di spiegare al pianeta da che parte deve girare e a quale velocità. Loro hanno letto Croce. E passano il tempo a mettere il mondo in croce.
La sola certezza che precede ogni loro parola, ogni loro scritto è che gli altri sbagliano. E la vera ragione di cotanto indefesso errare è che gli altri sono gli altri e non sono loro… Però, pur avendo la capacità di cogliere tutti gli errori, costoro non fanno mai la cosa giusta, perché, semplicemente, non fanno. Claudio Velardi, per dire, insultava don Maurizio Patriciello, perché, quale portavoce della protesta della Terra dei fuochi, andrebbe in cerca delle telecamere, invece di fare denunce. Ma la gente della Terra dei fuochi denunce ne ha fatte quasi duemila, una aveva il vescovo come primo firmatario, e Velardi denunce non ne ha fatte manco una. Sorvolando sul fatto che pur se l’impegno di don Maurizio fosse sbagliato, o inutile (ma magari avercene) è comunque gratis; mentre Velardi, di professione lobbysta (cosa legittima, ci mancherebbe), di volta in volta devi cercare di capire se esprime opinioni sue o quelle più convenienti a chi lo assume.
Ma loro sono tanti; non potendoli citare tutti, li possiamo accomunare in una sorta di club, in cui ognuno, a turno, comincia un giro di geremiadi (e gli altri a seguire) contro l’inettitudine della classe dirigente locale (e la sguaiata reazione popolare). Leggi i nomi degli accigliati censori, scorri le carriere e… chi sono? La classe dirigente (dagli incarichi di governo a quelli universitari o nelle amministrazioni locali, regionali; passando dagli uni agli altri e ritorno). Ma i dirigenti sbagliati sono gli altri. E più sbagliati di tutti sono quelli che fanno qualcosa, magari per disperazione o senso civico, della comunità: dai Comitati della Terra dei fuochi ai disoccupati, ai ricostruttori di brandelli di una storia prostituita al più forte, ai tarantini saturi di veleni, che chiedono conto all’avvelenatore e sono rimproverati per attentato all’economia; alle associazioni contro il racket che verrebbero inquinate dal protagonismo dei “professionisti dell’antimafia” (vuoi mettere la discrezione dei professionisti della mafia?).
Chi fa, certo, rischia di sbagliare. Ma ci prova. Loro, non facendo, hanno sempre ragione a posteriori. Ma soffrono di strabismo: mai una parola per segnalare che hanno rubato al Sud i soldi europei; gli hanno tolto risorse per l’università, la salute, il lavoro, i trasporti, tanto che c’è chi sta pensando di tornare al mulo (se lo scoprono, gli fottono pure quello). Ma se qualcuno reagisce, loro non guardano la prepotenza dell’oppressore, ma la volgarità dell’oppresso che strilla. Proprio mentre ascoltavano Mozart! E dai!


06
nov 14

Task Force contro i roghi tossici: i cittadini fanno da soli

20140305-085758.jpgAlla faccia di chi adduce lassismo ed omertà, nonostante non si sa quanti militari siano stati inviati, nonostante provvedimenti del governo e leggi e leggine un tanto al chilo, nonostante tutto ciò i roghi tossici sono continuati e la gente, esasperata ha deciso di fare da sola.

Volontari che invece di fare le ronde contro i cristiani, le fanno contro i roghi tossici. Di notte o all’alba, quando i criminali che appiccano gli incendi entrano in azione, cercano gli incendi di rifiuti smaltiti illegalmente e avvertono chi dovrebbe spegnerli.

Grazie ai social network documentano, condividono, si scambiano informazioni partendo dall’odore acre che rovina l’esistenza e fa ammalare. A tanto sono arrivati i cittadini da queste parti, abituati come sempre a fare da soli, nonostante i refrain che li vuole conniventi, vittimisti e incapaci di autonoma iniziativa.

Così mentre le grandi inchieste televisive si concentrano sulla pizza bruciata e sulla camorra che gestirebbe la vendita del cocco bello sulla spiaggia (cos’ e pazz), i cacciatori di roghi tossici fanno da soli, per sopravvivere.


27
ott 14

“Quando ci chiesero la terra, per farne Terra dei Fuochi”

È davvero devastante per chi ha legami con quella che è considerata la Terra dei Fuochi leggere i commenti beceri, che vanno ben oltre la xenofobia e l’evidenza, che adducono l’ignavia degli abitanti alla causa determinante del fenomeno della Terra dei Fuochi. Dimenticando che l’elezione dell’area a nord della Campania, non è stata l’unica, in Italia deputata allo scopo di interrare rifiuti speciali e tossici.

Ma quando si parla della Terra dei Fuochi campana, la colpa è dei cittadini che non hanno fatto nulla per impedire il problema.

Più volte, proprio su questo blog, ho postato una delle prime denunce, della fine degli anni 80, della sezione del PCI di Casal di Principe, che chiedeva alle autorità competenti di indagare su uno strano traffico di rifiuti. E, sempre su questo blog, ho postato testimonianze e video raccolti dalla rete di cittadini che denunciavano (anche a mezzo stampa) senza che nessuno muovesse un dito. Le accuse di Schiavone, mai smentite ricordiamocelo, ci hanno poi chiarito come funzionava “o’sistema” che vedeva conniventi aziende del nord, camorra e apparati deviati dello Stato.

Ma vi siete mai chiesti come ha avuto inizio il tutto?

Ho ascendenze familiari in quella che una volta, prima di 154 anni fa, prendeva il nome di “Terra di Lavoro”, per l’altissimo grado di fertilità, riconosciuto sin dai tempi antichi. Era, quell’area, la Campania Felix.

Ora, intendiamoci in partenza, non ho la benchè minima pretesa di elevare l’esperienza personale ad esperienza generale, ma quello che sto per scrivervi ho ascoltato nei racconti di parenti, intorno al tavolo della domenica, quando ci si spostava per non lasciar morire le esperienze di famiglia patriarcale che, soprattutto in campagna, riuniva generazioni diverse e lontane, nel comune cognome o nell’identità del “patriarca”.

Tutto è cominciato quando la libera circolazione delle merci tra i paesi europei è iniziata a diventare una realtà sempre più consistente e, grazie anche a scelte politiche scellerate, l’arrivo di prodotti agricoli a basso costo ha lentamente preso il posto dei prodotti autoctoni tra gli scaffali dei supermercati e dei mercati. La moda del chilometro zero era ancora lontanissimo da venire

In parole più semplici, la produzione ortofrutticola è iniziata a diventare sempre meno profittevole. I più saggi e lungimiranti decisero di unirsi in cooperative e consorzi (in qualche caso la Coldiretti giocò un ruolo fondamentale), i coltivatori diretti più anziani invece, quelli con i figli che “avevano studiato” e che quindi esercitavano una libera professione o avevano un “posto fisso” o erano emigrati, si trovavano sempre di più in difficoltà. Continuare o arrendersi?

Ora considerate che nei piccoli centri, dove tutti si conoscono, le voci girano veloci quanto le raffiche di vento. È in questi momenti che ti suona alla porta “l’amico di famiglia” accompagnato da qualche personaggio che ha una certa influenza in paese e, oggi, ti proporrebbe di utilizzare il campo per distese di pannelli solari (avete visto che spuntano come funghi?) o per impiantare qualche ripetitore di telefonia mobile.

Ma 20 o 30 anni fa o ti concedevano un prestito che non riuscivi mai ad onorare fino in fondo per ovvie ragioni (fino alla cessione del fondo), o ti proponevano semplicemente di vendere o dare in affitto l’appezzamento di terra che per i vecchi contadini, morsi come dicevo, dalla fatica, da un futuro in cui nessuno avrebbe più proseguito l’attività, dai mercati che cambiavano, erano diventati un problema e non più una risorsa.

Secondo voi quando a costoro che, se fortunati si erano fermati alla quinta elementare, gli presentavano la “proposta”, gli dicevano, forse, che il terreno (eventualmente) ceduto sarebbe servito per lo smaltimento illegale di rifiuti? No. Se proprio erano loquaci, dicevano che avrebbero costruito qualche piccolo complesso edilizio. E a tanti importava poco, perchè le spalle non riuscivano più a sopportate il peso di un mondo che cambiava. Coi soldi della compravendita, prendevano casa altrove, magari vicino ai figli che avevano lasciato il natìo borgo selvaggio e la storia finiva lì.

Anche così, non solo ben inteso, è iniziata la Terra dei Fuochi, con la crisi dell’agricoltura e lo smantellamento delle prime sentinelle del territorio, i contadini e gli allevatori. In tanti hanno resistito, arrendendosi, col tempo, solo dinanzi all’evidenza di un territorio e dei frutti che si ammalavano con le scorie dell’industria pesante, che nel frattempo gli avevano piazzato qualche centinaia di metri più in là, o di qualche deposito di ecoballe, che di eco non avevano nulla e che col percolato inquinavano falde e terreni.

Chi mi ha raccontato la storia, non ha ceduto alle pressioni e alle proposte che “non si possono rifiutare”. Perchè nessuno lo ha fatto intorno a lui, permettendo all’area in cui si trovano di restare immacolata. Si sono uniti in una cooperativa e continuano a vendere frutta. E non è vero che non si trovano operai giovani del posto che vogliano lavorare la terra. Ce ne sono, non tanti ma ce ne sono. Insieme a slavi ed indiani che poi mettono su famiglia. In mezzo ai campi? Si parla napoletano ovviamente.