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28
Feb 17

Ministero dello Sviluppo Economico leghista, fai una ricerca e ti chiamano terrone

E vi giuro che non si tratta di un titolo di Lercio.

Avete presente i “Captcha”? Ovvero quel sistema di sicurezza che compare per verificare che non siate robot, quando compilate un “form” su internet?

Bene, Francesco Lanza, (che da quanto ho capito non è proprio di Casavatore) dopo aver effettuato una ricerca sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico (evidentemente padano), riceve un bel richiamo dal sito istituzionale che realizza per lui un bel captcha con la scritta “Terroni”. Ecco la foto della schermata:

Un insulto subliminale? Un omaggio al best seller di Pino Aprile? O un tentativo di hackeraggio del fratocugino di Borghezio? Mah…

I lettori più esperti mi segnalano comunque sia un problema imputabile  Google, ne prendo atto ma a questo punto si configurerebbe comunque una ipotesi di “culla in vigilando”, da parte del Ministero.

Continueremo a vivere, nonostante tutto, immaginando tutta una serie di prossimi captcha di questo tenore, quanto meno per par condicio: “a soreta” “mammt” “vafammocc” “lota”, o più italiani “zingaro” “frocio” “negro”, insomma tutta la più classica congerie di stereotipi nazional popolari tanto cari agli italiani in camicia verde e nera. E poi si chiedono pure perché questo Paese è l’unico che non cresce…


16
Ago 16

La scatologica estate della stampa italiana. Dove è l’ordine dei giornalisti?


Ho visto girare questa foto per più di 24 ore convinto fosse un fake, poi invece qualche ora fa ho letto  che è vera.Dopo i vaneggiamenti di Romdolino, le cicciottelle del Resto del Carlino, i titoli che cambiano a seconda della provincia de Il Mattino, diciamo che per la stampa italiana è proprio un’estate di merda e dimostra la crisi forte e profonda di una categoria.

Dove è l’ordine dei giornalisti davanti a titoli del genere? Razzisti ed offensivi nei confronti di tutti i meridionali.

Che dire del Foglio? Che forse dovrebbe rinunciare ai finanziamenti pubblici percepiti negli anni anche da quei terroni contribuenti somari con lode.

Ecco quanti ne ha presi secondo Wikipedia:


Il suo storico direttore Giuliano Ferrara a proposito del finanziamento pubblico di un giornale che ha una tiratura da carbonari ha dichiarato:

dal secondo anno dalla fondazione, il contributo dello stato, con il trucco della famosa Convenzione per la Giustizia che era un… Beh, un trucco, la legge dava una possibilità e noi l’abbiamo sfruttata, è un trucco nel senso che non era un vero partito, era un… Sì avevamo chiesto a due amici, Marcello Pera, che faceva parte del centro destra, senatore, e Marco Boato, deputato del centro sinistra, due persone amiche, due lettori del giornale, di firmare per il giornale, abbiamo fatto questa convenzione… un escamotage, sì, legale, perfettamente legale »

(Giuliano Ferrara su Report, Il finanziamento quotidiano, 23 aprile 2006)

E noi dovremmo farci fare la morale da un giornale fondato da un “trucco” che gli ha concesso di accumulare finanziamenti pubblici anche coi nostri contributi?

Titoli del genere non si leggevano neanche nel Sud Africa dell’apartheid e dopo le parole di Rondolino, credo che la società civile meridionale debba intervenire contro il continuo insulto razzista perpetrato nei confronti suoi e dei suoi figli. Dentro di me confido sempre in un messaggio che mi dimostri sia un fotomontaggio.

Ps: ricordo al direttore (che come di consuetudine si affetterà a dimostrare in qualche modo  le proprie origini meridionali) che da qualche anno i tribunali italiani includono “terrone” tra le fattispecie diffamatorie.


14
Giu 16

Aprile: la partita dell’Italia che sarà si gioca al Sud

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Un interessante spunto di riflessione dell’autore di Carnefici e Terroni, il giornalista Pino Aprile:

Non ci credevano che si gioca al Sud la partita dell’Italia che sarà (se ancora sarà…), quei quattro cialtroncelli che pensavano di sistemarsi al governo e al potere, garantendo a qualsiasi costo flussi di denaro (sottratti al Sud) al Nord parassitario dei gestori di autostrade avute in regalo attraverso la politica gregaria; colossali appalti pubblici scandalosamente inutili (vedi la Brebemi: l’autostrada più deserta dell’emisfero); alte velocità da fare a costi al chilometro più alti da sei a dodici volte, rispetto ad altri Paesi; Expo fallimentari spacciate per successi; Mose persino dannosi per una delle città più belle del mondo; faraonici centri di ricerca il cui unico scopo è fare arrivare a Milano più soldi che in tutto il resto d’Italia messo insieme (e la ricerca? Va be’, una cosa alla volta…, come si è già visto per l’analogo centro di Genova).

Alla fine, tira e tira, la coperta si strappa (con i Graziano Delrio che si divertono a prenderci per il culo, parlando di ricerche geologiche per capire se si possono posare i binari sul suolo terronico. E quel Renzi che con la faccia di… Renzi, che a Confindustria denuncia l’irraggiungibilità di Matera in treno, come non sapesse e non sapessimo chi ha destinato 4500 milioni su 4560, per le ferrovie, al solo Nord).

Parlamentari e dirigenti del Pd (al Nord, opportunisti che “acchiappano”; al Sud, servi cui la complicità nel furto ai danni della loro gente porta personale arricchimento) hanno pensato di poter continuare senza fine così, avendo in mano tutte le leve del potere (Rai tappetino; giornali a pagine unificate; sindacati, banche e Confindustria di complemento; Parlamento reso inutile). Contro chi non si adegua, in ogni campo, dal giornalismo, alla magistratura, alla politica e all’interno degli stessi partiti, si è agito e si agisce con il fastidio e la prepotenza di chi non sa, non vuole (e forse non può) ascoltare altri che chi consente, illudendosi di forzare la realtà ad aderire alle loro pretese e ambizioni.

Ed eccolo il risultato: il Pd è un partito in estinzione, ma al Sud è già marcito ed estinto un po’ ovunque, a partire dalla sua roccaforte, Napoli; mentre esiste ancora solo dove resiste alla politica razzista del governo, come in Puglia. È lo stesso per i partituzzi d’appoggio provenienti dalla destra estrema o berlusconiana, come quello di Alfano, o da ambienti massonico-affaristi, con aderenze piduiste e “punti di riferimento” mafiosi (Dell’Utri), come rivendica, con orgoglio e deferenza, Denis Verdini, l’uomo che consente al governo (da cotali maestri ispirato), di avere ancora una maggioranza. Il loro isolamento dal paese è ormai totale: hanno numeri in Parlamento, non esistono più nelle urne.

In nome di chi governano e addirittura vorrebbero fare a pezzi la Costituzione, sottoponendola a “riforme” di bassa macelleria (vista la professione del “padre costituente” Verdini)? E quando mai si è visto, se non in regimi totalitari (lì che si vuole arrivare, con queste prove tecniche?), che una minoranza ormai poco più che risicata, adatti la legge fondamentale alle sue voglie? È Verdini che lo vuole? E chi glielo ha detto, Dell’Utri? O è un altro consiglio (dopo quello sulla banca Etruria) che il papà della ministra Boschi ha chiesto al pregiudicato piduista Flavio Carboni, in rapporti con la cosca dei Corleonesi e la banda della Magliana?

La cosa è molto evidente con il Pd, ma riguarda tutti: vedi lo sfarinamento del centrodestra. A Napoli, il Pd gregario che lascia amputare la città dai commissari di Renzi, è stato ridicolizzato alle elezioni, nonostante l’aiuto fraterno (aggettivo non casuale) delle impresentabili truppe raccattate in loco da Verdini. All’assemblea dei delegati del partito, su 468, se ne sono presentati 58 (avevano litigato in casa e, pur di uscirsene…). Non hanno deciso niente. E Bassolino (che a paragone sembra un gigante: e ho detto tutto), ha spiegato che la gran parte di quei delegati ha già abbandonato il partito.

A Napoli, come in tutto il Sud vince chi è contro la politica antimeridionale di Renzi e complici: vince de Magistris. E la cosa è ormai così evidente, che pure Leoluca Orlando, a Palermo, vuol fare il de Magistris, anche se per ora si limita a volerlo sembrare.

E vince in Puglia Michele Emiliano, che deve buona parte dei suoi consensi (tanto indigesti a Renzi) a una politica che, pur fra qualche contraddizione e qualche cautela di troppo, risponde al territorio non al partito. Tanto che molti pensano, forse a ragione, che la sua permanenza nel partito, forse per il disegno di conquistarlo e raddrizzarlo, gli faccia perdere più adesioni di quante gliene garantisca restarci. Il futuro dirà chi ha ragione. Nel frattempo, lui si espone con i no-triv contro il governo, annuncia il ricorso alla Consulta contro l’ennesimo privilegio dato da Renzi all’Ilva (poter inquinare impunemente), cerca di tutelare gli ulivi-padri di Puglia.

In tutto il resto del Sud, il Pd appecoronato alla politica antimeridionale dei Renzi e Delrio, ha visto sprofondare le sue percentuali di voti, nonostante cinesi di complemento e pacchi di pasta in regalo, salvo rare eccezioni (vedi Vincenzo De Luca e… famiglia), spesso iper-clientelari. A Taranto è un partito che fra un po’ si coniugherà al passato. Su 11 comuni della provincia che erano chiamati al voto, il Pd è stato capace di perdere ovunque, restando fuori anche dai cinque ballottaggi.

Ora de Magistris progetta una entità politica non nazionale, che unisca le forze di città europee con gli stessi problemi. Idea non si sa se prematura, che ha già qualche precedente dalla Grecia (ci lavora Varoufakis, dopo la misera fine del primo tentativo). L’idea è giusta, comunque, perché i partiti nazionali sono figli degli Stati nazionali, espressione della civiltà industriale; la nuova civiltà informatica (per convenzione nata nel 1989, con la caduta del muro di Berlino), si caratterizza per mercati e comportamenti globali, in cui ci si offre con il valore delle proprie identità locali: non Italia e Spagna, ma Napoli e Barcellona; non Europa e Africa, ma Paesi mediterranei… eccetera.

La domanda è se a guidare il nuovo corso che parte da Sud sarà de Magistris da Napoli, con il vantaggio di rappresentare la vecchia capitale; o Emiliano, da dentro il Pd (naaaa!) o da fuori. O una politica che unisca le loro forze su progetti comuni. Senza escludere sorprese dal basso, sempre possibili.

Il Sud, in questo, per necessità, per salvarsi, è più avanti; mentre il Nord peggiore tenta di prolungare il vecchio che muore, alleandosi con il peggio del Sud (mafia, attraverso massoneria ormai maffioneria). Non si sa quanto possano resistere, ma l’annuncio della loro sconfitta potrebbe arrivare sulle macerie…

A che serve candidare gli impresentabili Giuseppe Sala dello scempio Expo, dei bilanci in rosso, dei numeri taroccati sull’afflusso dei visitatori, dei cinesi intruppati con fogliettino in mano e nome segnato, a votare per lui? (chi li ha intruppati? Chi gli ha imposto o gentilmente suggerito di votare Sala? In cambio di cosa?). Il successo dei 5stelle ovunque, per completare il quadro, è la conferma della fuga dai poteri marci e autoreferenziali.

Il Pd, diventa residuale: (ha perso la sua storia, l’identità, ora anche i voti). In questo discorso, però, non vale come partito, ma (esattamente come il centrodestra, dunque indistinguibile) come strumento ed espressione del potere nord-centrico impostosi a mano armata un secolo e mezzo fa. I guasti di quella unione malfatta vengono al pettine.

Il Sud, chiamato a pagare la crisi ultima di quella civiltà industriale, in funzione della quale nacque il Paese-nazione (con la soppressione violenta e malriuscita delle diverse nazioni-identità, dalla napoletana alla veneta, alla siciliana, alla sarda…), non ci sta più.

Quel tempo è alla fine; il gioco è ormai un altro. La partita si vince e si perde a Sud. Loro sono ancora forti, ma lo sanno. E adesso hanno paura.


13
Apr 16

Il sangue dei terroni nella prima guerra mondiale

  
Sin da bambino, la prima guerra mondiale è per me una pergamena con una serie di medaglie attaccate sopra. Un cimelio che arriva dal passato e fu consegnato alla buonanima del mio bisnonno, unico figlio di una famiglia di contadini, durante il ventennio, per aver combattuto ed essere rimasto gravemente ferito ad una gamba sul Carso.

Grazie anche a quella ferita, che gli avrebbe impedito di combattere, fu rimandato a casa dando a me la possibilità di poter scrivere adesso queste righe.

Lorenzo Del Boca, scrittore piemontese, dedica il proprio racconto, nel suo ultimo libro, proprio all’esercito dei terroni inviati al fronte non molti anni dopo l’avventura unificazione nazionale. Così dal sito della casa editrice dell’autore:

Lavarono con il loro sangue le pietraie del Carso e i dirupi dell’Altopiano. Nel corso del conflitto più vasto e spaventoso della storia, diedero la vita per una patria che non avevano mai conosciuto se non con la maschera di un potere centrale lontano, arrogante e rapace. Ogni anno si celebrano con enfasi insensata le ricorrenze della Prima Guerra Mondiale, ma da nessuna parte si sente dire che l’assoluta maggioranza delle vittime era gente del Sud. Un’intera generazione spazzata via. 

Figli del Meridione, contadini poveri, braccianti, piccoli artigiani, quasi per metà analfabeti, giovani di vent’anni che furono strappati alle loro famiglie e alla loro terra e mandati a morire in lande remote, tra montagne da incubo e pianure riarse. Si sacrificarono per gli interessi di quelle élite economiche che sfruttavano la loro terra, succhiandone le energie e rapinandone le risorse, e per il tornaconto di una nuova classe politica che li trattava con ferocia o disprezzo. Finirono a decine di migliaia nelle trincee, stretti nella morsa del fango e del gelo, sotto una pioggia perenne di bombe.

Diventarono carne da cannone, numeri da inserire nelle statistiche dello Stato Maggiore, bandierine che i generali spostavano sulle mappe con noncuranza. Vennero massacrati sull’Isonzo e a Caporetto, combatterono con disperazione e con valore sul Piave, lanciati da ufficiali balordi o criminali contro un nemico che non conoscevano e che non avevano motivo di odiare.
Conobbero la paura, la morte, l’eroismo. Erano i nostri nonni, i nonni del nostro Sud.
L’esercito dei terroni.


09
Set 15

Vittorio Zucconi: nel 69 dovetti certificare al padrone di casa di non essere meridionale

Il giornalista Vittorio Zucconi con due intelligentissimi tweet descrive il clima attuale contro gli immigrati fornendo un parallelo con quello che accadeva nei “favolosi anni 50 e 60” contro i meridionali, su al Nord, diciamo che quel tipo di pregiudizio tutt’ora permane ed accomuna “negri” e “terroni”, come racconto in un post di qualche giorno fa:

 


07
Giu 15

Bossi: fuori i meridionali da Pontida

foto di Voci di Popolo

foto di Voci di Popolo

Le vicende giudiziarie non ne hanno spento l’irredentismo patano e la fissa dei meridionali fuori dai confini dell’ineffabile repubblica verde: l’Umberto Bossi è categorico, con buona pace dei 20-30 mila meridionali che hanno portato voti al carroccio e che avrebbero voluto godere dello stesso status degli altri elettori di quel di Patania:

“Salvini deve fare esperienza  ad esempio non ha preso voti al Sud, mentre lui si immaginava di andare bene. Il problema e’ che il Sud ha partecipato troppe volte al banchetto romano coi soldi del Nord”. Ma e’ quando gli viene chiesto se e’ d’accordo a “invitare gente del Sud a Pontida”, come ha annunciato Salvini, che Bossi torna tranchant: “No, quella e’ una festa identitaria del Nord, fa parte della nostra storia. Se invitiamo degli estranei, Pontida rischia di perdere la sua valenza. E poi non ho ancora conosciuto gente del Sud che vuole darci una mano contro l’assistenzialismo”. (fonte AGI)

Non basta una laurea in Albania che partorisce gerundio in luogo del participio presente e neppure una felpa col nome della località dove si chiedono voti. Si resta comunque terroni. Anche se si sostituisce la pizza fritta con gli scagliuzzo di polenta per sentirsi più identitariamente…patani.

Coccooo, cocco bello, accattatev ‘o cocco…


10
Mar 15

La Cina chiude le acciaierie più inquinanti. In Italia si tiene in vita l’Ilva di Taranto.

C’è un interessantissimo approfondimento di Gianluca Coviello, sulla pagina “Terroni di Pino Aprile”, a proposito del provvedimento del Governo cinese di chiudere le acciaierie più inquinanti, facendo il paragone con l’Italia e più in generale focalizzando l’attenzione sulla questione Ilva di Taranto.

Scrive Coviello:

La Cina chiude le acciaierie più inquinanti. L’Italia, invece, fa l’esatto contrario: tiene in vita l’Ilva, buttando milioni di euro degli italiani per salvare gli investimenti delle banche. Ovviamente perché Taranto è Sud. A Nord la produzione a caldo, quella più inquinante, l’hanno vietata da un pezzo. Non con una legge ma con i fatti. Quando a Genova le mamme scesero in strada e le istituzioni locali, unite, portarono avanti le lotte, fu l’allora direttore generale del Ministero dell’ambiente, Corrado Clini, a pronunciare queste parole: “La chiusura dell’altoforno e della cokeria delle acciaierie è una questione urgente. Sul piano dei danni ambientali, dell’inquinamento e della salute dei cittadini siamo già in ritardo”. Poteva permettersi queste parole da “Masaniello del Nord-Ovest” perché c’era Taranto. Quelle stesse cokerie, così pericolose secondo l’ex Ministro dell’Ambiente, vennero portate in riva allo Ionio potenziando la produttività (e l’inquinamento) dello stabilimento. Così, come si butta la monnezza dentro al cassonetto.

Più recentemente, quello stesso Clini “ambientalista”, così come chi l’ha succeduto, ha difeso a spada tratta la produzione a Taranto anche di fronte all’evidenza dei numeri che indicano nell’acciaio un settore sempre meno prolifico in Europa. Non è necessario citare cifre per comprendere che i conti non tornano nelle scelte degli ultimi governi. Si potrebbe, addirittura, ignorare il fatto che gli studi indichino che la richiesta di acciaio nel vecchio continente calerà ulteriormente e che oggi l’Ilva di Taranto viaggi al minimo, accumulando debiti e non ricchezza. Basterebbe semplicemente tenere presente che una volta che in un territorio si è costruito tutto, dalle case alle auto, la sola esportazione non può motivare la sopravvivenza di uno stabilimento così grande e problematico. Bisogna inventarsi altro visto che il suolo edificabile è stato consumato quasi tutto (altro disastro) e non si può chiedere agli italiani di cambiarsi l’auto ogni due-tre anni.

I paesi emergenti, che tra l’altro hanno anche le materie prime che invece l’Italia importa, hanno imparato a farsi l’acciaio a casa propria. Tra questi, la Cina ha iniziato da un pezzo. Ha fatto della siderurgia il proprio fiore all’occhiello anche se con danni pesantissimi per l’ambiente. Grazie alle proteste e alle pressioni della società civile, però, qualcosa sta cambiando: è stata fatta una legge ad hoc per permettere al Governo di intervenire contro chi commette reati ambientali (è entrata in vigore lo scorso gennaio); è stato istituito un dicastero specifico e si è iniziato a chiudere le fabbriche più inquinanti.

Nella città di Linyi (nella regione di Shandong) molte fabbriche sono state fermate e difficilmente riprenderanno la produzione. Come mai proprio da Linyi si è cominciato? Perché lì si sono concentrate la maggior parte delle manifestazioni popolari. Un ruolo importante nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica l’ha svolto anche un film realizzato dal regista Chai Jing dal titolo “Under the Dome – Investigating China’s Smog”.

Sempre lungo il parallelo tra la Cina e l’Italia è molto interessante quanto dichiarato da Cheng Xubao, un analista della Custeel, e riportato dal sitowww.greenreport.it:: “La lotta di Pechino contro l’inquinamento farà aumentare i costi per le acciaierie ed obbligherà quelle che non sono competitive a mettere la chiave sotto lo zerbino”.
È una considerazione utile a riflettere se confrontata con quanto sostenne il Tribunale del Riesame nel rigettare il ricorso dell’Ilva alla richiesta di sequestro firmata dal gip Patrizia Todisco. È luglio del 2013, un anno esatto dopo che la Magistratura, con l’inchiesta “Ambiente Svenduto”, aveva scoperchiato il vaso di Pandora che conteneva tutti (o quasi) i segreti dell’Ilva. Si legge: “Appare evidente che la produzione degli eventi delittuosi, le deficienze impiantistiche mantenute dai vertici aziendali e non adeguatamente eliminate e le violazioni di legge sono sicuramente in rapporto di immediata derivazione causale con il vantaggio patrimoniale conseguito dall’azienda per effetto degli ingenti risparmi economici realizzati”.
Non serve aggiungere altro.

In una cosa, però, l’Italia sta scegliendo di fare come la Cina: negli aiuti di Stato. Mentre l’Europa è pronta a mettere dazi contro l’acciaio orientale sostenuto dal Governo, fa quasi finta di nulla di fronte al commissariamento dell’Ilva e lo stanziamento di incredibili risorse per fare quello che sarebbe dovuto toccare al privato (si ricorda che solo una parte ridottissima di esse è destinata alle bonifiche; la quasi totalità della cifra verrà usata per ammodernare alcuni impianti che resteranno comunque nocivi alla salute umana e all’ambiente). Alla faccia della direttiva europea in materia ambientale che sancisce il principio “chi inquina paga”.


08
Lug 14

Minacce al sindaco di Pozzallo: “Maledetti maiali terroni”

Massima solidarietà al sindaco di Pozzallo, città del ragusano che, come si apprende dal Corriere di Ragusa, avrebbe ricevuto una lettera minatoria dai contenuti davvero inquietanti e razzisti.

«Maiali terroni, che vi venga un cancro a tutti, maledetti che non siete altro» esordisce la lettera che se la prende con l’ospitalità che l’amministrazione comunale riserva ai profughi che giungono via mare.

La lettera che pare essere stata spedita da Bologna ha un contenuto delirante:

«Pregiatissimo sindaco di Pozzallo, dottor Luigi Ammatuna».
«Voi terroni che ci costate miliardi a noi del nord con gli sbarchi, ma immediatamente li mandate a noi. Sapete cosa vi dico, che vi venga un cancro a tutti i terroni maledetti che non siete altro. Siete sempre stati la nostra rovina. Dio voglia che crepiate tutti brutti maiali che non siete altro».

E ancora: «Sei un sostenitore dell’operazione mare nostrum, purché i negri li portino via subito dal tuo paese. Sei un…» e prosegue con frasi gravemente intimidatorie ed insulti personali.

Grande sindaco di Pozzallo, esempio di ospitalità mediterranea.


21
Mag 14

Rieti difende Nocera: Rispetto per il Sud

Succede a Rieti, dove, secondo quanto riportato dal sito Rieti in Vetrina, al passaggio della carovana del Giro d’Italia, alcuni ragazzi, in viale Maraini, in risposta all’insulto del ciclista che aveva gridato “Terroni” all’indirizzo degli abitanti di Nocera, hanno esposto lo striscione che vedete nella immagine qui sotto. Un modo per espriemre solidarietà nei confronti di Nocera e del Sud.


16
Mag 14

…E non chiamateci più “terroni”

Sull’onda del video del ciclista che insulta gli spettatori, “terroni” li chiama, voglio sottoporvi una piccola riflessione. Innanzitutto non è che l’origine territoriale può costituire una esimente sull’emissione di un’insulto. Non è che perchè sono campano o laziale l’offesa, perchè di offesa si tratta, è meno grave che se imposta da chi proviene dalle latitudini ove la parola stessa è nata.

Se pure la Corte di Cassazione la ritiene ormai una lesiva espressione di discriminazione territoriale, vuol dire che pure tutte le ipotesi (leggende metropolitane o pezze a colore tipiche del bigottismo italiano che così suole lavarsi una coscienza intimamente razzista) sulla presunta origine del termine (proprietario terriero, latifondista e amenità del genere) hanno smesso di avere ragionevole cittadinanza.

Il termine è offensivo e denigratorio, senza se e senza ma. Perchè reca con sè il peso ed il retaggio di esperienze, storiche e sociali, dolorose, per un popolo intero (“valigia di cartone fa rima con terrone, Umberto Bossi)

Nicola ZItara, a tal proposito scriveva:

questa parola non significa, nell’accezione comune, che siamo meridionali, ma che siamo sporchi, incapaci, inetti, i mezzi italiani, gli italiani per grazia di Dio, per concessione di Cavour

Il concetto di “Terrone” racchiude in sè stereotipi e clichè stantii, gretti, senza alcun valore aggiunto nè esempio di virtù. Non c’è nulla di folcloristico se non la sottesa idea di un termine di paragone di minoranza. E’ il concetto che identifica lo stereotipo chi rinnega e dimentica le proprie radici per “farsi accettare” dalla comunità in cui va a vivere, per integrarsi. La rappresentazione grottesca di qualcuno, elevata a concetto generale ed astratto per delineare il profilo di una comunità ed un popolo interi.

questa parola non significa, nell’accezione comune, che siamo meridionali, ma che siamo sporchi, incapaci, inetti, i mezzi italiani, gli italiani per grazia di Dio, per concessione di

“più tento di essere come loro e più forte me lo dicono in coro: terrone”(Kalafro)