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18
Mag 17

Roars: i ludi accademici e il de profundis delle università meridionali

Interessantissimo articolo di Baccini e De Nicolao sulla rivista online Roars:

Rettori, direttori di dipartimento e colleghi sono in fibrillazione perché è partita una gara tra i dipartimenti universitari “eccellenti”. In palio, 1,3 miliardi euro, ripartiti in tranche da 271 milioni di Euro annui per cinque anni. I dipartimenti vincitori riceveranno tra 1,1 e 1,6 milioni di euro annui più altri 250mila per le “scienze dure”. Abbiamo provato a simulare i torneo fino alla determinazione dei 180 vincitori (vedi Appendice). I dipartimenti del Centro-Nord si aggiudicheranno l’87% delle risorse pari a quasi 1,2 miliardi in cinque anni; al Sud ed Isole resterà il 13%, cioè complessivamente circa 180 milioni in cinque anni. Per avere una idea della sperequazione, basti pensare che le università del Sud e Isole rappresentano il 31% del corpo docente e che la quota percentuale di finanziamento premiale sarà meno della metà. Il combinato disposto di costo standard (incostituzionale) e premialità FFO ha già drenato risorse dagli atenei del Sud agli atenei del Nord, ma qualcuno dei Renzi’s boys ha pensato che era bene accelerare il drenaggio. Come? Dando un sacco di soldi ad una minoranza di dipartimenti “eccellenti” e sottraendo risorse agli altri. Perché, non è male ricordarlo: a meno di stanziamenti aggiuntivi nella prossima legge di stabilità, i soldi saranno sottratti al Fondo di Finanziamento Ordinario.

L’articolo completo


30
Nov 16

Così Renzi s’è inventato un torneo per distribuire risorse alle Università

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Pensavo fosse una boutade, una sciocchezza. Poi mi sono detto, e no, su ROARS, così attenti all’informazione sulla ricerca universitaria di idiozie solitamente non ne scrivono.

E, infatti, pare proprio che non sia una castroneria.

La redazione di Roars lo chiama Renzi University Trophy e lo presenta così:

In un contesto di cronico sottofinanziamento, aggravato dai tagli dell’ultimo quinquennio, la Legge di Stabilità inaugura un “Torneo VQR” in cui alcuni dipartimenti riceveranno un premio non indifferente (da 1.080.000 a 1.620.000 Euro annui), mentre altri rimarranno a bocca asciutta. Ma chi vince e chi perde in questo Renzi University Trophy (RUT)?

Rovistando nelle pieghe del sito ANVUR, abbiamo rintracciato quanto serviva per condurre una simulazione realistica dell’intero torneo, ottenendo lista e premi dei 180 dipartimenti vincitori. Non mancano le sorprese: nel girone IUS, vengono  premiati i giuristi di Messina, mentre quelli di Padova rimangono al palo. Ma il punto scottante è un altro. Dietro la cortina fumogena della gara meritocratica, il RUT nasconde un piano quinquennale molto chiaro: 1,06 miliardi di Euro agli atenei del Centro-Nord, contro soli 154 milioni di Euro a quelli del Sud. Ma, dopo tutto, sono soldi in più, obietterà qualcuno. Non è nemmeno detto che lo siano, perché sono promessi a partire dal 2018. Se non arriveranno, i premi del RUT verranno presi dall’FFO e l’effetto netto sarà il travaso di 200 milioni dal Sud al Nord. Ma da dove spunta questa brillante idea del torneo dei dipartimenti?

Una classifica internazionale di questo tipo è in voga tra gli economisti che sono arrivati addirittura a sviluppare una sorta di fanta-calcio dipartimentale (IDEAS Fantasy League). Un simpatico onanismo, pseudoscientifico ma innocuo (le dicerie sulla cecità sono altrettanto infondate quanto la bibliometria anvuriana). Il problema è che qualche consigliere di Renzi ha pensato di convertirlo in un metodo di allocazione delle risorse. Creando un mostro talmente sgangherato che …

Vi anticipo alcune delle conclusioni:

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Le prime quattro posizioni sono occupate istituzioni universitarie statali ad ordinamento speciale, che godono pertanto di un trattamento di assoluto favore rispetto agli atenei “normali”. È pure interessante notare che per incontrare un ateneo meridionale bisogna scendere fino alla 17-esima posizione (Sannio) e che gli atenei del Sud si affollano nella coda di chi ha premi pro-capite bassi o nulli. Ma della ripartizione territoriale dei fondi RUT dobbiamo discutere più estesamente nella prossima sezione.

E ancora:

Vediamo ora come si ripartiscono i premi RUT.

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«Tesoro, mi si è ristretto il Sud!» verrebbe da dire. In effetti, i numeri parlano chiaro. Il premio totale annuo, che risulta essere pari 242 M€ (inferiore, pertanto, ai 270 M€ menzionati nell’art. 43), si ripartisce come segue:

  • 133 M€ – Nord (55%)
  • 78 M€ – Centro (32%)
  • 31 M€ – Sud (13%)

Mentre il Centro ottiene un premio grosso modo paragonabile alla sua quota dimensionale (32% del premio contro 34% dei soggetti valutati), il Sud perde 17 punti percentuali (13% del premio contro 30% dei soggetti valutati) a favore del Nord che, infatti, ne guadagna 19 (55% del premio contro 36% dei soggetti valutati).

Se volete leggere in maniera precisa (l’articolo è piuttosto lungo e complesso) come funziona il RUT, una sorta di ludi gladiatorii universitari  (così li definisce Umberto Izzo che ne conia anche il motto «AVE MIUR ET ANVUR, MORITURI VOS SALUTANT!»che distribuirà 1 mld di euro circa al centro Nord e 150mln al Sud, cliccate al link sottostante:

ROARS


23
Nov 16

Voti favoriscono studenti meridionali? La bufala smascherata da una ricerca ROARS

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Il magazine indipendente ROARS (un ottimo sito di approfondimento sul mondo della ricerca universitaria) pubblica quest’oggi a firma di Giorgio Tassinari e Fabrizio Alboni, un’interessante analisi che sbugiarda clamorosamente mesi di notizie idiote e connotate da un profondo pregiudizio antimeridionale secondo cui al Sud gli studenti sarebbero favoriti da una media voti molto più alta rispetto al resto d’Italia.

Falso. L’articolo è molto complesso, corredato di una accurata bibliografia e di tabelle,e le conclusioni cui giunge sono:

  1. La scuola italiana è una scuola severa. Infatti su 4500 istituti superiori, nel 2013-2014 ben 3500 non hanno avuto nemmeno un diplomato con 100 e Lode;

  2. vi è una tendenza uniforme degli istituti superiori del Nord-Ovest ad avere percentuali di studenti con 100 e Lode inferiori al resto d’Italia; la sovrarappresentazione di 100 e Lode caratterizza maggiormente le scuole del Centro che non quelle del Sud-Isole. Vi sono anche differenze significative tra Nord-Ovest e Nord-Est;

  3. la polemica anti scuole meridionali è frutto di un’analisi superficiale dei dati e rivela un intento fazioso ed ideologico, intendendo ideologia come “falsa coscienza” nel senso dell’”Ideologia tedesca” di Marx-Engels;

Come giungono gli autori a queste conclusioni?

A supporto della tesi del lassismo meridionale, diversi commentatori portano i risultati dei test PISA (OCSE) e INVALSI (MIUR), che evidenzierebbero risultati di gran lunga peggiori degli studenti del Sud rispetto a quelli del Nord. In premessa, vale la pena soffermarsi su questa comparazione, a nostro giudizio completamente spuria e viziata da un profondo e assai grave errore di metodo.

Si tratta di un confronto a dir poco ingenuo, poiché le coorti di studenti sono diverse. Inoltre il voto dell’esame di Stato riguarda studenti di circa 18 anni, i test PISA e Invalsi studenti di 15-16. Ancora, PISA e INVALSI si concentrano su solo due discipline (lingua italiana e matematica), mentre l’esame di Stato considera tutte le discipline, e tiene conto della carriera dello studente negli ultimi tre anni. PISA e Invalsi sono invece prove one-shot. Insomma, è come paragonare il Giro d’Italia con le Tre Valli Varesine, gara nobilissima e di tradizione, ma non sufficiente a costruire sui suoi risultati un ranking nazionale.

Ci siamo già soffermati sul significato, sotto il profilo politico-filosofico, degli esercizi di valutazione nella scuola, e rimandiamo a quei contributi[1] per una disamina più approfondita. Va tuttavia sottolineata l’estrema fragilità tecnico-statistica dei risultati INVALSI, che si basano su una metodologia (il modello di Rasch (Falocci et al., 2010) assai suggestiva, ma che richiede assunzioni assai stringenti per la sua applicazione. Per questi motivi utilizzeremo come riferimento soltanto i risultati dei test PISA-OCSE. Come già detto, un approccio intellettualmente onesto al problema, e non banalmente ideologico, ovvero informato dal duplice pregiudizio anti-meridionale e anti-statale, richiede un’analisi il più possibile razionale dei dati a nostra disposizione. Inoltre è a nostro giudizio importante cercare di quantificare, pur con tutti i limiti della metodologia statistica, il peso del carattere “scuola secondaria del Sud” nel determinare il risultato dell’esame di Stato. E’ quanto cercheremo di fare nel proseguo.

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Nella Tabella 1 è riportata la distribuzione per regione degli studenti che hanno superato l’esame di Stato nell’A.S. 2014-2016 secondo la classe di voto ottenuto. Dall’esame dell’ultima colonna è evidente la grande variabilità della percentuale di studenti che hanno riportato il massimo dei voti. Tuttavia, considerando il valore medio nazionale come punto di riferimento (ovvero una percentuale di 0,9), ci accorgiamo che la percentuale è più alta non solo in alcune regioni meridionali (come la Calabria e la Puglia), ma anche nelle Marche ed in Umbria. Se, anziché la media aritmetica assumiamo come valore di riferimento la mediana della distribuzione per regione della percentuale di 100 e lode, otteniamo sempre lo stesso valore di 0,9. E’ comunque significativo che tutte le regioni del Nord abbiano valori sotto la mediana, e le regioni del Sud abbiano valori intorno alla mediana o superiori (in alcuni casi di molto superiori, come in Puglia o in Calabria).

Tuttavia, dobbiamo tener presente che vi sono altre cause di variazione sistematica del voto conseguito all’esame di Stato, cause che lo stesso MIUR, nella pubblicazione citata, mette in evidenza (Tabella 2):

  • il tipo di percorso di studio influenza il risultato in modo assai incisivo (gli studenti dei licei hanno una percentuale di 100 e lode circa doppia di quelli che frequentano gli istituti tecnici);
  • la nazionalità dello studente influenza in modo assai forte il risultato (gli studenti con cittadinanza italiana figli di cittadini italiani hanno i risultati migliori).

Oltre a questi elementi occorre tener presente l’importanza del fattore sesso degli studenti. Le femmine infatti rappresentano circa il 50% di tutti i diplomati, ma la loro presenza sale al 61,1% per quanto riguarda i licei e scende al 34,8% negli istituti tecnici. Che le ragazze siano più brave dei ragazzi lo dimostra in modo chiarissimo il fatto che, a parità di indirizzo scolastico, le ragazze riportano sistematicamente risultati più brillanti.

Questi fattori di eterogeneità si intersecano ed interagiscono tra loro. Ad esempio è ben noto che la percentuale di studenti stranieri che frequentano i licei è assai bassa. In generale, la quota di studenti non italiani che arrivano a sostenere l’esame di Stato è assai esigua e di conseguenza la loro performance assai più modesta di quella che riguarda gli italiani non influenza in modo palese la distribuzione media dei voti all’esame di Stato.

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Ci sembra palese, quindi, che il risultato “regionale” degli esami di Stato sia influenzato dalla composizione della popolazione studentesca. Il corretto confronto tra i risultati delle diverse regioni dovrebbe quindi basarsi sull’eliminazione di tali differenze. Dovrebbe essere chiaro a questo punto che confrontare i risultati della Lombardia con quelli della Sicilia, sic et simpliciter, non ha nessun senso. E’ la classica somma di mele e di pere. Avrebbe invece senso confrontare i risultati agli esami di Stato degli studenti lombardi che frequentano il liceo classico con quelli degli studenti siciliani che  frequentano lo stesso tipo di scuola. Sarebbe inoltre necessario, “dentro” ciascun indirizzo di scuola media superiore, standardizzare la composizione degli studenti tenendo conto del sesso degli studenti e della loro cittadinanza.

Un ulteriore elemento di segmentazione del sistema scolastico italiano è quello tra scuole statali e scuole private (paritarie e non). Purtroppo il MIUR non elabora i risultati degli esami di Stato secondo questo carattere, sebbene i risultati dei test PISA mettano in evidenza differenze drammatiche tra i due sistemi[2].

La situazione si chiarisce notevolmente se consideriamo congiuntamente i due caratteri di stratificazione,  tipo di istituto e regione. Nella tabella seguente (tabella 3) viene riportata la percentuale di 100 e lode secondo i due caratteri menzionati (i dati si riferiscono all’anno scolastico 2013-2014).

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Si conferma  che, anche a livello territorialmente disaggregato, vi è un effetto sistematico dovuto al tipo di istituto e che a parità di tipo di istituto, emerge un effetto sistematico che tende a far sì che nelle regioni meridionali la percentuale di studenti che conseguono 100 e lode è più elevata, a parità di tipo di percorso di istruzione.


02
Mar 16

Investimenti nella ricerca? Le briciole al Centro Sud

 
Anche nella ricerca lo storytelling renziano è coerente con se stesso, con una scelta sistematica delle aree geografiche a cui destinare fondi.

La denuncia è dapprima partita, sulle pagine de La Repubblica, dalla senatrice a vita Elena Cattaneo che ha denunciato come il petaloso progetto del Human Technopole , da realizzarsi sulla ex area Expo di Milano con un investimento di un miliardo e mezzo per i prossimi dieci anni, sia del tutto discutibile.

Ciò perché l’Istituto Italiano di Tecnolgia, affidatario del progetto, ha già ricevuto cento milioni all’anno nell’ultimo decennio

“in buona parte accantonati in un tesoretto (legale ma illogico) che oggi ammonterebbe a 430 milioni”. La senatrice vede il pericolo di “una nuova corte dei miracoli (a prescindere che si chiami Iit) presso la quale c’è già chi si è messo a tavola”. Infatti, “l’Iit dice che non farà tutto da solo. Recluterà, con i soldi pubblici, ricerche (cioè idee) di altre istituzioni. […] “In altre parole l’Iit riceve e ri-eroga fondi pubblici, come un’Agenzia di finanziamento, […] quando ogni studioso avrebbe il pieno diritto di accedere ai fondi direttamente alla fonte pubblica, con l’idea di cui è depositario, senza pagare pegno al Re Mida di turno”. (Fonte: Il Mulino)

Un nuovo distributore all’italiana di clientele?

Dalle pagine della rivista Il Mulino, rincara la dose il professor Viesti denunciando la consueta ripartizione dei fondi nella ricerca che conferma la tendenza nell’affidamento, con la sistematica esclusione degli atenei centro meridionali:

Così all’Iit andranno, stando a Roars, risorse per 1.500 nuovi ricercatori. All’intero sistema universitario nazionale ne sono stati destinati, con l’ultima legge di stabilità, 861 (pari a circa un decimo della riduzione del personale docente degli ultimi anni). Per non farci mancare niente, i criteri con i quali il Miur ha deciso di ripartire fra le sedi queste risorse saranno forse anch’essi petalosi, ma certamente fanno sorgere moltissimi dubbi. Sia per lo straordinario premio che viene discrezionalmente destinato agli atenei di minore dimensione, in particolare ad alcuni, ripetutamente favoriti nel periodo più recente; sia per l’utilizzo dei risultati della valutazione della qualità della ricerca 2004-2010 (in sé oggetto di aspre discussioni), come nuovo criterio, anch’esso discrezionale, per ripartire in modo assai asimmetrico fra sedi le nuove risorse umane, con una vistosa, ulteriore, penalizzazione del sistema universitario del Centro Sud.

Meno ricerca, meno lavoro, meno opportunità, più esercito: la ricetta del governo Renzi.


29
Lug 15

2008-2015: -18% di finanziamenti agli atenei meridionali

Ci accusano di essere visionari e vittimisti, ma tutta la storiella pompata dal ben noto quotidiano dell’alta borghesia italiana, dal titolo crepuscolare, che trova terreno fertile nella maggioranza di Governo, che punta alla chiusura di alcuni atenei ritenuti poco produttivi e competitivi, viene da lontano ed è ben pianificata.

Lo conferma il Sole 24 Ore che spiega bene come:

Gli atenei statali italiani che nel 2008 potevano contare su un fondo ordinario di 7.250 milioni di euro, oggi possono disporre di 6.313,3 milioni. Le università ad aver subito maggiormente i tagli (basati sui canoni di “finanziamento competitivo” e “costi standard”) sono quelle meridionali, che hanno avuto una riduzione dei finanziamenti del 18,8% contro il -13,1% delle università del Centro Italia e il -7,1% di quelle del Nord. Andando a guardare le singole università, quelle di Palermo e Messina sono state le più penalizzate dalle nuove regole di distribuzione, con rispettivamente il -30,1% e il -31,4% di finanziamenti dal 2008. Saldo invece estremamente positivo per l’università di Bergamo che negli ultimi 7 anni ha visto crescere i fondi statali dell’11,4%

Tale pianificazione è un pugno in pieno volto a tutti i tentativi di coesione territoriale ed ai buoni propositi per lo sviluppo di alcune macro aree, preferendo gli investimenti solo in alcune regioni ritenute “locomotiva” di un Paese che in realtà non cresce e, soprattutto, “non si forma” a compartimenti stagni. Ed ancora dobbiamo sorbirci il chegneffotti “padano” mentre la necessità costringe ancora la meglio gioventù meridionale all’emigrazione che finisce per ingrassare anche l’indotto che ruota intorno agli studenti.

Ecco il grafico de “Il Sole 24 Ore”:


26
Lug 15

Docenti “Magna Graecia”: ecco perchè quelle classifiche sono falsate

Questa lettera, firmata da alcuni illustri docenti del Dipartimento di Scienze Giuridiche, Storiche, Economiche e Sociali dell’ Università Magna Graecia di Catanzaro, è stata inviata al direttore de Il Mattino:

Egr. Direttore,
Le graduatorie possono essere un utile strumento di valutazione e di orientamento e servire, così, da stimolo. Possono, però, anche essere ingannevoli e offrire una rappresentazione distorta. Dipende dagli indicatori scelti. Nella graduatoria delle università italiane de Il Sole 24 Ore, l’università Magna Graecia di Catanzaro si colloca alla 21esima posizione in Italia per qualità della ricerca.

Un risultato senz’altro soddisfacente, considerato che si tratta di un’università giovane e con un numero di docenti e ricercatori inferiore a tanti prestigiosi atenei del Paese. Nella stessa graduatoria, la Magna Graecia si colloca, però, al 61esimo posto per la didattica. Una differenza enorme, dunque, tra le due posizioni. Un genitore o uno studente che leggesse la graduatoria del Sole 24 Ore potrebbe pensare che la didattica impartita dai docenti dell’università di Catanzaro sia, per qualche ragione, di qualità inferiore rispetto agli altri atenei del paese. Quel genitore e quello studente sarebbero indotti in errore.
La valutazione del Sole 24 Ore non ha quasi nulla a che vedere con la qualità dell’insegnamento. Essa si basa, invece, su nove indicatori tra i quali: il tasso di occupazione degli studenti a un anno dalla laurea; la percentuale di immatricolati da fuori regione; i crediti ottenuti in stage; la percentuale di borse di studio; i crediti ottenuti all’estero; il numero di docenti di ruolo nelle materie di base e caratterizzanti; il giudizio dei laureandi sull’efficacia della didattica. Come è evidente, alcuni di questi indicatori non solo non hanno nulla a che fare con la didattica, ma riguardano fattori che l’università non può, in alcun modo, modificare. Il tasso di occupazione a un anno dalla laurea dipende, in larga misura, dal contesto e dall’andamento dell’economia territoriale.

Nel Mezzogiorno, in cui il tasso di disoccupazione giovanile sfiora il 60 per cento, tale indicatore non può che essere penalizzante. Anche il numero di borse di studio non ha alcuna relazione con la didattica e non dipende dagli atenei, bensì dalle Regioni. Lo stesso vale per gli immatricolati da fuori regione, considerato il ruolo che hanno fattori di contesto che, ovviamente e storicamente, avvantaggiano le università di grandi città del Centro-Nord rispetto a quelle di provincia del Sud. Anche il numero di docenti c’entra poco con le scelte degli atenei che, anzi, devono sottostare a norme stringenti che ne impediscono l’assunzione. Analoghe considerazioni si possono fare per la mobilità internazionale degli studenti. A ben vedere, il parametro che più di altri riguarda la didattica è il giudizio degli studenti sui corsi frequentati. Ebbene, rispetto a tale indicatore, l’università di Catanzaro si colloca al 17esimo posto in Italia (si noti che sette università del Nord non risultano classificate per mancanza di dati).

Nell’articolo di commento alla graduatoria del Sole 24 Ore il giornalista precisa: “Per fare un esempio banale, è inevitabile che le università milanesi abbiano risultati migliori in termini di tassi occupazionali o di attrattività rispetto a quelle calabresi o campane, perché questo dipende da fattori legati al contesto socio-economico e al tessuto imprenditoriale dei diversi territori”. Se lo stesso giornalista è convinto di ciò, perché considerare tali parametri? Qualsiasi precisazione è poco efficace, dal momento che la maggior parte dei lettori si limita a leggere la classifica, senza investigare su come essa sia stata fatta. Sarà anche banale, ma una “valutazione” delle università che scelga parametri che riguardano il contesto territoriale e imprenditoriale e poco o nulla la didattica, non fornisce, a nostro giudizio, uno strumento di orientamento, ma, anzi, rischia di offrire una rappresentazione distorta della realtà. Il risultato, anche esso banale, ma inevitabile e ingiusto, è che, per gli indicatori scelti, la classifica del Sole 24 Ore penalizza le università meridionali.

Firmato:

Vittorio Daniele, Valerio Donato, Renato Ghezzi, Paolo Malanima, Nicola Ostuni, Rocco Reina.


21
Giu 15

E’ forse una strategia per distruggere le università meridionali?

Riprendendo una accademica e lunga analisi del professor Viesti, anche Pino Aprile dal proprio profilo Facebook torna sul progressivo smantellamento degli atenei meridionali:

Una follia razzista e programmata, eccone le prove, esaminate dal professor Gianfranco Viesti (tanto di cappello a uno dei pochi che ha coraggio, oltre che testa). Naturalmente, il prof usa il linguaggio asettico e dottorale dei ricercatori, ma le cifre, le tabelle, i diagrammi che elenca sono terrificanti e parlano chiaro.

Mi perdonerà se provo a tradurre in aprilese, così, magari, capiamo meglio anche noi non accademici. Il progetto è spaventoso e viene nazistamente applicato ormai da una ventina di anni, grazie a ministri di Forza Italia con il cuore leghista, a “tecnici” si fa per dire, messi al governo; a ministri del Pd senza pudore.
Il piano è questo: abbassare la qualità dell’istruzione in Italia, limitare il numero degli studenti, selezionati per censo (i più poveri fuori dalle palle) e per area geografica (i terroni fuori dalle palle); favorire le università del Nord e, comunque delle aree più ricche, destinando loro più fondi e più diritti; ridurre, in ogni caso, la quantità di laureati: se meridionali e di valore, potranno avere un futuro trasferendosi dove dice la sezione del Ku Klux Klan insediatasi ai vertici del ministero dell’Istruzione (la stessa che cancella scrittori e poeti meridionali dai programmi di letteratura dei licei, pur se erroneamente insigniti di premio Nobel per la letteratura; la stessa che distribuisce al Nord i soldi per le scuole terremotate del Sud; che dà a Milano i soldi per combattere l’evasione scolastica a Scampia, e via schifando).

Lo studio è lunghetto, il linguaggio accademico, ma comprensibilissimo (Viesti è uno dei nostri migliori divulgatori di economia). Abbiate la pazienza di leggerlo lentamente e sentirete il sangue bollire; capirete quanto ne arrivò persino a Cristo, al cervello, quando fustigò i mercanti nel tempio: un branco di delinquenti sta devastando la scuola italiana, per toglierla ai terroni e farne un privilegio per pochi e ricchi. Fermiamo lo scempio. Abbiamo tutta l’estate per maturate rabbia e progetto. Il prossimo anno scolastico dev’essere quello della rivolta civile.
Organizziamoci!

Qui è possibile scaricare l’analisi di Viesti.


19
Giu 15

La distribuzione territoriale dei dottorati di ricerca in Italia: il Sud sta scomparendo

Vi lascio il dato senza ulteriori commenti, a dimostrazione che una macroregione importante di questo Paese, sforna ormai solo emigranti.

Proprio oggi l’istituto Toniolo fotiografa questo identikit del giovane meridionale:

“Per i giovani del Sud – commenta il professor Alessandro Rosina, docente di Demografia e Statistica Sociale dell’Università Cattolica di Milano e tra i curatori del Rapporto Giovani – risulta molto più drastica la decisione tra rimanere, ma doversi accontentare a rivedere al ribasso le proprie aspettative lavorative e i propri obiettivi di vita, o invece andarsene altrove. Solo il 16% è infatti indisponibile a trasferirsi. Se però in passato come destinazione prevaleva il Nord Italia, ora più della metà degli under 30 meridionali punta a un possibile volo direttamente all’estero. A progettare di andarsene sono ancor più i laureati e gli studenti, mentre i più rassegnati a rimanere sono i Neet, ovvero i giovani che non studiano e non lavorano”. E questo significa che la disponibilità delle fasce giovanili meridionali ad emigrare per poter lavorare “tende ad impoverire non solo quantitativamente, ma anche qualitativamente – avverte Rosina – la presenza dei giovani nel territorio di origine”


14
Mag 15

Viesti: basta stereotipi e disinformazione sugli atenei del Sud

Tutto nasce da un tweet inviato nel corso di una trasmissione di Radio 3, da un ascoltatore,  che proprio non va giù al professor Viesti: “le scuole del Sud sono al livello dell’Afghanistan”.

Lo stesso giorno, poi, appare sul Corriere della Sera un articolo di Roger Abravanel che sostiene la discutibilità e l’inutilità di “tante lauree inutili sfornate da mediocri atenei”.

Un paio di giorni dopo la reazione del docente pugliese che da anni si batte contro l’attacco frontale agli atenei meridionali, provenienti da certi ambienti accademici (e non solo) che di fatto, alla fine della fiera, vorrebbero sottrarre ancora più fondi alle Università del Sud.

Scrive Viesti in un pezzo pubblicato sul sito della casa editrice Il Mulino:

 Tali affermazioni sollevano alcune perplessità. Come certificato dall’“Education at a glance” dell’Ocse, le tasse universitarie in Italia (per l’ultimo anno disponibile) si attestano a 1.407 dollari a parità di potere d’acquisto, cioè il livello più alto fra i Paesi europei considerati dall’organizzazione dopo Regno Unito e Olanda. La stessa organizzazione certifica un forte aumento delle tasse universitarie italiane negli ultimi anni; la Banca d’Italia, nel suo recente L’economia delle regioni italiane collega l’aumento del costo dell’università a una diminuzione delle iscrizioni, soprattutto di studenti del Mezzogiorno di famiglie a basso reddito. L’università italiana non è quindi né gratuita né “pressoché gratuita”, come sostenuto il 12 aprile sullo stesso giornale da Alesina e Giavazzi.

Ed ancora:

Quanto ai mediocri atenei, un recente lavoro di Emanuele Ciani e Vincenzo Mariani della Banca d’Italia cerca di misurare l’esito occupazionale dei laureati di diverse università, tenendo conto del tipo di studi svolti e delle condizioni territoriali del mercato del lavoro. La “graduatoria” che ne emerge è non priva di sorprese e suggerisce grande prudenza nell’attribuire la qualifica di “mediocre”. È interessante ad esempio vedere che l’Università di Bari (dove lavora chi scrive), definita il 19 agosto 2013 da Giavazzi, sempre sul “Corriere”, “una fabbrica di illusioni”, la cui chiusura sarebbe opportuna, figura nona su 68 nella stima dei ricercatori sulla capacità occupazionale dei propri laureati

Ed infine la stoccata a chi  continua ad infangare il lavoro di docenti e discenti delle scuole meridionali, basandosi su stereotipi dal solito vago retrogusto razzista:

Infine, quanto all’Afghanistan, forse non sono necessari commenti né sui contenuti né sullo stile dell’affermazione. Il lettore interessato alle scuole del Mezzogiorno può consultare il rapporto della Fondazione Res – in uscita da Donzelli – che prova a misurare la capacità delle scuole di accrescere le competenze degli studenti, dato il loro livello di partenza, e mostra una situazione non priva di criticità, ma con moltissime scuole del Sud che raggiungono risultati eccellenti.

Con la speranza che gli organi di informazione dell’alta borghesia italiana se facciano una ragione..


27
Mar 15

Viesti: così il Sud perde Università e laureati

In un articolo molto interessante pubblicato due giorni fa su Il Mattino, il professor Gianfranco Viesti fa un’ottima analisi sullo stato delle università meridionali e sulle cause del calo del numero di laureati al Sud:

Negli ultimi anni la condizione del sistema universitario italiano, e in particolare meridionale, è profondamente cambiata. Per tanti versi in peggio: meno risorse, meno docenti, meno studenti. A seguito della crisi, ma ancor più di una giungla quasi inestricabile di disposizioni normative, si sono determinate tendenze molto pericolose; con effetti distorsivi territoriali molto forti a danno del Sud. Sono state prese decisioni politiche importanti: ma le si è mascherate dietro norme apparentemente tecniche, dietro la parola d’ordine di una “meritocrazia”, estremamente discutibile nelle sue finalità e nei suoi strumenti. E i meccanismi che hanno determinato questi cambiamenti sono pienamente all’opera: di qui a qualche anno vi è un chiaro rischio che non poche università italiane, particolarmente – ma non solo – al Sud, vedano la propria offerta formativa contrarsi ai minimi termini, fino, forse, a scomparire. Le esortazioni del governatore Ignazio Visco, sull’importanza fondamentale dell’istruzione nel mondo contemporaneo (e ancor più del futuro) si scontrano con la realtà di un paese che sta pesantemente disinvestendo sull’università, in particolare nel Sud.

Scrive Viesti, che aggiunge:

L’università è un’ascensore sociale fondamentale. Ma il quadro peggiora, invece di migliorare. In tutta Italia si sta riducendo la percentuale di diplomati che si iscrive all’università. Ma di più al Sud: il tasso di passaggio dal diploma è 52% in Italia, 49% al Sud, 46% in Campania. Questo fa il paio con tendenze demografiche sfavorevoli (mentre al Nord aumentano i giovani grazie agli immigrati), determinando un vero crollo delle immatricolazioni: al Sud si passa dai 128.000 giovani che si iscrivono (in qualunque sede) nel 2007-08 ai 101.000 dello scorso anno; fra i giovani campani si scende da 37.000 a 30.000. Quel che è più grave è che la rinuncia all’università (documenta la Banca d’Italia) è più forte per le famiglie meno abbienti del Mezzogiorno, che – per motivi economici – non sono più in grado di investire nell’istruzione dei propri figli.

Le cause si inseriscono in un quadro di disincentivo dell’investimento puibblico al mezzogiorno:

Le università ricorrono così in modo massiccio a finanziamenti di terzi: con una situazione balcanizzata in cui le risorse, e le opportunità di sviluppo, dipendono dalla munificenza di Fondazioni o di Regioni a Statuto Speciale; ma sono ovviamente molto minori nelle regioni più deboli: le entrate da terzi (rapportate agli studenti) sono nelle università del Sud la metà rispetto al Nord. E ricorrono in modo massiccio alle tasse. In Italia si è passati da norme che miravano a limitare l’ammontare delle tasse a disposizioni che premiano le università che più incassano dai propri iscritti. Uno dei tanti casi di scelte politiche mascherate da norme tecniche. Ora, le tasse universitarie sono più basse al Sud che al Nord: ma se tenendo conto del potere d’acquisto le differenze si riducono moltissimo; rispetto al reddito in Campania la tassazione è più elevata che nella media nazionale. Ma il minor gettito in termini assoluti determina difficoltà di finanziamento; e, paradossalmente, la “punizione” di minori possibilità di assumere docenti, perché il gettito delle tasse è uno dei criteri di “merito” delle università. A fronte di questo chi studia nel Mezzogiorno dispone di strutture peggiori, di meno mense, di meno posti letto (541 in Campania contro 7263 in Lombardia). Le borse di studio in Campania, come in molte altre regioni del Sud, coprono meno della metà degli aventi diritto, contro valori prossimi al 100% nel CentroNord.