Crea sito


12
Dic 16

Viesti: ecco perché il Sud ha votato No, al di là degli stereotipi

pulcinella

Al di là dei pregiudizi e degli stereotipi, sulla rivista Il Mulino, il professore Gianfranco Viesti prova a spiegare al pubblico radical chic non pagante, per quale motivo al Sud il fronte del no abbia sortito certi risultati così importanti, in termini referendari.

Partiamo dalla media votanti: al Sud si vota meno perchè c’è meno senso civico ed interesse per la res publica. In realtà scrive Viesti:

va sempre tenuto presente che la popolazione effettivamente presente nel Mezzogiorno (e quindi in grado di votare) è inferiore a quella residente. E comunque molto più alta che in precedenti referendum. Ciò suggerisce qualche considerazione meditata. Non solo sulle misurazioni del capitale sociale, ma anche e soprattutto sulle forme contemporanee di partecipazione e di espressione della volontà popolare. Azzardo solo una riflessione: mai come oggi i normali canali di rappresentanza politica, al Sud ancor più che nel resto del Paese, sono ostruiti

Tra l’altro il rimborso per il ritorno a casa valeva soltanto ad alcune specifiche condizioni.

A proposito della concezione sulla presunta minorità della espressione del voto meridionale (ricordate Chicco Testa?), Viesti aggiunge:

dando voce a convinzioni sulla «minorità» (e sull’irrecuperabilità) del Mezzogiorno che permeano larghi strati delle classi dirigenti del Nord, che semplicemente evitano di esprimerle pubblicamente, in maniera così avventata. Il Sud è conservatore? Il Sud è ribellista? Temo che sia assai difficile rispondere sulla base di solide evidenze: la ricerca socio-economica applicata nel nostro Paese è quasi scomparsa. Al di là di qualche rilevazione demoscopica, ignoriamo ciò che davvero sta avvenendo nella società meridionale e nelle sue diverse componenti.

Giornalisti e ruling class padana osservano il Sud dal calduccio delle proprie stanze (oltre che dal silenzio delle proprie coscienze) pretendendo di avere una chiara visione del homo terronicus. Un esperimento antropologico da osservare a debita distanza, da blandire con cocci di vetro a fini elettorali. E basta così. Ma al referendum c’è poco da promettere e i votanti mostrano il conto.

Conclude il docente pugliese

Si pensi solo che per come è stata disegnata l’azione redistributiva più importante (gli 80 euro) ne ha tratto beneficio una percentuale di famiglie decisamente più bassa al Sud rispetto al Nord; pur essendo le prime assai più povere. Certo, la disattenzione per il Sud non è stata prerogativa esclusiva dell’ultimo governo. Ma probabilmente nell’ultimo triennio moltissimi cittadini del Sud hanno toccato con mano, nei propri luoghi di vita e di lavoro, l’assenza di iniziativa.

 


03
Ott 16

Viesti: Renzi vede l’elettore meridionale come il “buon selvaggio”

doni-ai-selvaggi

Molto interessante l’editoriale del professor Viesti sulla rivista de Il Mulino, a proposito delle velleità renziane sul “ponte”. Già feticcio berlusconiano, rispolverato nelle grandi occasioni elettorali per ingraziarsi il popolo (supposto “bue”) meridionale, al momento fermamente ancorato sul No al referendum degli scolaretti della Leopolda.

A proposito del ponte il professore di economia scrive:

il Ponte è l’opera prioritaria? Certo che no, come lo stesso Renzi ha poi riconosciuto: «per me viene dopo banda larga, edilizia scolastica, ferrovie e viadotti in Sicilia». Per di più, i benefici del Ponte potrebbero essere significativi assai più per il traffico ferroviario che per quello stradale: la rete su ferro siciliana potrebbe essere connessa a quella «continentale», con impatti molto positivi su tempi e qualità del trasporto. Ma i beneficio diventerebbe sostanziale solo se le attuali reti ferroviarie siciliane e calabresi, in condizioni ottocentesche e fuori da tempo dagli interessi delle Ferrovie dello Stato, fossero sostanzialmente ammodernate e velocizzate. Interventi anch’essi assai costosi, ma certamente prioritari rispetto alla realizzazione del Ponte.

Ed ancora:

Quello che disturba, e molto, è che Renzi, volendo accattivarsi l’elettorato meridionale, e in particolare calabrese e siciliano, non abbia trovato un argomento migliore. Che nessuno, dei suoi tanti luogotenenti, gli abbia suggerito un tema migliore (dalla messa in sicurezza del territorio allo sviluppo dell’industria o del turismo o della ricerca). Ovvero che, come accade per la verità non solo a lui, sia prevalsa l’immagine dell’elettore meridionale come un «buon selvaggio», con il quale è meglio presentarsi facendo luccicare una collana di cocci di vetro invece che sedersi a ragionare dei suoi veri problemi e delle effettive, possibili, soluzioni.

Amen.


13
Ago 16

Viesti: i miliardi di investimenti al Sud? Tutta propaganda

191217234-672b36c4-9d5b-4d17-8fff-39398a95df46

Molto critico il professor Viesti sullo storytelling dei miliardi di investimenti al Sud, la cui campana torna a battere sui media amici del governo Renzi.

Scrive Viesti:

Nell’agosto 2015 Renzi aveva preannunciato per settembre, prima della Legge di Stabilità, un “Masterplan per il Mezzogiorno”. Solo il 4 novembre sono però apparse sul sito della Presidenza del Consiglio alcune scarne “linee guida” del “Masterplan”, seguite da un ulteriore lungo periodo di silenzio. Il governo ha infine annunciato che avrebbe siglato 16 Patti per il Sud: uno per ogni regione, più 7 per le città metropolitane e uno per Taranto. Il 24 aprile, con una grande comunicazione istituzionale e la visita del Premier a Napoli, è stato siglato il primo Patto (Campania); ne sono poi seguiti altri. Stando alla documentazione disponibile sul sito della Presidenza del Consiglio al 7 giugno, ne risultano firmati 8. Sulla base di questi documenti è possibile fare qualche riflessione

Ed ancora, secondo Viesti, la portata dei provvedimenti è assai limitata per vari motivi:

1) In primo luogo manca completamente un’idea delle politiche di sviluppo necessarie e opportune oggi per l’insieme del Mezzogiorno – al di là delle generiche pagine di “linee guida” – da cui far scaturire interventi e priorità. Questo è particolarmente importante perché questi provvedimenti arrivano in un periodo pessimo per l’economia e la società meridionale; forse il più grave (se si eccettua la crisi dei primi anni Trenta) nella storia unitaria. Periodo nel quale la fortissima caduta dell’attività economica e dell’occupazione meridionale è generata non solo dalle caratteristiche della crisi dell’euro (crollo della domanda interna) ma anche dall’azione delle politiche pubbliche, che le sta aggravando in particolare al Sud. Su questi temi si veda: http://www.eticaeconomia.it/leconseguenze-territoriali-dellausterita-disuguale/ Purtroppo, non vi sono motivi di pensare che questo stato di cose cambi nel prossimo futuro (al di là di una limitata ripresa congiunturale) né che possano essere evitati gravissimi fenomeni cumulativi connessi alla crisi (esclusione, marginalizzazione sociale e povertà; migrazioni delle forze lavoro più qualificate). Nulla si dice sulla circostanza che qualità e quantità dei grandi servizi pubblici al Sud (a cominciare da sanità e istruzione; specie universitaria come ampiamente documentato in http://www.donzelli.it/libro/9788868434564 ), invece di migliorare, stanno peggiorando. A giudicare dai primi Patti sembra più un’operazione che sta “tirando fuori dai cassetti” quanto già c’è, piuttosto che disegnando progressivamente l’attuazione di una consistente risposta alla crisi.

2) In secondo luogo nulla garantisce che gli interventi contenuti nei Patti siano, come sempre deve essere per le politiche di sviluppo territoriale, “aggiuntivi” rispetto alla ordinaria azione pubblica. Non vi sono infatti né dati che consentano di valutare, né impegni che consentano di garantire, se e in che misura questi interventi si sommino ad una “ordinaria” azione pubblica (circostanza quantificabile grazie al sistema dei “conti pubblici territoriali”). Impegni simili avevano costituito il cuore delle decisioni sulle politiche di sviluppo prese alla fine degli anni Novanta (garanzia dell’investimento al Sud del 45% della spesa totale italiana in conto capitale); impegni poi cancellato dal Ministro Tremonti con l’ultimo governo Berlusconi, e che il governo Renzi – come ha sostenuto in un recente dibattito parlamentare – non ha inteso ripristinare. Al contrario, è forte il sospetto che per le regioni e le città considerate si tratti di tipologie di interventi che in altre aree del paese si fanno con risorse ordinarie di Ministeri, Regioni e Città.

3) E’ certamente utile una ricognizione degli interventi già previsti e finanziati, fatta congiuntamente fra amministrazioni centrali e locali, e la condivisione delle priorità e delle reciproche responsabilità. Non si tratta però di una novità: sin dagli anni Novanta in Italia è consueto l’utilizzo di Intese fra Stato e Regioni proprio a questi fini; che si concretizzano in Accordi di Programma Quadro, molti dei quali ancora vigenti, che contengono esattamente gli elenchi degli interventi condivisi, le risorse disponibili, le responsabilità attuative.

4) Il grosso degli interventi è già previsto e finanziato da decisioni precedenti. Con i Patti sono state rese disponibili alcune nuove risorse: ma a ben guardare, non sono del tutto nuove. Dal 2014 (parallelamente all’insediamento del governo Renzi) si è avviato un “ciclo di programmazione”, relativo al 2014-2020, delle politiche di sviluppo territoriale; esse sono sostenute tanto dai fondi strutturali europei quanto dal Fondo Sviluppo e Coesione (FSC). Per i fondi strutturali amministrazioni centrali e regionali hanno da tempo provveduto alla definizione di programmi, finanziati da risorse europee (e da un “co-finanziamento nazionale”) e approvati dalla Commissione Europea. Questi interventi sono confluiti nei Patti. Per il FSC, invece, dopo che il governo Letta aveva stabilito la dotazione complessiva (54,8 miliardi, destinati per l’80% al Mezzogiorno e per il 20% al Centro-Nord), con l’esecutivo Renzi si erano avute solo una lunga serie di assegnazioni parziali, senza una programmazione d’insieme, e quasi sempre non rispettose dei criteri territoriali di allocazione. Con i Patti verranno assegnati, stando a quanto riportato in uno degli Allegati del Documento di Economia e Finanza, risorse per 13,4 miliardi. Tale cifra appare però nettamente inferiore ai circa 44 miliardi da destinare al Mezzogiorno per il periodo 2014-20. Si tratta quindi di una assegnazione assai parziale, e tardiva, di risorse già destinate allo sviluppo del Sud. 5) Sono indicati dei target di spesa da raggiungere per il 2017, su cui verificare gli impegni presi: una scelta positiva. Tuttavia gli obiettivi indicati sono assai modesti; e lo sono in particolare quando sono coinvolte le risorse del FSC di cui si è appena detto. Il grosso delle cifre FSC indicate nei Patti sarà sbloccato, se vi saranno le relative decisioni del CIPE, solo a partire dal 2018. Anche questi target non sono certo una novità: con il governo Monti si erano firmati dei Contratti Istituzionali di Sviluppo con FS e ANAS che prevedevano cifre ben più rilevanti e scadenze negli anni per la spesa (anche se poi non sono state rispettate, senza che nulla avvenisse).

Insomma le critiche di Viesti sono molto puntuali e circostanziate, anche alla luce della notizia dei fondi stanziati per i siti archeologici meridionali. Anche in questo caso una domanda nasce spontanea: come li si raggiungono se non si investe in un sistema integrato di infrastrutture che rendano fruibili quei siti?

Intanto Il Mattino per non sbagliare dà letteralmente i numeri

13912318_10209515073169686_1930862879213782167_n


10
Mag 16

“Non è vero che abbiamo ucciso le Università del Sud. Si sono suicidate”

Storie_incredibili-260x260

Pensate che abbia scritto un titolo ad effetto? Affatto.

Le premesse sono queste: lo scorso Marzo, l’economista professor Gianfranco Viesti, pubblica un interessante dossier in cui dimostra come, negli ultimi sette anni, i governi che si sono succeduti abbiano posto in essere una politica volta a danneggiare le università meridionali, per il solo fatto di esser tali.

Succede che ad Aprile lo stesso Viesti ribadisca certe premesse durante un convegno a Milano dove è presente anche un componente del direttivo Anvur (l’agenzia di valutazione dell’Università), Checchi, il quale sostiene: nessuno ha voluto uccidere le università del Sud, semplicemente si sono suicidate, assumendo, ad esempio, personale tecnico-amministrativo oltre le proprie possibilità, unicamente per ragioni clientelari (cita a mo’ di esempio il caso della Università di Foggia).

Tutto a posto, se non fosse che la Redazione della rivista Roars è andata a verificare se questo assunto apodittico sia vero. E a sorpresa si scopre che :

«Il problema del rapporto tra personale tecnico-amministrativo e docenti: alcune università, nella fattispecie quella di Foggia, sono riempite di personale tecnico-amministrativo e quindi poi i costi sono gonfiati da questa cosa». A supporto della sua tesi sul suicidio delle università del Sud, Daniele Checchi, membro del consiglio direttivo ANVUR, ha citato anche i costi gonfiati da un eccessivo rapporto tra personale tecnico-amministrativo e docenti, con l’ateneo di Foggia a fare da pecora nera. Eppure, chi controllasse i dati, scoprirebbe che nella speciale classifica delle università “più riempite di personale tecnico amministrativo”, Foggia occupa appena il 38° posto su 66. Assai più riempite di personale tecnico amministrativo sono alcune blasonate università del Nord tra cui , Padova (27°), Politecnico di Torino (21°), Bologna (19°),  Trento (11°) e Venezia Ca’ Foscari (10°).  Ma la vera sorpresa la troviamo quando andiamo a vedere chi occupa allora le prime nove posizioni delle università “più riempite di personale tecnico amministrativo”. E ancor più sorprendente è scoprire come proseguono le carriere di chi ha governato questi atenei dai costi così “gonfiati”.

Ecco le prime dieci nella classifica delle “più riempite”, cioè con il più elevato rapporto tra personate tecnico amministrativo e docenti

topten

E qua sotto c’è la tabella con tutti i dati. Da cui si evince che l’università di Foggia – 38-esima su 66 atenei – è ben sotto la mediana.

Dati_PTA_docenti

E, infine, l’importante precisazione della rivista Roars

A quanti obietteranno che non si possono fare confronti tra strutture organizzative di dimensioni tanto diverse, rispondiamo che ne siamo perfettamente consapevoli. Ma applichiamo la logica premiale adottata da ANVUR-MIUR. In un mondo normale, in cui valgono le leggi della statistica e non la pseudo-scienza premiale della VQR, non ci sogneremmo mai di paragonare Normale di Pisa e La Sapienza di Roma. Ma perché non dovremmo farlo visto che ANVUR ed il ministero lo fanno per distribuire l’FFO? Volete che si faccia un’eccezione proprio ora e solo per questo?

La solita bufala per continuare a fare i Robin Hood al contrario.


02
Mar 16

Investimenti nella ricerca? Le briciole al Centro Sud

 
Anche nella ricerca lo storytelling renziano è coerente con se stesso, con una scelta sistematica delle aree geografiche a cui destinare fondi.

La denuncia è dapprima partita, sulle pagine de La Repubblica, dalla senatrice a vita Elena Cattaneo che ha denunciato come il petaloso progetto del Human Technopole , da realizzarsi sulla ex area Expo di Milano con un investimento di un miliardo e mezzo per i prossimi dieci anni, sia del tutto discutibile.

Ciò perché l’Istituto Italiano di Tecnolgia, affidatario del progetto, ha già ricevuto cento milioni all’anno nell’ultimo decennio

“in buona parte accantonati in un tesoretto (legale ma illogico) che oggi ammonterebbe a 430 milioni”. La senatrice vede il pericolo di “una nuova corte dei miracoli (a prescindere che si chiami Iit) presso la quale c’è già chi si è messo a tavola”. Infatti, “l’Iit dice che non farà tutto da solo. Recluterà, con i soldi pubblici, ricerche (cioè idee) di altre istituzioni. […] “In altre parole l’Iit riceve e ri-eroga fondi pubblici, come un’Agenzia di finanziamento, […] quando ogni studioso avrebbe il pieno diritto di accedere ai fondi direttamente alla fonte pubblica, con l’idea di cui è depositario, senza pagare pegno al Re Mida di turno”. (Fonte: Il Mulino)

Un nuovo distributore all’italiana di clientele?

Dalle pagine della rivista Il Mulino, rincara la dose il professor Viesti denunciando la consueta ripartizione dei fondi nella ricerca che conferma la tendenza nell’affidamento, con la sistematica esclusione degli atenei centro meridionali:

Così all’Iit andranno, stando a Roars, risorse per 1.500 nuovi ricercatori. All’intero sistema universitario nazionale ne sono stati destinati, con l’ultima legge di stabilità, 861 (pari a circa un decimo della riduzione del personale docente degli ultimi anni). Per non farci mancare niente, i criteri con i quali il Miur ha deciso di ripartire fra le sedi queste risorse saranno forse anch’essi petalosi, ma certamente fanno sorgere moltissimi dubbi. Sia per lo straordinario premio che viene discrezionalmente destinato agli atenei di minore dimensione, in particolare ad alcuni, ripetutamente favoriti nel periodo più recente; sia per l’utilizzo dei risultati della valutazione della qualità della ricerca 2004-2010 (in sé oggetto di aspre discussioni), come nuovo criterio, anch’esso discrezionale, per ripartire in modo assai asimmetrico fra sedi le nuove risorse umane, con una vistosa, ulteriore, penalizzazione del sistema universitario del Centro Sud.

Meno ricerca, meno lavoro, meno opportunità, più esercito: la ricetta del governo Renzi.


05
Dic 15

Viesti: dove sono andati a finire gli 80 euro di Renzi? Poco al Sud

La risposta potrebbe trovarsi nell’abusata e pecoreccia metafora del cetriolo, credetemi non mi abbasserò a tanto, però vale la pena di riportare alcuni passi di un interessante articolo del professor Viesti sulle pagine de Il Mattino di oggi.

In particolare Viesti si chiede se il famoso provvedimento degli 80 euro abbia arrecato qualche beneficio al Sud, in uno scenario che gli istituti di ricerca vedono sempre più distante dalla macro area geografica del Nord.

Scrive Viesti:

Abbiamo ora i dati sui beneficiari. Il bonus è stato ottenuto da 5,4 milioni di famiglie, che hanno ricevuto 86 euro al mese. Si tratta delle famiglie con lavoratori dipendenti del settore privato con un reddito annuo complessivo compreso fra 8.100 e 26.000 euro. Sono tante; poco più di una su cinque (circa il 22%). delle famiglie italiane. Un provvedimento di rilevante ammontare: oltre 5 miliardi all’anno. Dato le sue caratteristiche, la misura ha favorito principalmente le famiglie a medio reddito, nell’accezione più ampia del termine; nelle quali vivono persone che hanno un lavoro alle dipendenze con uno stipendio non particolarmente alto. Ma non solo. Tra le famiglie “ricche” (cioè quelle che appartengono al quinto a maggior reddito del totale delle famiglie italiane): il 17% ha avuto il bonus; questo anche perché, come nota la Banca d’Italia, l’intervento ha favorito i nuclei in cui c’è più di un percettore di reddito; il bonus va alle persone, indipendentemente dal reddito complessivo della famiglia in cui vivono: se ci sono marito e moglie che lavorano, ottengono due bonus. Diverso ciò che accade tra i “poveri” (per la precisione: il quinto a minor reddito delle famiglie italiane): i benificiari sono stati davvero pochi, dato che molti fra i poveri non lavorano; hanno ricevuto il bonus solo il 13% delle famiglie. La più importante misura redistributiva del governo Renzi, come era evidente sin da subito, ha ignorato le fasce più povere della popolazione. Sono queste caratteristiche del provvedimento che ne hanno determinato l’impatto territoriale.

Questo vuol dire che la misura ha avuto un fortissimo impatto Al Nord:

Al Nord il 25,4% delle famiglie ha ricevuto gli 80 euro; al Centro il 19%, nel Mezzogiorno il 18,5%. Dei 5,4 milioni di nuclei familiari beneficiari, circa 3 milioni, più della metà, sono del Nord; circa un milione del Centro, e circa 1,4 milioni del Sud.

Ora se al Nord il provvedimento, scrive il professore pugliese, ha ottenuto l’importante effetto di redistribuire il reddito, al sud non è avvenuto altrettanto, questo perchè:

il reddito medio delle famiglie beneficiarie del bonus è più alto, anche significativamente, di quelle che non l’hanno ricevuto. Cioè, all’interno del Mezzogiorno il provvedimento ha favorito più chi sta un po’ meglio, non chi sta un po’ peggio. Non ha toccato i nuclei più poveri, all’interno dei quali non ci sono lavoratori dipendenti (regolari). Quindi gli 80 euro hanno reso – da questo punto di vista – la distribuzione del reddito al Sud un po’ disuguale. I poveri sono diventati ancora un po’ più poveri in termini relativi.

I poveri disoccupati non hanno avuto alcun beneficio da questo intervento, e sono molti, e in significativo aumento, proprio nel Mezzogiorno.

Ciò a dimostrazione che la forte crisi che sta colpendo il Sud più che altrove è frutto anche di politiche completamente sbagliate e sperequative.


16
Ott 15

Viesti: l’austerità ha colpito soprattutto il Sud

In un interessante articolo su Etica ed Economia, il professor Gianfranco Viesti, a proposito delle politiche di austerità ed effetti provocati dalle medesime su base territoriale scrive:

Come risulta dai dati dell’Istat, e come ha sottolineato la Svimez nelle sue Anticipazioni sul Rapporto 2015,  l’andamento dell’economia meridionale è stato nell’ultimo quadriennio molto peggiore della media nazionale. Questa circostanza non è affatto ovvia. Anzitutto, contrasta con la tendenza del decennio precedente, nel quale l’andamento del reddito pro capite è stato assai simile fra le grandi circoscrizioni. Inoltre, contrasta con una certa regolarità storica, per cui nelle fasi recessive le performance delle aree più deboli del paese sono meno peggiori della media nazionale, poiché quelle aree dipendono meno dal ciclo internazionale e beneficiano maggiormente dell’intervento pubblico, che si suppone anti-ciclico. La sensibile riapertura dei divari territoriali nell’ultimo quadriennio non è dunque un fatto scontato.

In parole povere, in tempi di crisi, le aree geografiche che beneficiano di intervento pubblico dovrebbero a rigor di logica, dipendendo meno dall’ “esterno”, soffrire meno che altrove gli effetti della crisi. In Italia ciò non accade (e non è accaduto), anzi per Viesti, l’attore pubblico, lo Stato, ha aggravato gli effetti della recessione.

Come mai?

E’ possibile fare questa affermazione innanzitutto sulla base dei dati sul “residuo fiscale” territoriale contenuti nel Rapporto 2014  della Banca d’Italia sulle economie regionali. Il residuo fiscale mostra l’effetto redistributivo implicito delle politiche pubbliche nelle diverse aree del paese. Dato che la tassazione è progressiva, e la fruizione dei principali servizi pubblici (istruzione, sanità, assistenza) è (in teoria) garantita a tutti i cittadini indipendentemente dal reddito, l’azione pubblica che scaturisce dal nostro dettato costituzionale fa sì che vi sia una significativa redistribuzione fra individui.

La Banca d’Italia certifica che il residuo fiscale “a vantaggio” del Mezzogiorno si è attestato intorno ai 56 miliardi all’anno fino al 2008. E’ sempre opportuno ricordare che a questo flusso implicito di risorse corrisponde un flusso netto in direzione contraria, di pari importo se non maggiore, dovuto allo sbilancio del commercio interregionale fra Sud e Centro-Nord. Il residuo fiscale è cresciuto fino a 60 miliardi nel 2009-10 ma è poi precipitato a 44 nel 2011-12.[…]

A parità di politiche pubbliche, il residuo fiscale tende a aumentare (diminuire) quando l’economia del Mezzogiorno cresce meno (più) della media nazionale. Questo è quanto potrebbe essere avvenuto, fisiologicamente, nel 2009-10, quando il Sud ha avuto un andamento del reddito procapite lievemente peggiore del Centro-Nord (minor ripresa nel 2010). Ma certamente non è avvenuto successivamente: a parità di politiche pubbliche, il residuo fiscale sarebbe dovuto aumentare; invece è drasticamente diminuito.

Proviamo a spiegarlo. Innanzitutto, nel caso delle regioni, il residuo fiscale è calcolato come differenza tra le tasse pagate (al netto di entrate regionali anche non fiscali a seconda di come viene calcolato) e la spesa pubblica complessiva ricevuta, ad esempio sotto forma di trasferimenti o in generali di servizi pubblici. In parole povere lo stato italiano fino ad un certo punto dell’ultimo decennio ha dirottato parte di quanto riceveva dalle regioni più ricche, alle regioni più povere. Poi c’è stato un drastico ridimensionamento. Dovuto a cosa? Semplice: alla maggiore tassazione a danno dei meridionali provocata dalla riduzione dei trasferimenti dallo Stato agli enti locali:

La risposta è contenuta nei dati presentati dalla Corte dei Conti in un’audizione parlamentare già nel 2014. La Corte documenta come l’aumento della pressione fiscale sia avvenuto prevalentemente in sede locale, e ciò abbia portato ad aliquote (dell’ Irap e delle addizionali Irpef regionali e comunali) molto più elevate nel Mezzogiorno; ciò è avvenuto anche perché dove il reddito è più basso occorrono aliquote maggiori per ottenere lo stesso gettito. Stando alla Corte dei Conti, “sembra emergere, insomma, una sorta di regola distorsiva, in virtù della quale i territori con redditi medi più bassi, espressione di economie più in affanno, sono penalizzati da una pressione fiscale locale più elevata”. E secondo la Banca d’Italia, “nel triennio 2010-12 l’incidenza delle entrate nel Mezzogiorno si è portata, in rapporto al Pil dell’area, su un livello prossimo a quello registrato nel Centro-Nord”.

Anche la spesa pubblica si è ridotta in misura decisamente più intensa al Sud. Ciò sembra dipendere sia da un effetto di composizione fra voci di spesa che da diverse dinamiche all’interno delle stesse voci di spesa; in alcuni casi proseguendo, ma in misura più accentuata, tendenze già visibili negli anni precedenti.

E i fondi strutturali nel Mezzogiorno? Non riescono a compensare il calo totale degli investimenti, rappresentandone una quota comunque minoritaria.

Ed ancora:

Se sono lievemente cresciute in termini relativi (dal 19,2% al 20,5% del Pil nello stesso periodo) le prestazioni sociali in denaro; tuttavia la spesa procapite per prestazioni sociali, a causa della minore percentuale di popolazione beneficiaria di prestazioni pensionistiche e del minore importo medio delle stesse, è nel Mezzogiorno circa i tre quarti di quella del Centro-Nord.

La morale della favola? I fondi europei ormai non bastano più (grazie anche alla drastica riduzione del cofinanziamento nella maggior parte delle regioni meridionali), manca una visione di lungo periodo ed un piano di investimenti infrastrutturali per il Mezzogiorno, gli “aiuti” da parte dello Stato per le prestazioni sociali per i cittadini meridionali sono sostanzialmente inutili, il livello di tassazione al Sud è aumentato.

Su Il Mattino di ieri Viesti chiosa, a proposito della politiche del governo:

Non si è parlato quasi per niente di grandi politiche ordinarie, e di diritti di cittadinanza. Sanità, istruzione, assistenza sociale e lotta alla povertà sono temi decisivi per il Mezzogiorno. Le tendenze degli ultimi anni sono assai preoccupanti, sia per la quantità che per la qualità; le risorse sia nazionali sia di regioni ed enti locali per queste politiche si sono ridotte, molto più al Sud che nella media nazionale.

E i meri tagli di risorse non garantiscono certo che aumenti la qualità dell’istruzione, o della sanità: servirebbero incentivi e politiche ben mirate, per fa sì ad esempio che le istituzioni dei quartieri ghetto della grandi città del Sud (e del Nord) diventino “buone scuole”. Ma un insieme di misure produce ben poco se non è legato da un filo, senon è mirato ad un obiettivo, se non è integrato da una visione.

Indirettamente la risposta a Viesti, nonostante la smentita di tutti i dati micro e macro economici, arriva dall’onorevole Picierno, sempre oggi dalle pagine de Il Mattino. Da incorniciare:

pici


01
Ago 15

Viesti: anche il Nord da inizio secolo è cresciuto meno della Grecia

Il professor Gianfranco Viesti, dati alla mano, si inserisce nel dibattito sul Sud moribondo al pari della Grecia, così come fotografato dai dati della Svimez.

Il professore pugliese, alla liturgia dei sociologisti da ombrellone aggiunge una serie di considerazioni, che val la pena di sottolineare e che, in forma completa, potete trovare sulle pagine de Il Mattino in edicola oggi:

Non vi è dubbio che gli andamenti del Mezzogiorno, da quattro anni a questa parte siano significativamente peggiori del resto del paese, molto più acute le sofferenze sociali. Ma il Centro-Nord non se la passa certo bene. Si è usato un paragone fra il Mezzogiorno e la Grecia, che appare per molti motivi del tutto fuori luogo: ma se proprio si vuole usare questo confronto non si fa fatica a scoprire che dall’inizio del nuovo secolo anche il CentroNord è cresciuto meno della Grecia. Oltre che molto, molto meno rispetto alle aree più avanzate d’Europa con cui solitamente lo si paragona: un recentissimo rapporto della Banca d’Italia sul Nord-Ovest lo documenta con ricchezza di particolari. Il Sud non è altro rispetto all’Italia; è la parte più debole, più in sofferenza, di un paese debole. E’ la gravità, non il segno, delle dinamiche ad essere diversa.

Un po’ di sale sulle ferite della superficialità di chi sta pianificando una secessione da Sud, dopo aver portato via quanto possibile e aver lasciato credere a tutti che il problema dei meridionali sia genetico e culturale (sic!): non vogliono lavorare e non pagano tasse, roba che in un’altra parte del mondo scatenerebbe rivolte di piazza.

Come sostiene Viesti il problema vero è strutturale e da ricercare nella mancanza di una strategia di investimenti almeno ventennale.

sono letteralmente crollati gli investimenti pubblici, tanto da essere diventati, dal 2011, “negativi”: il nuovo capitale pubblico che si crea è inferiore al normale decadimento di quello che c’è già; in altri termini, non è che non si costruiscono nuove strade: è non si riesce neanche a riparare le buche su quelle che ci sono. Non si crea quel capitale pubblico di qualità, dalla banda larga ai grandi centri di ricerca e diffusione tecnologica, che connota il panorama dei paesi avanzati. Questi andamenti sono, specie da qualche anno, peggiori nel Mezzogiorno. Questo è certo il frutto della maggiore debolezza delle imprese e delle famiglie meridionali. Ma è anche il risultato di una grande scelta che si è venuta consolidando ormai da molto tempo: quella di anteporre il benessere della propria comunità, della propria regione, ad una prospettiva nazionale.

Le ragioni? Semplice, come vado scrivendo da tempo si preferisce ripartire in maniera non equa le risorse confidando nella “locomotiva” del Paese capace (???) di trainare il resto. Volontà velleitaria e fallimentare. E, proprio come sostiene Paolo Savona sull’interdipendenza economica delle macro regioni italiane, il professor Viesti affonda:

Si è diffusa pericolosamente fra le classi dirigenti, politiche ed economiche italiane, l’idea perniciosa che ogni euro destinato ad una parte del paese sia solo un euro tolto all’altra, senza ricordare come, nella storia dello sviluppo italiano ed europeo, un euro investito in una regione è sempre benefico anche per le altre. E l’effetto massimo sia ha proprio dove si è più indietro: se si investono 100 euro nel Mezzogiorno si ha un effetto immediato di aumento di reddito di 40 euro nel Centro-Nord; ma soprattutto che se una regione cresce diventa anche un importante mercato: le imprese del Centro-Nord vendono un quarto della loro produzione al Sud (e solo meno del 10% nel resto dell’Europa Occidentale). Si è diffusa pericolosamente l’idea che cioè che conta è essere una regione forte, non importa se in un paese debole: così che il futuro della Lombardia non sta più nell’essere regione di testa di un’Italia tutta forte, ma magari di diventare un altro piccolo satellite della grande Germania.

Ma tutto questo i panzer radical chic italiano, lo ignorano, tronfi delle comparsate televisive, in un palinsesto estivo dove sono monocoli in terra coecorum,


19
Giu 15

La distribuzione territoriale dei dottorati di ricerca in Italia: il Sud sta scomparendo

Vi lascio il dato senza ulteriori commenti, a dimostrazione che una macroregione importante di questo Paese, sforna ormai solo emigranti.

Proprio oggi l’istituto Toniolo fotiografa questo identikit del giovane meridionale:

“Per i giovani del Sud – commenta il professor Alessandro Rosina, docente di Demografia e Statistica Sociale dell’Università Cattolica di Milano e tra i curatori del Rapporto Giovani – risulta molto più drastica la decisione tra rimanere, ma doversi accontentare a rivedere al ribasso le proprie aspettative lavorative e i propri obiettivi di vita, o invece andarsene altrove. Solo il 16% è infatti indisponibile a trasferirsi. Se però in passato come destinazione prevaleva il Nord Italia, ora più della metà degli under 30 meridionali punta a un possibile volo direttamente all’estero. A progettare di andarsene sono ancor più i laureati e gli studenti, mentre i più rassegnati a rimanere sono i Neet, ovvero i giovani che non studiano e non lavorano”. E questo significa che la disponibilità delle fasce giovanili meridionali ad emigrare per poter lavorare “tende ad impoverire non solo quantitativamente, ma anche qualitativamente – avverte Rosina – la presenza dei giovani nel territorio di origine”


14
Mag 15

Viesti: basta stereotipi e disinformazione sugli atenei del Sud

Tutto nasce da un tweet inviato nel corso di una trasmissione di Radio 3, da un ascoltatore,  che proprio non va giù al professor Viesti: “le scuole del Sud sono al livello dell’Afghanistan”.

Lo stesso giorno, poi, appare sul Corriere della Sera un articolo di Roger Abravanel che sostiene la discutibilità e l’inutilità di “tante lauree inutili sfornate da mediocri atenei”.

Un paio di giorni dopo la reazione del docente pugliese che da anni si batte contro l’attacco frontale agli atenei meridionali, provenienti da certi ambienti accademici (e non solo) che di fatto, alla fine della fiera, vorrebbero sottrarre ancora più fondi alle Università del Sud.

Scrive Viesti in un pezzo pubblicato sul sito della casa editrice Il Mulino:

 Tali affermazioni sollevano alcune perplessità. Come certificato dall’“Education at a glance” dell’Ocse, le tasse universitarie in Italia (per l’ultimo anno disponibile) si attestano a 1.407 dollari a parità di potere d’acquisto, cioè il livello più alto fra i Paesi europei considerati dall’organizzazione dopo Regno Unito e Olanda. La stessa organizzazione certifica un forte aumento delle tasse universitarie italiane negli ultimi anni; la Banca d’Italia, nel suo recente L’economia delle regioni italiane collega l’aumento del costo dell’università a una diminuzione delle iscrizioni, soprattutto di studenti del Mezzogiorno di famiglie a basso reddito. L’università italiana non è quindi né gratuita né “pressoché gratuita”, come sostenuto il 12 aprile sullo stesso giornale da Alesina e Giavazzi.

Ed ancora:

Quanto ai mediocri atenei, un recente lavoro di Emanuele Ciani e Vincenzo Mariani della Banca d’Italia cerca di misurare l’esito occupazionale dei laureati di diverse università, tenendo conto del tipo di studi svolti e delle condizioni territoriali del mercato del lavoro. La “graduatoria” che ne emerge è non priva di sorprese e suggerisce grande prudenza nell’attribuire la qualifica di “mediocre”. È interessante ad esempio vedere che l’Università di Bari (dove lavora chi scrive), definita il 19 agosto 2013 da Giavazzi, sempre sul “Corriere”, “una fabbrica di illusioni”, la cui chiusura sarebbe opportuna, figura nona su 68 nella stima dei ricercatori sulla capacità occupazionale dei propri laureati

Ed infine la stoccata a chi  continua ad infangare il lavoro di docenti e discenti delle scuole meridionali, basandosi su stereotipi dal solito vago retrogusto razzista:

Infine, quanto all’Afghanistan, forse non sono necessari commenti né sui contenuti né sullo stile dell’affermazione. Il lettore interessato alle scuole del Mezzogiorno può consultare il rapporto della Fondazione Res – in uscita da Donzelli – che prova a misurare la capacità delle scuole di accrescere le competenze degli studenti, dato il loro livello di partenza, e mostra una situazione non priva di criticità, ma con moltissime scuole del Sud che raggiungono risultati eccellenti.

Con la speranza che gli organi di informazione dell’alta borghesia italiana se facciano una ragione..