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27
Mar 15

Viesti: così il Sud perde Università e laureati

In un articolo molto interessante pubblicato due giorni fa su Il Mattino, il professor Gianfranco Viesti fa un’ottima analisi sullo stato delle università meridionali e sulle cause del calo del numero di laureati al Sud:

Negli ultimi anni la condizione del sistema universitario italiano, e in particolare meridionale, è profondamente cambiata. Per tanti versi in peggio: meno risorse, meno docenti, meno studenti. A seguito della crisi, ma ancor più di una giungla quasi inestricabile di disposizioni normative, si sono determinate tendenze molto pericolose; con effetti distorsivi territoriali molto forti a danno del Sud. Sono state prese decisioni politiche importanti: ma le si è mascherate dietro norme apparentemente tecniche, dietro la parola d’ordine di una “meritocrazia”, estremamente discutibile nelle sue finalità e nei suoi strumenti. E i meccanismi che hanno determinato questi cambiamenti sono pienamente all’opera: di qui a qualche anno vi è un chiaro rischio che non poche università italiane, particolarmente – ma non solo – al Sud, vedano la propria offerta formativa contrarsi ai minimi termini, fino, forse, a scomparire. Le esortazioni del governatore Ignazio Visco, sull’importanza fondamentale dell’istruzione nel mondo contemporaneo (e ancor più del futuro) si scontrano con la realtà di un paese che sta pesantemente disinvestendo sull’università, in particolare nel Sud.

Scrive Viesti, che aggiunge:

L’università è un’ascensore sociale fondamentale. Ma il quadro peggiora, invece di migliorare. In tutta Italia si sta riducendo la percentuale di diplomati che si iscrive all’università. Ma di più al Sud: il tasso di passaggio dal diploma è 52% in Italia, 49% al Sud, 46% in Campania. Questo fa il paio con tendenze demografiche sfavorevoli (mentre al Nord aumentano i giovani grazie agli immigrati), determinando un vero crollo delle immatricolazioni: al Sud si passa dai 128.000 giovani che si iscrivono (in qualunque sede) nel 2007-08 ai 101.000 dello scorso anno; fra i giovani campani si scende da 37.000 a 30.000. Quel che è più grave è che la rinuncia all’università (documenta la Banca d’Italia) è più forte per le famiglie meno abbienti del Mezzogiorno, che – per motivi economici – non sono più in grado di investire nell’istruzione dei propri figli.

Le cause si inseriscono in un quadro di disincentivo dell’investimento puibblico al mezzogiorno:

Le università ricorrono così in modo massiccio a finanziamenti di terzi: con una situazione balcanizzata in cui le risorse, e le opportunità di sviluppo, dipendono dalla munificenza di Fondazioni o di Regioni a Statuto Speciale; ma sono ovviamente molto minori nelle regioni più deboli: le entrate da terzi (rapportate agli studenti) sono nelle università del Sud la metà rispetto al Nord. E ricorrono in modo massiccio alle tasse. In Italia si è passati da norme che miravano a limitare l’ammontare delle tasse a disposizioni che premiano le università che più incassano dai propri iscritti. Uno dei tanti casi di scelte politiche mascherate da norme tecniche. Ora, le tasse universitarie sono più basse al Sud che al Nord: ma se tenendo conto del potere d’acquisto le differenze si riducono moltissimo; rispetto al reddito in Campania la tassazione è più elevata che nella media nazionale. Ma il minor gettito in termini assoluti determina difficoltà di finanziamento; e, paradossalmente, la “punizione” di minori possibilità di assumere docenti, perché il gettito delle tasse è uno dei criteri di “merito” delle università. A fronte di questo chi studia nel Mezzogiorno dispone di strutture peggiori, di meno mense, di meno posti letto (541 in Campania contro 7263 in Lombardia). Le borse di studio in Campania, come in molte altre regioni del Sud, coprono meno della metà degli aventi diritto, contro valori prossimi al 100% nel CentroNord.


21
Gen 15

La balla del Sud che non sa spendere. L’origine dell’equivoco.

Taglio del cofinanziamento per i fondi europei al Sud? Ma si chissenefrega, alla fine della fiera non erano mai in grado di spenderli i soldi messi a disposizione o ,peggio ancora, li sprecavano. Questa la vulgata.

Lo scorso 24 settembre pubblicavo un post in cui davo conto di un allarme lanciato dalle istituzioni europee in cui si “ammoniva” l’Italia per l’inadeguatezza amministrativa, vera causa e radice della cattiva gestione dei fondi messi a disposizione dall’ UE.

Lo stesso ha fatto la Banca d’Italia, secondo cui il ritardo «è riconducibile a
una pluralità di cause: nuove e più complesse regole operative per l’attuazione dei programmi comunitari; una maggiore incidenza di grandi
progetti infrastrutturali, la cui gestione è particolarmente complessa; i vincoli di bilancio che hanno ostacolato le capacità di cofinanziamento statale e regionale».

La questione, dunque, è molto più complicata della riduzione (sovente lombrosiana) a semplice incapacità meridionale nell’utilizzo delle risorse.

Oggi il professor Viesti dalla pagine de Il Mattino spiega bene il fenomeno, partendo dai dati pubblicati dal portale OpenCoesione in cui la Banca d’Italia presenta dati sull’avanzamento finanziario a fine 2013 di 750.000 progetti cofinanziati dai fondi europei, confinanziamenti pubblici pari ad oltre 50 miliardi di euro.

Scrive Viesti, partendo da una differenziazione della natura degli interventi e distinguendo fra «acquisto o realizzazione di servizi», «concessione di incentivi a imprese», «concessione di contributi ad altri soggetti» e «realizzazione di lavori pubblici», e altre tipologie minori:

i dati confermano un avanzamento finanziario complessivamente basso,migliore nelle
regioni del Centro-Nord (65,5%) rispetto a quelle del
Sud(50,1%). Allo stesso tempo confermano
una dato spesso trascurato nei commenti: la dimensione media degli interventi è più elevata al Sud rispetto al Centro Nord.

In soldoni, a differenza che al Centro Nord al Sud le risorse vengono utilizzate per interventi più complessi, come le per opere pubbliche.

Quello che rileva Viesti è che dalla riclassificazione emerge chiaramente
come il ritardo sia molto più  alto nel caso dei lavori pubblici, in entrambe le circoscrizioni (Nord e Sud, ndr), rispetto a tutte le altre tipologie di interventi.

In pratica, per spiegarvi meglio, la costruzione di un asse viario è soggetto a ritardi che l’istituzione e la realizzazione di un corso professionale di tatuaggi non comporta. E comunque la costruzione dell’asse viario comporta ritardi tanto al Sud quanto al Centro Nord.

Incrociando altri dati, infatti, Viesti dimostra che per il solo 2013 se si prendono tutti gli interventi che non sono lavori pubblici (acquisti di beni e servizi, ad esempio), le regioni del Centro Nord avevano speso il 70,9% del totale. Una percentuale inferiore rispetto alle regioni Abruzzo-Molise-Sardegna (79,8%) e del tutto identica sia a Campania-Calabria-Sicilia (71,1%), sia a Puglia-Basilicata (70,1%).

Il discorso cambia se si considera la realizzazione delle opere pubbliche. Scrive Viesti:

Innanzitutto la percentuale di spesa è molto bassa in tutto il paese;
è del tutto simile fra Centro Nord (44,4%)e Mezzogiorno, con l’eccezione
delle regioni Campania, Calabria e Sicilia dove è ancora inferiore
(27,9%). Il ritardo complessivo del Sud, di cui tanto si parla, dipende
quindi principalmente dal fatto che al Sud i lavori pubblici pesano molto
di più (50%) che al Centro-Nord (19,8%) sul totale della programmazione.Questo accade sia per le maggiori carenze nelle dotazioni che ci sono nel Mezzogiorno (che richiedono nuovi interventi) sia per le stesse normative comunitarie, che riducono la possibilità di finanziare infrastrutture al Centro Nord.

La conclusione cui arriva dunque è semplice e l’invito ad analizzare in profondità i dati che provengono dalle regioni: l’assunto mistificatore è quello di affermare che “Il Sud non spende o non sa spendere” e non comprendere, invece, che i “ritardi” o la mancata spesa derivano dalle maggiori criticità derivanti dalla realizzazione di opere pubbliche che caratterizza tutto il Paese con maggiore incidenza, tuttavia,in Sicilia, Campania e Calabria; ciò a causa, secondo il professore pugliese, sia alla loro dimensione, sia alla pluralità di soggetti realizzatori sia alle capacità di questi ultimi.


19
Gen 15

Viesti: tagliare al Sud non costa nulla

Anche Il professor Gianfranco Viesti interviene nel dibattito della “distrazione” e la “redistribuzione”dei fondi destinati al Mezzogiorno.

Ecco cosa scrive su ItalianiEuropei:

Con l’articolo 12 della legge di stabilità per il 2015 (ora commi 123 e 124, NdR) il governo ha disposto la cancellazione di investimenti nel Mezzogiorno per 3,5 miliardi di euro, tagliando le risorse del Piano di azione coesione. Ciò che colpisce in questa scelta è la mancanza di motivazione specifica: non si trattava di risorse in scadenza, né di risorse destinate a Regioni inefficienti (dato che per metà l’attuazione del Piano è responsabilità di amministrazioni centrali); tantomeno si trattava di risorse frammentate, dato che esse miravano a grandi, condivise priorità. Non a caso non viene disposto, con la norma di legge, quali interventi saranno tagliati: il governo, semplicemente, usa le risorse per gli investimenti nel Mezzogiorno come un bancomat, esattamente come fatto più volte dal governo Berlusconi nel 2008-2011. Non ha giustificato questa decisione e, cosa assai rivelatrice, quasi nessuno gli ha chiesto di farlo, quasi nessuno ha protestato. Il che spiega bene perché si riducono le risorse per investimenti nel Mezzogiorno: perché non costa nulla politicamente.

Viesti non è mai stato tenero con le politiche dei governi che si sono succeduti negli ultimi anni. Sempre su ItalianiEuropei scriveva:

Nel periodo in cui si registra il peggiore andamento per l’economia del Mezzogiorno dall’Unità a oggi, con un arretramento di oltre 13 punti di PIL nel 2013 rispetto al 2007, per un curioso paradosso la riflessione culturale e politica sulle sue possibilità di ripresa e sulle concrete politiche per realizzarle è anch’essa ai minimi storici. È l’effetto di una deriva che viene da molto lontano: quella di “abolire il Mezzogiorno” e ridurre le politiche di sviluppo territoriale in Italia. Una deriva rispetto alla quale sono stati modesti l’interesse e la capacità di risposta della politica e in particolare di quelle forze che si ispirano a principi di progresso sociale e di maggiore uguaglianza fra i cittadini. Deriva oggi aggravata dagli effetti delle politiche di austerità, nazionali ed europee, dalla vera e propria “trappola” in cui è serrata l’economia europea.

Ed ancora:

La tesi dello spreco meridionale si rivela utile per operazioni politiche controverse. Il governo ha ad esempio annunciato l’intenzione di ridurre il cofinanziamento nazionale dei programmi dei fondi strutturali in Campania, Calabria e Sicilia dal 50 al 25%, perché queste Regioni sono in ritardo nella spesa. Una mossa utile per far quadrare i bilanci nazionali, ma che determina il paradosso per cui lo Stato italiano interviene accompagnando con proprie risorse quelle comunitarie assai più in Lombardia (50%) che in Calabria (25%). Il governo, dunque, assume come un dato questi ritardi, invece di assumersi la responsabilità politica degli interventi (che, è bene ricordare, vanno completati entro il 2022) e quella tecnica di realizzarli (se le Regioni sono incapaci, intervengano ministeri e Agenzie), punisce i cittadini e le imprese delle tre Regioni più in difficoltà. Promette di collocare il mancato cofinanziamento nel contenitore già esistente del Piano azione coesione, proprio nei giorni in cui quel fondo viene usato come un bancomat.

Così come riduce, invece di aumentare, il tetto stabilito dal Patto di stabilità interno per l’effettiva erogazione della quota del cofinanziamento nazionale dei vecchi programmi 2007-13, rendendo così un po’ più difficile che si giunga alla scadenza del 31 dicembre 2015 con risorse di quei programmi non erogate e rendicontate e, quindi, tragicamente perdute. Le azioni per lo sviluppo del Mezzogiorno appaiono orfane di una responsabilità politica, che sappia disegnare uno scenario, interrogarsi in misura tecnicamente approfondita sulle difficoltà, promuovere velocemente i necessari cambiamenti, ma anche rivendicare alle politiche pubbliche i risultati ottenuti: nelle dotazioni delle scuole e nel trasporto ferroviario locale, nell’ammodernamento degli aeroporti, nella tutela del territorio, nella promozione del turismo, nella difesa (se non nell’ampliamento) dell’apparato industriale.

Esse sono sostituite, invece, da una vulgata, quella dello spreco, che si inserisce in un filone interpretativo politico-antropologico tanto approssimativo e fallace quanto diffuso: che imputa le difficoltà dell’economia meridionale solo alla bassa qualità delle sue classi dirigenti, espressione a loro volta di una popolazione carente di cultura e capitale sociale; che vede nell’ intervento pubblico il problema e non la possibile soluzione. Chi è causa del suo mal pianga se stesso, quindi: pensi a migliorare le proprie amministrazioni e soprattutto la smetta di bussare a danari e di “intralciare il manovratore”.

Ora, non vi è dubbio che la qualità delle classi dirigenti meridionali, politiche e tecniche, sia modesta e probabilmente inferiore a quella di dieci o quindici anni fa. Ma è invece assai discutibile che ciò sia un tratto immutabile, che deriva solo da aspetti culturalistici; e non invece, soprattutto, un effetto delle debolezze complessive dell’azione pubblica in Italia, così come del tramonto di molte idealità della politica. La spia di un malessere diffuso – pur a diversi gradi di intensità – nell’intero paese. Spiace che un partito o un esecutivo possano quasi assumere questa debolezza come un dato; e non invece come uno sprone per interventi in sede tecnica, legislativa, amministrativa e soprattutto politica per mutarla.

Il sospetto a cui tutti noi ormai ci siamo abituati è, da una parte, che la vulgata dello spreco serva a determinare, sempre più, condizioni in cui la consapevolezza per i meridionali di non meritare l’aiuto che pure gli spetterebbe e che farebbe ripartire tutto il Paese, dall’altro diventa l’alibi per una ridistribuzione delle risorse che da “errore tecnico” diventi strategia politica.


25
Nov 14

Salvini a Mix24 è la bislacca idea dell’euro solo per i “meritevoli”

Le elezioni emiliane hanno rafforzato il nuovo leader della destra italiana, ormai pure Berlusconi ha abdicato a Matteo Salvini che si prepara a sbarcare al Sud, sbandierando il “motto no all’invasione” degli immigrati. Chissà se poi qualche meridionale avrà il coraggio di rivelargli che gran parte delle città campane, calabresi, siciliane, lucane, hanno conosciuto la civilità, duemila e passa anni fa, proprio grazie a degli immigrati provenienti da est.
Intervistato da Giovanni Minoli, ieri mattina s Mix 24, interrogato sulla efficacia e sulle sorti future dell’euro, Salvini ha rilanciato un vecchio cavallodi battaglia salviniano/leghista e che un pò confonde le acque sull’integralista “No Euro” tout court: “L’euro a due velocità” o “l’euro tra regioni (Padania,Bavi era, ecc…) omogenee” che in soldoni vuol dire NO euro al  Sud (“non lo meritano” disse nell’ottobre del 2012).
Ho provato a sentire cosa ne pensa il professor Viesti a tal proposito:

Mi pare una pessima idea. sono contrario all’idea di dividere l’Italia (e in genere di creare nuovi stati sovrano secessionisti in Europa) e quindi per lo stesso motivo a dividere l’italia lungo linee monetarie.

I rapporti fra Nord e Sud non vanno regolati con monete diverse (che sancirebbero un forte impoverimento del potere d’acquisto dei meridionali), ma attraverso un forte sviluppo, e quindi un aumento di produttività e di occupazione, del Mezzogiorno che possa andare – come sempre accade – a mutuo vantaggio delle due aree.


08
Lug 14

Viesti: basta linguaggio da gossip quando si parla di fondi europei

Su Formiche.net, il professor Viesti, economista, torna sul fuoco incrociato di accuse sull’inutilità dei fondi europei di investimento rivolti al Sud. Per quei pochi che arrivano, ovviamente, visto che su questo blog più volte vi ho raccontato di come quei soldi finiscano poi altrove. In particolare l’economista si riferisce al rapporto “Il disastro dei fondi strutturali europei” pubblicato su Lavoce.info dagli economisti Roberto Perotti e Filippo Teoldi,

Viesti se la prende soprattutto col tandem Voce.info/Repubblica, come aveva già fatto Pino Aprile lo scorso sabato. Risponde Viesti all’intervistatore:

E’ strano che un sito di altissima qualità come Lavoce.info, che si occupa con grande attenzione di molteplici temi, quando tocca le politiche per il Mezzogiorno scelga un linguaggio da Novella 2000: ovvero “l’è tutto da rifare”. O meglio, da disfare. Gli autori sono abituati a un linguaggio di matrice scientifica che, mai come in questo caso, si può applicare proprio in virtù della complessità dell’argomento. Invece, chissà perché, hanno scelto un linguaggio “grillino”: tutto mafia, tutto disastro.

 

E sull’utilità dei fondi europei:

Il nostro Paese fa delle politiche di sviluppo regionale, sempre di meno rispetto al passato e quasi esclusivamente attraverso i fondi europei, che hanno come principio quello del cofinanziamento: associa qualche risorsa nazionale a quelle continentali. Fare i conti del dare-avere sulle politiche pubbliche in questo modo ha l’effetto di ignorare tutti gli effetti che tali politiche hanno. Si tratta di un modo contabile sui generis di vedere le cose. Se non fossimo in Europa risparmieremmo il contributo che versiamo all’Ue ma forse perderemmo qualche altro introito in più rispetto a quel risparmio.

 

E sull’esito dei finanziamenti, di cui si paventano oscure apprensioni, sulle politiche europee Viesti precisa:

Innanzitutto questa è una delle politiche più trasparenti, nel senso che è l’unica politica italiana per la quale tutti i passaggi sono disponibili on line, grazie al portale Opencoesione. Cosa che non accade per nessun’altra politica pubblica italiana. Inoltre tali politiche, prevalentemente per merito delle regole europee, hanno sin dall’inizio una componente di valutazione -prima, durante e dopo- molto ampia. Per cui è assurdo sostenere che si tratta di interventi con esiti ignoti


14
Dic 13

Professor Viesti: basta con l’immagine caricaturale del Sud (video)

 

Ecco il video di presentazione del libro di Rizzo&Stella a Bari, che vennero per bastonare il Sud, ma finirono per essere, simpaticamente, bastonati dal professor Viesti.

Sotto gli occhi degli autori.

 

 


11
Dic 13

Viesti divora il libropanettone di Rizzo&Stella

di Raffaele Vescera*

La presentazione del libro di Rizzo e Stella “Se il Sud muore” all’università di Bari, si è aperta con la relazione dell’economista barese Gianfranco Viesti, il quale stupisce la platea accademica esordendo con “devo parlare di un libro che non mi è piaciuto, mi ha deluso, dà una rappresentazione caricaturale del Sud. La classe dirigente meridionale è sì impresentabile ma è nella media nazionale. Il Sud vive una situazione preoccupante, prosegue Viesti, è la peggiore dall’unità ad oggi, sta morendo sì, ma non per sua colpa. Cita la legge Carrozza sull’università, che ancora una volta penalizza il Sud. Non è vero, dice, che al Sud c’è stata un’inondazione di soldi, è stato il contrario poiché i finanziamenti destinati al Sud sono stati in gran parte dirottati al nord. Poi Viesti parla della mancanza di strade e di ferrovie, mancanza non certo addebitabile ai meridionali ma allo Stato.”

C’è qualcosa di nuovo nell’aria…tutto sta cambiando. Assente l’altro giornalista del Corriere della Sera Gianantonio Stella, Sergio Rizzo balbetta una difesa, sfiorando persino il ridicolo nel riproporre i soliti pregiudizi e luoghi comuni sul Sud.

Quanto avvenuto ieri all’Università di Bari, durante la presentazione del libro di Rizzo e stella “Il Sud muore”, segna un evidente tramonto della grande bugia sul Sud, una menzogna che l’Italia ci racconta da un secolo e mezzo. Al di là dell’isolamento totale e della forte contestazione al libro a Sergio Rizzo, emerge un fatto nuovo: lo sgretolamento del vecchio sistema di potere accademico ed intellettuale detentore del potere mediatico sfavorevole al Sud.Ieri mattina, nell’aula magna dell’ateneo barese, alla presentazione di Rizzo, era presente un pubblico composto soprattutto da docenti universitari, economisti, ricercatori, giornalisti, fino a ieri compatto ed arroccato nella difesa della “grande bugia”, anche perché contraddirla era considerata “cosa da pazzi”, che tra l’altro avrebbe potuto rovinare loro la carriera. Tutti a decantare le sorti magnifiche e progressive dell’Italia e tutti ad accusare i meridionali, e dunque ad autoaccusarsi, delle colpe del degrado del Sud.

Ora che il re è stato denunciato nella sua nudità, dalle voci “innocenti” degli scrittori meridionalisti, a partire da Pino Aprile, Gianfranco Viesti, Marco esposito, Lino Patruno e tanti altri, ora che i meridionali sono scesi in piazza a centinaia di migliaia contro lo stato nordcentrico, si è rotto il fronte dell’omertà anche all’interno dei poteri accademici.

Certo Rizzo ieri è stato particolarmente “sfortunato” ad essere presentato proprio da Gianfranco Viesti, un economista di grande onestà intellettuale che ha demolito, numeri e cifre alla mano, tutte le falsità del suo libro, ma la sfortuna ancora più grande di Rizzo è stata quella di trovarsi di fronte ad una platea a lui completamente avversa, compreso il rettore Uricchio il quale gli ha chiesto come mai l’università di Bologna, pur avendo lo stesso numero di studenti di quella di Bari, riceve il triplo (TRE VOLTE DI PIU’) di finanziamenti pubblici e fiscali di quella di Bari. Per il resto Rizzo s’è beccato una caterva di critiche dai molti interventi che nessuno del centinaio di presenti ha contraddetto.

E’ l’egemonia intellettuale del vecchio sistema, base di ogni cambiamento politico, che si sfalda. Coloro che prima erano considerati dei pazzi untori di scomode teorie “antinazionali” ora prevalgono sui sostenitori del vecchio sistema fondato sull’arricchimento del nord a spese del Sud.

Nello stesso pomeriggio di ieri, ciliegina sulla torta, sempre nell’aula magna dell’università, Pino Aprile ha presentato tra applausi di approvazione e calorose strette di mano, anche da parte del rettore Antonio Uricchio, il suo “Il Sud puzza”.

Chi poteva immaginare, un anno fa, che la “congrega dei meridionalisti” sarebbe uscita dalle sale per pochi per conquistare le aule magne dell’università più prestigiose? Chi poteva pensare che il 16 novembre avremmo visto sfilare a Napoli centomila meridionali contro lo stato-mafia? Ma le stelle che non cadono in un anno tracciano il cielo in una notte, quella di San Lorenzo, ci dice il profetico Pino Aprile nel suo “Il sud puzza”.

* Giornalista Pugliese


01
Mar 13

Quando i guai del Pd vengono dal Sud

 

Una delle migliori analisi sul dopo voto al Sud è quella proposta dal Professor Viesti sulla rivista il Mulino.

Ne riportiamo uno stralcio:

 

lI governo Berlusconi 2008-11 ha messo in atto una lunga serie di interventi esplicitamente contrari al Mezzogiorno, ha definito una fortissima redistribuzione territoriale a suo sfavore, ha provato a contrastare in tutti i modi l’azione dei governi regionali e locali del Sud e delle sue istituzioni, ha operato contro le sue imprese. È stato certamente il governo più antimeridionale della storia d’Italia. Ma c’è di più. Nel programma elettorale del Pdl c’è la proposta di destinare il 75% del gettito fiscale alle regioni: decisione eversiva dell’unità nazionale e che impedirebbe il funzionamento dei più elementari servizi pubblici nel Sud.

Eppure non è difficile comprendere il perché. Il centrosinistra non hai speso una sola parola per denunciare e contrastare questi interventi e queste proposte. Non ha mai spiegato agli italiani, e in particolare ai meridionali, che l’intero importo per la ricostruzione dell’Abruzzo è stato sottratto a fondi prima destinati (quasi totalmente) allo sviluppo del Mezzogiorno; che il ministro Scajola il giorno in cui si è dimesso ha stornato con un decreto fondi destinati ai giovani ricercatori del Sud in favore dell’industria bellica; che il ministro Tremonti ha pervicacemente destinato ad altro risorse – per circa 35 miliardi di euro – che nei prossimi anni avrebbero consentito almeno in parte di colmare l’enorme gap di dotazione di infrastrutture e servizi pubblici al Sud. Al di là della straordinaria ma solitaria azione di Fabrizio Barca negli ultimi mesi, il centrosinistra non ha mai – in nessuna occasione – riflettuto sulla circostanza che nell’ultimo biennio (a differenza della prima fase della recessione) è stata colpita in particolare l’economia del Sud, più dipendente dalla domanda interna: e che lì andavano definite e proposte misure di impatto immediato, anche di importo finanziario relativamente limitato, per dare subito una risposta alla caduta verticale dell’occupazione e della fiducia. Quando il ministro Profumo ha incredibilmente proposto “gabbie territoriali” nel diritto degli studenti universitari ad accedere alla borse di studio, non si è alzata una voce di condanna politica, di principio. La voce del “gran lombardo” Piero Bassetti è stata l’unica che si è levata contro la proposta del 75%, in nome dell’orgoglio della più forte regione italiana, e del suo ruolo storico di stimolo e guida del Paese, e paventando il concreto rischio secessionista nei fatti.

L’articolo completo: http://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITE