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Tutti indignati contro Napoli Autonoma

Da qualche giorno il progetto di autonomia napoletana, punto di forza del mandato demgagistrisiano, è sotto il fuoco incrociato di accademici e testate giornalistiche.

Vi propongo qui il confronto che mi sembra più sensato tra il prof. Barbagallo ed il prof. Pace.

[…]Di fronte alla diffusione di un neo-sudismo antiunitario, che è diventata la scadente ideologia delle più varie forme di rivendicazionismo subalterno, pare opportuno ripristinare una memoria più precisa di eventi lontani, la cui complessa dinamica rischia di sfuggire alla frenetica attualizzazione dei social media.

Allora parliamo dell’unità d’Italia, che un quarto di secolo fa, quando finì la cosiddetta impropriamente Prima Repubblica, fu contestata e rifiutata dalla Lega Nord, divenuta nel frattempo Lega Italia. Oggi l’Italia unita viene radicalmente criticata anche dai Comuni e dalle Regioni del Sud, in nome di un’autonomia meridionale conculcata e repressa da uno Stato unitario soggiogato dal potere nordista.

Visto che siamo ormai alla diffusa esaltazione dei briganti e delle brigantesse meridionali, indicati come patrioti insorti contro invasori stranieri da più parti e da sedicenti rivoluzionari, incapaci peraltro di amministrare le comunità locali loro affidatesi, è utile ricordare alcune cose importanti.
I piemontesi, guidati da quel genio politico di Cavour, si allearono nel 1859 con la Francia di Napoleone III, che intendeva sostituire l’egemonia francese a quella austriaca sul territorio italiano.

L’obiettivo era limitato: ampliare il Regno di Sardegna a Regno dell’Alta Italia. Le cose andarono diversamente, come spesso accade, e in modi del tutto imprevisti.
I patrioti dell’Italia centrale cacciarono i granduchi austriaci e i rappresentanti del Papa e vollero unire Toscana, Emilia e Romagna al nuovo Regno. Il Sud sarebbe rimasto sotto il dominio borbonico se Francesco II, appena salito al trono, avesse accettato l’invito del cugino Vittorio Emanuele II a partecipare nel 1859 alla guerra contro l’Austria. Ma questa potenza era stata la protettrice dei Borbone per la repressione delle rivolte del 1820-21 e del 1848 e lo spergiuro delle relative Costituzioni.

I piemontesi non avevano pensato alla conquista del Regno delle Due Sicilie. Furono l’iniziativa democratica e rivoluzionaria di Garibaldi (sostenuta da Mazzini e da Cattaneo) e la rivolta antiborbonica di tutta la Sicilia (dai principi ai contadini) a far crollare il più grande ma anche più arretrato regno insediato sul territorio italiano.
Vittorio Emanuele II poté cavalcare fino a Napoli (e annettere all’Italia anche le Marche e l’Umbria) soltanto grazie all’indispensabile consenso di Napoleone III, il quale voleva impedire a tutti costi che Garibaldi e Mazzini conquistassero Roma, in un remake stavolta vittorioso della Repubblica Romana del 1848-49, quando Papa Pio IX era stato costretto all’esilio a Gaeta.

Il cosiddetto brigantaggio meridionale già nel 1861 fu definito “una guerra civile” dal deputato democratico milanese Giuseppe Ferrari. Certamente fu l’effetto più sanguinoso e drammatico di un improvviso e imprevisto processo unitario, che sfuggì largamente dalle mani dei protagonisti.

La rivolta dei contadini meridionali, che non ebbero la terra promessa, dei militari rimasti fedeli al Regno borbonico, della Chiesa, nemica del nuovo Regno che le aveva sottratto territori e proprietà, rischiò di mandare subito all’aria l’imprevista costruzione di un solo grande Stato sul territorio italiano.
Perciò, contro le indicazioni date da Cavour sul letto di morte, il neonato Stato italiano usò lo stato d’assedio e la violenta repressione della rivolta meridionale. E si diede un assetto centralizzato, secondo il modello giacobino-napoleonico francese, abbandonando il primitivo progetto di più liberale decentramento amministrativo di stampo britannico.
L’unione del Sud all’Alta Italia fu voluta quindi dai democratici e rivoluzionari, da Mazzini e da Garibaldi. Fu subìta da Cavour, ma fu apprezzata da Vittorio Emanuele II perché ampliava il suo nuovo Regno. L’Italia nacque in questo strano modo, sovvertendo l’ordine internazionale fissato dalla Restaurazione di Metternich, che aveva definito l’Italia “una semplice espressione geografica”.

Questa invece la posizione del Prof. Pace Consigliere Comunale e membro del Coordinamento Nazionale “demA” :

Si parla dei “movimenti di de Magistris” che avrebbero richiesto “una giornata della memoria per i briganti meridionali”. Il movimento di cui de Magistris è presidente (Democrazia e Autonomia – demA) non ha mai richiesto nulla in merito: in sede di Consiglio Comunale, il gruppo demA, insieme agli altri gruppi di maggioranza, non ha approvato le mozioni presentate in tal senso dal Consigliere di “Fratelli d’Italia” Andrea Santoro e dal gruppo M5S, rinviando le richieste all’attenzione della Commissione Cultura.

In Commissione, tanto il Consigliere del gruppo demA, Salvatore Pace, tanto l’Assessore alla Cultura, Gaetano Daniele, hanno chiaramente esposto la necessità di uscire da schemi semplificatori e primitivi di contrapposizione Nord-Sud e di non accedere a narrazioni storiograficamente incerte e troppo spesso populisticamente utilizzate (da destra e da sinistra, da nord a sud) per immediati ed effimeri riscontri politici.

Altra cosa, infatti, è ragionare su quale sia stata la gestione e gli esiti dell’Unità d’Italia, che per noi di demA resta un valore primario ed irreversibile, fondante la nostra Carta Costituzionale e la nostra identità storica.

E’ sicuramente innegabile la subalternità e lo stato di “minorità” in cui il Mezzogiorno è stato tenuto ad opera, in primo luogo, delle stesse élites meridionali e delle loro espressioni politiche, spesso conniventi se non artefici prime della spoliazione di risorse e del mancato sviluppo. Infatti, da subito, le scelte dello Stato unitario costituirono un fattore di ulteriore impoverimento dei territori meridionali: a principiare dall’affermazione del centralismo (che non era certo l’unica delle opzioni in campo ma fu quella che prevalse, grazie anche alla prematura scomparsa di Cavour) e dell’omologazione culturale ed economica. Si continuò poi con la sistematica esclusione del Meridione dalle politiche di sviluppo in tutta l’età liberale, dalle fasi di prima espansione industriale alle successione scelte di politiche industriali ed agrarie in età giolittiana e poi fascista. Non che sia andata meglio in età repubblicana, in cui il ceto politico meridionale (che pure ha avuto in mano il governo del Paese in momenti cruciali del secolo scorso ), ad esito della stagione del boom economico e della Cassa per il Mezzogiorno, ha gestito come sappiamo la definitiva catastrofe umana del Mezzogiorno italiano.

Noi di demA riteniamo che, al di là delle approssimazioni e delle strumentalizzazioni politiche, la Questione Meridionale – lungi dall’essere attribuibile a complottistiche volontà discriminatorie del “Nord” – sia soprattutto una questione di sfruttamento di classe, di modello di sviluppo in cui – come ben sa il prof. Barbagallo – si sono utilizzate le risorse pubbliche a meri fini di calmierazione delle sofferenze sociali e di consolidamento di una classe dominante meridionale incancrenita in meccanismi clientelari e speculativi: gli imprenditori onesti e la borghesia attiva hanno dovuto prima resistere e poi arretrare di fronte all’uso mafiogeno e depressivo delle risorse pubbliche.

E’ in questo senso che noi accettiamo il termine “colonizzazione” come schema di saldatura tra un soggetto che si appropria di un territorio e lo gestisce insieme ai soggetti “indigeni” forti per creare un nuovo ordine fondato su precise coordinate: spoliazione delle risorse, “progresso senza sviluppo” fondato sull’elefantiasi del terziario e sullo smantellamento del settore primario e secondario, con le conseguenti drammatica espansione della forbice tra ricchi e poveri e deindustrializzazione selvaggia, soprattutto tra crisi petrolifera e avvento della globalizzazione. Un Sud che, stante queste premesse, è quello che ha pagato in termini marcati ed assolutamente insostenibili i costi della crisi del 2011 e che, strangolato dal patto di stabilità nella sua versione più socialmente criminale che è la “spending review” , ha ridotto in ginocchio anche le già residue e depresse leve dei servizi sociali e rilanciato alla grande il fenomeno dell’emigrazione intellettuale.

Al riguardo dei temi sollevati dall’intervento del prof. Barbagallo, riconosciamo la necessità di recuperare un senso profondo dell’analisi politica recuperando – con la dovuta attenzione al tempo che passa ed all’ “invecchiamento” delle idee – ciò che di meglio ha prodotto la cultura del nostro Paese e che è ancora vivo culturalmente e politicamente significativo. In primo luogo, gli apporti di metodo e di contenuto forniti non solo dall’analisi gramsciana, tanto nei suoi elementi di lettura marxiana dei conflitti strutturali quanto nella decodifica dell’organizzazione sovrastrutturale del Paese; le riflessioni di Luigi Sturzo, fondamentale non solo per l’analisi della relazione del Mezzogiorno d’Italia con il Mediterraneo, ma anche per il riconoscimento della necessità dell’articolazione di ampie autonomie amministrative con cui liberare le energie dei territori e rendere i cittadini attivi anche sul piano produttivo. Ancora più forte è la coscienza che abbiamo di cosa siano state per l’Italia le lotte del Movimento Operaio e Contadino, cui ancora oggi si deve la residua tenuta sociale e culturale del Paese.

Per restare a tempi più vicini a noi, come non pensare anche alla lucida analisi di “Nord e Sud” ed al prolifico ed attivissimo ambiente culturale che vi ruotava attorno; riteniamo per mlti versi ancora vivo il contributo di Francesco Compagna sulla dimensione regionale dello sviluppo, sui rapporti città/campagna e sul ruolo di una infrastrutturazione dimensionata e razionale (cosa diversa dalle “autostrade a prescindere” intese come bancomat dei politici): una riflessione che resta ancora oggi un lascito tanto ineludibile quanto misconosciuto e rifuggito dalle scelte politiche.

Nel nostro tempo, questo patrimonio così diverso nella genesi ma così convergente ci legittima a concepire un progetto nuovo e di ampio respiro, sganciato da posizionamenti partitici e centrato sulla prospettiva (che già a Napoli con fatica, difficoltà, anche con errori ma con energia, competenza ed entusiasmo stiamo realizzando) di un nuovo assetto del Paese. Bisogna voltare pagina rispetto al ridicolo “federalismo” del 2001 e puntare allo sviluppo delle Autonomie solidali ed a forme di partecipazione a scelte e decisioni politiche operate dal basso e non sia inquinate, condizionate o confuse ma fondate sulla base del concetto cardine, nuovo e dirompente, di “Bene Comune”.

 

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