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Una eccellenza abruzzese lasciata morire: la birra

Ci sono storie come queste che fanno rabbia. Perchè raccontano di eccellenze dimenticate e lasciate morire, di un sud a forte vocazione imprenditoriale e non assistenziale.

E’ la storia della Birra d’Abruzzo .

C’era perché era il 1921 quando in un minuscolo paesino del Sangro nacque un birrificio che nel giro di pochi anni passò da una produzione di circa 2.000 ettolitri di birra a 6.000 e oltre. Una volta, perché quelle cifre diedero molta preoccupazione a qualcuno e, così misteriosamente come era esplosa, la Birra d’Abruzzo scomparve: passarono circa 9 anni, era il 1930 quando la Società Birra Peroni ne divenne azionista di maggioranza e nel 1936 lo stabile venne venduto, dismesso, la storia seppellita negli archivi napoletani dell’altra birra, la bionda che non voleva avversarie. (abruzzoservito.it)

E’ la storia di una piccola eccellenza locale fagocitata dalla produzione industriale nazionale, e sconfitta per sempre.

La storia la sta ricostruendo una bibliotecaria, Maria Santucci.

Lo fa per lo spirito di identità forte che questa specialità abruzzese intendeva significare per tutto il territorio.

Una eccellenza a basso impatto ambientale, nata da una torbiera.

“Era buona perché sostenibile – “sostiene” la nostra bibliotecaria, rimarcando l’attenzione su un ingrediente non trascurabile – per via dell’acqua. Un’ottima acqua di cui il territorio era naturalmente ricco, che con l’aumentare della produzione richiese lo scavo di un pozzo ad hoc per la fabbrica. Queste componenti e un ottimo ambiente di lavoro furono il segreto che rese la Birra d’Abruzzo competitiva e fece spaventare le altre etichette: si bevve di più della nota Birra Meridionale e poi, con il suo prezzo di 2,30 lire, attaccò di petto la birra delle birre di quegli anni, la Peroni”. E’ storia, ad esempio, che l’allora rappresentante Peroni, tal Filippo Murolo, vide calare il numero dei carri di birra Peroni in loco da 70/80 l’anno a 2 o 3 in tutto, perché la gente preferiva la birra “locale” e non solo in Abruzzo, perché quella birra arrivò anche a Milano e allo stesso prezzo. Non servì a nulla portare il prezzo della prima a 2 lire, nella Piana si continuava a bere abruzzese, perché lo stabilimento nel frattempo era diventato luogo di incontro e socializzazione. Tanto che chi vi passava per caso e si intratteneva con gli operai riceveva da questi una bottiglia da portarsi via gratis e spesso tornava a casa con una cassetta da 25, per quanto aveva gradito la politica di marketing territoriale nato insieme a quella birra! Così si legge nel racconto dell’operaio. (abruzzoservito.it)

E’ insomma la storia di una realtà locale che crolla sotto i primi colpi delle nuove necessità industriali “nazionali”.  Di altre latitudini ovviamente. Ed allora, mi torna in mente la maledizione del Bombrini…”non dovranno mai più essere capaci di intraprendere”.

L’articolo completo è qui.

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