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26
Set 17

Al Nord? La mafia non esiste

Da “La Repubblica.it” di oggi 25 settembre:

Nell’ambito della maxi inchiesta sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Brianza e in Lombardia è stato arrestato anche il sindaco di Seregno (Monza) Edoardo Mazza, di Forza Italia.  E’ accusato di corruzione: avrebbe favorito gli affari con un imprenditore legato alle cosche, il quale si sarebbe a sua volta adoperato per procurargli voti. A legare a “doppio filo” politica e ‘ndrangheta, secondo l’inchiesta della Procura di Monza e della Dda di Milano, sarebbe stato un imprenditore edile di Seregno il quale avrebbe intrattenuto rapporti con politici del territorio, e coltivato frequentazioni e rapporti fatti di reciproci scambi di favori con esponenti della criminalità organizzata. Il suo ruolo sarebbe stato “determinante” per l’elezione del sindaco arrestato, secondo le ricostruzioni degli inquirenti. Il suo interesse era quello di ottenere dai politici una convenzione per realizzare un supermercato nel monzese.

Lo scrivo da tre anni: al Nord la mafia ormai ha attecchito perché si presenta con l’abito sartoriale e la vocazione del business man. Con il fiume di liquidità lordato di sangue ci campano in tanti, dalle banche del territorio ai ad avvocati, notai e commercialisti locali, fino a tutti coloro che vengono assunti dalle imprese che si muovono nell’economia legale. E il Pil del Paese, si incrementa perfino. Si chiama “Briangheta”, la ndrangheta lombarda, frutto di  un’imprenditoria fragile e omertosa, una politica corrotta e impaurita, un giornalismo spesso connivente ed estorsivo.
Ma da anni si ostinano a chinare il capo, miopi, a non vedere quello che accade, per connivenza, mala fede, per non andare oltre il pregiudizio che la mafia sia solo un fenomeno da terroni. Giornalisti, politici, servi sciocchi.

Sono anni che le istituzioni a settentrione rispetto al Garigliano, in tantissimi casi, si affrettano a precisare che la criminalità organizzata è solo un fenomeno regionale, etnico.

Dicendolo ne favoriscono, consapevolmente o inconsapevolmente, il radicamento che coinvolge professionisti e “indotto” che di meridionale ha poco o nulla.

Ricordo qualche tempo fa le parole del sindaco di Brescello a proposito di un boss ndranghetista: “E’ lui Francesco Grande Aracri. E’ gentilissimo, molto tranquillo. Parlando con lui si ha la sensazione di tutto tranne che sia quello che dicono che sia. Lui è uno molto composto ed educato che ha sempre vissuto a basso livello. La famiglia qui ha un’azienda che adesso è riuscita a ripartire: fanno i marmi. Mi fa piacere che siano ripartiti”.

Se tali parole fossero state pronunciate in Campania, Sicilia o Calabria si sarebbe levato un coro indignato. Sociologi, editorialisti, maestrine dalla penna rossa ci avrebbero spiegato che il Sud ormai è fuori controllo, che nessuno manifesta contro le mafie, che i boss vengono protetti; il solito coro, impregnato dall’eco lontana della Legge Pica, che avrebbero snocciolato il consueto rosario di luoghi comuni, dal sapore tipicamente manicheo.

 Quanto indotto fa muovere la mafia al Nord? Quanto contante per una società cui, alla fine, interessa solo che nessuno spari sotto casa e non ci sia la macabra visione dei morti ammazzati e della mano militare che tiene sotto scacco e soggezione il Sud.

Lo ripeto, come faccio spesso, nessun fenomeno criminale attecchisce e si radica se non ha in loco un’accondiscendenza ed una tolleranza che è, talvolta, entusiasta accettazione. Addurre come esimente l’aspettativa del mafioso con lupara e coppola è solo un alibi che serve a tacitare le coscienze dei finti ingenui, cui, il volto pulito della Mafia spa, fa comodo.

Se “giù al Sud” alle mafie fu delegato il controllo del territorio, che ancora dura, con logiSpesso si rimprovera alla società civile meridionche militari e violente, al Nord questo non accade, perché non ve n’è bisogno. Ma più elementi (a cominciare dal traffico di rifiuti verso la Campania, col patto tra aziende settentrionali e monnezza criminale meridionale) danno la certezza di un ruolo centrale di camorra, mafia, ndrangheta nel muovere, in certi territori, un’ economia messa in ginocchio dalla crisi e, soprattutto, di essere un player fondamentale, sovente, nelle scelte che riguardano la politica locale. Fino ad influenzarla pesantemente.

I think tanker del pensiero borghese italiano dimentica che la quasi totalità degli anticorpi alle mafie sono tutti meridionali. Continuare a tuonare che al Nord non occorra il vaccino, in base a (non fondate) ragioni di carattere geografico e culturale, consente solo alla malattia di infettare l’intero organismo.

Il 15 aprile del 2016 il commissario antiracket nazionale dichiarava:

I commercianti che non denunciano le estorsioni mafiose? Spesso si rimprovera alla società civile meridionOrmai sono più diffusi nel Nord Italia. Ne è sicuro Santi Giuffrè, commissario nazionale Antiracket. “Bisogna abbattere un tabù: non è vero che c’è omertà al Sud e non al Nord. Credo, invece, che questo rapporto vado quanto meno stabilizzato e messo alla pari, per un motivo: al Sud é la mafia che va dall’imprenditore, al Nord, invece, é lo stesso imprenditore che cerca il mafioso per ottenere dei servizi e quindi si crea un rapporto che é più difficile da rompere”

Con buona pace dei Feltri e dei Cruciani e di tanti come loro che invocano l’intervento della società civile solo quando vanno a fuoco le piccole botteghe artigiane tra i vicoli di Napoli, Bari o Palermo.


20
Set 17

Razzismo in tribunale: “Avvocato, lei taccia, perché qua siamo in un posto civile, non siamo a Palermo

foto Adn Kronos

La notizia è davvero raccapricciante: “Avvocato, lei taccia, perché qua siamo in un posto civile, non siamo a Palermo”.

A pronunciare questa frase choc, come racconta all’Adnkronos l‘avvocato Stefano Giordano, che si dice “preoccupato per l’accaduto”, è stato il Presidente del Tribunale del Riesame di Trento, Carlo Ancona, nel corso di una udienza che si è celebrata ieri proprio a Trento. “E’ un fatto gravissimo oltre che una frase razzista – dice Giordano, figlio del Presidente del Maxiprocesso di Palermo Alfonso Giordano – Ieri mi trovavo al Tribunale di Trento per una udienza di rinvio al Tribunale del Riesame, quando è avvenuto un fatto increscioso”.

Il presidente del Tribunale del Riesame, il dottor Carlo Ancona – spiega Stefano Giordano, all’ADN Kronos ,nel frattempo tornato a Palermo – nel condurre l’udienza con un indagato palermitano e con il sottoscritto come difensore, mi ha impedito di svolgere la mia arringa, profferendo la seguente frase: ‘Avvocato, lei taccia, perché qua siamo in un posto civile, non siamo a Palermo’. A questo punto, ho chiesto, e solo dopo numerosi sforzi, ho ottenuto la verbalizzazione di quanto accaduto”.

 “Purtroppo – aggiunge Stefano Giordano – nonostante numerose richieste, non sono riuscito a ottenere dalla cancelleria del Tribunale del Riesame di Trento copia del suddetto verbale”. “Manifesto la mia preoccupazione per quanto accaduto, in quanto avvocato, in quanto cittadino italiano e, soprattutto, in quanto palermitano – dice ancora Stefano Giordano – Ho già concordato con il presidente del’Ordine di Palermo, l’avvocato Francesdco Greco, di redigere insieme un esposto che sarà prontamente comunicato al Csm e alle altre autorità istituzionali competenti”. (fonte: Adn Kronos)
Al di là del episodio razzista denunciato dall’avvocato, si pone un vecchio problema di questo Paese e riguarda, incidentalmente, anche lo stato della giustizia. Ci riporta alla mente gli effetti e le conseguenze della lontana legge Pica, quando i meridionali erano, senza distinzione, presunti camorristi.
Il mio auspicio ed il mio augurio è che l’avvocato abbia capito male…

19
Set 17

Top 20 portualità europea: Sud non pervenuto

Si, come dite voi, è anacronistico ragionare sul fatto che prima del 1861 avessimo  “la più importante delle marine militari italiane pre-unitarie, tanto da essere presa come modello (per volontà dello stesso Cavour) per la nuova Regia Marina italiana dopo l’annessione delle Due Sicilie[1” , 

Ma fa altrettanto male guardare la classifica dei 20 porti più importanti in Europa: non c’è alcun porto meridionale. Assurdo per un Paese bagnato su tre lati proprio dal mare.

Perché?


09
Set 17

Feltri: “Io non vado in Sicilia figurati se vado in Burkina Faso”

Così Vittorione nostro da Berghem prosegue nella giaculatoria razzista che ormai caratterizza il suo quotidiano e le esternazioni fatte a La Zanzara, quell’ampia zona franca foriera, quella si, di mal’aria, qualunquismo e razzistume d’accatto: “Io non vado in Sicilia, figurati se vado in Burkina Faso”.

Va bene la libertà di stampa e di opinione, per carità e va bene pure la gran mole di chitammuorti che riserveremo, sempre con gran rispetto, al direttore (ma soprattutto caro Feltri, ma qualcuno ti ha mai invitato in Sicilia?).

Nel frattempo non possiamo che benedire l’hacker dal nome suggestivo ed emblematico, ANONPLUS che evoca grande attitudine nel relazionarsi con la …..

 


07
Set 17

L’allarme di Save the Children: al Sud mancano mense per le scuole

Io non mi stupisco, considerati gli investimenti riservati al “Mezzogiorno”. Sostantivo che evoca pranzo e piatto a tavola, ma non per i piccoli studenti meridionali dove mancano mense scolastiche e, soprattutto aumenta la dispersione scolastica.

E poco importa se il 26 aprile 2016, l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi aveva dichiarato, in pieno orgasmo da campagna elettorale, che le scuole napoletane sarebbero rimaste aperte addirittura anche d’estate! Ovviamente non se ne è fatto nulla ed il progetto è stato rimandato di un ulteriore anno. Nulla di nuovo sotto il sole del meridione, dove a scuola non si riesce a mettere neanche il piatto a tavola (sic!)

A certificare questo stato di disinteresse totale da parte dello Stato, nella mancanza di misure di investimento per le scuole del Sud è Save The Children nel suo ultimo report “(Non) Tutti a Mensa”, dove conferma la stretta correlazione tra dispersione scolastica, mancanza di mense e mancata attuazione del tempo pieno.

Ovvero ragazzi che, nelle realtà più degradate delle nostre periferie, diventano preda della richiesta di manovalanza da parte della criminalità organizzata.

Gli alunni in Italia iscritti alle primarie delle scuole statali per l’a.s. 2016/2017 secondo i dati forniti dal Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca (MIUR)71 sono 2.572.969, divisi in 131.372 classi, aloro volta inserite in 15.088 sedi scolastiche statali.
Tra questi milioni di bambini poco meno della metà non possono accedere alla mensa scolastica, non avendo dunque la possibilità di usufruire di tutti i benefici che essa comporta in termini nutrizionaliquanto educativi. Per comprendere la vastità del
problema della mancanza di accesso al servizio, basti pensare che nell’anno scolastico 2015/2016 solo il 52% circa degli alunni delle scuole primarie e secondarie di primo grado ha avuto accesso alla mensa. A ben vedere questi dati risultano più che preoccupanti, soprattutto se affiancati al dato sulla dispersione scolastica, che proprio nei territori
dove il tempo pieno e la mensa sono carenti, è più diffusa. Come dimostrato anche nei precedenti monitoraggi, permane una forte correlazione tra i
fenomeni.

Nella tabella di seguito riportata si analizza il dato aggiornato degli early school leavers72 in relazione ai dati forniti dal MIUR73 relativi alla % di alunni frequentanti le scuole primarie che non accedono alla mensa scolastica e la % di classi prive di tempo pieno. Come si può vedere dalla tabella, la differenza tra il Sud e Nord è molto ampia, così come le alte percentuali di mancato accesso al servizio mensa in tutta Italia
vengono di fatto confermate. Si va da un’altissima percentuale di alunni che non usufruiscono della mensa in Sicilia (80,04%), Puglia (73,10%), Molise
(69,34%), Campania (64,58%) e Calabria (63,11%) a percentuali sotto il 30% per le regioni Piemonte (28,85%) e Liguria (29,86%). Rispetto alle variazioni percentuali, oltre a un leggero aumento per la Valle d’Aosta (+2,93%), le altre regioni, seppur con piccole
variazioni, rimangono stabili nella classifica. Questi dati confermano dunque la gravità della mancanza di un’offerta congrua del servizio mensa in tutte le regioni italiane e in misura ancora maggiore nel Mezzogiorno, dove insistono le prime
cinque regioni che hanno un’offerta più scarsa di tempo pieno, e si confermano le stesse in cui il servizio mensa è disponibile solo per una fascia percentuale di alunni che va dal 20% al 37% circa. Il mancato accesso al servizio mensa, superiore al
50% degli alunni in ben 8 regioni italiane, è davvero allarmante: più di 1 bambino su 2 in queste regioni non ha la possibilità di usufruire del servizio mensa. 

La situazione migliorerà per il prossimo anno? Assolutamente no, visto che il criterio di ripartizione di fondi e risorse tra i comuni, si basa sulla “spesa storica”. Ovvero rispetto al fabbisogno degli anni precedenti. In parole povere se non c’erano mense due anni fa, non v’era esigenza vi fossero e quindi non ci saranno neppure in futuro.

La richiesta ai comuni, secondo quanto riporta Marco Esposito su Il Mattino sarebbe stata fatta attraverso un questionario:

Del resto, qualche giorno fa, col principio era d’accordo anche un esponente dell’ Anci, ovvero l’associazione dei comuni italiani (?!?!?!): se Reggio Calabria ha meno asili è giusto che abbia meno fondi.

Come a dire che se una macchina ha solo 3 ruote è inutile investire nel comprare una quarta, in fondo ne ha già abbastanza, perché spendere soldi per un’altra?!?!

Tra l’altro la richiesta di Save The Children al Governo è proprio quella di trasformare il servizio mensa in servizio pubblico essenziale.

Fateci un piacere, per combattere la camorra meno esercito e più scuole aperte. Pure 24 ore!!


02
Set 17

Noi sfollati, in quella Pozzuoli fantasma (video)

Chi come me ha vissuto un vero e proprio “esodo” all’inizio degli anni 80, guardando questo video è come se risvegliasse nella propria testa incubi messi in un cantuccio, con la cura e l’attenzione di non doverli (o volerli) rievocare mai più.
La Pozzuoli che conoscete adesso fino agli anni 90, questo era, un cumulo di tufo, case sventrate, notti senza luci. Priva di identità e cittadinanza, con un surrogato (Monterusciello) che avrebbero voluto imporci, come nuovo centro, la new town che avrebbe dovuto sostituire Pozzuoli, mentre “c’abbofavano ‘e cafè”.
Castel Volturno, Mondragone, Villaggio Coppola, Baia Domizia, per chi da bambino proprio lì è stato sfollato dall’area flegrea per il timore di una eruzione, davano l’illusione di una vacanza lunga il tempo necessario a far cessare l’allarme. Uno, due, tre, cinque anni vissuti in un’area destinata alle vacanze per la nuova, ricca borghesia napoletana e casertana.

Per la borghesia napoletana, avere una casa a Baia Domizia costituiva un traguardo raggiunto verso l’emancipazione economica. Per noi, sfollati, terremotati (come ci chiamavano con finta compassione, era il feticcio della provvisorietà.

Di quegli anni ricordo i primi immigrati che lavoravano nei campi, cotti dal sole. Chissà perché si chiamavano tutti “John”. Nei loro volti riuscivi a distinguere i denti bianchissimi che ci insegnavano che il mondo in cui crescevamo non era fatto solo di “visi pallidi” come il nostro.

Lavoravano insieme a tanti contadini locali, perché è una balla che si autoalimenta quella che in queste aree “gli italiani non vogliono fare questo lavoro”. Di quelli che restano, tanti fanno i coltivatori diretti. Come i loro padri ed i nonni prima di loro. Qui la “terra” non è una vergogna da scrollarsi di dosso. Certo la sipteva sempre vendere ai signori incravattati che poi ci seppellivano monnezza tossica. Ma questa è un’altra storia.

Alcuni immigrati facevano gli spazzini anche. Il figlio di qualcuno di loro veniva a scuola con noi. “Città dell’uomo” ammoniva una scritta all’ingresso di un parco residenziale del Villaggio Coppola. Per anni mi sono sforzato di capire cosa volesse comunicare. Ma ha smesso anche lui di capirlo. Oggi quello stesso cartello è un pezzo arruginito e scolorito.

Questo video, di Antonio Saiello, dovrebbe guardarlo chi invoca vulcani ed esulta ai terremoti, perché abbia una percezione (minima) di cosa vuol dire vedere arrivare l’esercito a sfollare un’intera città, obbligando chiunque a lasciare qualsiasi cosa ed andarsene via, in un altrove fatto di ricordi ed odori di quanto si lasciava.
Poi ci sono le ragioni latenti, quelle taciute, quelle della politica e quelle che volevano mettere le mani sulla città.