Anni 50/60: le scuole speciali per i figli dei meridionali

Ho scoperto, per caso, una storia di discriminazione che non conoscevo. E che ha per protagonisti inconsapevoli i figli degli emigranti meridionali , quelli della generazione a cavallo tra gli anni 50 e 60.

Ma partiamo dall’inizio.
La riforma della scuola di Giovanni Gentile del 1923, la più fascista delle riforme, come ebbe a connotarla Mussolini, istituiva delle scuole speciali (e poi differenziali) per tutti quei bambini che vivessero in uno stato di disagio fisico o psichico.

In particolare l’obbligo scolastico veniva esteso ai non vedenti ed ai sordi proprio con la Riforma Gentile del 1923. Dieci anni più tardi l’istruzione speciale prevedeva classi differenziali per gli allievi con lievi ritardi, ospitate nei normali plessi scolastici e scuole speciali per sordi, ciechi ed anormali psichici, situati in plessi distinti. Per i casi più gravi erano previsti istituti speciali, con lunghi soggiorni in cui gli allievi vivevano separati anche dalle famiglie.

Nel corso degli anni 50 e 6o nelle classi differenziali ci sono andati a finire anche bambini meridionali senza alcuna disabilità o disagio.

Scrive il sito “disabili.com”:

Le classi differenziali sono però destinate anche agli allievi con problemi di condotta o disagio sociale o familiare. E’ ad esempio il caso dei figli degli emigranti del sud che giungono nel nord-ovest, i quali molto spesso, di anormale hanno solo la scarsissima frequentazione della lingua italiana.
Fino alla fine degli anni ’60 la logica prevalente rimane quella della
separazione, in cui l’allievo disabile viene percepito come un malato da affidare ad un maestro-medico e come potenziale elemento di disturbo.

In particolare nel testo: “Nessuno Escluso – Il lungo viaggio dell’inclusione nella scuola italiana” edito da Apice libri si legge:

In “RIVISTA SPERIMENTALE DI FRENIATRIA ” del 2010 edito da Franco Angeli, Grazia di Michele scrive:

Tra gli anni’50 e gli anni’70 del Novecento, l’Italia fu interessata da un vastissimo movimento interno di popolazione. Milioni di italiani decisero di cercare migliori condizioni di vita e di lavoro lontano dal proprio luogo di origine, contribuendo a quello che gli storici sono soliti indicare come processo di “modernizzazione” del paese. Gli spostamenti dal Sud verso le città del triangolo industriale si rivelarono particolarmente traumatici, soprattutto per le difficoltà da parte delle comunità ospiti a relazionarsi con i nuovi arrivati, generalmente percepiti come “Altri” portatori di cultura, valori e stili di vita “arretrati” rispetto a quelli del luogo di arrivo. In questo contesto, la scuola elementare rappresentò un luogo di discriminazione per molti bambini di origine meridionale, che in misura crescente vennero assegnati alle cosiddette “classi differenziali”.

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