La prima strage di stato dell’Italia liberata: la Rivolta del Pane

Vi sono stragi di italiani contro altri italiani, o forse italiani di un dio minore, che la storia e la memoria comune del paese tendono a nascondere con imbarazzo, come si fa con la polvere sotto al tappeto.

Una di queste, come la rivolta del Sette e Mezzo, riguarda ancora la Sicilia e ha contribuito, sicuramente, ad alimentarne le spinte secessioniste che furono poi la premessa per la concessione di uno statuto speciale mai completamente applicato.

La racconta bene la rivista Famiglia Cristiana:

In quella tragica mattina di fine ottobre del 1944, i palermitani erano scesi per l’ennesima volta in piazza per reclamare il cibo, il lavoro, la pace e la ricostruzione dei palazzi sventrati. La folla era eterogenea e non classificabile ideologicamente: oltre ai militanti indipendentisti, cattolici, socialisti e comunisti, erano presenti anche cittadini lontanissimi dal mondo della politica, donne e bambini.

Il generale Giuseppe Castellano (l’uomo che l’8 settembre del 1943 aveva firmato l’armistizio di Cassibile) era il comandante della divisione Sabauda, da cui dipendevano i militari del 139° Reggimento Fanteria, responsabili della Strage del Pane. Una famigerata circolare di quegli anni consentiva ai militari di sparare ad altezza d’uomo, in presenza di adunate sediziose.

Per troppo tempo, il generale Castellano e i Governi dell’epoca accreditarono la versione ufficiale, secondo la quale i militari della 139 fanteria sarebbero stati “aggrediti dai separatisti” e  nessuno avrebbe ordinato di sparare.

Dopo 50 anni, la verità venne a galla e la versione ufficiale fu totalmente smentita. Nel 1995, infatti, il sardo Giovanni Pala, uno dei militari appartenenti al Reggimento coinvolto nella feroce repressione, affidò alle colonne del quotidiano l’Unità una clamorosa confessione per un vero scoop: “In Via Maqueda non era in corso alcun assalto. Eppure, quando la nostra colonna raggiunse alle spalle la folla, il tenente diede l’ordine di scendere dai mezzi e di caricare i fucili. Tutto accadde in pochi istanti; i soldati che erano in testa al convoglio cominciarono a sparare ad altezza d’uomo e a scagliare bombe. Fu il terrore, una scena bestiale”.

Il contributo di Pala fu particolarmente importante e coraggioso, anche perché il soldato sardo non sparò alcun colpo e non lanciò alcuna bomba a mano, disubbidendo all’ordine dei superiori, al contrario dei suoi commilitoni.

Tuttavia, Pala avvertì il peso dell’omessa denuncia di quanto era avvenuto e dell’assenza di verità e giustizia per le vittime.Secondo lo scrittore Lino Buscemi, “ci sono voluti 50 anni perché il muro dell’omertà finalmente crollasse. Per almeno mezzo secolo si è brancolato nel buio più fitto, perché la consegna del silenzio è stata assoluta, probabilmente per scelta politica e militare. Vi erano poche carte in circolazione, nessuna foto, qualche scontato rapporto di polizia. E la sentenza del processo-farsa tenutosi presso il Tribunale militare di Taranto, che inflisse pene lievissime nei confronti dei pochi, marginali e sfortunati imputati. Il processo d’appello addirittura non ebbe luogo”.

Anche gran parte del mondo politico dimenticò, per troppi anni, la Strage del Pane, con l’eccezione di alcune manifestazioni organizzate dai movimenti indipendentisti e “sicilianisti” oppure dalle formazioni della sinistra antagonista (come il Partito Marxista-Leninista). Eppure, già nel 1944, il leader siciliano del Partito d’Azione, Vincenzo Purpura (testimone oculare della Strage) aveva dichiarato, in un documento recentemente desecretato, che “i primi a sparare furono, senza dubbio, i soldati, che poi lanciarono alcune bombe a mano”.

Convinzioni analoghe furono espresse dal deputato comunista Giuseppe Montalbano, dal leader separatista Andrea Finocchiaro Aprile e dal giornale “La Voce Comunista”. Nello stesso tempo, i partiti del Comitato di Liberazione Nazionale della Provincia di Palermo condannarono duramente la Strage del Pane ed attaccarono l’Esercito italiano. Lino Buscemi non ha dubbi: “La prima vera strage dell’Italia liberata meriterebbe di essere ricordata e studiata nei libri di storia, soprattutto con il timbro dell’ufficialità di una sentenza di un Tribunale Militare della Repubblica Italiana”.

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