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Noi sfollati, in quella Pozzuoli fantasma (video)

Chi come me ha vissuto un vero e proprio “esodo” all’inizio degli anni 80, guardando questo video è come se risvegliasse nella propria testa incubi messi in un cantuccio, con la cura e l’attenzione di non doverli (o volerli) rievocare mai più.
La Pozzuoli che conoscete adesso fino agli anni 90, questo era, un cumulo di tufo, case sventrate, notti senza luci. Priva di identità e cittadinanza, con un surrogato (Monterusciello) che avrebbero voluto imporci, come nuovo centro, la new town che avrebbe dovuto sostituire Pozzuoli, mentre “c’abbofavano ‘e cafè”.
Castel Volturno, Mondragone, Villaggio Coppola, Baia Domizia, per chi da bambino proprio lì è stato sfollato dall’area flegrea per il timore di una eruzione, davano l’illusione di una vacanza lunga il tempo necessario a far cessare l’allarme. Uno, due, tre, cinque anni vissuti in un’area destinata alle vacanze per la nuova, ricca borghesia napoletana e casertana.

Per la borghesia napoletana, avere una casa a Baia Domizia costituiva un traguardo raggiunto verso l’emancipazione economica. Per noi, sfollati, terremotati (come ci chiamavano con finta compassione, era il feticcio della provvisorietà.

Di quegli anni ricordo i primi immigrati che lavoravano nei campi, cotti dal sole. Chissà perché si chiamavano tutti “John”. Nei loro volti riuscivi a distinguere i denti bianchissimi che ci insegnavano che il mondo in cui crescevamo non era fatto solo di “visi pallidi” come il nostro.

Lavoravano insieme a tanti contadini locali, perché è una balla che si autoalimenta quella che in queste aree “gli italiani non vogliono fare questo lavoro”. Di quelli che restano, tanti fanno i coltivatori diretti. Come i loro padri ed i nonni prima di loro. Qui la “terra” non è una vergogna da scrollarsi di dosso. Certo la sipteva sempre vendere ai signori incravattati che poi ci seppellivano monnezza tossica. Ma questa è un’altra storia.

Alcuni immigrati facevano gli spazzini anche. Il figlio di qualcuno di loro veniva a scuola con noi. “Città dell’uomo” ammoniva una scritta all’ingresso di un parco residenziale del Villaggio Coppola. Per anni mi sono sforzato di capire cosa volesse comunicare. Ma ha smesso anche lui di capirlo. Oggi quello stesso cartello è un pezzo arruginito e scolorito.

Questo video, di Antonio Saiello, dovrebbe guardarlo chi invoca vulcani ed esulta ai terremoti, perché abbia una percezione (minima) di cosa vuol dire vedere arrivare l’esercito a sfollare un’intera città, obbligando chiunque a lasciare qualsiasi cosa ed andarsene via, in un altrove fatto di ricordi ed odori di quanto si lasciava.
Poi ci sono le ragioni latenti, quelle taciute, quelle della politica e quelle che volevano mettere le mani sulla città.

 

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