‘O sistema si infiltra nel Reich di PaTania

Tra gli indagati dell’inchiesta sulla Camorra in Veneto c’è la presidente della Camera penale di Venezia, Anna Maria Marin. Cognome non proprio campano. Tra gli arrestati, gli indagati ed i fiancheggiatori, tanti “autoctoni”. Certo, occorre ricordare che sono tutti innocenti fino alla sentenza di terzo grado. E ci auguriamo per loro, anche quando essa sarà passata in giudicato.

Accanto ai cognomi campani, altri venetissimi.

Sul Mattino di Padova, Paolo Cagnan scopre il vaso di Pandora di anni di innocenza sbandierata ma ormai persa e inquinata. Di quella dicotomia sempre addotta, tra loro, i veneti, ed i criminali terroni. Cade il velo che mostra una trasversalità regionale.

Un aspirante boss, mio coetaneo, prima di una sentenza che lo condannava al 41 bis disse, più o meno così,  al giudice del tribunale veneto, affrontando il peso della consapevolezza della pena: “Signor Giudice è vero sono colpevole, ma che sorte avranno tutti quegli imprenditori che venivano a chiedermi il modo per evadere il fisco e portare il contante all’estero?”. Severo ma giusto.

Quando Roberto Saviano parlava di mafia al Nord, di Briangheta, un ministro padano si offese e dichiarò lapidario: la mafia al nord non esiste.

Nel frattempo proprio ‘o sistema criminale si era infiltrato, forte di una fitta rete di connivenze e complicità tutte locali, mettendo in crisi anche quello stupito assunto di presunta superiorità morale ed  estraneità geografica e genetica a certi fenomeni. Falso. Ed oggi le indagini lo dimostrano (“in Veneto per anni si è dormito” riferivano i vertici antimafia. Chissà se per ignoranza o consapevole e fruttifera acquiescenza.)

Lo scrivo da anni, e potete trovarlo sulle vecchie pagine del blog: al Nord la mafia ormai ha attecchito perché si presenta con l’abito sartoriale e la vocazione del business man.

Con il fiume di liquidità lordato di sangue ci campano in tanti, dalle banche del territorio ai ad avvocati, notai e commercialisti locali, fino a tutti coloro che vengono assunti dalle imprese che si muovono nell’economia legale. E il Pil del Paese, si incrementa perfino.

Una mafia, che gode di autoctoni silenzi, frutto di  un’imprenditoria fragile e omertosa, una politica corrotta e impaurita, un giornalismo spesso connivente ed estorsivo.
Ma da anni, nel nascente Reich PaTano, si ostinano a chinare il capo, miopi, a non vedere quello che accade, per convenienza, malafede, per non andare oltre il pregiudizio che la mafia sia solo un fenomeno da terroni. Giornalisti, politici, servi sciocchi.Sono anni che le istituzioni a settentrione rispetto al Garigliano, in tantissimi casi, si affrettano a precisare che la criminalità organizzata è solo un fenomeno regionale, etnico.

Dicendolo ne favoriscono, consapevolmente o inconsapevolmente, il radicamento che coinvolge professionisti e “indotto” che di meridionale ha poco o nulla.Ricordo qualche tempo fa le parole del sindaco di Brescello a proposito di un boss ndranghetista: “E’ lui Francesco Grande Aracri. E’ gentilissimo, molto tranquillo. Parlando con lui si ha la sensazione di tutto tranne che sia quello che dicono che sia. Lui è uno molto composto ed educato che ha sempre vissuto a basso livello. La famiglia qui ha un’azienda che adesso è riuscita a ripartire: fanno i marmi. Mi fa piacere che siano ripartiti”.

Se tali parole fossero state pronunciate in Campania, Sicilia o Calabria si sarebbe levato un coro indignato. Sociologi, editorialisti, maestrine dalla penna rossa ci avrebbero spiegato che il Sud ormai è fuori controllo, che nessuno manifesta contro le mafie, che i boss vengono protetti; il solito coro, impregnato dall’eco lontana della Legge Pica, che avrebbero snocciolato il consueto rosario di luoghi comuni, dal sapore tipicamente manicheo.

 Quanto indotto fa muovere la mafia al Nord? Quanto contante per una società cui, alla fine, interessa solo che nessuno spari sotto casa e non ci sia la macabra visione dei morti ammazzati e della mano militare che tiene sotto scacco e soggezione il Sud.

Lo ripeto, come faccio spesso, nessun fenomeno criminale attecchisce e si radica se non ha in loco un’accondiscendenza ed una tolleranza che è, talvolta, entusiasta accettazione. Addurre come esimente l’aspettativa del mafioso con lupara e coppola è solo un alibi che serve a tacitare le coscienze dei finti ingenui, cui, il volto pulito della Mafia spa, fa comodo.

Ed aggiungo, i think tanker del pensiero borghese italiano dimenticano che la quasi totalità degli anticorpi alle mafie sono tutti meridionali. Continuare a tuonare che al Nord non occorra il vaccino, in base a (non fondate) ragioni di carattere geografico e culturale, consente solo alla malattia di infettare l’intero organismo. E gli arresti lo dimostrano. Forse ormai è tardi.

Il 15 aprile del 2016 il commissario antiracket nazionale dichiarava:

I commercianti che non denunciano le estorsioni mafiose? Spesso si rimprovera alla società civile meridionOrmai sono più diffusi nel Nord Italia. Ne è sicuro Santi Giuffrè, commissario nazionale Antiracket. “Bisogna abbattere un tabù: non è vero che c’è omertà al Sud e non al Nord. Credo, invece, che questo rapporto vado quanto meno stabilizzato e messo alla pari, per un motivo: al Sud é la mafia che va dall’imprenditore, al Nord, invece, é lo stesso imprenditore che cerca il mafioso per ottenere dei servizi e quindi si crea un rapporto che é più difficile da rompere”

Con buona pace dei Feltri e dei Cruciani e di tanti come loro che invocano l’intervento della società civile solo quando vanno a fuoco le piccole botteghe artigiane tra i vicoli di Napoli, Bari o Palermo.

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