Crea sito


22
Dic 14

Impiegati nella imprese a partecipazione pubblica? Solo il 10% al Sud

Tra le tante “accuse” che vengono rivolte al Sud c’è anche quella di costituire un serbatoio drenante di risorse pubbliche. Ora senza entrare nel merito ed esprimere giudizi di valore, prendendo come riferimento le aziende a partecipazione pubblica e risorse umane in esse impiegate, si scopre, secondo i dati Istat del 2012, che Centro e Nord del Paese hanno il maggior numero di addetti. Pesa il dato del Lazio e delle sedi legali delle società stabilite nella regione.

Il 21,1% nel Nord Ovest, 14% nel Nord Est, 53,4% al Centro nonostante un numero inferiore di aziende rispetto al Nord, 7,2% al Sud e 4,3% isole.

Ecco la tabella:

B5dS63ZIMAEnep3


11
Giu 14

Sud in testa nell’export del primo trimestre dell’anno. Puglia regina.

Potrà sembrare fantascienza ma secondo i dati Istat, riportati da Il Fatto Quotidiano, nel primo trimestre dell’anno le esportazioni sono cresciute, su base annua, dell’1,5%. Record positivo al Sud, che mette a segno +5,6%. Seguono, nella classifica dell’incremento dell’export, il Nord Est con un +4,5% e il Nord Ovest, che registra un +1,7%.

La regione regina è la Puglia che ottiene un ottimo +18,1%. Taranto è tra le province che contribuiscono in misura più significativa a sostenere le esportazioni.

Dati che vengono ottenuti in una condizione di scarsi investimenti logistici ed infrastrutturali. Immaginatevi in condizioni diverse e senza l’arruobbo dei fondi Fas.

 


31
Mag 14

Istat: quel Sud che non fa più figli

Se si leggesse il report dell’ultimo rapporto Istat, con un focus particolare sul Sud, ci si troverebbe davanti a scenari da mutazione antropologica, come li definisce Marco Esposito.

Non solo un flusso migratorio costante che provoca una emorragia di menti e risorse. Ma anche, in uno scenario di desertificazione occupazionale, una regressione negli indici di natalità.

Le donne del Sud, quelle nate dopo il 1982, non fanno più figli, ponendo in essere quello che viene definito un “disinvestimento riproduttivo”.

Nel rapporto si legge: «l’unico strumento rimasto a disposizione di questi giovani adulti del Mezzogiorno, donne e uomini: lo spostamento dell’investimento in capitale umano dal loro futuro al loro presente, dai loro potenziali discendenti a se stessi».

In questo quadro l’Istat registra l’assenza di politiche specifiche per il Sud e, peggio,
l’attuazione di tagli che colpiscono soprattutto il welfare del Mezzogiorno.

Secondo Marco Esposito, dal Mattino, fatta 100 la spesa per servizi sociali dei Comuni (in genere assistenza agli anziani, ai disabili e asili nido)si va da un massimo di 282 in Trentino Alto Adige a un minimo di 26 in Calabria.
Quindi si toglie soprattutto a chi ha meno. E i tagli riguardano anche la sanità,con la conseguenza che a causa dei ticket nel Mezzogiorno sempre meno persone sicurano ed è in aumento il numero di malati cronici. Con la crisi, precisa l’Istat, interrompono le cure soprattutto le donne del Mezzogiorno: il 16,7% (una su sei) ha rinunciato a prestazioni sanitarie o all’acquisto di farmaci pur avendone bisogno.

Insomma lo stato non investe ma taglia. I giovani emigrano. Non nascono più figli. State facendo le prove generali per la sperimentazione sulla decrescita felice di un territorio?

 


30
Gen 14

Dati Istat sull’agricoltura: per questo si continua a minare l’ecosistema meridionale?

Quelli nella immagine sono i dati Istat relativi al censtimento sulle imprese agricole (sono esclusi gli agriturismo o quelle agroalimentari)

A prescindere dalle variazioni in negativo degli ultimi 10 anni, quanto si evince è la fondamentale importanza del settore agricolo che ha nel Mezzogiorno la sua punta di maggiore disponibilità di territorio e presenza in termini di aziende. A maggior ragione se ai dati del Sud aggreghiamo quelli delle isole.

Capite ora perchè sono deleterie le artefatte ed indiscriminate campagne che demonizzano in toto i territori e la produzione agricola meridionale? Comprese estrazioni petrolifere e nuove tasse e gabelle previste dal Governo, che gravano sui terreni agricoli?

Capite perchè distruggere terreni e territori con l’industria pesante ed estrattiva (oltre che con pianificate campagne di interramento di rifiuti tossici) è completamente incompatibile con un settore che potrebbe essere trainante per il Sud e l’intero paese?

Capite perchè l’Italia dovrebbe difendere, e non l’ha mai fatto, la produzione dei contadini del Sud e non cedere alla tentazione di merce a basso costo che rende schiavo chi la produce e distrugge le economie locali del Mediterraneo?

A me vengono sempre in mente le parole del dottor Ceglie: «L’ho detto a Cernobbio: vogliono mettere al tappeto il Sud, colpire i suoi due asset strategici: turismo e agroalimentare»

Il settore agricolo, insieme a quello turistico, è strategico per lo sviluppo delle regioni meridionali. Colpire questi settori vuol dire mettere definitivamente in ginocchio ogni velleità di emancipazione dei nostri territori. Ecco i dati, sommate quelli del Sud più quello delle isole…

Schermata

Incrociando i dati sulla superficie coltivata (in milioni di ettari) e il numero di aziende (in milioni) emerge che la terra a disposizione è di più rispetto alle imprese. Laddove, come al Sud, c’è stata la riduzione maggiore di aziende, la terra coltivata è rimasta praticamente la stessa:

istat

 

 


30
Ott 13

Colpo di scena per l’Istat: il Sud è più ricco del Nord!

Basilicata regione più povera d’Italia? Napoli città più povera della penisola? Beh dimetnicatevi questi stereotipi e luoghi comuni.

Secondo l’Istat infatti, il Centro Nord oggi sarebbe più povero del Sud. Con tutto quello che ne consegue. Ed è forse quest’ultimo periodo che maggiormente interessa.

Ma come è possibile? Il meraviglioso gioco di prestigio contabile, che con questi parametri ad esempio erogherebbe più sussidi in zone che nei fatti sono le più ricche del paese, lo spiega Marco Esposito , giornalista e portavoce di Unione Mediterranea:

I poveri sono in aumento ma meno della metà vive al Sud. Parola dell’Istat. Dieci anni fa non era così: tre poveri su quattro abitavano nel Mezzogiorno. Sempre per l’Istat. Cos’è successo di così miracoloso per ridurre – rispetto al resto d’Italia – la quota di poveri meridionali? Non ci dicono, altre statistiche, che il divario Nord-Sud negli ultimi anni si è andato allargando?
Il miracolo dei poveri spariti dalle statistiche è dovuto a un calcolo errato. Ad affermarlo è il ministero dello Sviluppo economico, il quale si raccomanda di «non utilizzare i dati sui livelli dei prezzi diffusi nell’ambito dell’Osservatorio nazionale prezzi e tariffe per confronti fra le diverse città». Tuttavia l’Istat il confronto sconsigliato lo fa, con il risultato che una famiglia di tre persone che guadagna 1.000 euro al mese è considerata povera se vive in un paesino del Centronord mentre diventa agiata in una città del Mezzogiorno. E non è un problema di percentuali bensì di persone: quando si vara un sostegno ai poveri, come la Social card, con le tabelle dell’Istat il beneficio va più al Centronord che al Sud, perché 1,2 milioni di persone del Mezzogiorno sono state liberate dal peso della povertà con colpo di spugna statistico.
Per smascherare un prestigiatore occorre filmarlo e guardarne i movimenti al rallentatore. Ripercorriamo quindi passo passo cosa è accaduto sul monitoraggio della povertà, partendo dall’ultimo fotogramma. Ieri in Parlamento il presidente dell’Istat, Antonio Golini, è stato ascoltato nel corso delle audizioni sul disegno di legge di Stabilità. «Dal 2007 al 2012 – ha detto – il numero di individui in povertà assoluta è raddoppiato (da 2,4 a 4,8 milioni). Quasi la metà dei poveri assoluti (2 milioni 347 mila) risiede nel Mezzogiorno». Quasi la metà vuol dire che ci sono più poveri al Centronord che al Sud. Possibile?
Golini fa riferimento al 2007-2012, ma se fosse tornato indietro al 2002, avrebbe dovuto ricordare che i poveri assoluti erano 2,9 milioni dei quali quasi il 75% (2.165.000) residenti nel Mezzogiorno. Come mai i poveri stanno aumentando soprattutto al Centronord?
Altro fotogramma: fino al 2002 la povertà «assoluta» è stata calcolata con un modello valido in tutta Italia. Si prendeva cioè un paniere di prodotti essenziali per vivere e si verificava il costo. Per una coppia con un figlio il livello di povertà assoluta era quell’anno di 763 euro e c’erano 2,9 milioni di italiani (il 5,1% della popolazione) sotto la soglia.
Nel 2003 (in pieno governo Berlusconi-Bossi-Tremonti) l’Istat decise di calcolare le soglie di povertà su base territoriale. Si aprì una fase di studio che durò due anni e nel 2005 l’Istat tirò fuori i conteggi con parametri diversi per Nord, Centro e Sud.
Non è sbagliato entrare nel dettaglio territoriale, l’importante è farlo con metodo. L’Istat tramite i Comuni capoluogo di provincia misura da decenni il livello dei prezzi per migliaia di prodotti, con l’obiettivo di calcolare l’inflazione, cioè l’aumento dei listini. Per raggiungere tale risultato ogni messo comunale va nei negozi campione e a gennaio chiede all’esercente per ciascun prodotto qual è il «più venduto», dopo di che va a guardare il cartellino del prezzo e, mese dopo mese, scrive se il listino cambia.
I prodotti più venduti, ovviamente, non sono gli stessi in tutti i negozi italiani. Lo spiega la stessa Istat: «I prezzi elementari rilevati fanno quindi riferimento a specifiche molto diverse in termini di marche, varietà e packaging, non comparabili tra le diverse unità territoriali (capoluoghi di provincia) presso le quali viene effettuata la rilevazione». Occhio: «non comparabili». Solo che, in assenza di altre rilevazioni, per calcolare il paniere dei poveri l’Istat si accontenta dei dati che ha. E compara prezzi incomparabili per sua stessa ammissione.
Per esempio nel mese di agosto la pasta di grano duro più venduta nel più economico negozio di Milano costava 0,96 euro; a Roma 1,12 euro; a Napoli 0,78 euro. Ma si parla della stessa identica pasta? No. E c’è la controprova. La Nielsen in una ricerca (titolo: «Fare la spesa al supermercato? Al Sud costa di più») ha verificato i prezzi di prodotti identici nei supermercati italiani (120.000 beni) scoprendo che la regione più cara d’Italia è la Calabria (indice 104,60) mentre la più economica è la Toscana (indice 94,60). E la Nielsen non si è neppure sorpresa, spiegando che le differenze si giustificano con i costi logistici e con le caratteristiche della rete distributiva.
Alcuni prodotti, come gli ortaggi freschi e il pane, al Sud costano effettivamente di meno, tuttavia i beni industriali sono decisamente più cari e se il paniere Istat dice il contrario è perché misura i beni più acquistati, peraltro non dai poveri ma dall’insieme dei consumatori. Insomma: è ovvio che al Sud in media avendo meno soldi in portafoglio si fa la spesa acquistando prodotti di qualità inferiore. Ciò accade anche per gli elettrodomestici, i cui prezzi secondo le associazioni dei consumatori sono tendenzialmente più cari al Sud. Ma se si guarda non al listino più basso in assoluto bensì a quello del bene più venduto ecco che la «cucina non elettrica» inserita nel paniere Istat per i poveri costa 295 euro al Nord, 331 al Centro e 202 nel Mezzogiorno. Il televisore costa 238 euro al Nord, 183 al Centro e 171 al Sud. È lo stesso modello di cucina o di tv? No: è il prezzo del prodotto più acquistato.
Se si convincono gli italiani che al Sud la vita costa meno, sarà facile far accettare stipendi diversi per insegnanti, infermieri e carabinieri, o pensioni sociali modulate in base al presunto minore costo della vita.
I fotogrammi iniziano a definire l’accaduto e a delineare il finale, lo scopo: a che serve cancellare 1,2 milioni di poveri del Sud dalle statistiche? L’ultimo fotogramma riporta al Parlamento. Dopo l’audizione di ieri dell’Istat c’è stato un impegno dei politici a far qualcosa di concreto per i 4,8 milioni di poveri di cui 2,5 milioni al Centronord e 2,3 al Sud. Ecco, sapere che in realtà il conteggio corretto certificherebbe 1,3 milioni al Centronord e 3,5 milioni al Sud forse renderebbe il sostegno ai poveri meno necessario.