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03
Feb 15

Claro, Svizzera: qui solo manodopera a chilometro 0

Si è sempre terroni ed immigrati di qualcun altro ed a Claro, in Svizzera poco meno di 3000 abitanti ad una sessantina di chilometri dal confine italiano, ci tengono a far sapere che impiegano solo manodopera…a chilometro zero:

Non si tratta di razzismo, afferma il sindaco, e figuriamoci..

“Il problema lavoro per noi era gravissimo ed è peggiorato dopo che franco svizzero ed euro hanno raggiunto la parità  ma si sa che di fronte a vantaggi di costo le imprese scelgono sempre di risparmiare. Però molte persone da tempo mi ripetono: sarei disposto a pagare merci o servizi qualche franco in più se almeno sapessi che vanno ad arricchire l’economia ticinese e non quella italiana. E così è nata l’idea della campagna a favore delle assunzioni locali. Claro è un comune piccolo, non sposteremo certo gli equilibri ma lanciamo un segnale: l’invito è destinato anche alle aziende dei centri più vicini al confine perché facciano altrettanto”

Una iniziativa che nell’era della globalizzazione di tutti i fattori produttivi diventa paradossale. Chissà cosa ne pensa il confinante politburo patano….


14
Gen 15

Quegli imprenditori svizzeri che investirono al Sud prima del 1861: le manifatture cotoniere meridionali

immagine del cotonificio EGG tratta dalla rete

Una storia che mi era sconosciuta, scovata per caso sul sito della Swiss Broadcasting Corporation. Vi avevo raccontato già degli svizzeri che venivano in Campania a vivere o fare affari, quando gli svizzeri emigravano al Sud. Una presenza testimoniata anche da molteplici cognomi svizzeri ancora presenti in città.

Questa è la storia di Gian Giacomo Egg, un imprenditore elvetico che con il sostegno di Gioacchino Murat, nominato re di Napoli da Napoleone nel 1808, Egg fonda nel 1812 il primo moderno cotonificio del sud, nell’attuale Piedimonte Matese. Uno che, dalla Svizzera portò con sé, in quel Sud che appariva come “Affrica” dalle cronache dei militari piemontesi che giunsero qualche anno dopo, oltre cento famiglie svizzere. Lo stabilimento che Egg crea,  si sviluppa velocemente, fino ad impiegare oltre 1’000 operai.

Scrive Daniele Mariani:

Oggi a testimonianza di quello che fu un glorioso passato industriale rimangono solo alcuni fatiscenti edifici. I diversi progetti per la riqualificazione di alcune delle aree dove sorgono i vecchi stabilimenti delle Manifatture cotoniere meridionali, nella regione di Salerno, sono finora rimasti lettera morta.

Glorioso, come detto, poiché verso il 1887 l’industria tessile salernitana dava lavoro a oltre 9’000 persone e rappresentava una seria concorrente per le grandi manifatture del Settentrione.

A far decollare questo settore sono stati principalmente imprenditori svizzeri. Malgrado la distanza, i legami tra la Svizzera e il regno di Napoli erano antichi e dovuti principalmente alla presenza nella città dei Borbone di molti mercenari elvetici. L’impulso decisivo viene però soprattutto dal Blocco continentale (divieto d’attracco per le navi inglesi in qualsiasi porto dei paesi soggetti al dominio francese) decretato da Napoleone nel 1806, che ha spinto alcuni industriali svizzeri, confrontati alla mancanza di materie prime, ad impiantare le loro attività al di fuori dei confini patri.

Ed ancora:

Sulla scia di Egg, negli anni successivi, quando sul trono è tornato Ferdinando I, giungono in Campania altri imprenditori svizzeri: Davide Vonwiller, Federico Alberto Wenner, Carlo Schlaepfer…

«In Campania vi era una certa disponibilità di materia prima, poiché durante il decennio francese si era iniziato a coltivare il cotone, in seguito appunto al Blocco continentale. Le industrie si impiantano inizialmente nella valle dell’Irno a causa della presenza del fiume. In un secondo tempo nell’agro nocerino-sarnese. Inoltre proprio a Salerno vi era già un tradizione della lavorazione del tessile, non del cotone ma della lana», spiega Silvio de Majo, professore di storia economica all’Università di Napoli. Non va neppure dimenticato che vi è una volontà politica di attirare investitori stranieri. Murat, ad esempio, concede gratuitamente degli edifici per impiantare le nuove industrie.

Egg non fu il primo. Dopo di lui Davide Vowiller, elvetico anch’egli.

Il principale protagonista della fase iniziale di questa industrializzazione è soprattutto Davide Vonwiller, nato a San Gallo nel 1794 e inviato giovanissimo a Napoli, nel 1815, come rappresentante di una ditta svizzera di tessuti.

Aiutato dal protezionismo del governo borbonico, nel 1824 Vonwiller decide di saltare il fosso. Si associa al connazionale Federico Züblin e fonda una filanda a Fratte di Salerno.

Vonwiller è l’archetipo dell’industriale moderno, competente sia per quanto concerne l’aspetto industriale che per quello commerciale. «Può contare su una vasta rete di contatti con banchieri e commercianti tedeschi, inglesi e genovesi. Ciò gli permette di avere i capitali per fare arrivare le macchine e probabilmente anche di vendere la produzione», osserva Silvio de Majo. «Nei decenni successivi, quando nascono altre fabbriche, per quanto concerne l’aspetto commerciale tutto fa capo a Vonwiller». Il sangallese e i suoi soci abbozzano anche un modello di integrazione verticale: a Fratte di Salerno nascono così uno stabilimento di tintoria e stamperia, nonché un’officina meccanica, specializzata nella costruzione e riparazione di macchine per l’industria tessile.

Vonwiller muore nel 1856. I suoi funerali attestano dell’importanza dell’industriale svizzero: «Oltre ad una grande partecipazione popolare, vennero contate più di 50 carrozze che seguivano il feretro attraverso la città di Napoli», ricorda Elio Varriale nel saggio Svizzeri nella storia di Napoli (1998).

Secondo Mariani,  che cita quanto riferisce de Majo, nonostante l’Unità d’Italia e la conseguente adozione del liberismo piemontese, avessero colpito diversi settori tessili dell’ex Regno delle Due Sicilie, in particolare l’industria laniera, l’industria cotoniera svizzero-salernitana è invece risparmiata. Da un lato perché la guerra di secessione americana (1861-1865) interrompe le importazioni di materia prima d’Oltreoceano e favorisce così la produzione campana. Dall’altro per la disponibilità di capitali e la capacità di innovazione di cui hanno saputo dare prova gli industriali elvetici. Tanto che quella campana divenne un’azienda modello.

La parabola discendente e la conseguente chiusura fu essenzilmente dovuta ai conflitti bellici che si susseguirono e che, per volontà politica, costrinsero  la componente tedesca delle ditte tessili campane ad andarsene. Per ovvie ragioni linguistiche, il clima anti-tedesco non risparmia però neppure gli industriali elvetici.

La Banca d’Italia, come era stato già fatto per altri gioielli dell’industria meridionale, acquistò le quote degli opifici creati dagli imprenditori elvetici. L’inizio della fine, insomma, che puntualmente è arrivata.


24
Nov 14

Svizzera: a San Gallo il miglior panettone è di un siciliano, ed è fatto con prodotti made in Sicily

Il miglior panettone elvetico ha, dentro, il sole delle isole Eolie. Pietro Cappelli., nativo di Varesana-Lipari, nel 1966 lasciò la sua isola e si trasferì in Svizzera. Dopo anni di duro lavoro e sacrifici, “La Panetteria” di Cappelli si è aggiudicata un importante riconoscimento gastronomico (in realtà ha bissato un il successo del 2010): il Backery Trophy 2014 -2015, per il cantone di San Galloovvero un premio che viene messo in palio ogni anno, sia a livello cantonale che nazionale, per il settore della panetteria e pasticceria artigianali e che si basa sull'”assaggio” di cinque prodotti.

Così mentre in Italia vanno di moda le interviste ai giganti industriali di pandoro e panettone, nel cantone di San Gallo  il successo di Pietro Cappelli passa per i prodotti tipici di Lipari. In particolare con gli aromi di Pirrera, ricavati dalle arance, mandarini, mandaranci e limoni prodotti dalla madre.

Il settore enogastronomico si conferma ancora una eccellenza ed un potenziale volano di sviluppo (anche “da esportazione”) per le regioni meridionali.


15
Giu 14

Gioca la Svizzera? Non mancano i luoghi comuni su Napoli


Gira che ti rigira, anche quando Napoli non c’entra nulla, trovi sempre l’intelligente autoctono o d’importazione che deve tirare in ballo Napoli e gli stereotipi che, venduti un tanto al chilo, fanno sempre la fortuna di chi li propone. Un modo per risolvere la scelta di un titolo giornalistico o per concludere una battuta quando si è corto di idee.

Si gioca Svizzera-Ecuador ai Mondiali ed il giornale francese Equipe,il più importante quotidiano sportivo d’Oltralpe, riferendosi a tre giocatori elvetici (Inler, Behrami e Dzemaili) che militano nella squadra del Napoli, non può fare proprio a meno di titolare “Il clan dei napoletani”, in quello  stereotipato calembour, (o stantia ironia a doppio senso, fate un pò voi) che deve sempre associare Napoli a vicende lontane dal calcio.

 


14
Giu 14

Svizzera: non annaffiate il giardino del vicino (italiano)

Questo lo spot che sta andando in onda (e continuerà fine ottobre) su Teleticino e Rsi, l’equivalente svizzero della Rai.

Il messaggio è chiaro: “Non annaffiate il giardino italiano. Investire in quello del vicino può essere pericoloso”, con l’invito a sostenere le aziende locali e a non delocalizzare oltre confine.

Onestamente mi stupisco dello stupore, è da qualche tempo che in Svizzera vengono poste in essere campagne neanche velatamente discriminatorie. tipo quella contro i frontalieri italiani (definiti come i”terroni meridionali” riprendendo un linguaggio tanto in voga anche in Italia).

Tanto per non dimenticare, erano gli anni 70 e James Schwarzenbach,conosciuto per la sua campagna contro l’inforestierimento, nota come “iniziativa Schwarzenbach” così dichiarava a proposito degli emigrati (il 54% di essi italiani):

«Sono braccia morte che pesano sulle nostre spalle. Dobbiamo liberarci del fardello. Dobbiamo, soprattutto, respingere dalla nostra comunità quegli immigrati che abbiamo chiamato per i lavori più umili e che nel giro di pochi anni, o di una generazione, dopo il primo smarrimento, si guardano attorno e migliorano la loro posizione sociale. Scalano i posti più comodi, studiano, s’ingegnano: mettono addirittura in crisi la tranquillità dell’operaio (…) medio, che resta inchiodato al suo sgabello» (fonte Wikipedia).

Ecco il video:


10
Feb 14

Dalla Svizzera: si è sempre terroni di qualcun altro

Anche Salvini è stato fortemente entusiasta per la notizia: la Svizzera pone severe restrizioni ai frontalieri (italiani), col referendum di ieri. Non solo, la Svizzera ha mandato anche il neutralissimo esercito a fare esercitazioni lungo il confine perchè non si sa mai…in caso di disordini.

La campagna elettorale a favore del Si, che poi ha vinto, aveva anche creato esempi come quello in foto, dove tre topi rappresentano, per esplicita dichiarazione dei creatori, Fabrizio, piastrellista di Verbania, Bogdan, romeno dall’occupazione non dichiarata ma facilmente intuibile dalla mascherina che porta sugli occhi, e Giulio, avvocato lombardo.

Insomma, si chiama Nemesi.

Lo scorso Marzo si leggeva:

Fino a quando i “frontalieri”,proprio comei terroni meridionali, s’occupavano dei lavori che gli svizzeri, ticinesi, non volevano svolgere, tutto era tollerato. Ma da qualche tempo  questi, come dichiara il segretario dell’Udc, “stanno progressivamente, occupando posizioni nel terziario dove, finora, la prevalenza era data agli impiegati ticinesi”. Questo perché, secondo, il politico Udc, i frontalieri “accettano retribuzioni che sono, sovente, del 40 per cento inferiori a quelle dei lavoratori indigeni”. Anche se, con una verve diversa, la stessa questione è già stata sollevata dai sindacati, i quali accusano molte piccole e medie imprese italiane, insediatesi nel Canton Ticino, approfittando di agevolazioni fiscali, di praticare del dumping salariale.

Erano gli anni 70 e James Schwarzenbach,conosciuto per la sua campagna contro l’inforestierimento, nota come “iniziativa Schwarzenbach” così dichiarava:

«Sono braccia morte che pesano sulle nostre spalle. Dobbiamo liberarci del fardello. Dobbiamo, soprattutto, respingere dalla nostra comunità quegli immigrati che abbiamo chiamato per i lavori più umili e che nel giro di pochi anni, o di una generazione, dopo il primo smarrimento, si guardano attorno e migliorano la loro posizione sociale. Scalano i posti più comodi, studiano, s’ingegnano: mettono addirittura in crisi la tranquillità dell’operaio (…) medio, che resta inchiodato al suo sgabello» (fonte Wikipedia).

E oggi, mi sento anche io Fabrizio, piastrellista di Verbania, Bogdan, romeno dall’occupazione non dichiarata,  e Giulio, avvocato lombardo. Anche se potrebbero aver votato un partito che mi chiama terrone da 30 anni e che va braccetto con chi oggi li rappresenta come “topi”.

PS: giusto a tal proposito vi ricordate la dotta ironia del sindaco di Berna? (qui)


04
Ott 13

Svizzera: ha accento napoletano, non può lavorare

 

La notizia arriva dalla Svizzera ed ha ad oggetto un nuovo episodio di discriminazione.

Almeno così racconta la sua esperienza la diretta interessata.

«Sono rimasta sbalordita» racconta la 40enne che, in Italia, ha lavorato per tre lustri nel telemarketing gestendo anche una propria agenzia a Torino. «Ho sempre fatto il mio lavoro con gratificazione e ottimi risultati, ma qui sono stata giudicata a prescindere. Mi hanno fatta parlare 20 secondi, il tempo di ascoltare l’accento. Come se non mi avessero già sentita per telefono e non ci fosse scritto sul curriculum, che sono di Napoli. E poi nelle vendite quello che conta è la serietà, la dialettica… lo dico per esperienza».

Vallo a spiegare all’azienda. «E’ stata una decisione basata su riscontri avuti in passato, non abbiamo alcun pregiudizio verso i meridionali» spiegano. Per Dario Cadenazzi dell’Unia, il principale sindacato del Ticino «simili episodi sono da condannare fermamente, anche se finora non erano mai arrivate segnalazioni del genere». Il momento è delicato: «purtroppo la xenofobia e il razzismo nei confronti di lavoratori immigrati o frontalieri hanno gioco facile nel nostro cantone, vista la pressione sul mercato del lavoro nostrano generata alla crisi italiana».

Che dire? Non ci resta che apprendere in maniera intensiva l’idioma altoatesino e sbianchettare qualche generalità sulla carta d’identità. Del resto, penseranno gli Svizzeri, se non godono di stima in patria, perchè dovremmo dare loro credito noi?

I napoletani puzzano..rubano..lavorano poco. (a proposito, ringraziamo vivamente i media italiani).ed ecco che lo stereotipo diviene materia di discriminazione.

L’articolo completo:

Ha accento napoletano, non può lavorare – Corriere del Mezzogiorno.


25
Mar 13

C’è sempre un leghista più a Nord di Borghezio e Salvini

 

L’immagine qui sopra sintetizza, come al solito mirabilmente (rinnovo i complimenti all’Extraterrone) una notizia proveniente dalla Svizzera.

L’UDC, il partito del moderati svizzeri infatti, come riporta La Repubblica, sta portando avanti una campagna serrata contro i frontalieri, ovvero i pendolari (italiani) residenti a Como, Varese e Verbano Cusio Ossola. Terre d’origine del leghismo.

Fino a quando i “frontalieri”,proprio comei terroni meridionali, s’occupavano dei lavori che gli svizzeri, ticinesi, non volevano svolgere, tutto era tollerato. Ma da qualche tempo  questi, come dichiara il segretario dell’Udc, “stanno progressivamente, occupando posizioni nel terziario dove, finora, la prevalenza era data agli impiegati ticinesi”. Questo perché, secondo, il politico Udc, i frontalieri “accettano retribuzioni che sono, sovente, del 40 per cento inferiori a quelle dei lavoratori indigeni”. Anche se, con una verve diversa, la stessa questione è già stata sollevata dai sindacati, i quali accusano molte piccole e medie imprese italiane, insediatesi nel Canton Ticino, approfittando di agevolazioni fiscali, di praticare del dumping salariale.

Erano gli anni 70 e James Schwarzenbach, noto per la sua campagna contro l’inforestierimento, nota come “iniziativa Schwarzenbach” così dichiarava:

«Sono braccia morte che pesano sulle nostre spalle. Dobbiamo liberarci del fardello. Dobbiamo, soprattutto, respingere dalla nostra comunità quegli immigrati che abbiamo chiamato per i lavori più umili e che nel giro di pochi anni, o di una generazione, dopo il primo smarrimento, si guardano attorno e migliorano la loro posizione sociale. Scalano i posti più comodi, studiano, s’ingegnano: mettono addirittura in crisi la tranquillità dell’operaio (…) medio, che resta inchiodato al suo sgabello» (fonte Wikipedia e l’Extraterrone)

Come l’ironia tutta partenopea di De Crescenzo sentenziava: “si è sempre meridionali di qualcun altro”, ma questo in quel di padania in pochi lo hanno veramente imparato e “valigia di cartone fa (ancora e soltanto) rima con terrone”(Bossi Umberto)


19
Mar 13

Napoli? No, Zurigo…

Wenn eine Estrich-Entrümpelung aus dem Ruder läuft: Viel fremder Müll im Kreis 6.

 

Fosse Napoli, la foto farebbe il giro del web, con annessi insulti di stampo borgheziano.

Invece è la civilissima cittadina svizzera di Zurigo.

Ecco l’articolo: http://www.tagesanzeiger.ch/zuerich/stadt/Wenn-Sperrgut-zur-Muellkippe-anwaechst/story/18415875


22
Feb 13

Quando gli svizzeri emigravano…al Sud

 

Creato il 03 settembre 2012 da Ilazzaro

Quando gli svizzeri emigravano...al Sud

C’è stato un tempo in cui l’eldorado dell’emigrazione aveva invertito le comuni e stereotipate coordinate geografiche.

Un tempo in cui il Meridione d’Italia rappresentò un vero e proprio eden per tanti Svizzeri, che vi emigrarono, spinti soprattutto da ragioni economiche, oltre che dalla bellezza dei luoghi e dalla qualità di vita.

La notizia, riportata da Il Denaro, è venuta alla luce in occasione del numero speciale della rivista di cultura “Arte & Storia di Lugano”, dedicata al capoluogo partenopeo e presentata a Napoli presso il Maschio Angioino, con il patrocinio del Comune di Napoli e del consolato generale di Svizzera a Napoli, guidato da Claude Duvoisin, lo scorso settembre.

Ecco quanto ancora si legge:

Luogo di principale attrazione: Napoli, verso cui, ad ondate, tanti Svizzeri, soprattutto Svizzeri tedeschi di tutte le estrazioni sociali emigrarono con diversi obiettivi personali. Verso la metà dell’Ottocento, nella capitale del Regno delle due Sicilie quella svizzera era tra le più numerose comunità estere”. Ripercorrere la storia di questa presenza significa analizzare parti importanti della storia partenopea, ma anche di storia svizzera, che si intrecciano intimamente con le vicende personali e familiari di coloro che lasciarono la loro patria nordica per recarsi, in cerca di fortuna, a Napoli. “La prima ondata migratoria — spiega il console svizzero – avviene nella seconda metà del Settecento, quando alcuni mercenari elvetici si misero al soldo dei Borbone. Contemporaneamente e parallelamente iniziava un’altra ‘filiera migratoria’, quella di tipo puramente economico, che portò intere famiglie svizzere a occupare — in qualità di imprenditori, ma anche come forza lavoro – interi comparti economici della zona, dalle industrie (soprattutto tessili) alle banche al commercio. E, insieme a questi, non si può dimenticare la schiera di intellettuali, artisti e scrittori svizzeri, che, al seguito dei loro connazionali, si recarono a Napolie ne fecero fonte di ispirazione della loro opera, al punto che tre edifici simbolo della città, come il Palazzo Reale, il Maschio Angioino e la chiesa di San Francesco da Paola, sono opera di architetti della Svizzera italiana. Ancora oggi a Napoli vive un’ampia comunità svizzera, in parte discendente degli emigranti ottocenteschi”.

Si è sempre Meridionali di qualcun altro…