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Al Museo Lombroso i teschi terroni valgono meno: la scoperta del comitato No Lombroso e del comune calabrese

Torino : “Il cranio del brigante ritorni in Calabria”Dal dì che nozze, tribunali ed are, diero alle umane belve esser pietose
di se stesse e d’altrui, toglieano i vivi
all’etere maligno ed alle fere
i miserandi avanzi che Natura
con veci eterne a sensi altri destina.

Così scriveva Ugo Foscolo nei suoi Sepolcri per evidenziare quanto la pietas umana, sottraesse alla luce i feretri dei propri simili, dopo la morte, destinandoli,  alla devozione sepolcrale, sin dalla notte dei tempi.

Non così la pensano al Museo Lombroso di Torino, dove da anni il Comitato No Lombroso, chiede vengano restituiti alla terra i resti dei briganti meridionali, condotti dall’esercito sabaudo al cospetto di Cesare Lombroso che, sezionatili, ne trasse poi le errate convinzioni sul delinquente abituale. E brandelli di razzismo meridionale che, a quei tempi, giustificò una guerra di invasione indicando in campani, calabresi, lucani, pugliesi, siciliani ed abruzzesi, soggetti dediti a delinquere e dotati di minorità fisiche. Tanto che ci fu qualche ministro, all’indomani dell’Unità, che pensò addirittura di spedire i meridionali nel Borneo, suscitando la preoccupazione (uno scatto d’etica?) della diplomazia d’oltremanica.

Il Tribunale di Lamezia Terme in primo grado ha già imposto al museo di restituire agli attori (il comune di origine di Vilella e al comitato No Lombroso) il cranio del presunto brigante. In tal sensoì si è espresso pure il consiglio comunale di Torino giusto un anno fa.

 Così Pino Aprile commentò un anno fa la vicenda:

cari prof dell’università: quell’osso è un segno di una dignità offesa e di un’offesa che non è più accettata. Lo rivogliamo, per rimettere a posto qualcosa che ci fa ancora male e che la vostra resistenza spinge a ritenere incredibilmente viva dopo un secolo e mezzo. Non penso sia così (a parte uno due casi… noti), ma il vostro comportamento autorizza a ritenerlo. Serve solo a ritardare qualcosa che avverrà, che si potrebbe far bene prima, invece che male e a forza, dopo.

Questa la premessa.

Qualche giorno fa, il comitato No Lombroso è giunto ad un’amara scoperta: il Museo in realtà, quandoha voluto, ha restituito eccome un cranio custodito in quel museo dell’orrore.

Lo fece con quello di David Lazzaretti.

Ecco il comunicato del Comitato:

l Comitato Tecnico Scientifico “No Lombroso” e il Comune di Motta Santa Lucia (Cz) rendono noto di essere entrati in possesso di documenti originali che testimoniano come il Museo di Antropologia Criminale “Cesare Lombroso” abbia già provveduto, in passato (1991), a restituire al Comune di Arcidosso (Gr) reperti pervenuti in suo possesso tramite le poco ortodosse pratiche lombrosiane.Con precisione si tratta delle spoglie, cimeli e paramenti appartenuti a David Lazzaretti, il fondatore della Chiesa Cristiana Giurisdavidica di Monte Labbro.

L’amministrazione comunale di Motta Santa Lucia e il Comitato “No Lombroso” sono parti nella controversia che li vede contrapposti all’Università degli Studi di Torino, con oggetto la restituzione alla comunità di origine del cranio del contadino mottese Giuseppe Villella, deceduto presso l’ospedale di Pavia nel 1864 e sottoposto ad autopsia da Cesare Lombroso che si appropriò delle spoglie, per trasmetterle poi all’Università torinese e in specie al museo oggi intitolato allo stesso Lombroso, nelle cui sale i resti di Villella sono tuttora esposti. Nonostante il giudice di primo grado abbia condannato l’Università degli Studi di Torino alla restituzione del cranio di Giuseppe Villella, insieme alle spese per il trasporto e la tumulazione, l’Ateneo torinese ha proposto appello e formulato coeva istanza di sospensione dell’efficacia esecutiva dell’ordinanza, adducendo il coinvolgimento di pretesi interessi di natura pubblicistica e addirittura di rango costituzionale, oltre che il pregiudizio dell’interesse pubblico a fruire (?) del cranio di Villella, paventando altresì lo smembramento di una collezione (più di novecento crani incatalogabili di esseri umani?). Restiamo indignati di fronte a questo comportamento carico di palese parzialità del Museo “Cesare Lombroso”, alias Università degli Studi di Torino, discriminante verso Giuseppe Villella e invece compiacente verso David Lazzaretti. Forte è il dubbio che il vero motivo che ha condotto il corpo accademico torinese all’apertura al pubblico di un museo intitolato ad uno scienziato razzista per eccellenza e calunnioso fautore della minorità delle genti del nostro Sud, sia stato il desiderio di rinnovare quella pagina di razzismo scientifico di cui Lombroso si rese colpevole autore.

Insomma davvero non si comprendono le ragioni della resistenza del Museo, che sembra darl’impressione di non voler restituire quello che appare essere un capriccio ed un feticcio più simili ad un trofeo di guerra che a ragioni scientifiche. Basterebbe sostituirlo con un calco, se proprio ci tengono..

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